Il Coordinamento Nazionale di Sinistra Anticapitalista nella sua riunione del 25 settembre ha discusso ed approvato un documento che sintetizza il quadro sociale e politico dello scontro di classe nel nostro paese, definendo alcune proposte politiche e l’impegno dell’organizzazione per una mobilitazione ampia, unitaria e generale nella battaglia di autunno che si è aperta.
Documento del Coordinamento nazionale di Sinistra Anticapitalista
Bellaria, 25 settembre 2014
Costruire percorsi unitari di lotta
Sommario
1. La dimensione della crisi sociale
2. Natura e scelte del governo Renzi
3. L’autunno come nuova fase dell’austerità
4. Il punto più basso del sindacato
5. La crisi permanente della sinistra, le contraddizioni del grillismo
6. La dialettica tra ricomposizione politica e ricomposizione sociale e la proposta di Sinistra Anticapitalista
7. La battaglia dell’autunno per una mobilitazione generale
8. La nostra azione sul piano internazionale
9. Sinistra Anticapitalista
1. La dimensione della crisi sociale
A sette anni dall’inizio della grande crisi il quadro socio economico del paese risulta fortemente alterato, dominato da una crisi sociale senza precedenti e dalla persistenza dalla crisi economica; quest’ultima si combina con le scelte padronali che producono continui processi di ristrutturazione e distruggono migliaia di posti di lavoro.
I processi di smantellamento di fabbriche ed aziende, le delocalizzazioni, le ristrutturazioni non risparmiano nessun settore industriale e produttivo e si esprimono nelle centinaia e centinaia di vertenze che anche in questo periodo sono state poste all’attenzione del Ministero del lavoro.
L’Italia, fino ad oggi, non è un paese della periferia dell’Europa, anzi, è uno dei principali paesi manufatturieri, ma la dimensione della crisi, a cui si è aggiunto negli ultimi mesi il rallentamento della Germania, il principale paese dell’esportazione italiana, incide sempre più sulla struttura produttiva e sulla tenuta nei vari settori. Le vicende e le scelte aziendali anche di grandi gruppi, dall’Ilva all’Electrolux, dalla Fiat all’Alitalia, sono elementi emblematici della gravità della situazione.
1. Pertanto la fotografia, che l’Istat produce impietosamente, non lascia spazio ad alcuna ambiguità sulla portata di quanto sta accadendo nella società:
● un milione e 600 posti di lavoro persi durante questa recessione interminabile;
● 3 milioni di disoccupati ufficiali (con un tasso di disoccupazione vicino al 13%, oltre il 40% per i giovani), altri tre milioni che hanno rinunciato a cercare il posto di lavoro, una dimensione della povertà che supera i 6 milioni di indigenti, ma che sale ad oltre 10 milioni se si tiene conto dei poveri relativi;
● mediamente mezzo milione di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione;
● la dominanza delle forme precarie di contratto nella stragrande maggioranza delle nuove assunzioni.
Questi elementi, combinati con la destrutturazione dei contratti nazionali di lavoro, hanno determinato una drammatica riduzione dei redditi di lavoro, una redistribuzione della ricchezza sempre più diseguale, una pressione sempre più forte sulla forza lavoro che subisce ormai ogni forma di ricatto e di aumento dello sfruttamento.
A questo vanno aggiunte, naturalmente, la controriforma pensionistica con tutti i suoi devastanti effetti, compresa la creazione di una nuova categoria di disperati, gli esodati, la drastica riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (sanità, scuola, ecc.) e complessivamente della spesa pubblica, sia nella sua forma diretta delle attività e dei servizi dello stato, sia in quella gestita dagli enti locali, che hanno subito una sanguinosa riduzione dei trasferimenti dello stato.
Tutti questi elementi naturalmente hanno valori assai superiori per quanto riguarda le popolazioni del Sud ed incidono in modo ancor più drammatico sulla componente femminile della classe lavoratrice e della popolazione, mettendo in luce quanto sia ipocrita e falsa tutta la propaganda sui processi di eguaglianza tra i sessi e di attenzione alle condizione e ai diritti delle donne.
In nome del pagamento del debito pubblico e della necessità di fare sacrifici per pagarne gli interessi, una gigantesca macchina idrovora è stata messa in piedi che drena risorse senza fine dalla classe lavoratrice e dalle strutture del welfare per trasferirle alla ricchezza privata, sia essa di origine manifatturiera, che quella direttamente finanziaria, fortemente dominante in questo periodo di grande crisi complessiva del capitalismo.
2. Tutto questo è avvenuto senza che ci fosse una risposta o anche solo un movimento di insieme della classe e dei movimenti sociali per contrastare le politiche liberiste antipopolari, condotte da tutti i governi che si sono succeduti in questo periodo, in stretto connubio con le istituzioni e le borghesie europee che le hanno costruite a loro misura.
Le resistenze ci sono state, ma sono state in genere localizzate, azienda per azienda di fronte al precipitare della situazione occupazionale o a specifiche operazioni di smantellamento o delocalizzazione, oppure di fronte a forme particolarmente dure e violente di sfruttamento, oppure ancora, sul piano sociale, a riduzione drastiche di servizi, a difesa delle condizioni ambientali e del territorio di fronte alle follie speculative e distruttive delle lobby del cemento e dell’asfalto in connubio con le istituzioni e i governi nazionali e locali.
Solo in pochi casi ed in alcune aziende, tra cui va segnalato il settore della logistica, in cui è forte una componente di lavoratori immigrati e giovani, ci sono state lotte rivendicative di attacco per ottenere migliore condizioni di salario e di lavoro, lotte vincenti, anche perché condotte con una forte determinazione e con strumenti di mobilitazione efficaci che hanno colpito le esigenze di produzione delle direzioni e le hanno obbligate a più miti consigli e a fare concessioni anche significative.
Nel complesso le mobilitazioni che ci sono state non hanno potuto rovesciare la dinamica complessiva dei rapporti di forza; anche i parziali risultati ottenuti con la resistenza restano il più delle volte precari, sottoposti prima o poi ai nuovi assalti dell’avversario di classe, che si sente sempre più rafforzato dai successi ottenuti negli ultimi anni, a partire naturalmente dall’affondo operato da Marchionne alla Fiat che ha stravolto la contrattazione del lavoro e dal progressivo smantellamento dei diritti e delle tutele che ha guidato l’azione dei vari ministri del lavoro, da Sacconi a Fornero, fino all’indecente Poletti.
Per altro i forti movimenti sociali, che pure sono presenti nel paese, da quelli ambientalisti, a quello sociale per la casa, se da una parte rappresentano la mobilitazione di ampi settori sociali, di per se stessi, non potendo incidere direttamente sui luoghi di lavoro e della produzione, non hanno potuto modificare le dinamiche fondamentali della situazione politica e i rapporti di forza. Alcuni di questi movimenti locali sono a loro volta indeboliti da gruppi dirigenti, sempre troppo attenti a cercare un riferimento di sostegno nelle istituzioni, cioè in quel PD che è invece al centro del governo degli affari della borghesia, e che hanno una forte incapacità ad assumere la dimensione generale delle scelte del capitale.
3. Là dove si sono determinate situazioni in cui l’esplodere della lotta poteva comportare gravi intoppi all’incedere delle scelte borghesi, si pensi alla vicenda Alitalia, ma anche solo allo sciopero in gran parte simbolico alla ex Bertone oggi Maserati, o alle mobilitazioni in alcuni settori pubblici, la reazione padronale e degli uomini del governo è stata di grande violenza; in essa si è espresso tutto l’odio di classe verso i proletari, in una prospettiva che punta chiaramente a un’ulteriore riduzione del diritto di sciopero, già oggi fortemente limitato nel settore pubblico.
Di fronte al più grande movimento di massa e popolare che è presente nel paese, quello della lotta della Valle di Susa contro la TAV, con un impatto parziale, ma reale sulla vita sociale e politica nazionale, non solo si sono utilizzati tutti gli strumenti mediatici di denigrazione possibili, ma si è passati direttamente alla repressione del movimento tramite le cosiddette forze dell’ordine e di una magistratura particolarmente solerte che non lascia dubbi sulla sua appartenenza di classe e sulle sue relazioni con il blocco sociale dominante che caratterizza la Regione Piemonte.
4. In questo contesto, reso possibile dalla complicità e dall’inattività delle grandi organizzazioni sindacali, in vasti strati della popolazione e nella classe lavoratrice non poteva non affermarsi una dinamica di frammentazione e di demoralizzazione, un ripiegamento sull’individualismo, sul si salvi chi può, combinato al venir meno di una speranza di cambiamento collettivo, congiunto alla rabbia e al rancore, abilmente guidato dai media solo contro la “casta politica”.
Ma era proprio questo anche uno degli obbiettivi dell’azione della classe borghese: “convincere” che non si può fermare la macchina schiacciasassi che avanza, che bisogna rassegnarsi, cioè l’interiorizzazione della sconfitta subita e l’esprimersi di una speranza incerta di cambiamento solo nell’affidamento o nella ricerca dell’uomo salvifico che dovrebbe, come il vecchio monarca, risolvere i “problemi della gente”.
Questa non è altro che l’espressione ideologica nella coscienza di larghi settori di massa della sconfitta subita. E questo spiega sia la rapida ascesa di Grillo e del suo movimento, ma anche la rapida ascesa del giovane Renzi.
5. Tuttavia proprio le resistenze che si sono manifestate e si manifestano e la presenza di settori sociali che pure in modo parziale contestano le scelte politiche dell’austerità, che si interrogano sul futuro, indica una situazione di società non normalizzata; queste dinamiche e queste soggettività sociali, insieme alle possibili espressioni di ribellione che le contraddizioni capitalistiche lasciano del tutto aperte, indicano lo spazio politico di lavoro su cui una forza rivoluzionaria anticapitalista può e deve lavorare.
Le difficoltà sono enormi ed ogni giorno ci si scontra con avversari straordinariamente più grandi e che dispongono di formidabili risorse materiali, culturali e ideologiche, (soprattutto hanno anche una forte coscienza di sé, della loro classe e dei loro interessi di fronte a una classe operaia che ha perso la coscienza “per sé”) ma che sono pur sempre sottoposte alle contraddizioni del loro sistema e ai suoi movimenti tellurici. Vale la pena di sfruttare gli spazi presenti e di lavorare per essere nelle migliori condizioni sia per favorire lo sviluppo dei movimenti che per operare al meglio al loro interno quando si produrranno.
2. Natura e scelte del governo Renzi
Il governo Renzi è in piena continuità politica con i governi che lo hanno preceduto ed ha scalzato il governo Letta proprio per permettere alla classe dominante di avere uno strumento meno logoro e più efficace per continuare le politiche dell’austerità e soprattutto per poterle gestire dal punto di vista sociale e del consenso.
1. L’operazione che Renzi ha costruito insieme agli esponenti della borghesia e dei suoi media è stata quello di presentarsi esattamente all’opposto di quel che è, cioè come una rottura della continuità dei governi precedenti di unità nazionale o delle larghe intese, cioè bipartisan; l’uomo nuovo che crea nuove speranze, che realizza la rottamazione del vecchio e che quindi deve apparire come capace di assicurare quel cambiamento a cui aspirano ampi settori di massa dopo anni di sopportazione del peso delle politiche di austerità.
In realtà siamo sempre dentro la convergenza delle forze sia del cosiddetto centro destra, che del centro sinistra, non solo perché NCD e SC sono nel governo, ma soprattutto perché Renzi è con Berlusconi che ha sancito un oscuro patto di ferro che va sotto il nome del Patto del Nazareno, che ancora probabilmente non ha rilasciato tutto i suoi veleni. L’operazione è quella classica gattopardesca del “cambiare, apparentemente tutto, perché nulla cambi”; peraltro la sua ascesa è stata possibile solo con una alleanza molto forte coi settori sociali ed economici, nonché gli apparati dello stato che veramente contano.
Finora ha gestito con una certa abilità e successo una propaganda demagogica contro burocrati, politici e sindacati, facendo molte promesse o anche verniciando come nuovi provvedimenti in realtà già realizzati da precedenti governi (vedasi per esempio la promessa stabilizzazione di un certo numero di insegnati precari, dopo che per altro negli ultimi anni il corpo insegnante si è già ridotto di oltre 100.000 unità).
2. In realtà ogni proposta o promessa di migliorare la condizione di qualcuno non è altro che il classico zuccherino con cui si prova a mascherare la scelta liberista di fondo che è alla base della sua azione. Questo è stato il significato degli 80 euro unito all’ulteriore precarizzazione del lavoro e al Job Act. Così è anche quello che si intende fare nella scuola, dove decisivo, dal suo punto di vista, è riuscire ad operare una divisione del personale, per ridurre gli stipendi e fare un passo avanti nella sua privatizzazione. Le risorse vengono prese sempre nello stesso sacco, quello del lavoro dipendente e del welfare, penalizzando alcuni settori e dando qualche piccola mancia ad altri, con una risultante complessivamente peggiorativa per i lavoratori nella distribuzione del reddito.
Così in particolare si intende fare con la gigantesca operazione della spending review che se portata a termine distruggerà letteralmente quel che resta del welfare e dell’intervento pubblico sociale e dei servizi; nella stessa direzione vanno i progetti di nuove accelerate privatizzazioni di settori industriali strategici finora pubblici ed anche assai redditizi, così anche i regali costanti che vengono fatti al padronato che, la stampa quasi omette dalla sua informazione. Siamo di fronte un padronato sempre più avido, che insorge contro una spesa pubblica accusata di essere insopportabile e al di sopra delle possibilità del paese, ma che, a questo stesso stato chiede sempre più prebende e risorse.
3. E non va dimenticato come il governo, con la protervia di sempre, continui a sviluppare le grandi opere di cementificazione, come la TAV in Val Susa, come l’Expo di Milano, come il Mose di Venezia (solo per citarne alcune), nonostante le devastazioni ambientali e sociali, le astronomiche spese e le deformazioni speculative che queste comportano, nonostante le proteste diffuse e, persino, nonostante sia acclarato dalle numerose indagini giudiziarie come tali opere siano sede di vergognose operazioni di corruzione politica.
4. Per fare tutto questo serve la controriforma costituzionale per due ragioni: da una parte spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo terreno per mostrare quanto rapidamente e bene sappia fare il giovin signore di Firenze e come si sia intrapresa veramente una nuova strada; dall’altra perché la classe dominante ha bisogno di una involuzione autoritaria delle istituzioni e di una mortificazione della democrazia perché questa sono funzionali a poter gestire con meno intoppi sociali le politiche dell’austerità. Siamo di fronte non a qualche correzione di rilievo della Costituzione, ma a una riscrittura sostanziale del testo che ne modifica completamente il quadro democratico, riducendo fortemente la stessa espressione della sovranità popolare nella sua correlazione con la nuova legge elettorale già approvata dalla Camera, complicando anche la possibilità di espressione diretta della volontà popolare tramite gli istituti di legge popolare e di referendum.
E questa involuzione antidemocratica non è altro che una trasposizione nazionale di quelle che sono le strutture istituzionali europee, che non a caso sono costruite il più lontano possibile dai cittadini e dal loro controllo e soprattutto sono costruite sul totale dominio degli esecutivi e sul potere “esterno” delle forze borghesi finanziarie, cioè sulla Troika.
5. Ma se Renzi aveva puntato da una parte su una parziale ripresa economica e dall’altra sul fatto che la commissione europea, se pure sottovoce e con qualche riserva, avrebbe dovuto dargli il permesso di non intervenire con una manovra correttiva sul bilancio di quest’anno, la situazione economica e le dure leggi liberiste del fiscal compact e i famigerati vincoli di bilancio europei sorvegliati dalla Commissione europea, lo stanno mettendo con le spalle al muro.
Si tratta infatti di varare la legge di stabilità per il 2015, la vecchia legge finanziaria, e, a differenza di quel che ha voluto far credere, la flessibilità, cioè la possibilità di poter agire un poco di più sul deficit è ridotta nelle attuale condizioni quasi allo zero, come gli ricordano quotidianamente i garanti europei dell’austerità. E qui si parte da 20 miliardi come minimo.
Le slides televisive possono ingannare molti cittadini, ma non i tecnici della borghesia, le controriforme costituzionali non evitano, ma anzi sono funzionali a una nuova stagione di offensiva contro le classi popolari.
I margini di manovra del governo sono dunque assai stretti e si reggono in particolare sulle molteplici forme di subordinazione e collaborazione che caratterizzano, se pure in forme diverse, tutte le Confederazioni sindacali.
Né è escludibile che Renzi, per salvare se stesso e per gestire comunque la sua politica sia spinto alla crisi di governo e alle elezioni anticipate, per cercare un plebiscito vincente sulla sua persona ed in questo modo avere via libera nella gestione di una fase di politica dell’austerità.
3. L’autunno come nuova fase dell’austerità
E infatti l’autunno che si apre nelle intenzioni del padronato è la stagione in cui le politiche dell’austerità devono conoscere un nuovo salto in avanti con la cosiddette “riforme”. In realtà non di riforme si tratta, ma di una ulteriore discesa agli inferi verso il modello greco.
1. In ballo ci sono sostanzialmente alcuni elementi che non a caso hanno caratterizzato le politiche della Troika sia in Grecia che in Portogallo:
• In primo luogo la controriforma dello Statuto dei lavoratori, ovverosia la piena liberalizzazione dell’uso della forza lavoro; in questo periodo è stato proprio Draghi a chiedere a gran voce la piena flessibilizzazione del lavoro richiamando tutte le esperienze più significative che si sono prodotte in Europa, dalla Germania alla Spagna, passando per l’Irlanda, come strumento decisivo per “la ripresa”. Sulle questioni del lavoro esiste uno scarto tra i diritti del lavoro che ancora sussistono, frutto del secondo dopoguerra e per quanto riguarda l’Italia, soprattutto dell’aborrita stagione degli anni 70, e i rapporti di forza profondamente modificati a vantaggio del capitale per le sconfitte della classe operaia. Per i padroni la “riforma” definitiva del mercato del lavoro è trasferire pienamente sul piano giuridico, la realtà attuale dei rapporti di forza sui luoghi di lavoro, avere il pieno comando sulla forza lavoro, privata di tutela e diritti. Non è in gioco solo quel che resta dell’articolo 18, ma il tentativo di rendere il lavoro salariato una variabile dipendente assoluta dell’impresa: nella scelta della modalità dell’assunzione, nella discrezionalità dello sfruttamento nell’azienda, nel diritto di liberarsi dei lavoratori scomodi; siamo di fronte a una ulteriore modifica radicale della condizione di vita e di lavoro della classe lavoratrice.
• Un drastica riduzione della spesa pubblica che significa quindi anche il licenziamento di una parte cospicua di coloro lavorano alle dipendenze dirette o indirette dello stato e la privatizzazione di tutta una serie di servizi.
• Una riduzione generalizzata del salari, già in corso, ma che dovrebbe raggiungere almeno l’obiettivo di una riduzione media del 20%. Quanto è avvenuto al Comune di Roma ed anche altrove, con la cancellazione delle retribuzioni integrative, il perpetuarsi del blocco contrattuale per le lavoratrici e i lavoratori pubblici e così anche il progetto della “buona scuola” indicano che la strada è stata intrapresa.
• Lo smantellamento di quella scuola democratica, di massa e, relativamente, di qualità che le lotte degli anni sessanta e settanta del novecento avevano imposto, con la sempre più evidente pratica dell’obiettivo di fare spazio alla scuola privata (e, prevalentemente, confessionale) per i figli delle classi più abbienti, lasciando alla scuola pubblica (peraltro sempre meno gratuita) il ruolo di sorveglianza e contenimento sui figli delle classi popolari e delle periferie.
• Inevitabile che questo percorso finisca con il mettere in discussione anche i livelli delle prestazioni pensionistiche, e non certo solo quelle alte, ma anche quelle ben più basse intervenendo su una platea di milioni di persone per poter far realmente cassa.
• La controriforma dello Statuto dei lavoratori, ovverosia la piena liberalizzazione dell’uso della forza lavoro, cioè la libertà di licenziamento senza più particolari restrizioni. In questo periodo è stato proprio Draghi a chiedere a gran voce la piena flessibilizzazione del lavoro richiamando tutte le esperienze più significative che si sono prodotte in Europa, dalla Germania alla Spagna, passando per l’Irlanda, come strumento decisivo per “la ripresa”.
• La cancellazione delle norme a tutela della salute delle lavoratrici e dei lavoratori e della difesa dell’ambiente sull’altare della competitività.
• Nuove forme di regali fiscali per i padroni, a cui dovrebbe anche corrispondere la riduzione di quelle agevolazioni fiscali (detrazioni, deduzione) che finora hanno reso più sopportabile un sistema di tassazione ormai costruito su una pressione fiscale altissima sui lavoratori dipendenti.
• La svendita ai privati del patrimonio pubblico.
2. La persistenza della crisi economica, per altro alimentata dalle politiche fin qui condotte, nonché il ricatto del debito sarà usato fino in fondo, per giustificare e per far accettare obtorto collo, queste vergognose nuove misure che riportano la società all’ottocento.
Uno degli obbiettivi della borghesia è proprio di far interiorizzare nella popolazione questa situazione come fatto oggettivo, necessario, che per una fase la società ha vissuto sopra le sue possibilità e che oggi si deve tornare all’antico, e che in questo “antico” c’è anche l’accettazione di una società in cui la classi sono date, che è normale ed anche giusto che ci siano le disparità sociali, i ricchi e i poveri, i salvati meritevoli per censo e cultura e i condannati allo sfruttamento e alla vita grama.
Si sbagliano profondamente quelli che pensano che queste miserabili scelte del padronato siano congiunturali ed irrazionali, in quanto creano una crisi avviluppata su se stessa e profonde ingiustizie sociali. Si sbagliano coloro che pensano che “la nottata possa passare”, che una buona proposta di carattere keynesiano, possa infine convincere i potenti e far tornare il treno sulle sue rotaie.
Gli strumenti portanti delle politiche liberiste dell’austerità sono più che mai in piedi e ben strutturati: dagli stretti vincoli di bilancio previsti dai vari trattati fino al Fiscal Compact, dalle norme del six pack a quelle del two pack, per arrivare alle scelte della BCE e alla complessiva gestione che a tutto questo assicura la Troika (Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea). La composizione della Commissione, di recente nomina, ne è solo un’ulteriore conferma.
La discussione molto avanzata sul nuovo Trattato transatlantico con la totale liberalizzazione dei mercati a vantaggio delle multinazionali che potranno prendere il sopravvento sulle stesse decisioni dei governi e sulle legislazioni degli stati nazionali, esprime fino in fondo “l’esprit fou” del capitale e lo spirito animale vorace del capitalismo attuale.
3. Sono scelte generali di tutta la borghesia europea, riflettute e costruite negli anni che anzi usa la crisi per portarle e generalizzarle fino in fondo; e non riguardano soltanto i cosiddetti paesi della periferia, anche perché l’Italia non è un paese della periferia ed ancora meno lo è la Francia, in cui il nuovo governo uscito dalla crisi del PS inizia proprio ora il suo percorso ultraliberista.
Siamo di fronte a una lucida scelta della borghesia che ha non solo carattere strategico, ma una vera drammatica dimensione storica; porre fine a un modello di società, quello europeo, in cui la classe dominante aveva dovuto fare una serie di concessioni alla classe lavoratrice e accettare un certo livello di vita democratico e sociale; un’intera epoca deve finire. È una scelta politica ideologica ed economica sospinta dalla concorrenza intercapitalista con gli altri soggetti del capitale sparsi per il mondo. Ma in questo modo si vuole chiudere fino in fondo con l’anomalia del novecento, con un periodo storico in cui una classe subalterna, la classe operaia in varie forme e in tempi diversi, con modalità e risultati diversi e anche con grandi sconfitte, ha però cercato di riprendere il mano il proprio destino, cioè di cacciare i padroni e di governare la società. Questa speranza deve essere spenta per sempre.
Per questo non sono bastati in alcuni paesi anche grandi mobilitazioni per interrompere queste politiche, per imporre una marcia indietro. In soccorso dei governi e della borghesia di quel paese sono intervenute le forze dominanti europee perché non si deviasse dal cammino, in Grecia come in Portogallo ed anche in Italia Il padronato non si ritrae di fronte a questa o quella mobilitazione, punta alla vittoria finale, utilizzando tutti gli strumenti politici a a sua disposizione: l’unità nazionale, ma anche la finta alternanza e domani forse anche governi più autoritari e repressivi, se necessario.
Le forze anticapitaliste devono essere consapevoli di questo nuovo periodo storico, consapevoli della straordinaria partita politica e sociale storica che si sta giocando.
4. Il punto più basso del sindacato
Le organizzazioni sindacali sono state costruite storicamente come strumento fondamentale di unità delle lavoratrici e dei lavoratori, di unità dei vari settori, per difendere le condizioni salariali, di lavoro e di vita, in altri termini per poter contrattare collettivamente e non individualmente la vendita della forza lavoro.
1. Le dinamiche degli ultimi decenni indicano il progressivo venir meno di questo ruolo e una subordinazione crescente dei grandi apparati alle politiche del capitale e dei governi; senza di essa le vittorie ottenute dal padronato sarebbero state forse non possibili e, comunque, molto più difficili e soprattutto la condizione materiale e di coscienza politica della classe sarebbe oggi diversa.
Le scelte politiche sindacali di Cisl e Uil sono state infine anche le scelte, se pur mascherate e sottoposte a diverse contraddizioni, data la sua storia e le sue presenze nella classe lavoratrice, della CGIL, che, dopo un periodo di “opposizione formale” ed inattiva, ha infine scelto di allinearsi attraverso gli accordi del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio del 2014; questi accordi esprimono la volontà delle burocrazie di essere non solo agenti passivi, ma anche attivi nel contrastare ogni forma efficace di lotta operaia, in cambio del mantenimento degli apparati.
Questa politica ha reso possibile e, comunque, più facile l’aggressione padronale alla classe lavoratrice, ma non ha neanche pagato nella difesa di un ruolo e di un reale potere negoziale degli apparati. Dopo anni di complicità e di subalternità, il governo Renzi esplicitamente ignora ogni relazione con le organizzazioni sindacali, arrivando perfino a schernirle.
Ruolo centrale e decisivo negli anni passati ha avuto ed ha ancora la FIOM, il più grande sindacato italiano di categoria; negli ultimi 20 anni ha cercato in varie occasioni di rompere il recinto, prima della concertazione, poi della passività e dell’immobilismo, rimanendo alla fine isolata e subendo alla Fiat una cocente sconfitta (per altro mai riconosciuta, come sarebbe stata necessario per poter ripartire), che ha modificato complessivamente i rapporti di forza e che ha spinto il suo gruppo dirigente a ricercare una strada tutta tattica di mediazione sia all’interno della CGIL, sia con il governo. Va da sé che questa scelta, se sviluppata appieno, sarebbe foriera di altri arretramenti e costituirebbe un ulteriore grave impedimento alla ricostruzione di un sindacalismo di classe nel nostro paese. Ma, proprio per il suo inserimento nella classe lavoratrice, il sindacato di Landini resta soggetto a ulteriori scosse e contraddizioni, impossibilitato ad un ruolo meramente passivo e quindi teatro di nuovi confronti e sottoposto, molto più di altri apparati, agli scossoni della lotta di classe che potranno prodursi.
Per altro i processi di ristrutturazione industriale proseguono e in questa categoria, più ancora che in altre, il sindacato è chiamato a permanenti iniziative ed anche lotte per cercare di limitare i danni di fronte agli attacchi occupazionali più devastanti. In queste occasioni si misura però anche come queste stesse organizzazioni possano avere una qualche credibilità ed essere punto di riferimento per i lavoratori che provano a difendersi.
E infatti l’attacco frontale di Renzi con il Jobs Act ha messo in luce le contraddizioni e le spinte contradditorie a cui sono sottoposti i gruppi dirigenti della CGIL e della FIOM nell’ambito delle rispettive scelte politiche e tattiche “obbligandoli” a individuare forme di mobilitazioni parziali (la manifestazione nazionale la CGIL, la manifestazione, ma anche lo sciopero la FIOM) per cercare di “intepretare” ed indirizzare la volontà di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori.
2. Il combinato disposto della dimensione dell’attacco capitalista, della frammentazione del lavoro e della mancanza di una risposta d’insieme del movimento sindacale ha indebolito alla radice la credibilità, la forza e il ruolo delle organizzazioni sindacali che, dopo i buoni servigi resi, vengono oggi attaccati dal governo come uno degli obsoleti pachidermi del passato.
Vasti settori di lavoratori non solo non vedono nei sindacati uno strumento in cui organizzarsi, ma anche solo come semplice strumento a cui rivolgersi nel momento del bisogno.
In particolare la mancanza di qualsiasi iniziativa seria per contrastare la disoccupazione e la mancanza di prospettive di lavoro e per farsi carico seriamente della precarietà attraverso concrete vertenze per la regolarizzazione del lavoro, ha determinato una profonda distanza tra larghi settori di lavoratori e di giovani e le grandi organizzazioni; queste sono viste giustamente come apparati preoccupati solo di loro stessi.
Ma in questo modo è la stessa credibilità della sindacalizzazione che è oggi messa in discussione; questo deve spingere le componenti di classe del sindacato a una particolare attenzione per individuare quali iniziative intraprendere per contrastare ed invertire queste dinamiche.
Alcune situazioni di lotta molto dura, che hanno coinvolto in particolare lavori migranti (la logistica), su cui hanno concentrato le forze alcuni sindacati di base, hanno indicato che risalire la strada della sindacalizzazione non è impossibile. Per altro la battaglia di opposizione, legata a proposte di mobilitazione e lotta, nei settori più “classici” della classe lavoratrice, ha anche la funzione di mantenere alcuni baluardi fondamentali della sindacalizzazione, strumento indispensabile per costruire una rappresentatività ed unità della classe sul piano sindacale ben più ampia.
Le organizzazioni sindacali di base, hanno espresso sul piano dei contenuti rivendicativi e nella denuncia dell’involuzione delle grandi organizzazioni, un ruolo importante di indicazione di percorso, ma hanno subito le difficoltà obbiettive della crisi, riuscendo a costruire conflitto solo in settori delimitati, ripiegando inevitabilmente molte volte solo sull’iniziativa generale simbolica e rendendo il percorso ancora più difficile, dietro le reciproche diffidenze ed anche concorrenze e non riuscendo mai a fare una organica scelta di unità permanente, che da sola non avrebbe certo risolto tutti i problemi, ma che non essendosi mai o quasi mai prodotta, li ha perfino moltiplicati per tutti e naturalmente anche per i lavoratori.
5. La crisi permanente della sinistra, le contraddizioni del grillismo
Quanto analizzato nelle parti precedenti permette di comprendere anche la crisi permanente e la frammentazione politica della sinistra, che non può essere addebitata solo al frutto dell’insipienza e del settarismo dei suoi gruppi dirigenti e militanti, che pure esiste e che gioca di certo un ruolo importante. Difficile è pensare che possa esserci un totale mutamento della situazione senza l’irrompere sulla scena politica e sociale di un nuovo movimento che apporti forze militanti fresche determinando nuove dialettiche e confronti politici, anche se un’azione più coerente e consapevole delle forze che compongono la sinistra, potrebbe certamente creare un clima più favorevole e facilitare l’unità delle resistenze sociali.
1. È comune nella sinistra affermare oggi che in Italia, servirebbe uno strumento unitario come quello che è stato costruito in Grecia con Syriza. In realtà il frutto e le difficoltà della situazione stanno proprio nel fatto che in Italia, agli inizi degli anni ’90, era stata costruita una organizzazione che raccoglieva la stragrande maggioranza delle forze e tendenze della sinistra in risposta alla dissoluzione del PCI. Questa forza si chiamava Rifondazione comunista e per anni ha catalizzato l’attenzione e la credibilità di larghi settori di massa, ha avuto una presenza nei movimenti a cavallo del secolo, incrociando in quella occasione anche una nuova generazione di giovani militanti, ma, con le sue scelte politiche è riuscita a far naufragare la nave contro gli scogli del governo Prodi e dell’unità con il centro sinistra. Questa formazione si è dimostrata incapace di spostare un baricentro centrato tutto sulle istituzioni e su un apparato del partito tributario del passato, in altri termini a rompere con la vecchia eredità sostanziale del PCI.
La frammentazione e le difficoltà attuali sono il frutto di quel naufragio e proprio per questo è ancor più difficile ricominciare un tentativo di ricomposizione avendo alle spalle quel cocente fallimento, senza che per altro si sia mai fatto una vera e complessiva analisi di quel che era accaduto. Vale evidentemente per SEL, che ha superato le antinomie di Rifondazione, recuperando una visione tradizionalmente moderata e subalterna al PD, ma anche per quel che resta di Rifondazione, che pure è l’organizzazione che ancora raccoglie significative forze militanti che non si sono rassegnate, ma che affronta le vicende politiche con un inquietante pragmatismo quotidiano e una idea di preservazione di sé che lascia aperta la strada a qualsiasi scelta politica.
Le vicende della lista Tsipras che ha avuto un volto e una dinamica più positiva rispetto ad altre vicende precedenti, del tutto impresentabili, e che ha saputo mobilitare e rimobilitare aree più ampie di militanti ed anche di opinione pubblica di sinistra, dimostra l’incerto stato dell’arte della sinistra.
La proposta costruita, grazie alla credibilità delle vicende greche e di Syriza, è stata relativamente forte nella sua dimensione di aggregazione elettorale, che ha permesso di raggiungere il risultato elettorale, dimostrando quale sia la sensibilità predominante (quella elettorale appunto) di molti militanti ed ex militanti della sinistra radicale, ma si è trovata immediatamente in difficoltà nei passaggi successivi, a darsi continuità politica su due terreni fondamentali, quello del rapporto con le vicende sociali, ma anche e soprattutto del nodo strategico del PD e dei suoi condizionamenti.
2. La debolezza della sinistra e le forme specifiche che prende in questa fase di sconfitte la reazione alle politiche dell’austerità congiunta alla ricerca di una soluzione di governo “alternativa” immediata, spiegano il successo e la credibilità del movimento 5 Stelle.
Non torniamo in questa sede sul carattere interclassista di questa forza costruita su un connubio di parole d’ordine e di scelte politiche contradditorie e spesso impresentabili (costituiscono una cartina di tornasole infatti, sia le alleanze nel parlamento europeo con l’UKIP britannico, econ una formazione svedese di estrema destra e razzista, sia le prese di posizione sull’immigrazione e sul pubblico impiego) che lascia aperta qualsiasi dinamica possibile per il futuro (molte sorprese anche negative sono ancora possibili), né sul fatto che essa ha coinvolto una serie di soggetti e di militanti, che leggono il suo percorso come elemento alternativo e progressista, che sono presenti in alcuni movimenti sociali a livello territoriale e di difesa dell’ambiente, in qualche caso, più raro, anche nella dimensione sindacale.
Quel che ci interessa sottolineare, alla luce delle vicende più recenti, è da una parte l’illusione avuta di poter sbaragliare il campo delle forze di governo nelle recenti elezioni non avendo consapevolezza delle forze della borghesia e l’azione dei suoi media; dall’altra il carattere verticistico all’ennesima potenza dei suoi due leader e le scelte di alleanza europea.
Soprattutto va sottolineato il senso generale di una prassi politica riscontrabile nella battaglia che hanno condotto sulla controriforma istituzionale. Una battaglia del tutto sacrosanta che hanno condotto con grande e giusta decisione, attaccati da ogni parte dai media, ma concepita in una forma del tutto istituzionale, parlamentare, slegata dal tentativo di mobilitare sul piano sociale, e non solo con l’invettiva telematica, l’opinione pubblica, per costruire un rapporto di forza sociale per ostacolare il percorso antidemocratico del duo Renzi-Berlusconi.
Per altro questo non è che la conferma della loro incapacità a concepire un movimento di massa, tanto più un movimento di massa a carattere sindacale, organizzato e partecipato per costruire realmente un’alternativa.
Il problema è che questo non è nei loro programmi, perché non sono forza di sinistra.
Questo è un compito tutto nostro. Ed è nella capacità di costruire un percorso di lotta e di progetto alternativo della sinistra che sarà possibile esercitare influenza su quei militanti del Movimento 5 stelle che sono animati da contenuti e rivendicazioni democratici e di classe.




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