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  1. #1
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    Predefinito Welfare e potere politico e criminalità

    Welfare e potere politico e criminalità
    Forse pochi sanno che l Italia è il paese che spende di più in welfare. Il problema è che il welfare italiano non serve per protezione sociale , serve per ottenere il consenso politico. Welfare corporativistico e privilegiante . In altri paesi un disoccupato ,o chi non riesce ad entrare nel marcato del lavoro ,ha un reddito garantito .In Italia se uno non ha i genitori, va a vivere sotto i ponti e fare la fame. Ci si chiederà : come è possibile?.....semplice. L Italia spende tantissimo in pensioni , sia ben chiaro le pensioni sono un diritto , ma non lo sono quelle oltre i 100.000 euro l anno.Infatti solo in Italia (oltre la grecia in europa) esistono pensioni miserrime . Vi è di più, due pensioni di invalidità su tre sono illegittime . Utili solo per ottene clientele politiche...il danno non è solo questo , politicamente si forzano ,medici , impiegati alla corruzione . In Italia, un diritto si trasforma in un piacere . Un reddito minimo permetterebbe di levare manovalanza alla criminalità . In tutto questo vi è da domandarsi perchè vengono scelti ministri decerebrati. Vi ricordate i "bamboccioni" o i "giosy" della Fornero? possibile che non sanno che nei paesi europei , se un giovane decide di vivere da solo , lo stato gli da un reddito ed i soldi dell affitto?

  2. #2
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    Predefinito Re: Welfare e potere politico e criminalità

    Per un tassista di Parigi, per un operaio di Berlino o per un giovane di Londra il reddito garantito è una realtà di tutti i giorni. Da decenni, la disoccupazione in Europa viene affrontata con potenti strumenti di welfare che prevedono, oltre a un sussidio vitale, assegni per le coppie, per i figli, per chi avvia un’impresa, corsi di formazione, trasporti, riscaldamento e molto altro. In Italia tutto questo non esiste. Siamo una gigantesca anomalia e neppure ce ne rendiamo conto.
    Ecco da dove comincia
    Contro la miseria, il viaggio di Giovanni Perazzoli nell'Europa del welfare.


    Bristol, Gran Bretagna, 1984. Partiamo da una storia vera. Antonio arriva in Inghilterra dalla provincia italiana, ha 28 anni, un tentativo di laurea in Lettere finito fuori corso, una certa frustrazione compensata solo dall’ironia. La decisione di partire per la Gran Bretagna nasce da un programma tutt’altro che ambizioso. Vuole imparare l’inglese per poi tornare in Italia e cercare un lavoro qualsiasi. Farfuglia che vorrebbe provare a trovare un impiego come steward negli aerei.
    Non ha una famiglia alle spalle che possa aiutarlo. Per chi ha le giuste conoscenze in Italia, si sa, è diverso; ma lui vive in provincia con la madre. Per «farsi una posizione», o meglio, per trovare un lavoro, un «posto», non ha assi nella manica. A 28 anni quante esperienze si dovrebbero già avere nel curriculum! Ma l’esperienza dei coetanei già laureati non lo ha incoraggiato a finire in fretta. Gli raccontano infatti dei curricula spediti come un ex voto alle aziende, o dove capitava, sempre e solo per ottemperare a una sorta di rituale scaramantico. Naturalmente, neanche una risposta.
    In Gran Bretagna, Antonio inizia a lavare i piatti nella cucina di un ristorante italiano. La sera torna molto tardi. La signora inglese che gli affitta una stanza nella propria casa fa qualche domanda. Lui le racconta che lavora; e lei gli dice che, senza un contratto, è illegale. Lui alza le spalle. Lei gli ripete che è illegale. Lui la guarda interrogativo. Se non hai un lavoro, dice la sua landlady, devi andare al Jobcentre. Antonio traduce mentalmente in italiano «Jobcentre» con «ufficio di collocamento», e si dice, allora, che non serve a niente. La signora inglese insiste e lo squadra con rimprovero; gli dice anche di chiedere un sussidio di disoccupazione all’Unemployment Benefits Office, e di andare a chiedere un sussidio per l’alloggio in un altro ufficio. Antonio adesso proprio non la capisce, non sa come tradurre quello che ascolta in italiano.
    Lavora per due settimane. E alla fine non lo pagano. Lavorava in nero, per cui semplicemente gli dicono che non lo avrebbero pagato. Così si fa accompagnare all’Unemployment Benefits Office dalla sua landlady. Mette una firma su un foglio. Quindici giorni dopo, senza aver mai lavorato un solo giorno legalmente in Gran Bretagna, senza neanche conoscere bene l’inglese, e, soprattutto, senza essere inglese, inizia a percepire un sussidio di disoccupazione settimanale che include anche il pagamento per la sua stanza in uno dei quartieri più belli di Bristol. Si stupisce per alcuni dettagli, come le due sterline settimanali per la lavanderia. Ad un certo punto arriva in casa il visitor inviato dall’ufficio che si occupa dell’Housing Benefit. Non deve sottoporre lui a un controllo, ma deve verificare che la casa sia in ordine: fa gli interessi dell’assistito. Deve accertarsi che gli spazi e i servizi siano corrispondenti alla legge, che non ci siano speculazioni o furbizie.
    Antonio ha diritto a una serie di sconti: al cinema, nei centri sportivi, nei centri culturali. Ma soprattutto, pagando una minima percentuale delle fees, può frequentare un corso di inglese full time in uno dei migliori college della città. Il corso dura diversi mesi; per frequentarlo arrivano studenti da diverse parti del mondo: arabi dei paesi ricchi del Golfo, tedeschi, francesi, italiani... Devono pagare molti soldi, ma lui no, non li deve pagare perché è disoccupato.
    Antonio mi racconta la sua sorpresa. Nessuno gli avrebbe creduto in Italia. Il figlio della sua landlady ha lasciato la casa appena compiuti i 18 anni. Si era reso autonomo grazie ai sussidi. Aspettava di decidere della sua vita e intanto alternava qualche lavoretto al sussidio. Finché un giorno non è partito per frequentare un corso universitario nel Nord del paese. Tutt’altra vita quella di Antonio, che fino a 28 anni ha vissuto a casa con la madre. Il suo primo momento di indipendenza lo trova nel Regno Unito. La ribellione di un bamboccione ante litteram.
    Anche il Jobcentre è una sorpresa. Non è l’ufficio di collocamento buio, pieno di scartoffie e faldoni impolverati che Antonio aveva visto nel suo paese. Si capisce che il Jobcentre è un punto di riferimento importante nel sistema (e nel tempo lo diventerà sempre di più): almeno all’apparenza sembra proprio che facciano del loro meglio per trovarti un lavoro. Chissà perché in Italia – la Repubblica fondata sul lavoro – nessuno ha mai preso sul serio l’ufficio di collocamento. Chi cerca un lavoro in Italia non sa da che parte cominciare, ma l’ultima cosa a cui pensa è di entrare in un ufficio di collocamento. Quando si cerca un lavoro la prima cosa a cui si pensa, invece, è a qualcuno che possa cooptarti o raccomandarti. Per il «cane sciolto» è dura. Eurostat ci informa che solo il 3% delle persone che cercano un lavoro lo trovano attraverso un centro per l’impiego.
    Arriva l’inverno e Antonio decide di restare in Gran Bretagna.
    Non se lo nasconde. Ventotto anni sembrano (ma non lo sono affatto) già troppi per imparare una nuova lingua e iniziare una nuova vita. Tutto è in salita, potrebbe commettere l’errore di considerarsi un fallito. Le famiglie benestanti italiane mandano i figli nei mesi estivi a Cambridge o a Oxford a seguire i corsi d’inglese, ovviamente costosissimi. Non è il caso di Antonio. Al quale non sfugge che sta seguendo un corso di quelli a cui accedono in Italia solo i privilegiati, ma da disoccupato, e per di più straniero.
    Lo lascio seduto davanti a una grammatica aperta: l’ausiliare, i pronomi, le frasi idiomatiche. Passano quindici anni. Intorno a me, in Italia, vedo intanto maturare molti fallimenti. Quindici anni sono sufficienti per veder spegnersi una generazione. Per chi studia, la fortuna si rovescia appena dopo la laurea. Il primo allarme suona quando i compagni di studio che si ammiravano per la loro bravura, si perdono; non tutti, ma quasi tutti. Qualcuno lascia il paese, altri cercano di sfondare invano il muro di gomma. Non va meglio per chi cerca subito un’occupazione, e che si trova a passare da un lavoro all’altro, spesso in nero. La scelta del lavoro è determinata dal caso, anzi non c’è neanche una scelta in senso proprio, le persone che possono scegliere un lavoro sono già nel privilegio. Il lavoro è quello che c’è intorno, quello che può procurare la famiglia. L’iniziativa è poca e rischiosa: il contesto la scoraggia.
    Rapidamente si arriva al precariato di massa. Si crea un esercito di giovani precari che non di rado finisce, ironia della sorte, a rendere produttiva la schiera degli assunti non si sa come. Il precario non ha nessuno strumento per dire «no». Se vede che qualcosa non funziona, deve tacere perché qualsiasi critica o conflitto nell’ambiente di lavoro potrebbe essergli fatale e catapultarlo di nuovo nel deserto dei «cani sciolti». E lì, non c’è niente, nessun reddito minimo garantito, nessun’altra certezza che non sia la dipendenza da altri.
    Il «sistema» di precarietà alimenta l’illusione del precario che, se tiene duro, verrà «stabilizzato». E ci deve credere, perché se esce è finito. Inoltre, questa è la regola non scritta che per molto tempo ha fatto da idea regolativa: il fatto crea il diritto. Mettersi in fila e aspettare che venga il proprio momento e intanto dimostrare fedeltà e rispetto. Il merito non c’entra, anzi può essere pericoloso, può generare invidie, competizioni, risentimenti. Il «privato» dovrebbe essere più a contatto con il «mercato»; ma in realtà non sempre vivrebbe senza connessioni e favori «contestuali». Nel «pubblico» la gavetta infinita è indirizzata, invece, a conseguire il (paradossale) diritto a un privilegio: essere il «candidato interno» al prossimo concorso, abbastanza bravo da essere utile, abbastanza modesto e addomesticato da non mettere in ombra gli altri. Non dovrebbe accadere, non sarebbe giusto: tuttavia, molti non solo accettano la situazione ma la interiorizzano, pensano proprio che sia giusto. Ritengono di aver maturato un diritto. La scorciatoia diventa così la via maestra, e la via maestra non porta da nessuna parte. Nel fatto-che-crea-il-diritto si annida una grande ingiustizia. Ma bisogna saperla riconoscere, e non molti sono disposti a farlo.
    Un grande mutamento è avvenuto sul finire degli anni Ottanta: piano piano è tramontata proprio quella legge non scritta del fatto che crea il diritto che era stata la stella polare delle generazioni che hanno preceduto il grande precariato di massa. «Metterci il cappello» era uno dei più funzionali ascensori sociali, ma poiché era una regola non scritta, non c’è stato un momento nel quale essa ha cessato pubblicamente di esistere: una regola non scritta, del resto, non può essere abrogata. Così in molti si sono illusi che fosse ancora in vigore, e quando si sono accorti dell’errore, era ormai troppo tardi. Molti genitori ci contavano. Vedrai, tu entra, poi ti stabilizzi. Era la loro certezza; era successo nella loro generazione infinite volte. Certo, si era gridato allo scandalo ogni volta, ma poi tutto si era risolto nella complicità generale. I grandi sindacati amministravano – e ancora amministrano – montagne di situazioni di questo genere; un bel bacino di anime al purgatorio che attendevano il loro turno in lunghe graduatorie. Intanto intorno dilagava il lavoro nero e l’imbroglio.
    E Antonio? Ha conseguito tutti i diplomi d’inglese che gli servivano, ora sono un lontano ricordo degli inizi. Ha fatto vari lavori. La grande sfida è stata quella dell’università, in Inghilterra, con dieci anni di ritardo. E nonostante avesse passato i trenta, ce la fa; non solo si laurea, ma inizia a tenere dei corsi all’università. Poi lascia l’Inghilterra per intraprendere un’importante carriera a Bruxelles.
    Una storia emblematica che, se non fosse vera, apparirebbe fin troppo didascalica. Il caso di Antonio, va da sé, non può essere generalizzato. È però evidente che, senza the dole, senza il reddito minimo garantito, non sarebbe stato possibile per lui cambiare vita.



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    Predefinito Re: Welfare e potere politico e criminalità


 

 

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