Non solo debito pubblico. In alcuni Paesi euro il debito privato è oltre il 300% del Pil
di Vito Lops
L'Italia, terza economia dell'Eurozona, ha un debito pubblico che ha superato quota 2mila miliardi. Per l'esattezza siamo a 2.063 miliardi. La Francia, seconda economia dell'Eurozona, ha un debito pubblico di 2mila miliardi. E la Germania, prima sul podio, ha un debito pubblico di 2.147 miliardi di euro (dati Eurostat a fine 2013).
Il debito è una grandezza che a livello nominale tende a crescere perché bisogna aggiungere l'inflazione della moneta, salvo nei casi in cui c'è deflazione (come potrebbe essere per molti Paesi dell'Eurozona questo 2014). Tende a crescere anche quando un Paese chiude l'anno in deficit di bilancio. A buona parte dei deficit contribuiscono gli interessi passivi che si pagano sul debito. L'Italia è un esempio in questo caso. Da otto anni consecutivi chiude con un saldo primario positivo (quindi ricava da tasse e altri introiti più di quanto spende). Finisce in deficit nel momento in cui si aggiungono alla formula anche gli interessi passivi sul debito che, per quanto riguarda l'Italia, ammontano a circa 80-90 miliardi di euro l'anno, ben superiori rispetto a quanto pagano Germania e Francia nonostante la prima abbia un stock di debito più consistente di quello italiano. Basti pensare che dal 1980 l'Italia ha pagato in termini di interessi oltre 3mila miliardi, più di quanto oggi amnonta il debito stesso.
Ma il debito pubblico, analizzato come grandezza a se stante, ci dice poco (al di là del fatto che su esso maturano degli interessi). Innanzi tutto va detto che il debito pubblico è anche il credito di chi lo possiede: in Italia è per gran parte in mano a banche e assicurazioni, poi per un 10-15% in mano ai risparmiatori e per un 30-35% in mano a investitori esteri (per cui non è propriamente vero che un neonato italiano nasce con 35mila euro di debito da espiare).
E poi, per avere un confronto ponderato tra i vari Paesi viene utilizzato il parametro debito pubblico/Pil. Cioè si rapporta l'ammontare del debito al Pil, ovvero alla ricchezza prodotta in un Paese. Il Pil viene anche definito reddito degli attori di un Paese o somma della domanda aggregata tra questi: famiglie (consumi), imprese (investimenti), Stato (spesa pubblica), domanda estera (differenza tra esportazioni e importazioni).
Questo rapporto ci dice che l'Italia ha un quadro meno favorevole di Germania e Francia. In Germania il debito/Pil è del 78%, in Francia del 92% e in Italia del 132%. Nel 2007, prima che scoppiasse la crisi internazionale scatenata dal collasso delle banche americane ed europee (che avevano esagerato con prodotti derivati), il debito/Pil dell'Italia era del 103%, più basso del 113% relativo al 1999. In sette anni il rapporto debito/Pil dell'Italia è aumentato di circa 30 punti. Questo però è dovuto non tanto all'incremento del debito nominale, quanto piuttosto al collasso del denominatore, il Pil. In termini reali (depurato cioè per gli effetti dell'inflazione) il Pil dell'Italia ha perso il 9% dall'inizio della crisi. Una delle principali cause - sono in pochi ormai a dire il contrario - è stata la rigida politica di austerità adottata dalle autorità europee sulla base di calcoli previsionali errati sul moltiplicatore fiscale (si ipotizzava che una riduzione di 100 punti di debito corrispondesse a una riduzione di Pil di 50 punti, invece il moltiplicatore della disciplina fiscale è stato molto più ampio e ha causato nell'area euro una riduzione di Pil fino a 170 punti).
Oggi il dibattito su austerità e flessibilità prosegue ininterrotto. In Francia è costato le dimissioni al ministro dell'Economia Arnaud Montebourg secondo cui la riduzione forzata dei deficit «ci porta all'austerità e all'aumento continuo della disoccupazione» e ora «deve passare in secondo piano». Montebourg aveva esortato ad «alzare la voce. La Germania - dice - è intrappolata nella politica di austerità che ha imposto a tutta l'Europa. Quando dico Germania, voglio dire la destra tedesca che sostiene Angela Merkel. La Francia non sente di doversi allineare sugli assiomi ideologici della destra tedesca».
In Austria, invece, il ministro delle Finanze austriaco Michael Spindelegger si è dimesso per motivi opposti. Criticato dal proprio partito - i conservatori del Partito del Popolo Ovp - per l'incapacità di ridurre le tasse per far ripartire l'economia.
Due esempi, quello francese e austriaco, che dimostrano che il dibattito su quale strada intraprendere tra maggiore flessibilità e prosieguo dell'austerità, resta aperto. Un dibattito con posizioni profondamente discordanti. Ma non quelle della Germania, che non sembra avaer cambiato opinione. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha ribadito ieri: «Non ci sono cambiamenti di rotta perché la necessità di riforme strutturali e finanze solide restano la giusta lezione della recente crisi dei debiti. Abbiamo bisogno di riforme strutturali in Germania e in Europa per garantire che le nostre economie restino competitive».
Nella sua nuova difesa all'austerity Schäuble fa riferimento alla recente crisi dei debiti riferendosi a finanze (pubbliche) solide. Il riferimento implicito alla «lezione della recente crisi dei debiti» è che la colpa dell'attuale crisi dell'Eurozona sia dovuta principalmente agli alti livelli di indebitamento di alcuni Paesi. Ma questo è un altro punto su cui i pareri non sono unanimi.
Secondo il vicepresidente della Banca centrale europea, il portoghese Vitor Costantio, la crisi è attribuibile all'esplosione di una bolla del debito privato nell'area euro che solo successivamente, tramite i piani di salvataggio, è ricaduta sui debiti pubblici. In un discorso riportato sul sito della Bce che risale al maggio del 2013, Costantio afferma: «Per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori».
«In certi paesi il debito pubblico è decresciuto, e in qualcuno è diminuito sostanzialmente. Per esempio, tra il 1999 e il 2007, il debito pubblico spagnolo è passato dal 62,4% del Pil al 36,3% del Pil. In Irlanda, nello stesso periodo, è diminuito dal 47% al 25% del Pil. Per quanto a livelli relativamente alti, il debito pubblico è diminuito anche in Italia (dal 113% al 103,3% del Pil) ed è aumentato solo di poco in Grecia. Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi 7 anni dell'euro del 27%. L'aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti Paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d'altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. Nel corso di 4 anni, i livelli del debito pubblico sono aumentati di 5 volte in Irlanda e di 3 in Spagna. Da questa prospettiva, il rapido incremento dei livelli di debito pubblico deriva dal collasso delle entrate fiscali e dalle spese sociali, che sono aumentate durante la recessione quando sono stati attivati gli stabilizzatori automatici. Pericolose ripercussioni dal sistema bancario al debito sovrano, che sono emerse dopo l'inizio della crisi finanziaria, hanno ulteriormente indebolito i conti fiscali».
L'analisi è chiara: la causa della crisi è il debito privato e, tra le conseguenze, c'è anche l'aumento del debito pubblico. Ma oggi, quando il dibattito tra austerità e flessibilità prende come riferimento esclusivamente il tema del debito pubblico, a che punto è quel debito privato che avrebbe originato quella crisi da cui alcuni Paesi (tra cui l'Italia) non sono ancora usciti?
I dati Eurostat ci dicono che nella maggior parte dei Paesi la quota di debito privato in rapporto al Pil sta aumentando. La Grecia è passata dal 118% pre-crisi al 129%, la Francia dal 126% al 140%. Cipro è arrivato addirittura al 300%, soglia condivisa con l'Irlanda (306%). Senza dimenticare che Olanda e Danimarca continuano a viaggiare abbondantemente sopra il 200%. Come il Portogallo. In Italia è cresciuto dal 118% al 126%, un dato "contenuto" e tutto sommato tra i migliori rispetto ai 28 Paesi dell'Unione europea (l'Italia è al 20esimo posto tra i più bassi debiti privati/Pil).
In sostanza questi numeri documentano che probabilmente il dibattito è troppo baricentrato sul debito pubblico e, ancora una volta, si rischia di ignorare il tema del debito privato che - come accaduto per l'ultima crisi e come dimostrano gli economisti Reinhart & Rogoff nel libro ricerca "Questa volta è diverso" - è risultato essere, insieme al debito estero, la PRINCIPALE causa delle crisi economiche e finanziarie dell'ultimo secolo.
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