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    Predefinito 540° anniversario della nascita di Ludovico Ariosto.



    LUDOVICO ARIOSTO (1474-1533)



    http://www.scientificoatripalda.it/vociedechi/sito%203a/lapazziadiorlando.html

    Canto 23° XXIII°

    L’imprevedibile percorso che prese il cavallo
    di Mandricardo per il bosco privo di sentieri
    fece si che Orlando vagò per due giorni a vuoto,
    né lo trovò, né ne ebbe traccia.
    Arrivò a un ruscello che sembrava cristallo,
    sulle cui sponde fioriva un bel prato
    dei colori della natura dipinto,
    e variamente ornato da molti bei cespugli. 101
    La calda ora del mezzogiorno rendeva gradita l’ombra
    agli animali e al pastore nudo;
    così che neppure Orlando ebbe alcun esitazione,
    avendo la corazza, l’elmo e lo scudo.
    Qui Orlando entrò per riposare in mezzo ai cespugli
    e vi trovò una dimora angosciosa, funesta
    e più di quanto si possa dire,
    quell’infelice e sfortunato giorno. 102
    Girando intorno vide incisi con scritte
    molti arberelli sulla riva dell’ ombroso fiume.
    Non appena ebbe gli occhi fermi e fissi con maggior attenzione
    fu sicuro che furono scritti dalla dea del suo cuore.
    Questo era uno di quei luoghi già descritti,
    dove spesso Medoro veniva
    dalla vicina casa del pastore
    con la bella Angelica. 103
    Vede Angelica e Medoro in diversi modi,
    intrecciarti insieme ed in diversi luoghi.
    Tante sono le lettere, tanti sono i chiodi
    con i quali Cupido gli ferisce e punge il cuore.
    Va a cercare in mille modi con il pensiero
    di non credere quello a cui, suo malgrado, crede:
    si sforza di credere che sia un’ altra Angelica
    ad aver scritto il suo nome sul quella corteccia. 104
    Poi dice: “Io conosco la grafia di queste lettere:
    di queste (lettere) ne ho viste e ne ho lette tante.
    Potrebbe essersi inventata questo Medoro:
    forse mi ha dato questo soprannome”.
    Con tali opinioni remote,
    continuò ad assillare se stesso, ponendo
    il suo malcontento nella speranza
    che seppe procurare a se stesso. 105
    Ma più si riaccende e si rinnova
    il crudele sospetto più cerca di dimenticarlo:
    come il disattento uccello che finisce
    in una ragnatela o sui rami invischiati,
    quanto più batte le ali e più prova
    a liberarsi, più si lega stretto.
    Orlando giunge dove si incurva la montagna
    come un arco (formando una grotta) sulla fonte cristallina 106
    Avevano ornato l’ingresso (di quella grotta)
    edere e viti rampicanti con i loro fusti contorti.
    Nei giorni più caldi, qui erano soliti
    stare abbracciati i due felici amanti.
    C’erano i loro nomi dentro ed intorno (alla grotta)
    più che nei luoghi circostanti,
    scritti alcuni con il carbone ed altri con gesso
    e altri erano impressi con punte di coltelli. 107
    Qui scese il triste cavaliere;
    e vide sull’ entrata della grotta
    tante parole, che erano state scritte dalla mano di
    Medoro, e sembravano esser state scritte proprio in quel momento.
    Per esprimere il grande piacere che provò (con Angelica) nella grotta,
    aveva composto questa iscrizione in versi.
    Io penso che fosse poeticamente elaborata in arabo (lingua di Medoro),
    ed era tale il senso nella nostra lin - See more at: http://www.orlandofurioso.com/parafr....SCGWIJHQ.dpuf


    Ultima modifica di Brunilde; 08-09-14 alle 06:28

  2. #2
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    Predefinito Re: 540° anniversario della nascita di Ludovico Ariosto.

    LA POESIA EPICO-CAVALLERSCA DEL RINASCIMENTO

    Canto XXIII

    Lo strano corso che tenne il cavallo
    del saracin pel bosco senza via,
    fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo,
    nè lo trovò, nè potè averne spia.
    Giunse ad un rivo che parea cristallo,
    ne le cui sponde un bel pratel fioria,
    di nativo color vago e dipinto,
    e di molti e belli arbori distinto.

    Il merigge facea grato l'orezzo
    al duro armento et al pastore ignudo;
    sì che nè Orlando sentìa alcun ribrezzo,
    che la corazza avea l'elmo e lo scudo.
    Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
    e v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
    e più che dir si possa empio soggiorno,
    quell'infelice e sfortunato giorno.

    Volgendosi ivi intorno, vide scritti
    molti arbuscelli in su l'ombrosa riva.
    Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
    fu certo esser di man de la sua diva.
    Questo era un di quei lochi già descritti,
    ove sovente con Medor veniva
    da casa del pastore indi vicina
    la bella donna del Catai regina.

    Angelica e Medor con cento nodi
    legati insieme, e in cento lochi vede.
    Quante lettere son, tanti son chiodi
    coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
    Va col pensier cercando in mille modi
    non creder quel ch'al suo dispetto crede:
    ch'altra Angelica sia, creder si sforza,
    ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

    Poi dice: - Conosco io pur queste note:
    di tal'io n'ho tante vedute e lette.
    Finger questo Medoro ella si puote:
    forse ch'a me questo cognome mette. -
    Con tali opinion dal ver remote
    usando fraude a sé medesmo, stette
    ne la speranza il malcontento Orlando,
    che si seppe a se stesso ir procacciando.

    105
    Ma sempre più raccende e più rinuova,
    quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
    come l'incauto augel che si ritrova
    in ragna o in visco aver dato di petto,
    quanto più batte l'ale e più si prova
    di disbrigar, più vi si lega stretto.
    Orlando viene ove s'incurva il monte
    a guisa d'arco in su la chiara fonte.

    106
    Aveano in su l'entrata il luogo adorno
    coi piedi storti edere e viti erranti.
    Quivi soleano al più cocente giorno
    stare abbracciati i duo felici amanti.
    V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno,
    più che in altro dei luoghi circostanti,
    scritti, qual con carbone e qual con gesso,
    e qual con punte di coltelli impresso.

    107
    Il mesto conte a piè quivi discese;
    e vide in su l'entrata de la grotta
    parole assai, che di sua man distese
    Medoro avea, che parean scritte allotta.
    Del gran piacer che ne la grotta prese,
    questa sentenza in versi avea ridotta.
    Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
    ed era ne la nostra tale il senso:

    108
    - Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
    spelunca opaca e di fredde ombre grata,
    dove la bella Angelica che nacque
    di Galafron, da molti invano amata,
    spesso ne le mie braccia nuda giacque;
    de la commodità che qui m'è data,
    io povero Medor ricompensarvi
    d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:

    109
    e di pregare ogni signore amante,
    e cavallieri e damigelle, e ognuna
    persona, o paesana o viandante,
    che qui sua volontà meni o Fortuna;
    ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante
    dica: benigno abbiate e sole e luna,
    e de le ninfe il coro, che proveggia
    che non conduca a voi pastor mai greggia. -

    110
    Era scritto in arabico, che 'l conte
    intendea così ben come latino:
    fra molte lingue e molte ch'avea pronte,
    prontissima avea quella il paladino;
    e gli schivò più volte e danni ed onte,
    che si trovò tra il popul saracino:
    ma non si vanti, se già n'ebbe frutto;
    ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.

    111
    Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
    quello infelice, e pur cercando invano
    che non vi fosse quel che v'era scritto;
    e sempre lo vedea più chiaro e piano:
    ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
    stringersi il cor sentia con fredda mano.
    Rimase al fin con gli occhi e con la mente
    fissi nel sasso, al sasso indifferente.

    112
    Fu allora per uscir del sentimento
    sì tutto in preda del dolor si lassa.
    Credete a chi n'ha fatto esperimento,
    che questo è 'l duol che tutti gli altri passa.
    Caduto gli era sopra il petto il mento,
    la fronte priva di baldanza e bassa;
    né poté aver (che 'l duol l'occupò tanto)
    alle querele voce, o umore al pianto.

    113
    L'impetuosa doglia entro rimase,
    che volea tutta uscir con troppa fretta.
    Così veggiàn restar l'acqua nel vase,
    che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
    che nel voltar che si fa in su la base,
    l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta,
    e ne l'angusta via tanto s'intrica,
    ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

    114
    Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
    possa esser che non sia la cosa vera:
    che voglia alcun così infamare il nome
    de la sua donna e crede e brama e spera,
    o gravar lui d'insopportabil some
    tanto di gelosia, che se ne pera;
    ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
    molto la man di lei bene imitato.

    115
    In così poca, in così debol speme
    sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
    indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
    dando già il sole alla sorella loco.
    Non molto va, che da le vie supreme
    dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
    sente cani abbaiar, muggiare armento:
    viene alla villa, e piglia alloggiamento.

    116
    Languido smonta, e lascia Brigliadoro
    a un discreto garzon che n'abbia cura;
    altri il disarma, altri gli sproni d'oro
    gli leva, altri a forbir va l'armatura.
    Era questa la casa ove Medoro
    giacque ferito, e v'ebbe alta avventura.
    Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
    di dolor sazio e non d'altra vivanda.

    117
    Quanto più cerca ritrovar quiete,
    tanto ritrova più travaglio e pena;
    che de l'odiato scritto ogni parete,
    ogni uscio, ogni finestra vede piena.
    Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
    che teme non si far troppo serena,
    troppo chiara la cosa che di nebbia
    cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

    118
    Poco gli giova usar fraude a se stesso;
    che senza domandarne, è chi ne parla.
    Il pastor che lo vede così oppresso
    da sua tristizia, e che voria levarla,
    l'istoria nota a sé, che dicea spesso
    di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
    ch'a molti dilettevole fu a udire,
    gl'incominciò senza rispetto a dire:

    119
    come esso a prieghi d'Angelica bella
    portato avea Medoro alla sua villa,
    ch'era ferito gravemente; e ch'ella
    curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
    ma che nel cor d'una maggior di quella
    lei ferì Amor; e di poca scintilla
    l'accese tanto e sì cocente fuoco,
    che n'ardea tutta, e non trovava loco:

    120
    e sanza aver rispetto ch'ella fusse
    figlia del maggior re ch'abbia il Levante,
    da troppo amor costretta si condusse
    a farsi moglie d'un povero fante.
    All'ultimo l'istoria si ridusse,
    che 'l pastor fe' portar la gemma inante,
    ch'alla sua dipartenza, per mercede
    del buono albergo, Angelica gli diede.

    121
    Questa conclusion fu la secure
    che 'l capo a un colpo gli levò dal collo,
    poi che d'innumerabil battiture
    si vide il manigoldo Amor satollo.
    Celar si studia Orlando il duolo; e pure
    quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
    per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
    convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

    122
    Poi ch'allargare il freno al dolor puote
    (che resta solo e senza altrui rispetto),
    giù dagli occhi rigando per le gote
    sparge un fiume di lacrime sul petto:
    sospira e geme, e va con spesse ruote
    di qua di là tutto cercando il letto;
    e più duro ch'un sasso, e più pungente
    che se fosse d'urtica, se lo sente.

    123
    In tanto aspro travaglio gli soccorre
    che nel medesmo letto in che giaceva,
    l'ingrata donna venutasi a porre
    col suo drudo più volte esser doveva.
    Non altrimenti or quella piuma abborre,
    né con minor prestezza se ne leva,
    che de l'erba il villan che s'era messo
    per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

    124
    Quel letto, quella casa, quel pastore
    immantinente in tant'odio gli casca,
    che senza aspettar luna, o che l'albore
    che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
    piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore
    per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
    e quando poi gli è aviso d'esser solo,
    con gridi ed urli apre le porte al duolo.

    125
    Di pianger mai, mai di gridar non resta;
    né la notte né 'l dì si dà mai pace.
    Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
    sul terren duro al discoperto giace.
    Di sé si meraviglia ch'abbia in testa
    una fontana d'acqua sì vivace,
    e come sospirar possa mai tanto;
    e spesso dice a sé così nel pianto:

    126
    - Queste non son più lacrime, che fuore
    stillo dagli occhi con sì larga vena.
    Non suppliron le lacrime al dolore:
    finir, ch'a mezzo era il dolore a pena.
    Dal fuoco spinto ora il vitale umore
    fugge per quella via ch'agli occhi mena;
    ed è quel che si versa, e trarrà insieme
    e 'l dolore e la vita all'ore estreme.

    127
    Questi ch'indizio fan del mio tormento,
    sospir non sono, né i sospir sono tali.
    Quelli han triegua talora; io mai non sento
    che 'l petto mio men la sua pena esali.
    Amor che m'arde il cor, fa questo vento,
    mentre dibatte intorno al fuoco l'ali.
    Amor, con che miracolo lo fai,
    che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

    128
    Non son, non sono io quel che paio in viso:
    quel ch'era Orlando è morto ed è sotterra;
    la sua donna ingratissima l'ha ucciso:
    sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
    Io son lo spirto suo da lui diviso,
    ch'in questo inferno tormentandosi erra,
    acciò con l'ombra sia, che sola avanza,
    esempio a chi in Amor pone speranza. -

    129
    Pel bosco errò tutta la notte il conte;
    e allo spuntar de la diurna fiamma
    lo tornò il suo destin sopra la fonte
    dove Medoro isculse l'epigramma.
    Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
    l'accese sì, ch'in lui non restò dramma
    che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
    né più indugiò, che trasse il brando fuore.

    130
    Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
    a volo alzar fe' le minute schegge.
    Infelice quell'antro, ed ogni stelo
    in cui Medoro e Angelica si legge!
    Così restar quel dì, ch'ombra né gielo
    a pastor mai non daran più, né a gregge:
    e quella fonte, già si chiara e pura,
    da cotanta ira fu poco sicura;

    131
    che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
    non cessò di gittar ne le bell'onde,
    fin che da sommo ad imo sì turbolle
    che non furo mai più chiare né monde.
    E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
    poi che la lena vinta non risponde
    allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
    cade sul prato, e verso il ciel sospira.

    132
    Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
    e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
    Senza cibo e dormir così si serba,
    che 'l sole esce tre volte e torna sotto.
    Di crescer non cessò la pena acerba,
    che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
    Il quarto dì, da gran furor commosso,
    e maglie e piastre si stracciò di dosso.

    133
    Qui riman l'elmo, e là riman lo scudo,
    lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo:
    l'arme sue tutte, in somma vi concludo,
    avean pel bosco differente albergo.
    E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
    l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo;
    e cominciò la gran follia, sì orrenda,
    che de la più non sarà mai ch'intenda.

    134
    In tanta rabbia, in tanto furor venne,
    che rimase offuscato in ogni senso.
    Di tor la spada in man non gli sovenne;
    che fatte avria mirabil cose, penso.
    Ma né quella, né scure, né bipenne
    era bisogno al suo vigore immenso.
    Quivi fe' ben de le sue prove eccelse,
    ch'un alto pino al primo crollo svelse:

    135
    e svelse dopo il primo altri parecchi,
    come fosser finocchi, ebuli o aneti;
    e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
    di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
    Quel ch'un ucellator che s'apparecchi
    il campo mondo, fa, per por le reti,
    dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
    facea de cerri e d'altre piante antiche.

    136
    I pastor che sentito hanno il fracasso,
    lasciando il gregge sparso alla foresta,
    chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
    vi vengono a veder che cosa è questa.
    Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
    vi potria la mia istoria esser molesta;
    ed io la vo' più tosto diferire,
    che v'abbia per lunghezza a fastidire.




  3. #3
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    Predefinito Re: 540° anniversario della nascita di Ludovico Ariosto.

    Dopo aver letto l'Orlando Furioso a sedici anni a scuola, l'ho riletto a trenta anni e mi è piaciuto molto di più... Da allora non l'ho più lasciato. Ogni tanto quando sono di cattivo umore, me ne rileggo un capitolo e non so come mai, mi passano le paturnie e mi riconcilio con il mondo.

    Grazie Messer Ludovico!
    Non bisogna mai farsi ricattare dalla stupidità altrui.
    (Umberto Eco)

 

 

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