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Discussione: Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia

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    Predefinito Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia

    L'appellativo di “magnifico” è stato per eccellenza appannaggio del grande fiorentino Lorenzo de' Medici. Proprio a proposito di Lorenzo il Magnifico, c'è un affresco del Vasari, in Palazzo Vecchio a Firenze che lo ritrae in atto di ricevere una delegazione di ambasciatori stranieri, di terre lontane che gli presentano doni preziosi fra lui l'offerta di due schiavi di pelle nera, e poi di animali esotici come cammelli, scimmie e grossi felini. Di fronte ad una folla interessata e stupita, Lorenzo sembra ricevere ambascerie e doni con atteggiamento di disincantato distacco. Alle sue spalle stanno un gruppo di amici del soignore di Firenze, ognu mno dei quale rrefcamte la bandiera con lo stemma del proprio casato, in modo da essere facilmenmte riconosciuti. Fra costoro spicca un bel vecchio, dalla partiarcale barba bianca, con u 'espressione di bonomia sul volto quasi sorridente, in netto comnrasto con l'espressione enigmativa di Lorenzo. Lo scudo azzurro traversato da una fascia d'oro contraddistingue il venerabile personaggio com un membro della famiglia Baglioni. Si tratta infatti di Braccio Baglioni, signore di Perugia, come spiega lo stesso Vasari in un suo scritto a commento dell'affresco. Oltre all'amicizia che li unì, i due nobili personaggi, malgrado li dividessero ben trenta anni d'età, ebbero in comune l'appellativo di “Magnifico” che entranbi ebbero a meritare per una serie di qualità speciali che li distinsero, saggezza nel governo, intelligenza politica, amore per l'arte e la cultura, lungimiranza e mecenatismo. Certamente dal punto di vista politico Lorenzo pensava più in grande, poiché la potenza di Firenze era assai maggiore di quella di Perugia, ma il pensiero che univa Lorenzo e Braccio era lo stesso ed era quello che forgiava gli spiriti più illuminato dei principi del Rinascimento. Entrambi infatti, a favore della loro città della loro potenza familiare, sapevano muoversdi assai bene in quel complesso e delicato groviglio di interessi e di alleanze che venivano intessute per anni e poi all'occorrenza in breve disfatte, in quella che gli storici chiamarono la “politica degli equilibri”.

    La famiglia Baglioni, che resse e governò la Perugia rinascimentale, sembra fosse di origine germanica, probabilmente scesa in Italia al seguito di Federico Barbarossa nel XII secolo, con il mestiere delle armi, nel quale eccellevano, condottieri per vocazione fino alla fine della loro signoria. Lungamente essi combatterono con la fanmiglia rivale degli Oddi per affernare la loro supremazia sui territori del perugino e dintorni. Furono lotte sanguinose, fino a che i papi non concessero, loro i ricchi feudi di Torgiano, Bastia, e Bettona e Spello. Il rapporto fra il papato ed i Baglioni fu sempre ricco di contraddizioni, da una parte il regno della chiesa temeva l'eccessivo espandersi della potenza baglionesca, e dall'altra conscendone bene l'abilità e il coraggio di condottieri se ne serviva per le proprie guerre in guisa di mercenari, nominandoli non di rado capitani delle milizie pontifice, fin dall'epoca di Braccio Baglioni.
    Braccio Baglioni nasceva nel 1419, figlio di Malatesta I, che aveva condiviso con Braccio Fortebracci da Montone gloriose imprese guerresche e fraterna fedele amicizia, fino alla terribile ultima disfatta della battaglia dell'Aquila, nella quiale il condottiero da Montone perdeva la vita. I
    Tale era sempre stato il legame fra Maltesta Baglioni e il Fortebraccio (come era nominato) che Malatesta ne aveva sposato la nipote Jacopa, chiamando il loro primogenito Braccio in onore dell'amico. Nelle vene del futruro signore di Perugia si era fuso quindi il sangue dei Baglioni con quello della vivida razza dei Fortebracci.

    Divenuto signore di Perugia, Braccio Baglioni che fu anzi tutto soldato, coraggioso sul campo di battaglia ma avveduto stratega prima del combattimento, pronto nel conquistare nuove terre al suo casato, spietato nella vendetta quando giudicava di non potersi fidarte di un nemico vinto, ma che ottrenuta la pace non avrebbe esitato a riprendere le armi cointro di lui. Fu amatissimo dalle sue truppe ed i suoi capitani erano da lui considerati prima di tutto come amici. Tuttavia fuori dei cruenti campi di battaglia e delle campagne militari, Braccio era uomo colto e gentile e malgrado fosse aduso alla rude vita militare, manteneva raffinati rapporti di amicizia con gli altri grandi signori della penisola con frequenti scambi di corrispondenza, ed ospitando signorilmente presso di lui aristicrartici, condottieri, principi della chiesae ed ambascerie, che passavano dalla città. I Varano di Camerino, gli Sforza, i Della Rivere, i Medici e gli ambasciaori delle Serenissima conobbero la splendida ospitalità di Braccio Baglioni. Quando il marchese Borso d'Este si recò a Roma nel 1471 per ricevere dal papa Paolo II, la sospirata corona ducale, facendo sosta a Perugia, con il suo nutrito e fastoso seguito di dame, gentiluomini e dignitari, venne alloggiat nel bel palazzo di Braccio, con tutto il suo corteggi, mentre la scorta armata veniva alloggiata in comodi attendamenti fatti preprare appositamente fuori della mura di città. Per congratularsi con l'imminente dignità che stava per essergli conferita, Braccio donò a Borso d'Este due spelendidi cavalli arabi della razza migliore e ad ogni personaggio del seguito fu donata una moneta d'oro appositamenbte coniata a ricordo del passaggio a Perugia.

    Alla piccola corte perugina i dotti e gli scienziati non mancavano davvero, oltre al letterato e storico Francesco Maturanzio, che si sarebbe occuopato della storia e della genealogia baglionesca, c'era lo scienziato Niccolò Rinaldi da Sulmona, cui Braccio commissionò un trattato medico sulla peste (che equivaleva ad un lavoro di patologia dell'epoca nostra) e poi c'era Giovanni Campano, fine letterato, che svolse sovente per i signori perugini delicate mansioni di ambasciatore presso la corte papale e ancora il poeta veronese Leonardo Montagna. In quel tempo Guttemberg aveva da poco inventato i suoi torchi tipografici, ma la diffuzsone dei libri a stampa non era per nulla facile. Infatti i ricchi che erano coloro che possedevano i libri, erano abituato ai preziosi codici miniati e disdegnavano l'acquisto dei libri stampati, considerandoli cosa modesta e volgare. Gli stampatori quindi, che venivano di solito dalla Germania per esercitare il loro mestiere, erano spesso poveri e mal considerati. Braccio invece, al contrario di chi nutriva pregiudizi verso la nuova invenzione, ne volle diversi al suo servizio, fornendo loro un lavoro ben remunerato e facendo loro costruire una dimora nei pressi del suo palazzo, in modo che essi potessero esercitare il loro mestiere in tutta tranquillità, fondando con loro una società commerciale che favorisse la diffusione del libro a stampa. In questo modo Braccio dimostrò di essere non solo colto mecenate delle arti, ma anche uomo d'intuizione, considerando di grande utilità la nuova scoperta che consentiva di mettere in circolazione i classici ad un costo assai basso, rendendoli accessibili anche a chi non era precisamente ricco. Di questa contingenza profittarono subuito gli studenti dell'Ateneo che poterono usufruire de codici pobblicati a stampa su cui studiare, tanto che si dovette chiamare un secondo nucleo di stampatori dalla Germania per curare l'edizione del famoso giureconsulto perugino Baldo e di altri testi giuridici. Venne fatta stanpare da Braccio anche una edizione della grammatica di Sulpizio Veroli, una delle prime opere di codifica delle norme linguistiche della ligua italiana diffuse a stampa. Pietro da Colonia, Giovanni da Bamberga, Stefano da Magonza, sono alcuni dei nomi di questi artigiani stampatori, di cui è rimasta memoria nei libri contabili di Braccio che li stipendiava e divideva con loro gli utili dell'impresa che aveva finanziato. A proposito della generosità di Braccio Baglioni i biografi narrano che chi ne avesse avuto bisogno e fosse ricorso a lui per un prestito, mai se lo sentì rifiutare e senza tasso d'interesse alla restituzione e non era raro ne rifiutasse addirittura il rimborso. Se accadeva che le richieste lo avessero colto sprovvisto di contanti, subito egli mandava uno dei suoi servitori a vendere vasi d'argento, anelli e stoffe preziose per soddidfare le necessità dei richiedenti. Così come egli dava generosamente e senza ostentazione, altrettanto accettava con cordiale spontaneità qualsiasi dono, specie da da persone umili, lodando le qualità di ciò che aveva ricevuto per poi ricambiare con munificenza il donatore alla prima occasione. Tutti i suoi sottoposti, servitori, artigiani e mercanti e chiunque prestasse opera per lui veniva onorato e remunertato oltre misura. In tempi di carestia Braccio soleva acquistare, fuori Perugia e a sue spese, carici di grano e di farina per metterli in vendita a pressi bassissimi, in modo che anche i meno abbienti ne potessero comperare. Molte furonole opere benefiche da lui fondate e sostenute fra cui la Confraternita di Farmacia che distribuiva gratuitamente medicine e medicamente vari ai più poveri.
    Di tanto in tanto Braccio amava rallegrare la cittadinanza con giostre e tornei, nelle cui prove di forza e di abilità, partecipava egli stesso. Nella lungimirante visione di uomo saggio usava dire che un popolo nato per la guerra come quello perugino, era meglio che sfogasse l'aggresività nei ludi cavallereschi piuttosto che nelle lotte di parte e nei duelli di strada. Feste e banchetti all'aperto nei parchi cittadini venivano offerti al popolo in occasione delle frequenti ricorrenze religiose e specialmente nei meravigliosi giardini pensili che egli possedeva sopra le mura etrusche o in altri luoghi di sua proprietà come gli “Orti di San Pietro”, presso l'antica basilica di San Pietro, scrupolosamente coltivati ad alberi da frutto, querce, ulivi e fiori profumati, sempre aperti a tutti quanti avessero voluto usufruire del loro verde ristoro. I perugini si vantavano che gli Orti di Braccio, come li chiamavano, erano più belli di quelli delle Esperidi. Pare che questo giardino fosse il preferito di Braccio stesso xche vi aveva fatto costruire un tempietto di marmo a pianta ottagonale, che il rifacimento settecentesco dei giardini del Frontone avrebbe completamente snaturato quanto il luogo divenne sede dell'Arcadia perugina. In quei guardini si tenevano nella bella stagione, conviti silvestri, trattenimenti musicale e danze, fra gioconde compagnie di giovani e di fanciulle, come in un trionfo botticelliano d'arte e di bellezza. Fra i trattenimenti offerti alla cittadinanza da Braccio, in occasione di speciali ricorrenzecomer quelle dei santi patroni, di nozze e di genetliaci familiari, c'erano le corse dei cavalli di cui egli era appassionato e poi finte battaglie in costume da antichi romani, prodezze acrobatiche di funamboli, saltimanchi e giocolieri, fatti venirer apposta da lontano per animare le feste. Come racconta Pacifico Massimi, uno degli eruditi della corte braccesca, che ora in latino ora in volgare celebrava in poesia quelle feste, descriveva una giostta contro “un guerriero automa” come veniva definito, che dov va esserre una sorta di bersaglio mobile, probabilmentre simile a quello della giostra del Saracino che si tiene tutt'ora ad Arezzo.
    Come ogni signore dell'epoca sua, Braccio fu assai interessato all'architettura nella sua città. Fece infatti ampliare il Palazzo dei Priori, fece costruire chiese e cappelle e fece opera di mecenatismo chiamando a Perugia artisti come come Piero della Francesca da San Sepolcro e da Città della Pieve, Pietro Vannucci, commissionando affreschi e pale d'altare al concittadino Pinturicchio. Per se stesso e la sua famiglia fece costruire una sonttuosa dimora in vetta al colle Landone con marmi preziosi, pitture e sculture che abbellivano sale e scaloni, arazzi, tappezzerie pregiate, facevano bella mostra nei corrodoi e nelle stanze, mentre le mense splendevano di vasellame d'argento, di vetri veneziani e ovviamente di spelendide ceramiche di Deruta, divenuta possedimento della famiglia Baglioni.
    Tra le tante virtù di Braccio Baglioni c'era una debolezza, quella per il grentil sesso. S'era sposato due volte con dame di importanti famiglie italiane, prima con Toderina Fregosi, di nobile famiglia genovese, e poi,rimasto vedovo, si posò con Anastasia Sforza. Malgrado ciò, Braccio si innamorò della bella Margherita di Monrtesperello, maritata al nobile Francesco della Berarda che aveva casa in Porta Eburnea. Col nome di fittizio di Diana la giovame era vagheggiata dai poeti cittadini che le dedicavano in latino carmi di lode delle sue bellezze: mani dalle lievi dita, seni perfetti, carnagione d'avorio, incedere regale. Il nome di “Margarita” (perla, pietra preziosa) pare le si attagliasse alla perfezione come la gemma più spledente della corte di Braccio, che ne fece la sua amante con quella semplice disinvolta maniera degli uomini del Rinascimento, per i quali l'amore, anche extraconiugale non era che un peccato veniale, un doveroso inevitabile omaggio alla bellezza, riflesso della creazione divina. Forse per farsi perdonare i suoi peccati d'amore, Braccio fece costruire chiese e santuari, profondendo grandi somme di denaro. Fedele alla sua predilezione per il genere femminile, era particolarmente devoto alla Madonna. Nel piccolo santuario del Crocifisso, appena fiori dalle mura cittadine, poco lontano dai begli Orti di San Pietro, c'è ancora una Madonna di scuola umbra, nota appunto come “la Madonna di Braccio” cui il signore di Perugia era particolarmente devoto e che sovente vi sostava in preghiera, specie dopo la morte dell'unico suo figlo Grifone, morto nel 1477 durante la battaglia di Cantiano.
    Braccio Baglioni Moriva l'8 dicembre del 1479, all'età di sessant'anni. In segno di lutto, dopo la sua sepoltura, le trentasette bandiere e i sette standardi che Braccio aveva tolto ai nemici di guerra nelle sue battaglie vittoriose, vennero “strascinate” per la città per più giorni e la ceromonia dello strascinamento venne ripetuta anche nel trigesimo della morte, per poi essere di nuovo tutti riappesi nella chiesa di Santa Maria dei Servi dove egli li aveva deposti quali ex voto alla Madonna, chiesa e nella quale volle essere sepolto invece che in San Francesco al Prato, sede delle tombe della famiglia. Le sue ossa andarono disperse, alla metà del Cinquecento, durante la demolizione della chiesa come di gran parte delle costruzioni della vetta del Colle Landone, da parte del papa Paolo III, quando Perugia venne tolta definitivamente alla signoria dei Baglioni, restando per tre secoli sotto il pesante giogo del Regno della Chiesa, come vennero ugualmente rimosse anche le altre sepolture dei Baglioni da San Francesco al Prato, in disprezzo di quella famiglia di valorosi condotteri di cui la Santa Sede si era avvalsa per tanto tempo, ma che ne avevavo sempre fieramente contrastato le mire pontifice sulla città di Perugia.
    In epoca di feroci sanguinose lotte intestine Braccio seppe dare esempio di saggezza e tolleranza, mitigando gli animi con bonomia e rettitudine. I perugini che seguivano piangenti il suo corteo funebre, si sarebbero ricordati a lungo di quel valoroso soldato, che aveva fatto della guerra il suo idolo, ma che amava gentilmente le donne, prediligeva l'arte e proteggeva i poeti, parlava elegantemente ed aveva sempre in sé un tratto regale poiché, anche senza essere un sovrano di fatto, ne aveva in sé le qualità migliori: giustizia, munificenza e liberalità, Il nome di “Magnifico di Perugia” gli si attagliò davvero come un sontuoso abito cucito alla perfezxionre sulla sua nobile persona.
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    Predefinito re: Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia



    Questa è l'adorazione dei Magi di Pietro Perugino, che si trova nella Galleria Nazionale dell'Umbria di Peugia e oltre ad essere uno dei capolavori del nostro Rinascimento, ci interessa poiché tre dei personaggi di cui si è appena parlato sono qui raggigurati: nel vecchio re in ginocchiato davanti al Bambino è effigiato Malatesta Baglioni, padre di Braccio, Il re che porge i doni, con barba e capelli scuri, è lo stesso Braccio e il giovane re sulla sinistra del quadro, con il mantello rosso drappeggiato, è suo figlio Grifone. Nei tre Magi sono quindi rappresentate tre generazioni della famiglia. Il quadro che fu commissionato al Perugino da Braccio a gloria della sua dinastia, risale ad un periodo fra 1470 e il 1473 e fu probabilmente il primo lavoro importante dipinto dal Perugino. Era stato posto nella chiesa di Santa Maria dei Servi, e si salvò dalla distruzione della chiesa perché era stato spostato in S. Maria Nuova.
    Ultima modifica di Xenia888; 22-10-14 alle 16:56
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    Predefinito Re: Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia

    Piccola annotazione: il personaggio seminascosto dalla figuta del Re Magio più giovane, sulla sinistra della pala, è il Perugino stesso che a volte amava autoritrarsi nei suoi lavori.
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    Predefinito Re: Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia

    LE CASE DEI BAGLIONI



    Le ricche dimore dei Baglioni sorgevano alla sommità del colle Landone (cioè la zona che va dall'attuale Hotel Brufani fino al Duomo, attraversando tutto Corso Vannucci). In particolare il bellissimo palazzo di Braccio si erigeva esattamente nel punto dove oggi si trova il palazzo delle Prefettuta. Dalla cima del colle, le dimore baglionesche scendevano lungo le pendici del colle stesso, verso sud, entro la ceìchia delle mura, nell'area che sarebbe poi stata occupata dalla Rocca Paolina, e poi ancora più in basso verso porta Eburnea da una parte e Porta S. Piero dall'altra, poiché i Baglioni erano una famiglia numerosissima, fin troppo numerosa dicono gli storici, e questo essere in così tanti sarà uno dei fattori di digregazione, che porteranno sangue e morte fra i suoi componenti. Ma Braccio, per sua fortuna, non farà in tempo e vedere tutto ciò.

    Le case dei Baglioni erano ancora di impianto medioevale, costruite più in altezza che in larghezza, sormontate ed affiancate da una moltitudine di torri, poiché ogni dimora ne aveva anche più d'una. Severe e poco aperte verso l'esterno le case baglionesche avevano più l'aspetto di fortezze che di case private, con finestre strette scavate nelle mura spesse, addossate le une alle altre quasi a mo' di reciproca protezione. All'interrno avwvano un dedalo di corridoi, scale e stretti passaggi che spesso collegavano un edificio all'altro, con un andamento assai irregolare. D'altronde chi conosce le vecchie strade del centro storico sa bernissimo quale sia la loro struttura che differisce di poco da quello che doveva essere l'assetto delle abitazioni, anche di quello dei signori perugini. Di tanto intanto un cortile interno dava respiro e luce agli ambienti, costruito a volte proprio come un chiostro con tanto di pozzo nel centro e ingentilito da snelle colonne di marmo. E poi c'erano gli orti-giardino a rallegrare di colori e profumi la severità di queste case-fortezza, con la loro varietà vegetale che andava dagli alberi da frutto, alle erbe officinali, fino alle piante fiorite, con dividendo tutte lo stesso lembo di terra. I rosai abbondavano in questi giardini. Essi furono le piante ornamentali più diffuse di tutto il medioevo, la rosa fin dal tempo della letteratura cortese che era venuta di Provenza, e per tutto il Rinascimento, con la sua simbologia di regina del regno vegetale, era poeticamente accostata alla donna e alla bellezza miliebre, in allegorie che ne sublimavano il potere di seduzione.

    Le torri prendevano il nome dal proprietario dell'abitazione su cui vegliavano e così c'era la torre di Pandolfo, la torre di Guido e quella di Ridolfo dei Baglioni. Quando una torre non era collegata materialmente all'abitazione, da veri e propri passaggi interni, le case erano appena separate da esse da ripidi e contorti vicoletti. Così strette fa loro case e torri, sembravano stringersi per difendersi fra loro e prendere forza le une dalle altre. Le strette vie del centro cittadino che davano accesso alle abitazioni erano sevente chuse da grosse catene di ferro che impedivano l'accesso di uomini a cavallo e per garantire una maggiore sicurezza. di notte le case erano sbarrate con inferriate e pesanti porte di legno. La piazza in cima al colle dove si affacciavani le dimore principali dei Baglioni (quelle che in piccola parte vediamo ancora passando per le scale mobili) era nominata la piazza dei Baglioni. Più o, meno nell'area dell'attuale palazzo Donini, e nei giardini della Prefettura, sorgeva il convento sei Servi di Maria, con annessa chiesa di Santa Maria dei Servi che conteneva preziose tele e pale d'altare dei maestri umbri che andarono disperse durante la sistematica distruzione di tutte le case dei Baglioni operata per ordine di papa Paolo III Farnese, intorno al 1540, per far posto alla Rocca Paolina.
    Scendendo la collina verso Porta Eburnea, (passando per l'attuale via Bonazzi e vicoli dei paraggi fino a Via Cesare Caporali) si incontrava la così detta Sapienza Nuova ovvero la sede dello “Studium” cioè dell'università perugina, che aveva abbandonato l'antica sede di Piazza del Sopramuro (oggi Piazza Matteotti) oramai troppo esigua, per trasferisi in basso in edifici più capienti. Nei paraggi della Sapienza Nuova c'era l'albergo del Leone dei San Marco, che per la sua vicinanza con l'ateneo, era diventato l'alloggio preferito degli studenti forestieri più abbienti che venivano a completare il loro corsi di studi di legge e di medicina a Perugia. Poco distante dallo Studium sempre sul coille Landone, c'era quella che veniva chiamata Piazza Malatesta, poiché vi si affacciava l'abitazione di Malatesta I, casa nella quale Braccio era nato e proprio davanti alla casa paterna egli fece costruire la sua propria dimora personale. Esulando da quel retaggio di severità medioevale che sopravviva ancora nelle case dei Baglioni, il nuovo palazzo di Braccio aveva un aspetto meno austero e fu il più bello della città del suo tempo, meno angusto nelle dimensioni e nelle stanze, con finestre e balconi che si aprivano verso l'esterno e non più all'interno dei cortili, ad illumonare ambienti e sale dando loro luce e respiro, ingentilito dal quer nuovo sorriso dell'arte rinascimentale di cui Braccio amava circondarsi. Le dimensioni della nuova dimora erano meno svettanti e risultava più mollemente accovacciata sul fianco del colle, assai diversamente da tutte le altre dimore e divenne perciò la meraviglia della città. Putroppo non ci rimamgono che le descrizioni che di essa fecero i cronisti e letterati del tempo. L'amore per la pittuta del padrone di casa aveva fatto ricoprire di affreschi non solo le mura interne del palazzo, ma anche l'esterno, cosa inconsueta fino ad allora. Famosi lapidari lombardi avevano lavorato a scolpire eleganti colonnati e balaconate di pietra. La grande sala principale del palazzo era adorna delle migliori pitture di scuola umbra. Rimane famosa a proposito di questo salone, un'allegoria ampiamente descritta dalle cronache, nella quale campeggiava la figura di Perugia, in veste di arcaica matrona, cui facevano corona le figure dei sapienti del passato, quali Bartolo e Baldo giureconsulti medievali di gran fama, affincati dai più famosi condottieri perugini. Ogni figura era debitamente illustrata nel nome e nelle qualità dei personaggi da cartigli in latino, il cui contenuto era stato scritto da Francesco Maturanzio, il dotto umanista della corte di Braccio. Oltre che a celebrare i grandi concittadini del passato, gli affreschi dovevano, secondo un costume prettamente rinascimentale, celebrare l'origine della gente perugina. Infatti secondo una leggenda che attinge all'antichità classica, il mitico fondatore della città sarebbe stato Euliste, sfuggito all'incendio di Troia, profugo in terra italica al seguito dell'altro grande troiano Enea. Così come Roma, anche Perugia amava nobilitarsi affondando le proprie radici nel sostrasto della Grecia di Omero. Questo mitico racconto potrebbe tuttavia adombrare una qualche verità e cioè che l'origine dei primi abitatori etruschi fosse di provenienza della regione greca della Lidia.
    Il palazzo fu terminato attorno al 1471. Lo storico ottocentesco Giovanni Battista Vermiglioli, ipotizza, sulla base dei suoi accurati studi, che alla decorazione pittorica del palazzo avessero lavorato tutti quegli artisti che all'epoca avevano la loro bottega in città, quali il Perugino, il Pinturicchio, Fiorenzo di Lorenzo (primo maestro del Perugino) e Benedetto Bonfigli e altri venuti da fuori come Domenico Veneziano e Andrea del Castagno che avevo risposto all'appello del signore di Perugia per abbellire la sua dimora. Il pensiero che tali e tanti capolavori siano stati deliberatamente distrutti, privandoci di enormi tesori d'arte per far posto ad una fortezza militare, francamente ci strugge il cuore anche a distanza di più secoli. L'odio e l'ambizione di un solo uomo, anche se papa, ci ha privati per sempre di capolavori d'arte insostituibili, lasciandoci orfani dell
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    Predefinito Re: Braccio Baglioni il Magnifico di Perugia

    ...lasciandoci orfani della loro bellezza del loro valore.

    MI sono accorta che mancavano le ultime parole! Mi scuso.
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