Nel 1715 moriva Luigi XIV, il grande re del potere assoluto, il Re Sole, intorno al quale tutto doveva ruotare. Con questa morte si chiude ciò che il secolo precedente aveva divulgato e consolidato: l'assolutismo del potere monarchico. Il Diciottesimo secolo si apriva e portava nuove istanze, aria nuova all'Europa in filosofia, in letteratura, in un'etica diversa che non ammeteva più che l'uomo fosse alla mercè del assoluta volontà del sovrano, ma che nato libero, attingesse alla propria ragione per ripudiare qualunque servitù intellettuale e materiale. La colta borghesia intellettuale stava preparando la liberazione dello spirito umano dai vincoli di pregiudizi medoevali, protrattisi anche oltre il medioevo e il secolo inizato sotto l'egida degli antichi privilegi si chiuderà con la Rivoluzione francese. In meno di un secolo cambia il mondo, la scienza si apriva a nuove idee basate sull'espererienza e sulla tecnica, la filosofia divulgava principi fino a poco prima inconcepibili, stava nascendo insomma, l'Illuminismo. Intendiamoci, il nuovo sovrano di Francia Luigi XV, nipote del Re Sole, è ancora un monarca assoluto, con tutti privilegi che ne conseguono, ma nell'aria qualcosa cominciava lentamente stava a cambiare, si preparavano mutamenti sociali culturali ed etici. Filosofia e scienza si davano la mano per guardare al mondo attraverso i Lumi della Ragione divulgando quanto di più nuovo si potesse immaginare, un pensiero laico informato alla tolleranza, alla razionalità e all'apertura delle menti a nuove libertà e nuovi dirittti. Perfino a corte la favorira de re, Madame di Pompadour, intrattiene corrispondenze con personalità che espongono le nuoive idee e che in altri tempi sarebbero statte considerate come eversive
Il riflesso delle nuove idee socio-filosofiche ha riflessi in ogni campo, persino sulla musica. Gli enciclopedisti avevano avuto il merito e la capacità di riportare la musica a contatto con i più vivi problemi filosofici e artistici del loro tempo. Pur nella varietà di posizioni essi hanno un punto di partenza comune, e cioè l'affermazione della musica come linguaggio, per mezzo della quale può attuarsi una concreta forma di comunicazione tra gli uomini. Tenendo fermo il principio della rilevanza sociale e umana del fatto musicale, avevano sviluppato le loro ricerche, i loro dibattiti, mettendo in relazione la musica con i più vasti problemi linguistici, estetici, filosofici, ideologici e perfino politici del loro tempo. Le linee generali di pensiero, le categorie filosofiche ed estetiche cambiano radicalmente e con esse cambiano i fini che la musica si ripromette di conseguire sulla musica nella cultura europea. Nel secolo precedente la musica aveva carattere elitario prevalentemente per il divertimento di corte, Luigi XIV nasceva il balletto sulla musica del prediletto Lulli, per lo svago del re che amava lui stesso danzare, ma al solo scopo di stupire e divertire la corte. La musica veniva impiegata anche come evento accessorio alle funzioni religiose. Il Concilio di Trento aveva dato regole molto precise anche nel campo della musica sacra, con una liturgia imprigionata in precisi ed inderogabili canoni, che nel Settecento cominciano a liberarsi di molte rigidezze.
Dalle favole pastorali e mitologiche della corte francese seicentesca, danzate e recitate, nasce il primo nucleo del melodramma già germogliato in Italia con la Camerata Fiorentina e alla corte di duchi dii Mantova con la musica di Monteverdi del “recitar cantando”, rerde del madrigalismo e della polifonia rinasscimentale, ma si tratta ancora e sempre di musica colta per una ristretta cerchia di privilegiati cortigiani. Nasceva la musica barocca. Come verrà chiamata a posteriori, però con il ritardo di circa un secolo sul fenomeno meno del barocco letterario e architettonico tipici del seicento. Con il Settecento nasceva il melodramma vero e proprio, la musica usciva dalle corti, e non parlava più solo di dei e semidei, o di arcadici pastori e pastorelle, ma che finalmente ritraeva del mondo e la società reale e soprattutto degli uomini e delle donne comuni, quali erano veramente con il loro vizi e virtù. Sorgevanoi teatri, non più con sede nelle corti nobiliari, ma come edifici pubblici, luoghi del di vertimento per la borghesia. L'Italia fu la culla di questo nuovo modo di fruire della musica non più elitaria, ma adatta per chiunque avesse voglia e modo di accedere ad un teatro pubblico, dove sulla scena agivano e cantavano le loro storie, persone e non solo personaggi. Inizialmente il neonato melodramma portava in scena situazioni comiche per il puro gusto di divertire e richiamare il pubblico e qui erta la scuola napoletana a farla da padrona, addirittura con testi dialettali che tutti, anche i non istruiti, potevano compendere e godere. Questo era un nuovo modo che le nuove idee avevano portato con sé, mano a mano che erano iniziate a circolare per l'Europa. Contemporaneamente altrove in Italia si allestiscono “drammi musicali” prevalentemente di ambiente storico, come a Lucca, e si cominciavano a musicare libretti scritti appostamente per essere rappresentati in musica, come quelli di Metastasio, un po' dappertutto, che però ricalcavano ancora gli stilemi antichi delle storie di grandi personaggi storici o di divinità pagane anche se umanizzate dagli “affetti”, cio+ dei sentimenti, delle emozioni che muovomo i personaggi all'azione. Ma mentre nel teatrto di prosa in Francia e a Venezia le a Napoli e donne recitano in palcoscenico e cantano anche, nei territori dell'Italia centrale governati dalla chiesa, le donne non possono calcare le scene ed ecco che si diffonde in teartro l'uso dei castrati dalle voci bianche, che uscendo dalle cantorie delle chiese diventeranno i protaginisti assoluti del teatro in musica la fine del Seicento e per tutto il Settecento, facendo concorrenza alle voci femminili, dove queste potevano calcare le scene in pubblico. Ma anche dove le voci femminili sono ammesse in teatro i cantori evirati, rivaleggiando con esse, avranno seguito e fortuna soprattutt nel repertorio serio.
La rivoluzione del teatro napoletano però era inizata e il popolo non rinuncerà più a recarsi nei teatri dove si assistereva a rappresentazioni in musica. La musica stava iniziando a diventate una abitudine di svago popolare, anche se non siamo ancora alla enorme diffusione del melodramma ottocentesco. Il teatro e il teatro in musica si distacca un po' alla volta dai temi aulici per parlare della borghesia e delle storie di gente comune in accordo con le idee illuministiche sul teatro e sulla musica. Si trattava di opere buffe, con scambi di persona, equivoci più o meno stravaganti, con intrecci amorosi di coppie contrastate, con i caratteri fissi derivati dalla commedia dell'arte: Il vecchio avaro e libidinoso (a volte tutore della giovane) che cerca di concupire protagonista, la servetta furba che manovra di nascosto a favore della padroncina, Il giovane innamorato timido, il suo servo maneggione che a sua volta ama la servetta, e poi c'è il soldato spaccone e a volte la vecchia mezzana. Tutti caratteri che si svilupperanno lungo il secolo XVIII e avranno conseguenze anche nel melodramma ottocentesco con felici esiti. I servitori dunque acquistavano importanza fondamentale aiutando lo sviluppo della storia con i loro stratagemmi furbeschi da popolani, per giovare ai loro padroni nobili o ricchi borghesi che fossero. Cosi col passare di alcuni decenni arrivavvano ai libretti derivati da Beaumarchais, come" il barbiere di Siviglia"musicato più e più voltre da Paisiello, da Morlacchi e infine anche dal grande Rossini, libretto che che ha addirittura per protagonista un personaggio del popolo che non è più un carattere di contorno ma il fulcro dell'azione scenica.
Poiché ormai l'opera parlava Italiano in tutta l'Europa, l'austriaco Mozart si rivolgeva per le trame delle sue opere più importanti al veneziano Lorenzo Da Ponte che a volte traeva anch'egli ispirazione da Beaumarchais come per le Nozze di Figaro (seguito della storia del barbiere di Siviglia) servirtore del conte d'Almaviva ma di nuovo protagonista dell'opera con Susanna, cameriera anch'essa della contessa Rosina. Ma il versi più significvativi e in un certo senso davvero rivoluzionari, sono quelli che Da Ponte mette in bocca a Leporello, servitore di Don Giovanni:
“Notte e giorno faticar per chi nulla sa gradir,
piova e vento sopportar, mangiar male mal dormir...
Voglio fare il gentiluomo e non voglio più servir.”
Siamo ormai nel 1787, alla vigilia della grande Rivoluzione, un servitore si lamenta della sua condizione e addirittura vorrebbe essere un gentiluomo come il suo padrone, affernazione che in passato avrebbe avuti i crismi dell'eresia... E alla fine della stessa opera, dopo la cacciata agli inferi del libertino Don Giovanni, Leporello non solo non si duole troppo della sorte del padrone, ma restando momentaneamente disoccupato già progetta di recarsi all'osteria più vicina per cercare un miglior datore di lavoro. Anche il cattivo, Don Giovanni, il cinico per eccellenza, ha assorbito il nutrimento laico che ormai è nell'aria e che gli impedisce di pentirsi in extremis delle sue malefatte, persino davanti al fantasma minacciosissimo del Commendatore, fino a farsi trascinare da lui all'inferno. L'uomo del secolo dei Lumi infatti non chiede persono a un Dio che non riconosce più, né in vita e nemmeno in morte.
Le idee illuministiche di libertà e uguaglianza hanno fatto strada e ormai circolano liberamente per l'Europa. Il 1789 è alle porte. Il mondo antico sta per cedere il passo al Mondo Nuovo.




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