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    Predefinito L’agonia di Kobane. L’IS cavallo di Troia dal Maghreb al Rojava

    Le milizie di autodifesa delle comunità del Rojava lo dicono da settimane. Il cerchio intorno a Kobane si sta stringendo, l’offensiva dell’IS, bene armato e deciso a farla finita con l’unica esperienza di autogoverno territoriale laica, femminista, egualitaria in medio oriente, stringe d’assedio la città. Gli esponenti della comunità curda nel nostro paese ieri – con una mossa disperata – hanno protestato dentro Montecitorio, denunciando il sostegno attivo della Turchia all’IS. Si sono guadagnati una pacca sulla spalla dal parlamentare incaricato di rassicurarli sul nulla. Oggi con 298 voti a favore e 98 contrari il Parlamento di Ankara autorizza le truppe turche a condurre operazioni di terra, in Iraq e Siria, contro lo Stato Islamico (Isis) e il regime di Bashar Assad aprendo un nuovo capitolo del conflitto in corso in Medio Oriente. Il provvedimento lascia intravede in filigrana i reali obiettivi di Erdogan, che riconferma la propria attitudine espansionista in chiave neottomana. Il governo ottiene «per il periodo di un anno» l’autorizzazione a compiere interventi «contro gruppi terroristi in Siria ed Iraq» al fine di «creare zone sicure per i profughi dentro la Siria» e «proteggerle con delle no fly zone», oltre a poter «addestrare e provvedere logistica e armamenti all’Esercito di liberazione siriano» ovvero i ribelli filo-occidentali. Inutile ricordare che il PKK e le YPG sono per la Turchia e gli Stati Uniti organizzazioni “terroriste”, le uniche che si sono battute sia contro il regime di Assad sia contro l’Is e le brigate quaediste Al Nusra. Difficile dubitare che il governo turco interverrà quando l’IS avrà massacrato la popolazione di Kobane e distrutto l’autogoverno in questo cantone. Le frontiere con la Turchia sono serrate. Si aprono varchi qua e là nelle zone dove i guerriglieri del PKK e i solidali libertari arrivati dalle zone turcofone riescono a imporlo. Non per caso il ministro della Difesa turco, Ismet Yilmez, ha dichiarato «non siamo tenuti a prendere iniziative immediate».
    L’agenzia Reuters ha raggiunto telefonicamente il “capo” delle forze di autodifesa curde, Esmat al-Sheikh. La sua testimonianza è terribile: “La distanza tra noi e i jihadisti è meno di un chilometro. Ci troviamo in un’area piccola e assediata. Nessun rinforzo ci ha raggiunto e il confine con la Turchia è chiuso”. “Cosa mi aspetto? – si chiede il comandante – Uccisioni generalizzate, massacri e distruzione. Siamo bombardati da carri armati, artiglieria, razzi e mortai”. Nei loro comunicati le milizie curde negano in parte questo scenario. Secondo i media ufficiali del PKK e delle YPG e osservatori kobane sarebbe ancora sotto il controllo delle YPG. Questa notte e questa mattina ci sono stati bombardamenti con mortai pesanti da parte dell’ISIS, ieri i tentativi di ieri di entrare a Kobane sono stati frustrati dalla resistenza da parte delle YPG e almeno due tank del’IS sono andati distrutti. La partita militare vede una netta superiorità militare dell’IS, che è dotata di artiglieria, mentre le YPG hanno solo armi leggere e armamento anticarro di squadra (nei video si vedono RPG 5 e 7, diverse fonti dicono che hanno anche dei MILAN, che sono molto più moderni degli RPG 5). Finché gli islamisti stanno al di fuori Kobane possono attaccare con artiglieria di medio calibro, mortai da 80 e forse obici da 105 M 777 howitzer (americani, catturati in iraq). In città la situazione sarebbe (o già è) diversa: qui si troverebbbero a fronteggiare una guerra urbana dove chi attacca è in pesante svantaggio tattico, con i carri MBT bloccati nelle vie strette ed esposti al tiro, impossibilitati ad usare artiglieria media per evitare perdite da fuoco amico. Inoltre li miliziani delle YPG hanno dichiarato che piuttosto di cadere prigionieri preferiscono prendere una granata e farsi saltare sotto i carri nemici. Nei giorni scorsi un corrispondente de La Stampa a da una cittadina oltre la frontiera turca, riportava la testimonianza di un guerrigliero curdo di Kobane che negava che i bombardieri statunitensi e britannici avessero agito nella zona. L’IS, lautamente finanziata prima dai sauditi, poi dal Quatar, appoggiata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella NATO è diventata ingombrante ma è ancora utile. I cavalieri di Montezuma sui loro tornado arriveranno – se arriveranno – quando i coltelli dei Jhaidisti saranno affondati nella carne viva degli uomini, delle donne, dei bambini di Kobane. Nel nostro paese ben pochi colgono la posta in gioco. Certa sinistra stalinista non trova di meglio che appoggiare chiunque si opponga a Bashar al Assad trasformato in campione di un’improbabile medioriente “socialista”, ma non esitano a sostenere chiunque sia nemico degli Stati Uniti. Chi sa? Oggi che il fronte delle alleanza sta subendo una brusca virata potrebbero trovare simpatici i salafiti con il coltello. D’altra parte sono gli stessi che sostengono il governo ferocemente confessionale di Hamas.
    Raccontare quello che succede, cercando di ricostruire gli eventi tramite fonti dirette, non è facile ma è più che mai necessario, perché il sudario del silenzio non avvolga la resistenza in Rojava.
    Ne abbiamo parlato con Karim Metref, torinese di origine kabila, scrittore, blogger, insegnante, che nei giorni del rapimento del turista francese poi sgozzato dall’IS nel Maghreb si trovava in visita ai parenti nel proprio paese natale a pochi chilometri dal luogo del rapimento. La sua testimonianza ci restituisce un’immagine molto diversa da quella proiettata dai media main stream. L’Is nel Maghreb è erede diretta di Al Quaeda nel Maghreb, a sua volta figlia delle formazioni salafite che hanno insanguinato l?Algeria per dieci lunghi anni. Formazioni che il governo di Bouftelika ufficialmente avversa ma nei fatti copre. In Kabilia molti sono convinti dell’ambiguità di formazioni i cui capi provenivano tutti dai paracadutisti, unità d’elite dell’esercito algerino, ancora oggi asse portante del potere nel paese, nonostante il ridimensionamento imposto da Bouftelika. Catturati tutti e tre dai gruppi di autodifesa popolare sorti nei villaggi più esposti ai loro attacchi, sono liberi e non sono mai stati processati dallo Stato algerino. Più che legittimo il sospetto che le formazioni della guerriglia salafita sulle montagne della Kabilia siano un ottimo pretesto per mantenere forte la pressione in questa regione dove la ribellione cova ancora sotto la cenere. Le analogie con il Rojava, sia pure meno drammatiche, sono molto forti.
    Ascolta la diretta di Anarres con Karim:
    Radio Blackout 105.250 FM » L?agonia di Kobane. L?IS cavallo di Troia dal Maghreb al Rojava
    e come possiamo escludere l'ipotesi che i druidi fossero migliori medici dei medici odierni? (darksunshine)

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  2. #2
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    Predefinito Re: L’agonia di Kobane. L’IS cavallo di Troia dal Maghreb al Rojava

    La bandiera dell'internazionalismo proletario in Rojava


    Comunicato del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP)


    1 Ottobre 2014








    Il 25 e 26 settembre 2014, dei rappresentanti del popolo curdo che vivono ad Istanbul nella parte occidentale della Turchia, hanno visitato il confine sud-orientale con la Rojava, ossia il Kurdistan siriano o sud-occidentale, per portare la loro solidarietà alla popolazione curda di Kobani, uno dei tre cantoni della Rojava che attualmente è sotto attacco dell’ISIL (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante). Tra di questi, c’era una delegazione del DIP, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori della Turchia, che si ha aderito alla missione come manifestazione dell’internazionalismo proletario in solidarietà con l’oppresso popolo curdo. Venerdì, una sezione della missione ha attraversato il confine entrando nella Rojava per far visita agli abitanti dei villaggi limitrofi alla città di Kobani. Lì, la delegazione del DIP insieme ai curdi e ad alcuni altri socialisti turchi, ha salutato ed abbracciato le Forze di Protezione (YPG), la forza istituita per difendere la neo autonoma Rojava.
    Per capire il pieno significato di ciò dovremmo in primo luogo ricordare che il Kurdistan è un paese diviso e colonizzato, sin dalla Prima Guerra Mondiale, da quattro stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria.
    Il Kurdistan meridionale o iracheno è divenuto autonomo all’interno di un Iraq federale sotto l’egida degli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Attualmente è governato da Massoud Barzani, uno scagnozzo degli Stati Uniti e del loro socio minore nella regione, la Turchia sotto l’AKP di Tayyip Erdogan. La Rojava, o Kurdistan siriano, la seconda regione curda ad ottenere l’autonomia, questa volta nel 2012, ha un assetto politico del tutto diverso. E’ governata la PYD, un partito affiliato al PKK, un movimento di origini socialiste che sta portando avanti, negli ultimi trent’anni, una guerriglia contro l’oppressione turca dei curdi. Nonostante sia sensibilmente deviato verso destra dopo la cattura del suo leader, Abdullah Ocalan, tenuto prigioniero in un’isola turca dal 1999, non è mai divenuto un alleato degli Stati Uniti e, sebbene stia negoziando un trattato di pace con il governo dell’AKP, continua a mantenere buoni rapporti con molti settori della sinistra turca.

    Molto più importante è il fatto che larghe masse della popolazione curda sia nel Kurdistan turco che siriano siano costantemente in lotta contro i poteri regionali e lo status quo statunitense nel Medio Oriente.
    Perciò la Rojava è una spina nel fianco del governo reazionario turco ed il tallone d’Achille del suo cosiddetto “processo di pace”. Questo governo non riesce a digerire l’autonomia di fatto di questa regione, che rappresenta un modello ed una testa di ponte per una maggiore emancipazione dell’ asservita popolazione curda del Medio Oriente. Per questo il governo turco presta all’ISIL ogni genere di supporto logistico nella sua guerra contro la Rojava, e ciò costituisce anche un’ulteriore scusa per insistere sulla cosiddetta “zona sicura” o “ “zona cuscinetto” all’interno della Siria, un pretesto per invadere la Rojava e poi abbattere Bashar al Assad in Siria con la prospettiva di instaurare un amichevole governo sannita a Damasco. Solo un paio di settimane fa il governo turco insisteva per restar fuori dalla coalizione statunitense formata contro l’ISIL. Oggi ha cambiato posizione e sta cercando di usare questa guerra degli USA per rilanciare la sua faida con il regime di Assad e per reprimere la Rojava.
    Il DIP si oppone inequivocabilmente sia all’intervento turco in Siria, senza estendere alcun tipo di supporto politico allo stesso Assad, che, con ancora maggior forza, alla cosiddetta “zona cuscinetto” nel nord della Siria, che equivale all’occupazione militare turca della Rojava.
    Noi chiediamo il rispetto della neo acquisita autonomia del popolo curdo in Siria ed il riconoscimento del diritto di autodeterminazione anche per i curdi della Turchia. Noi infatti consideriamo la liberazione dell’intero Kurdistan come un insieme indivisibile. Ciò spiega l’aspetto più reazionario della politica di Barzani, lo scagnozzo degli Stati Uniti, che ignora la lotta per l’emancipazione del resto della nazione curda o addirittura collabora positivamente con i suoi oppressori fuori dal Kurdistan Iracheno.
    Questo giustifica nell’interezza del suo significato la presenza della delegazione del DIP a Kobani, nella Rojava. I nostri compagni si sono uniti a migliaia di curdi,da Istanbul e dalla regione curda del paese, per abbattere il filo spinato della frontiera e per calpestare il confine artificiale posto tra diverse parti del Kurdistan, per marciare nella Rojava ed abbracciare i curdi di Kobani in lotta per la loro terra e per la libertà.

    Gli altri socialisti presenti appartenevano in gran parte a partiti che accodati al movimento curdo, che vi si stanno fondendo e da cui vengono gradualmente assimilati. E’ stato il DIP, il partito marxista turco che appoggia il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, a rappresentare, nonostante le sue modeste dimensioni, la linea politica dell’internazionalismo proletario in questa gloriosa azione che sarà ricordata per la sua coraggiosa dichiarazione di sostegno all’emancipazione dell’oppressa nazione curda in tutte le parti del paese diviso e depredato da quattro regimi reazionari del Medio Oriente!
    L’accodamento dei socialisti alla leadership del movimento curdo non può mostrare più palesemente i suoi rischi se non nella posizione ambivalente del movimento curdo nei confronti dell’intervento statunitense in Medio Oriente. Il leader del PYD, Salih Müslim, ha inequivocabilmente invocato l’intervento militare da parte dell’imperialismo in difesa della Rojava, nominando esplicitamente la NATO! Il PYD è il partito fratello del PKK, che rende la politica dell’intero movimento nazionale curdo vulnerabile alla collaborazione con l’imperialismo. Oltre a ciò, il nuovo partito formato dal movimento curdo in collaborazione con circa una dozzina di movimenti socialisti turchi, il Partito Popolare Democratico (HDP ne è l’acronimo in turco) si avventura in un terreno scivoloso con il supporto ad Erdogan ed all’AKP.

    Noi facciamo appello alla base del movimento curdo ed ai lavoratori, ai poveri contadini ed alla gioventù del Kurdistan affinché reagiscano a questa politica arretrata di capitolazione nei confronti del reazionario status quo regionale.

    Abbasso l’ISIL settario e reazionario!
    Combattiamo il settarismo sulla base della fraternità proletaria e della difesa delle nazioni oppresse! Cacciamo gli imperialisti dal Medio Oriente!
    Per il diritto di autodeterminazione del popolo curdo!
    Viva la Federazione Socialista del Medio Oriente!
    Viva la rivoluzione socialista mondiale!
    e come possiamo escludere l'ipotesi che i druidi fossero migliori medici dei medici odierni? (darksunshine)

 

 

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