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Discussione: Catalogna libera!

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    Predefinito Catalogna libera!

    McDonald’s punta sull’indipendenza catalana e cancella la Spagna dai cartelloni
    Nei prossimi mesi il tema dell'indipendentisimo della Catalogna sarà al centro dell'agenda politica in vista del referendum del 9 novembre. E anche il marketing delle multinazionali si adegua
    di Silvia Ragusa
    “A Barcellona, il primo ministro britannico David Cameron è visto come un eroe, un vero democratico”. Cominciava così, qualche giorno fa, un lungo articolo dell’Indipendent su uno dei temi che monopolizzerà l’agenda spagnola nei prossimi mesi: l’indipendenza della Catalogna. Con la celebrazione della Diada, la festa dell’indipendenza catalana del prossimo 11 settembre, cominceranno due mesi di intense negoziazioni tra il governo centrale di Madrid e la Generalitat della Catalogna, che vuole un referendum il prossimo 9 novembre. Così a Barcellona sono tutti in attesa di capire cosa succederà il 18 settembre in Scozia, quando verranno aperte le urne per una possibile – ma non probabile secondo gli ultimi sondaggi – separazione di Edimburgo da Londra.
    Sarà per questo che negli ultimi tempi sempre più imprese nazionali e multinazionali hanno preso posizione o cavalcato l’indipendentismo a colpi di marketing. Lo ha fatto, nella sua ultima campagna pubblicitaria, perfino McDonald’s. Cartelloni e scritte alle fermate degli autobus per sponsorizzare i sui 125 fast food aperti 24 ore al giorno, con uno slogan apparentemente uguale a Madrid e a Barcellona, tranne per una parola: Spagna. Il testo che promuovere l’abitudine di fare le ore piccole nel Paese iberico recita: “In Spagna, tornare prima delle 3 non è uscire. E’ andare a cena”. Per le vie catalane però, lo stesso slogan compare senza la parola “Spagna”, sostituita da un semplice “Qui”.
    La versione ufficiale dei creativi della multinazionale è quella che, togliendo il nome di Spagna, la pubblicità sia più efficace. Ma per alcuni opinionisti è una chiara presa di posizione in merito alla questione catalana. E non certo la prima. Anche Burger King pare abbia inserito la estelada (la bandiera indipendentista a strisce) all’interno di qualche punto vendita.
    Ma già due anni fa Media Markt – Media World in Italia – la catena di distribuzione tedesca specializzata nell’elettronica e negli elettrodomestici di consumo con sede centrale a Barcellona, aveva lanciato una campagna pubblicitaria, nel periodo della coppa Uefa, parecchio discutibile: un spot in cui non appariva nemmeno una volta il nome del Paese in riferimento alla nazionale di calcio e dove un tifoso sventolava una bandiera rossa (e non rossa e gialla, come quella iberica). In tutti gli altri Paesi invece, compresa l’Italia, lo spot era stato realizzato con le bandiere nazionali e la squadra di calcio. Una scelta che molti hanno voluto intendere come una strizzata d’occhio ai clienti catalani.
    D’altronde le grandi aziende della zona industriale di Barcellona sono già sostenitrici dell’indipendenza. Una su tutte, la più famosa, Casa Tarradellas, azienda alimentare catalana, fondata nel 1976, che distribuisce paté e salumi. Prodotti venduti non solo in Catalogna, ma anche in tutti i supermercati spagnoli della catena Mercadona con la private label Hacendado.
    “Cameron può incrociare le dita e sperare che il problema passi, Rajoy no” scriveva il quotidiano inglese The Indipendent, che ricordava come sia la Scozia che la Catalogna sono “una questione di denaro”. E lo sanno bene anche le multinazionali, a quanto pare, se anche Mcdonald’s si mette al riparo: a Barcellona per il momento meglio evitare la parola Spagna, poi, dopo il 9 novembre, sì vedrà.
    McDonald's punta sull'indipendenza catalana e cancella la Spagna dai cartelloni - Il Fatto Quotidiano





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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    Mas, sì Scozia spianerebbe via Catalogna
    Sia per indipendenza, sia per riconoscimento internazionale
    (ANSA) - MADRID, 10 SET - Una vittoria dei 'sì' al referendum scozzese "spianerebbe la strada all'indipendenza della Catalogna e al suo riconoscimento internazionale", oltre ad assicurare "la permanenza nell'Unione Europea".
    E' quanto sostiene il presidente catalano, Artur Mas, in un'intervista oggi al quotidiano britannico Financial Times.
    "Il primo fattore sarebbe la reazione dei leader europei", ha rilevato Mas, sicuro che questi "accetteranno il risultato del referendum scozzese" senza incertezze.
    Mas, sì Scozia spianerebbe via Catalogna | La Gazzetta del Mezzogiorno.it

    La giornata della Catalogna
    Nazionalisti catalani a Barcellona, in Spagna, l’11 settembre 2014. (Emilio Morenatti, Ap/Lapresse)
    Sulla scia dell’entusiasmo per la rimonta dei sostenitori dell’indipendenza in Scozia, quasi due milioni di persone hanno invaso le strade di Barcellona l’11 settembre per chiedere la secessione dalla Spagna.
    In occasione della giornata nazionale della Catalogna, per il terzo anno consecutivo i separatisti catalani sono scesi in strada per sostenere le ragioni della secessione. Contrariamente al governo britannico che ha autorizzato un referendum per l’indipendenza della Scozia, il governo spagnolo non ha concesso alla Catalogna di tenere una consultazione per ragioni costituzionali.
    Nel 2012 una manifestazione di oltre un milione di persone aveva chiesto al governo di permettere che la consultazione avesse luogo. Nel 2013, nel giorno della Catalogna, gli attivisti hanno formato una catena umana lunga 400 chilometri, anche per questo il governo regionale ha fissato la data del referendum al 9 novembre.
    Quest’anno quasi due milioni di persone si sono impegnate a formare una gigantesca V, che significa vota e vinci. Gli organizzatori chiedono di “riempire le strade per riempire le urne”.
    Nel giorno della Catalogna si celebra il 300° anniversario della presa di Barcellona nel 1714 da parte delle truppe di Filippo V, che ha abolito le leggi e le istituzioni catalane.
    Il governatore della Catalogna Artur Mas ha detto che Madrid non può “impedire alla Catalogna di decidere del suo futuro”.
    “Se una nazione come la Scozia ha il diritto di decidere, perché non può farlo anche la Catalogna?”, chiede Mas. Una domanda posta da molti sostenitori dell’indipendenza.
    La Catalogna produce un quinto della ricchezza nazionale e ha più autonomia della Scozia. Tuttavia i catalani non accettano che la corte costituzionale abbia privato la regione del suo status di nazione nel 2010, riducendo notevolmente l’autonomia di cui aveva goduto dal 2006.
    “La nostra cultura, la nostra lingua e le nostre tradizioni devono essere rispettate e abbiamo visto che all’interno dello stato spagnolo è impossibile, è per questo che chiediamo l’indipendenza”, ha detto Bernat Pi, uno studente catalano durante il corteo.
    “Se vince il sì all’indipendenza in Scozia il 18 settembre questo ci favorirà, ma se non vince, andremo avanti e vinceremo lo stesso”, ha detto il ragazzo a Afp.
    Nei prossimi giorni il parlamento catalano potrebbe adottare una legge che gli permetta di organizzare il referendum, ma la corte costituzionale potrebbe sospendere la legge.
    Internazionale » La giornata della Catalogna






  3. #3
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    I tre "win" del referendum scozzese
    di Alessandro Storti
    Scrivo questa riflessione minima mentre il referendum scozzese è in pieno svolgimento.
    Il voto del 18 settembre sarà carico di conseguenze positive per tutti coloro che stanno impegnandosi a favore di maggiori forme di autogoverno in Europa. Che si tratti di richieste autonomistiche o di veri e propri percorsi tendenti alla secessione.
    Perchè dico “in ogni caso”?
    Perchè la partita referendaria è un caso che definirei “win-win-win”.
    Il primo “win”: se vince lo YES, avremo finalmente una secessione di primaria importanza in Europa occidentale dal dopoguerra. Con tutto ciò che tale esito comporta ai fini dell’allargamento interno UE e dell’affermarsi di una chiara tendenza all’evaporazione dei vecchi stati nazionali.
    Il secondo: a prescindere da come vadano le cose, avremo un formidabile precedente che già oggi ha cambiato il Regno Unito e che già oggi sta cambiando la visione della democrazia in Europa. Il tabù dei confini statuali “sacri ed inviolabili”, causa prima della tragedia del 1914-18, sta già crollando sotto i colpi di un accordo anglo-scozzese che inevitabilmente segnerà la storia d’Europa. Già a novembre la Catalogna ci dimostrerà quanto ciò sia vero. E Madrid (e poi Roma) non potranno che prenderne atto. Non sarà facile ma la strada è quella. Il diritto di decidere è la nuova frontiera eurocomunitaria.
    Il terzo “win”: se anche vincesse il NO, ciò dimostrerà che il referendum non è di per sé strumento di “disgregazione”, bensì percorso pacifico. Altro che paragonare la scintilla scozzese all’attentato di Sarajevo, come ha fatto senza vergogna e dignità un ex premier italiano. La via referendaria è garanzia di collaborazione, riflessione, dibattito, apertura mentale. E permette di scegliere con ponderazione, senza isterismi.
    I tre "win" del referendum scozzese - LaBissa.com

    Scozia, i conservatori in rivolta: «Troppe concessioni per fermare il “sì”»
    «Sarà un bagno di sangue». La colorita espressione – attribuita dal Guardian a una parlamentare tory – non si riferisce a ipotetici scontri nelle strade scozzesi in caso di vittoria degli indipendentisti (una minaccia poco credibile, ma ventilata nelle scorse settimane da alcuni media). Il «bagno di sangue» avrà luogo nel partito conservatore a partire da stamattina se – come pareva probabile ieri sera, al momento di andare in stampa – la Scozia scegliesse di restare parte del Regno Unito.
    Il problema – lo scrivevamo su Europa nei giorni scorsi – è che per rafforzare la campagna elettorale del “no” i partiti nazionali britannici, a partire dai conservatori di David Cameron, hanno promesso enormi concessioni al governo scozzese in tema di federalismo fiscale. Concessioni che stanno facendo infuriare la pancia del partito conservatore: se Cameron perseguirà davvero il piano annunciato nei giorni scorsi – per dare alla Scozia la devo-max, una super-devoluzione di poteri – dovrà affrontare una vera e propria rivolta a Westminster.
    La fronda è cominciata con anonimi backbencher intervistati dai giornali di Londra. Poi sono usciti allo scoperto parlamentari di maggior peso, incluso l’ex ministro-ombra per la Scozia James Gray. Ieri, a urne aperte, è stato il turno del primo esponente del governo in carica, la sottosegretaria alle ferrovie Claire Perry. Non è un caso che la protesta arrivi proprio dal dicastero dei trasporti. Non esiste ancora un testo di legge che spieghi come sarà la devo-max, ma tra le proposte più controverse c’è quella laburista di concedere il controllo delle ferrovie scozzesi a Holyrood (sede del parlamento di Scozia).
    Ieri il Guardian dedicava ampio spazio al progetto di devolution elaborato da Gordon Brown, uno dei volti chiave di questa campagna elettorale. L’ex premier laburista – la cui popolarità era ai minimi alla fine dei suoi due anni di governo – veniva indicato ieri dal Financial Times come il più efficace difensore della causa del “no”, «l’uomo che potrebbe salvare l’Unione». Brown ha stilato un piano articolato, in cui Holyrood controlla il 40 per cento delle tasse scozzesi e Londra si occupa di evitare squilibri eccessivi nella distribuzione delle risorse. E se nel Labour c’è già chi immagina un ritorno del premier alla frontline politics (magari proprio in Scozia, magari addirittura come candidato first minister), il Guardian svelava che anche a Downing Street si è prestato orecchio attento alle proposte browniane.
    Cameron dovrà dare seguito alle sue promesse. Ma nel 2015 ci sono le elezioni politiche, e il premier dovrà anche avere cura di non alienare il cuore del suo elettorato, nel sud dell’Inghilterra. La battaglia politica più accesa si apre adesso.
    Scozia, i conservatori in rivolta: «Troppe concessioni per fermare il "sì"» | Europa Quotidiano

    Referendum Scozia, la Catalogna prepara la sfida a Madrid: “La strada è segnata”
    Il referendum scozzese ha visto la sconfitta del fronte secessionista, ma l'esperienza ha indicato la strada ai movimenti indipendentisti europei. A cominciare da quello catalano, che ha indetto una consultazione popolare per il 9 novembre: oggi il leader Artur Mas è in Parlamento per approvare una legge ad hoc. In questi giorni Edimburgo è stata invasa dalle delegazioni dei vari territori Ue che aspirano all’indipendenza
    di Silvia Ragusa
    Alla fine la regina è salva. La Scozia ha detto no. Eppure, il giorno dopo, nulla è più come prima. Lo sa bene il premier inglese David Cameron, che ha promesso la devoluzione di maggiori poteri al governo scozzese in materia di tassazione e welfare. Lo sanno bene anche a Bruxelles.
    Edimburgo, capitale degli indipendentismi
    Ieri Edimburgo non solo è stata presa d’assalto da fotografi e giornalisti in attesa, ma è diventata la mecca di tutti i movimenti indipendentisti. Delegazioni di vari territori che aspirano all’indipendenza dai loro rispetti Stati, sono andati a guardare da vicino come funziona il referendum. Alcuni hanno perfino partecipato alla campagna pro secessione. C’erano i baschi di Bildu che distribuivano volantini insieme ai membri del partito ecologista scozzese. C’era la Lega Nord di Salvini che inneggiava all’autonomia. Gruppi catalani, sardi, perfino del Quebec hanno partecipato la notte del giovedì alla chiusura della campagna, con una riunione straordinaria di tutti i movimenti internazionali. Insomma, dalla Scozia alla Catalogna, passando per le Fiandre, le spinte secessioniste innescate dalla crisi economica che ha travolto l’Europa abbozza destini sempre più incerti. Ma hanno già avuto la loro prima grande chance. E ben presto ce ne saranno delle altre, in primis Barcellona.
    La Catalogna: “La strada è segnata”
    Mentre l’Assemblea nazionale catalana comprava un’intera pagina sulla stampa nazionale scozzese, con tanto di scritta “Auguri Scozia, il voto è una vittoria. Noi catalani voteremo il 9 novembre”, gli occhi della Spagna erano tutti puntati su Edimburgo. Il premier Mariano Rajoy tuonava dalle Camera dei deputati: “Questi processi sono dei siluri sulla linea di galleggiamento dello spirito europeo, perché l’Unione europea è stata creata per integrare degli Stati, non per frammentarli. Ed è questo il segno dei tempi, l’integrazione e non la divisione”. D’altronde l’altro grande movimento separatista in Europa che vuole il ricorso alle urne è proprio quello catalano. L’80% del Parlament, ovvero tutti i partiti tranne i popolari di Rajoy, vuole emulare la Scozia. E proprio questo pomeriggio il presidente Artur Mas, a capo della coalizione autonomista Convergència i Unió (Convergenza e Unione), sarà in Parlamento per approvare una legge ad hoc per convocare il referendum. “Quello che è successo in Scozia e nel Regno Unito non è una battuta d’arresto per noi – ha detto Mas – perché quello che vogliamo davvero in Catalogna è avere la possibilità di votare, la stessa possibilità”. Le armi si affilano e il separatismo catalano preoccupa i guardiani dell’euro e le grandi imprese: Barcellona con un Pil di quasi 200 milioni contribuisce al 20 per cento del Pil nazionale.
    Si scalda l’Irlanda del Nord
    Gli scozzesi a Belfast da sempre sono visti come dei fratelli. Forse per questo il movimento indipendentista irlandese, il Sinn Fein, ieri è stranamente rimasto in silenzio. C’è stato il sostegno, ma anche una remora come a non voler ingerire in una questione che spetta solo alla Scozia. L’Irlanda del Nord è un altro Paese che con l’Union Jack ha sempre avuto rapporti complicati. È la vera spina nel fianco del governo centrale: nonostante la lotta armata dell’Ira sia ormai relegata al passato – anche se ciclicamente rispuntano fuori gruppi armati denominati Real Ira – la lotta politica del Sinn Fein per conquistare l’unità continua. E Il numero due del partito, Martin McGuinness, ritiene che il Nord potrebbe essere pronto nel 2016.
    Belgio, i separatisti: “Il Paese è morto”
    Dopo scozzesi e catalani arrivano anche i fiamminghi. Ed un precedente crea coraggio e pressione, fanno sapere dal partito Nieuw Vlaamse Alliantie (Nuova alleanza fiamminga), il più grande al parlamento fiammingo, accanto agli indipendentisti fiamminghi di destra del Vlaams Belang, fautori della separazione dai valloni. Nelle Fiandre Tom van Grieken, candidato al Parlamento per Vlaams Belang lo ha riferito alla stampa belga: “Il Belgio è morto, fin dal 1830 viviamo in uno Stato artificiale. Da soli produciamo l’80 per cento dell’economia. Noi siamo quelli che sovvenzionano la Vallonia”. Motivazioni etno-culturale e certo economica, perché spesso le regioni più ricche spingono a sganciarsi dal resto del Paese.
    Baviera e Corsica alzano la testa
    È ancora presto per dirlo ma l’indipendentismo mina anche l’unità della Republique. La scorsa primavera a Bastia, capitale della Corsica, un nazionalista, Gilles Simeoni, ha vinto ai ballottaggi. Anche se appartiene alla Francia da oltre duecento anni, l’isola mediterranea è alle prese con le rivendicazioni di un agguerrito movimento indipendentista. Alle ultime elezioni il partito Femu a Corsica, che punta su una piena autonomia, ha ottenuto il 25,9 per cento dei voti. E ieri c’era anche una loro delegazione a sostenere il referendum scozzese.
    A Berlino invece il separatismo non esiste. Ma esiste Florian Weber della Bayernpartei, un partito bavarese che dal 1946 sogna l’indipendenza della Baviera. Ieri, mentre in Scozia si votava, ha espresso il desiderio di diventare, un giorno, ministro degli Esteri della Baviera.
    Referendum Scozia, la Catalogna prepara la sfida a Madrid: "La strada è segnata" - Il Fatto Quotidiano

    “Un precedente democratico importante”. La Catalogna dice grazie agli scozzesi
    Nelle strade di Barcellona le reazioni ai primi risultati: “Abbiamo seguito con soddisfazione la prova democratica della Gran Bretagna, a vincere non sono solo gli unionisti ma gli scozzesi tutti e anche Londra, mentre a perdere sono i conservatori che impediscono al popolo di scegliere”
    FRANCESCA PACI
    INVIATA A BARCELLONA
    Referendum o meno la notte è lunga a Barcellona, la città “maratona dei bar” a detta di un corrispondente esperto come lo scozzese Lindsay McGarvie. Il risultato che arriva d’Oltre Manica lascia l’amaro in bocca tra i giovani indipendentisti che si preparavano a brindare nei pub del quartiere Gotico e del distretto universitario, ma i dati sull’affluenza oceanica (vicina al 90%) scaldano comunque i cuori pronti alla sfida più dura, la loro. “Alla salute della volontà popolare” propone Anastasia Tomas. Ha 23 anni, studia medicina e si prepara ad aderire all’appello dell’Asamblea Nacional Catalana, l’organizzazione politica che dopo aver sborsato centinaia di migliaia di sterline per una pagina di pubblicità su un giornale scozzese con la scritta “Congratulazioni” ha annunciato una campagna di 170 mila volontari per consegnare porta a porta le informazioni sulla consultazione del 9 novembre, quando, secondo programma, i catalani dovrebbero esprimersi sul proprio futuro violando il veto di Madrid.
    Il risultato scozzese cambierà le carte in tavola? Jaume Rios, anima del blog politico www.deba-t.org, ne dubita: “La Scozia ha creato un precedente importante, una cornice legale. Ero quasi certo che vincessero gli unionisti ma il punto è un altro, la Scozia ci aiuta perché prova che la gente può essere consultata democraticamente e noi siamo molto molto eccitati all’idea di avere la nostra chanche, l’indipendenza non è mai stata così vicina. Significherebbe ricostruire da zero un paese, riscrivere una Costituzione, avere di fronte una pagina tutta bianca che non è stata scritta in qualche modo anche da ex franchisti. Cosa c’è di più emozionante per un giovane? E’ per questo che qui, diversamente dal resto d’Europa, i ragazzi sono sempre più interessati alla politica, l’80% di chi ha tra i 16 e i 25 anni è per l’indipendenza”. Dice che fino a 5 anni fa nel suo liceo non ne parlava nessuno.
    Per le strade squadrate senza essere mai noiose non ci sono caroselli, le automobili che mercoledì sera avevano portato un oceano di bandiere scozzesi e catalane intrecciate allo stadio Camp Nou, occupato dalla partita Barcellona-APOEL Nicosia, sono rimaste a casa. Non è stato necessario ubriacarsi per la Scozia ma, ammette l’avvocato 30enne Jorge Lluis Ruz di ritorno da una serata con gli amici, “in fondo è meglio restare sobri per le prossime ore”.
    Le prossime ore significano la clessidra catalana. “Abbiamo seguito con soddisfazione la prova democratica della Gran Bretagna, a vincere non sono solo gli unionisti ma gli scozzesi tutti e anche Londra, mentre a perdere sono i conservatori che impediscono al popolo di scegliere” ragiona Albert Royo, consulente del Diplocat, il ministero degli esteri catalano. Parla di Madrid e del duro braccio di ferro in corso dal 2011, da quando il governo conservatore ha assunto una linea molto dura con Barcellona. Oggi il Parlamento catalano approverà una legge che permette di indire la consultazione del 9 novembre altrimenti anticostituzionale, ma tutti si aspettano che Rajoy impugnerà l’atto davanti alla Corte Costituzionale e lo renderà nullo. E poi? Royo non ha dubbi: “Non vogliamo l’indipendenza perché l’hanno chiesta gli scozzesi, il nostro processo è autonomo e non si ferma, vogliamo votare. Più Madrid si ostina a negarcelo e più crescono i consensi all’indipendenza, dal 2011 a oggi la partecipazione alle manifestazioni nazionali Diada sono state un crescendo, l’11 settembre scorso eravamo due milioni”.
    Ma la Moncloa è rigida, non si piega. Ha fatto sapere che reagirà duramente ad una eventuale disobbedienza civile catalana, che potrebbe sospenderne l’autonomia, che non ha paura dell’Europa dove ha già una volta messo il veto al riconoscimento del Kosovo. Non ci si aspetta che davvero vengano arrestati i parlamentari catalani come 1934 ma le cose potrebbero mettersi male. Per questo, mormorano tra loro i ragazzi, si parla del referendum del 9 novembre ma sotto sotto si pensa ad elezioni anticipate a febbraio, elezioni nelle quali sfidare legalmente Madrid facendo campagna per il sì e per il no all’indipendenza. E poi dita incrociate per un eventuale cambio di governo nazionale al voto del 2015.
    Autunno caldo, annuncia il professore Sebastian Balfour, docente di studi spagnoli alla LSE: “Potremmo vedere un serio scontro politico-istituzionale”. Eulalia Santcliment, 26 anni, lo chiama “una battaglia tra la legalità di Madrid e la nostra legittimità” e si chiede perché si possa fare un sondaggio sulle aspirazioni indipendentiste (50% favorevoli, 30% contrari, 20% indecisi, 80% per il diritto di votare) ma non un referendum.
    La Stampa - Catalogna, via libera alla legge per il referendum Ora il Parlamento accelera per l?indipendenza: ?Dalla Scozia un grande precedente democratico?



    Le borse europee chiudono poco mosse, svanisce effetto Scozia
    Le borse del Vecchio Continente hanno azzerato i guadagni nel pomeriggio. Il presidente della Catalogna, Arturo Mas, ha dichiarato che firmerà il decreto per indire un referendum sulla indipendenza da Madrid il 9 novembre. La notizia ha messo in ombra l'effetto positivo dalla vittoria del "no" in Scozia. Sul mercato è circolata inoltre la voce che Moody's declasserà oggi la Francia.
    Le borse europee chiudono poco mosse, svanisce effetto Scozia | Borsainside.com

    Spagna: via libera parlamento catalano a legge per referendum
    (AGI) - Barcellona, 19 set. - Il Parlamento regionale catalano ha approvato una legge che spianera' la strada al referendum sull'indipendenza dalla Spagna annunciato per il 9 novembre. Il presidente della Generalitat catalana, Artur Mas, aveva affermato in giornata, subito dopo la sconfitta degli indipendentisti scozzesi, che la battaglia per l'indipendenza "prosegue". "Il processo per l'indipendenza e' rafforzato perche' abbiamo visto un Paese dell'Ue accettare di tenere un referendum", ha osservato Mas in una conferenza stampa a Barcellona.
    https://www.agi.it/estero/notizie/sp...25-est-rt10218

    Gli indipendentisti catalani non demordono
    La Catalogna vuole votare
    Il Parlamento vota una legge che permetterà un referendum sull'indipendenza
    Il Parlamento catalano, nel giorno del "no" scozzese all'indipendenza, ha votato oggi (venerdì) con i suffragi di 106 deputati contro 28 una legge che dà al Governo del presidente regionale Artur Mas la facoltà di convocare un referendum sulla separazione della Spagna.
    A favore del voto si sono espressi nazionalisti moderati, indipendentisti di sinistra, ecologisti, radicali e socialisti, contro solo i popolari e il partito Ciutadans. Fuori dal Parlamento, centinaia di persone chiedevano a gran voce la convocazione alle urne.
    La Catalogna vuole votare - RSI

    Gb: Mas, quella seguita da Scozia unica strada percorribile
    Barcellona, 19 set. (AdnKronos/Dpa) – “Quella che abbiamo visto oggi in Scozia è la strada giusta, l’unica per risolvere i conflitti e le differenze”. Questo il primo commento del capo del governo regionale della Catalogna, Artur Mas, dopo la vittoria del ‘no’ al referendum scozzese sull’indipendenza. Il “processo catalano prosegue e va avanti, ci sentiamo rafforzati”, ha proseguito alludendo alla consultazione che la regione spagnola intende convocare per il 9 novembre. Quanto al progetto di Madrid di ostacolare lo svolgimento della consultazione, Mas si è limitato a dire che “un vero democratico si rifiuta di bloccare un referendum”.
    Gb: Mas, quella seguita da Scozia unica strada percorribile - ArezzoWeb.it




  4. #4
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    TU CHIAMALE, SE VUOI, SECESSIONI - LA CATALOGNA COME LA SCOZIA: DUE MILIONI IN STRADA A BARCELLONA PER CHIEDERE L’INDIPENDENZA - IL MINISTRO GALLARDON: “SE SI STACCANO, LA SPAGNA È FINITA”
    Andrea Nicastro per “Il Corriere della Sera”
    Un altro successo, un’altra scommessa al buio. Per il terzo anno consecutivo la Diada, la festa nazionale catalana, è diventata il palcoscenico per chiedere l’indipendenza di Barcellona dalla Spagna. Nel 2012 avevano sfilato più di un milione di persone. Nel 2013 ancora più gente aveva unito le mani in una catena umana di 400 chilometri.
    La scorsa settimana una folla probabilmente ancora maggiore, 1,8 milioni dipersone, ha formato nel centro di Barcellona una gigantesca V di 11 chilometri con i colori della bandiera indipendentista catalana: due strade stracolme, la Gran Via e la Diagonal che convergono in piazza de las Glorias, 200 mila metri quadri.
    Pigiati, sorridenti, ordinati e (soprattutto) pacifici i catalani si sono sistemati in file parallele di 4-5 persone ciascuna. Almeno la metà si era iscritta via Internet, ricevendo dal software l’indicazione di dove piazzarsi e il colore della maglietta da indossare. Rossi con i rossi, gialli con i gialli, sommando migliaia e migliaia di magliette a tratti sono spuntate dalla folla le strisce della senyera , la bandiera indipendentista.
    Un capolavoro di regia delle masse con l’aggiunta di potenti dosi di marketing online, moderno merchandising, tradizionale senso degli affari e antichissima utopia politica. Assieme all’iscrizione, infatti, si poteva acquistare online la maglietta della Diada (15 euro l’una per un incasso di 8 milioni di euro) o chiedere il passaggio su uno dei 1.500 autobus che sono calati su Barcellona.
    Una volta in città, a migliaia hanno aspettato l’ora della manifestazione mangiando sui viali art nouveau nei ristoranti «simpatizzanti» che esponevano i «menù della Diada» a prezzi non tanto di favore, ma chi sfoggiava il volantino giallo della V aveva versato un contributo all’organizzazione. Tutto curato nei dettagli. L’idea della V, ad esempio, valeva sia per «voto», sia per «vittoria». Oppure i giochi sui numeri. Ieri era l’11-9, trecentesimo anniversario del passaggio di Barcellona ai Borbone.
    Il referendum è convocato, invertendo i numeri, per il 9 novembre, il 9-11 appunto. La caduta di Barcellona avvenne nel 1714 e l’ora culmine della manifestazione è stata le 17 e 14. Il movimento indipendentista è senz’altro popolare, ma di certo non improvvisato. Sono anni che menti creative lavorano a tempo pieno per seminare l’idea. «Riempiamo le strade, per riempire le urne» era uno degli slogan.
    Oppure «Ara ès l’hora», adesso è il momento. I favorevoli allo status quo dell’unità spagnola hanno organizzato a Tarragona una minuscola contro manifestazione. Per loro, l’indipendenza è un irresponsabile avventurismo. Secondo i partecipanti alla grande V, invece, un legittimo sogno di libertà nazionale. Il Parlamento regionale catalano ha fissato il referendum sapendo che Madrid non darà il visto legale alla consulta.
    Il governatore Artur Mas pensa di reagire convocando elezioni anticipate da considerare come un plebiscito mentre il suo alleato più radicale, Oriol Junqueras, pensa alla disobbedienza civile in stile Martin Luther King per votare comunque sì o no al divorzio da Madrid. Un dato resta: da tre anni almeno un catalano su sette scende in piazza l’11 settembre chiedendo l’indipendenza. È come se in Italia manifestassero 10 milioni di persone. Si può ignorarle? Il nuovo Stato catalano sarebbe veleno puro per Madrid, mutilata di un quinto del Pil. «La fine della Spagna», secondo il ministro di Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón.
    I bambini catalani e castigliani che si sono incrociati nelle colonie estive sul Mediterraneo litigavano non solo per il Barça di Messi e il Real Madrid di Ronaldo, ma ripetendo ciò che sentono in casa: «Catalano egoista», «spagnolo fascista». Il fossato tra la gente si allarga. Le armi si affilano. Prima o poi qualcuno sarà tentato di usarle.



    Catalogna, via libera al voto per l’indipendenza dalla Spagna
    Davide Mazzocco
    Grazie a un escamotage normativo, la Generalitat catalana è riuscita ad aggirare l’articolo della Costituzione spagnola che vieta. Il voto è previsto per il prossimo 9 novembre
    Il Parlamento regionale catalano ha approvato ieri il referendum che il prossimo 9 novembre chiamerà i cittadini della Generalitat catalana a esprimersi riguardo all’indipendenza dalla Spagna. Il governatore regionale Artur Mas aveva dichiarato che la battaglia per l’indipendenza sarebbe proseguita e che, nonostante la sconfitta del fronte separatista in Scozia, l’esempio di Edimburgo ha dimostrato come un Paese dell’Ue possa "accettare di tenere un referendum".
    Madrid non ha tardato a replicare alle notizie provenienti da Barcellona: il governo spagnolo ha fatto sapere di ritenere illegittima la consultazione in Catalogna e di voler preparare un ricorso alla Corte Costituzionale. Lo scorso aprile il parlamento espresso aveva detto no al referendum per l’indipendenza della Catalogna con 299 voti contro 47 sì e un solo astenuto. Il dibattito alla Camera era durato sette ore e, alla fine della votazione, il primo ministro Mariano Rajoy aveva sottolineato l’inapplicabilità costituzionale di quanto richiesto dai catalani.
    Formalmente Mas ha optato per una “consultazione non referendaria” aggirando così l’articolo 149 della Costituzione spagnola che riserva allo Stato la competenza esclusiva per convocare “consultazioni popolari per via di referendum”. La legge istituisce un registro di partecipazione alle consultazioni popolari non referendarie che verrà gestito dall’Istituto di Statistica della Catalogna.
    La legge, approvata dopo un anno di lavoro, prevede che possano votare i maggiori di 16 anni residenti nella regione oppure i residenti all’estero iscritti al registro creato dalla Generalitat.
    Referendum indipendenza Catalogna | Si vota il 9 novembre

    La nazione, la rivincita del sentimento
    Leonardo Varasano
    “Dire senso di nazionalità - scriveva Federico Chabod negli anni Quaranta -, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro tendenze generalizzatrici ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo”. Riconoscersi in un’identità nazionale significa dunque, secondo l’illustre storico aostano, celebrare il diritto della passione “contro le tendenze a livellare tutto”; esaltare l’ammirevole eroismo dell’uomo “che spezza le catene del vivere comune”; fare trionfare “ciò che v’è di più particolare e differenziato da uomo a uomo”.
    Oggi come allora, nonostante lo sviluppo di grandi organizzazioni internazionali e di influenti unità economiche transnazionali, l’idea di nazione - un crogiolo di fantasia e sentimento, di speranze e tradizioni - resta, per dirla ancora con Chabod, la risposta più significativa e frequente alle “propensioni cosmopolitiche e universalizzanti, tendenti a dettare leggi lontane e astratte”.
    Piaccia o meno, molti popoli continuano a vivere un senso di singolarità fortissimo: chi, come il sociologo tedesco Ulrich Beck, prevedeva il trionfo totale della globalizzazione attraverso un “enorme balzo in avanti” dal sistema nazionale a quello cosmopolita, è costretto a fare i conti con una realtà ben diversa. Lungi dal morire, l’idea di nazione - l’inclinazione all’affermazione della individualità storica - vive e prospera.
    Ne è prova anche il recente referendum sull’indipendenza della Scozia: il Regno Unito è sopravvissuto, Edimburgo e Glasgow resteranno legate a Londra nel solco di una convivenza che dura dal 1707, ma “il trend storico che ha portato a questa consultazione appare egualmente inarrestabile” e la corsa dei popoli ad essere se stessi - come ha scritto Alessandro Campi in un’acuta riflessione apparsa sul Giornale dell’Umbria del 20 settembre - continua. Anzi, sembra acquistare di giorno in giorno nuova linfa.
    A nord e a sud, a est e a ovest del Vallo di Adriano persistono infatti pervicaci nazionalismi. La tensione verso l’autodeterminazione di molti movimenti separatisti - dalla Catalogna ai Paesi Baschi, dall’Ucraina alla Corsica - resta intatta. I movimenti antieuropei serpeggiano per gran parte del Vecchio continente. Dalla Russia alla Serbia, dall’Ungheria alla Francia, passando per la Croazia, permangono identità nazionali forti (ben più forti di quella scozzese). Sentirsi legati ad una storia nazionale viva e vitale - fatta di antichi vincoli di fedeltà, di lotte e sacrifici, di guerre ed eroismi, di cadute e di riprese -, sentirsi componenti di un “noi” diverso dagli “altri”, offre ancora, in gran parte del mondo, un senso di fiera appartenenza. L’idea di nazione resta dunque un’idea forte e popolare, romantica e passionale, spesso ancora percepita come l’unica - secondo quanto scriveva il filosofo e storico delle religioni Ernest Renan nel 1882 - in grado di scongiurare il pericolo di finire sudditi di “una sola legge e un solo padrone”.
    L’orgoglio di una qualsivoglia specificità culturale prevale ancora, nettamente, su identità deboli o debolissime come quelle sovranazionali, non di rado viste con antipatia e sospetto: in Europa, chi soffre sotto i colpi della recessione finisce spesso per avvertire come un sopruso il fatto che decisioni destinate ad incidere sul proprio tenore di vita vengano assunte dall’algida e grigia tecnocrazia di Bruxelles.
    “Nel migliore dei mondi possibili”, ha scritto giorni fa Antonio Armellini sul Corriere della Sera, “sarebbe ipotizzabile uno sviluppo del processo di integrazione europea in cui gli Stati-nazione cedessero progressivamente il passo per elidersi in uno Stato-koiné europeo, di cui le diverse identità nazionali sub-statuali sarebbero chiamate a fornire il tessuto connettivo e le legittimità democratica”. Il principio dell’individualità storica, il principio del particolare e del singolo di cui parlava Chabod, muove ancora passioni forti e profonde. Gelosamente custodite e dure a morire.
    Verso un?Europa delle Regioni - La Nazione - Quotidiano di Firenze con le ultime notizie della Toscana e dell?Umbria

  5. #5
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    La Catalogna sfida Madrid: si al referendum il 9 novembre
    Il presidente della Catalogna Artur Mas ha firmato il decreto per indire un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.
    Dopo l'annuncio di ieri, il presidente della regione autonoma Artur Mas, questa mattina - alla presenza dei rappresentanti del Parlamento della Catalogna e dei partiti politici che appoggiano il voto - ha firmato il decreto che fissa il referendum per l'indipendenza dalla Spagna per il 9 novembre. Il quesito su cui saranno chiamati ad esprimersi i cittadini della Catalogna è articolato in due domande: 'Volete che la Cata*lo*gna sia uno stato?' e 'Se sì, volete che sia indipendente?'.
    Una vera e propria sfida al Governo di Mariano Rajoy che ha già annunciato una riunione d'emergenza per lunedì con l'obiettivo di presentare appello alla Corte Costituzionale. La legge catalana, utilizzando la parola 'consultazione', avrebbe aggirato la Costituzione spagnola. Il ricorso ad ogni modo sospenderebbe automaticamente la convocazione alle urne.
    Se la Corte dovesse bocciare la consultazione, il governo di Barcellona dovrà decidere se proseguire comunque con il referendum, innescando però uno scontro istituzionale con i massimi organi dello Stato. La Catalogna, una delle regione più ricche della Spagna, da anni cerca di ottenere l'indipendenza dallo stato centrale e l'esperienza scozzese ha sicuramente galvanizzato gli animi più indipendentisti.
    La Catalogna sfida Madrid: si al referendum il 9 novembre - Rai News



    Catalogna verso indipendenza anticostituzionale
    Il primo ministro catalano, Artur Mas, sabato mattina ha firmato il decreto di convocazione del 9 novembre per attivare la procedura di indipendenza dalla Spagna.
    Un voto che secondo il governo centrale viola la costituzione spagnola e che ha promesso di bloccare.
    Madrid si riunirà lunedi in una convocazione speciale per formalizzare la contestazione al voto alla Corte costituzionale.
    Artur Mas, presidente del governo della Catalogna: “Vogliamo votare, vogliamo decidere e oggi ne abbiamo l’occasione. Ho intenzione di approfittare di questo momento per parlare a tutti gli spagnoli; i legami che ci legano al popolo di spagna sono intensi e profondi. Abbiamo una grande storia in comune, una storia che continuerà con la volontaà di costruire insieme l’Europa del XXI secolo”.
    Fuori la sede del governo catalano, alcune centinaia di persone, hanno celebrato l’atto istituzionale al grido di “indipendenza” e accolto la decisione con soddisfazione.
    L’indipendentismo, da sempre molto diffuso in Catalogna, terra con una forte identità storica, culturale e linguistica, è aumentato del 10-15% negli ultimi tre anni.
    Oggi, circa il 75% dei 7,5 milioni di catalani è pro indipendenza. L’aumento del sentimento separatista è dovuto anche, in parte, alla crisi economica.
    Catalogna verso indipendenza anticostituzionale | euronews, mondo




  6. #6
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    Il governo di Madrid vuole bloccare tutto perché al referendum non potrebbe votare tutta la Spagna.
    È come se per andarsene da un condominio un condomino dovesse aspettare il voto favorevole di tutti i condomini...

  7. #7
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #8
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    Qui al massimo mandano avanti gli avvocati.
    sklöpp & kanù

  9. #9
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    penso che i Catalani non si faranno intimidire ... mica sono ciula come i Padani

  10. #10
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    Predefinito Re: Catalogna libera!

    Citazione Originariamente Scritto da lanzichenecco Visualizza Messaggio
    Il governo di Madrid vuole bloccare tutto perché al referendum non potrebbe votare tutta la Spagna.
    È come se per andarsene da un condominio un condomino dovesse aspettare il voto favorevole di tutti i condomini...
    C'è un esempio che si attaglia ancora meglio alla situazione itagliana(dal punto di vista istituzionale-parlamentare).
    Tre uomini vanno in barca, uno rema, gli altri due guardano il panorama...Dopo alcune ore il primo dice: "Adesso dovrebbe remare qualcun altro!". Gli altri due rispondono: "Siamo in democrazia, votiamo!". Per due voti contro uno, si decide democraticamente che il primo deve continuare a remare da solo...

 

 
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