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  • 1 Post By Josef Scveik

Discussione: capirci qualcosa sui curdi

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    Predefinito capirci qualcosa sui curdi

    Stato Islamico: quali sono i gruppi curdi che combattono il califfato - International Business Times

    Di Luca Lampugnani | 18.10.2014 16:14 CEST
    Con la caduta della città irachena di Mosul lo scorso 10 giugno, lo Stato Islamico ha avuto la sua definitiva ascesa (mediatica) internazionale. Qualche giorno e settimana più tardi, tra l'inconsistenza dell'Esercito di Baghdad, gli Stati Uniti che guardavano la situazione evolversi nel peggiore dei modi e la Siria costretta ad affacciarsi ad un nuovo baratro, altri nomi - tra più e meno noti -, altre sigle e altri gruppi si sono guadagnati l'attenzione dei media, arricchendo il quadro del conflitto di ulteriori attori. Tra questi, nelle loro molteplici espressioni, i curdi sono di indubbia e fondamentale rilevanza.

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    Tuttavia, anche a causa di una certa semplificazione delle cronache più diffuse, orientarsi tra la babele della rappresentanza curda in guerra con il califfato - divisa tra Siria, Iraq e Turchia - non è certo semplice. Ad esempio, all'indomani dell'avanzata jihadista su Mosul, arrivata dopo tre anni di scorribande siriane, l'intera componente curda sembra essere sinonimo di peshmerga. Ma è davvero così? Ancora, in questo ultimo mese in cui l'attenzione si è spostata massicciamente sulla città di Kobane, polo curdo assediato dalle bandiere nere di al-Baghdadi in terra siriana e a pochi chilometri dalla Turchia, a macchia d'olio si è diffusa internazionalmente la sigla dell'YPG. Chi sono coloro che ne fanno parte? Infine, vecchia conoscenza anche per lo Stivale, è tornato agli onori delle cronache il PKK: cos'è, e qual è il suo ruolo nell'offensiva allo Stato Islamico?
    LEGGI ANCHE Se anche Kobane cade nelle mani dello Stato Islamico
    Ecco una guida per rispondere a queste e ad altre domande.
    Prima di cominciare: chi sono i curdi e cos'è il Kurdistan

    La popolazione curda, di origine iranica, era storicamente suddivisa in grandi tribù patriarcali. Benché le stime siano discordanti, si presume che i curdi siano in totale tra un minimo di venti e un massimo di 50 milioni, per lo più suddivisi tra l'attuale Turchia, l'Iraq e la Siria. Ritenuto da molti il più grande gruppo etnico privo di un'appartenenza statale, monco cioè di confini definiti e riconosciuti internazionalmente (retaggio dei giochi politici europei dopo la prima guerra mondiale e il conseguente disfacimento dell'Impero Ottomano), la religione maggiormente diffusa tra i curdi è quella musulmana sunnita, anche se all'interno del suo vasto tessuto sociale non mancano musulmani sciiti, cristiani, yazidi e un buon numero di appartenenti ad altre confessioni meno note.
    Nell'immagine, i 'confini' del Kurdistan:
    I 'confini' del Kurdistan. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Maximilian Dörrbecker (Chumwa)

    Per quanto riguarda il cosiddetto Kurdistan, questo altro non è ad oggi che uno Stato fantasma, presente nei sogni e nei desideri di molti ma assente - quanto meno ufficialmente - dalle cartine geografiche. In linea teorica, il Kurdistan si svilupperebbe per un vasto territorio mediorientale che comprende parte dell'attuale Turchia, della Siria, dell'Iraq e dell'Iran. Negli anni, i curdi hanno condotto più d'una battaglia nel tentativo di strappare autonomia ai vari Paesi in cui erano stati sparpagliati. Questo ha portato ad episodi di forte e sanguinosa repressione nei confronti della popolazione curda, che ancora oggi subisce - in particolar modo tra Ankara e Teheran, mentre Damasco (Rojava) e Baghdad (Kurdistan iracheno) hanno concesso negli ultimi anni una certa autonomia alle componenti regionali - pesanti veti ad una maggiore autonomia nazionale, rendendo utopistica l'agognata indipendenza.
    In guerra contro lo Stato Islamico: i principali nomi e le più note sigle della resistenza (e dell'offensiva) curda Paese per Paese

    Iraq: i peshmerga

    Alla lettera, la parola 'peshmerga' indica "coloro che affrontano la morte". Già presenti in forma primordiale attorno agli ultimi anni del 1800, la definitiva organizzazione dei peshmerga come forza militare nelle zone irachene a maggioranza curda avviene all'indomani della prima guerra mondiale e della caduta dell'Impero Ottomano. Ad oggi, stando a quanto scrive la britannica BBC, si presume che il fronte dei peshmerga sia composto all'incirca da 190 mila combattenti.
    Espressione armata dei due principali gruppi politici del Kurdistan iracheno, il DPK e l'UPK (Unione Patriottica del Kurdistan), inizialmente le due distinte fazioni peshmerga sono l'una contro l'altra, separate da una guerra intestina alla regione. In seguito, con la distensione tra i due gruppi, le rispettive forze peshmerga vennero unite con lo scopo di formare un unico 'Esercito' per la difesa dei territori del Kurdistan iracheno.
    Durante l'avanzata dello Stato Islamico, i peshmerga si sono distinti sia per importanti vittorie, riuscendo a respingere e a contenere l'onda nera del califfato, sia per sonore sconfitte, tanto che per il mantenimento e la riconquista di alcune porzioni di territorio iracheno (la guerra non si svolge all'interno del Kurdistan) sono intervenute sigle curde provenienti da altri Paesi.
    Siria: YPG

    Diventate note soprattutto con l'assedio di Kobane, le milizie dell'YPG (Yekîneyên Parastina Gel, Unità di Protezione del Popolo) sono considerate ufficiosamente il braccio armato del Partito dell'Unione Democratica (PYD), formazione che con il Consiglio Nazionale Curdo (KNC) ha dato vita nel 2012 al Comitato Supremo Curdo (DBK). Già esperti di guerriglia contro gruppi jihadisti a causa della guerra civile siriana, oltre alla strenua difesa della città di confine con la Turchia l'YPG si è distinto come forza armata giunta in aiuto ai peshmerga negli episodi di difficoltà contro lo Stato Islamico.
    LEGGI ANCHE Kobane: i curdi dell'YPG rimuovono la bandiera nera dello Stato Islamico dalla collina di Tel Shahir
    Siria: YPJ

    La sigla è parte fondamentale dell'universo dell'YPG. Con YPJ (Women's Protection Unit), sono infatti indicate le truppe interamente al femminile che operano tanto a Kobane quanto tra Siria e Iraq.
    Turchia: il PKK

    La sigla è acronimo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, gruppo e formazione politica ritenuta terrorista da Stati Uniti, Turchia ed Unione Europea. La storia del PKK, fondato nel 1978 da Abdullah Ocalan, passa attraverso anni ed anni di lotta armata contro Ankara, che come Teheran si è distinta nella violenza della repressione del popolo curdo. Basato sull'ideologia comunista, il PKK è una vecchia conoscenza anche italiana: braccato dal governo turco, Ocalan fuggì a Roma nel 1998 per chiedere asilo politico, richiesta su cui tergiversò a lungo il governo di Massimo D'Alema. Convinto che un riconoscimento non ci sarà, Ocalan lascia l'Italia, dove tuttavia, due mesi dopo, la magistratura gli concede asilo. Nel frattempo spostatosi in Kenya, qui fu intercettato dalla CIA e dall'intelligence turca, estradato ad Ankara e condannato all'ergastolo (la pena è stata commutata dopo l'abbandono della pena capitale in Turchia, cui era inizialmente condannato Ocalan).
    Oggi impostato su posizioni più democratiche - in Turchia ha dato vita al Partito Curdo per la Pace e la Democrazia (PDB), molto radicato nelle zone a maggioranza curda -, il PKK ha in corso un travagliato processo di dialogo con il governo turco, processo che proprio nelle ultime settimane è stato inficiato dai fatti di Kobane. I curdi del PKK chiedono alla Turchia di intervenire in aiuto dei loro fratelli dell'YPG (il PKK e il PYD, espressione politica delle milizie di autodifesa in Siria, possono dirsi complementari), o quanto meno di lasciare aperti i confini in modo che i volenterosi possano raggiungere il fronte della città frontaliera. Ankara, ovviamente, ha rifiutato l'una e l'altra richiesta, scaldando gli animi internamente e a livello internazionale.
    LEGGI ANCHE Perché la Turchia non supporta i guerriglieri curdi contro lo Stato Islamico?
    Turchia: HPG

    Nella battaglia allo Stato Islamico, il PKK ha sul campo il suo braccio armato, l'HPG, che come le milizie dell'YPG siriano ha contribuito a tappare le falle aperte sul fronte iracheno da alcune ritirate da parte dei peshmerga.
    Turchia: YJA-Star

    Come le YPJ presenti in Siria, è la componente femminile dell'HPG.
    LEGGI ANCHE Indipendenza e lotta allo jihadismo: le posizioni curde (tra forti divisioni interne) nel conflitto siriano


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    Predefinito Re: capirci qualcosa sui curdi

    La resistenza e la rivoluzione a Kobane (e dintorni) | Nazione Indiana

    La resistenza e la rivoluzione a Kobane (e dintorni)

    21 ottobre 2014
    Pubblicato da Lorenzo Declich

    di Lorenzo Declich
    La cittadina curdo-siriana di Kobane è stata sotto assedio per più di un mese.
    A combattere erano gli assalitori di Daesh (IS, Stato islamico, Daesh, ISIS, ISIL chiamateli come volete), e i difensori curdi e arabi: YPG/YPJ e brigate dell’Esercito Siriano Libero.
    A poche centinaia di metri dai luoghi dello scontro, in territorio turco, erano appostati diversi mezzi blindati dell’esercito regolare turco.
    La maggior parte dei civili a Kobane era stata evacuata, ne restava in città un numero che, a seconda delle fonti, variava dalle poche centinaia (soprattutto vecchi, sembra) ai 5000-6000.
    L’IS attaccava la città da tutte le direzioni eccetto quella nord, dove si trova la frontiera con la Turchia.
    Lì, appunto, stanziavano i mezzi blindati turchi.
    L’esercito turco è stato impegnato a sedare i tentativi di entrata in Siria di civili curdi e turchi che, appartenenti o meno a organizzazioni politiche di qualche genere, volevano andare a Kobane per unirsi ai combattenti che difendevano la città.
    A un certo punto su Kobane hanno iniziato a volare bombardieri americani che hanno attaccato postazioni di Daesh in città e nelle retrovie.
    Se la cosa fosse avvenuta un po’ prima gli obiettivi sarebbero stati di più facile individuazione, dicono diverse fonti.
    Ma di fatto l’intervento dell’aviazione, anche se con una tempistica errata, ha spostato l’ago della bilancia in favore dei difensori, che hanno preso fiato e guadagnato terreno.
    Negli ultimi giorni, poi, si è sbloccata la situazione a nord. I turchi hanno riaperto la frontiera selettivamente – hanno permesso ad altri curdi, i peshmerga iraqeni, di portare aiuti militari e umanitari.
    Poco prima gli aerei dell’alleanza avevano iniziato a lanciare medicine e armi dall’alto.
    ***
    Essendo uno dei luoghi di scontro più accesi con Daesh, l’assedio di Kobane ha ricevuto in Europa e negli Stati Uniti ampia copertura.
    Vista la vicinanza con la frontiera turca i giornalisti hanno potuto assistere ai combattimenti da una distanza decisamente ravvicinata, anche se rare sono le testimonianze video “da dentro”.
    In tempo reale abbiamo potuto assistere a eventi simbolici come l’imposizione della bandiera di Daesh sulla collina più alta e, a giorni di distanza, la sua successiva eliminazione.
    Abbiamo potuto visualizzare decine di mappe che registravano il progresso dellla battaglia: l’avanzata di Daesh, il suo ritiro.
    Abbiamo letto centinaia di tweet di persone che si trovavano lì.
    Abbiamo toccato con mano la repressione turca, l’arrivo di diversi gruppi di persone, curdi o meno, che manifestavano e volevano entrare.
    Abbiamo registrato il moto globale di solidarietà che in Turchia ha scatenato la repressione e ha prodotto decine di morti.
    Molti articoli e reportage hanno sottolineato le peculiarità delle enclave curde siriane.
    Il toponimo “Rojava” ha fatto il giro del mondo così come l'”esperimento” di autogoverno e autonomia, sancito da una carta, da una dichiarazione di principi, lì messo in pratica.
    Il mondo ha conosciuto i combattenti curdi dell’YPG, e soprattutto le combattenti curde dell’YPJ, bracci armati del partito curdo siriano del PYD.
    Negli ultimi giorni sono state messe in campo diverse campagne volte alla raccolta di fondi e aiuti da destinare ai curdi del Rojava.
    Ma per diversi motivi, prima di tutto a causa delle note e perniciose esigenze di semplificazione che affliggono gli operatori dei mezzi di informazione, l’opinione pubblica ha identificato Kobane col Curdistan.
    L’attenzione si è concentrata su generici “diritti del popolo curdo”, quel “popolo senza Stato” che da un secolo subisce vessazioni di ogni genere.
    In tanti hanno chiesto alla comunità internazionale di farsi carico delle responsabilità derivanti dall’aver “lasciato i curdi da soli”.
    Il fatto è che fra quei curdi resistenti c’erano – come ho scritto all’inizio – degli arabi che erano accorsi in loro aiuto.
    E come vedremo quelli lì erano degli arabi speciali che non avevano lasciato soli quei particolari curdi.
    ***
    Sebbene i media abbiano dato ampio risalto alla vicenda di Kobane la copertura dell’evento è stata parziale, o meglio selettiva.
    Alcuni elementi, di certo molto interessanti, sono stati messi in risalto, altri non sono stati presi in considerazione, o ignorati, o negati.
    Il primo riguarda il combattimento vero e proprio o meglio l’identità dei combattenti.
    Se da una parte c’erano degli indifferenziati ed efferati seguaci del Neocaliffo di Mossul dall’altra c’erano degli indifferenziati e generosi/coraggiosi curdi, aiutati talvolta da singoli o gruppi provenienti da mondi lontani e giunti in loco per dare il loro apporto.
    Abbiamo incontrato “storie di solidarietà” antibarbarie: ad esempio quella di un americano, Jordan Matson, che “ha lasciato la sua ragazza, ha smesso di cercare lavoro ed è andato a Kobane”. O anche quella, un po’ meno decrittabile, dei bikers tedeschi e olandesi.
    Molto meno abbiano sentito parlare della “cabina di regia” chiamata “Vulcano dell’Eufrate” (Burkan al-Furat), frutto di un accordo siglato nello scorso settembre dai curdi dell’YPG/YPJ e diversi gruppi di combattenti arabi locali o provenienti da aree ora occupate da Daesh, la maggior parte dei quali appartenenti all’Esercito Siriano Libero.
    Parliamo di un numero di combattenti che oscilla dalle 300 alle 1000 unità. Un numero che può aver fatto la differenza in battaglia.
    Cercando nel web si trovano le specifiche di questo accordo e diverse analisi riguardanti la sua natura.
    La questione è controversa. YPG/YPJ e Esercito Siriano Libero si sono scontrati in passato, quando Daesh non esisteva.
    L’Esercito Siriano Libero accusava i curdi siriani di collaborare col regime ed effettivamente per un lungo periodo le enclave curde hanno mantenuto rapporti stabili con l’amministrazione di Asad, in cambio di un’autonomia sempre più marcata.
    Mentre il PYD costruiva l’autonomia, non senza compiere forzature per conquistare l’egemonia politica, l’Esercito Libero Siriano – che al contrario dell’YPG/YPJ era costantemente sotto il fuoco del regime – si andava sfaldando a causa di dissidi interni, mancanza di foraggiamenti, infiltrazioni di criminali comuni.
    Si gonfiavano altri gruppi armati anti-Asad, quei gruppi come il Fronte islamico che, invece, ricevevano copiosi aiuti dai paesi del Golfo.
    E si gonfiava anche la Jabhat al-nusra, che nell’aprile del 2013 rivelò la sua connessione con al-Qaida e nel cui corpo era germinata Daesh.
    Nell’est della Siria, e attorno alle zone settentrionali a maggioranza curda, questa organizzazione era dominante.
    Lì, come altrove, ciò che rimaneva dell’Esercito Siriano Libero si coordinava con la Jabhat al-nusra che si scontrava anche con i curdi.
    Il paradigma cambiò con la nascita di Daesh, che rese la Jabhat al-nusra ininfluente in quelle aree e schiacciò l’Esercito Siriano Libero i cui combattenti, in parte, ripiegarono nelle aree curde, dove trovarono accoglienza.
    Sono questi combattenti ad aver ricostituito un qualche coordinamento fra gruppi ormai allo sbaraglio dell’Esercito Siriano Libero, fra cui milita fra l’altro una brigata curda (Jabhat al-akrad), e ad aver inaugurato un nuovo corso.
    C’è chi dice che questa cabina di regia esploderà nel preciso momento in cui Daesh sarà eliminato, sottolineando che i curdi del PYD in altre aree (ad esempio Hasake) si coordinano col regime contro Daesh.
    E’ possibile, ma c’è chi racconta, invece, che le operazioni congiunte hanno messo in linea posizioni che fino a poco tempo fa sembravano inconciliabili e ha determinato nuove consapevolezze, nuove fratellanze.
    E’ possibile anche questo. Fra le certezze che abbiamo c’è il comunicato del comando generale dell’YPG su Kobane del 19 ottobre scorso, un testo che sottolinea l’apporto dell’Esercito Siriano Libero e la collaborazione dell’YPG/YPJ con esso.
    I maligni farebbero notare che i turchi qualche giorno prima avevano chiesto all’YPG/YPJ di confluire nell’Esercito Siriano Libero come pre-condizione per l’apertura delle frontiere. Questa dichiarazione, dunque, potrebbe essere niente altro che una strizzatina d’occhio a Erdogan. Ma non si può non tener conto dell’atteggiamento americano che, oltre a dare una mano dall’alto, ha sviluppato un’iniziativa diplomatica volta a convincere i turchi a cedere su Kobane, cosa che in una certa misura, come abbiamo visto è avvenuta.
    E, inoltre, non bisogna dimenticare che i turchi, oltre a bloccare la frontiera e a reprimere con la violenza tutte le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei resistenti di Kobane, hanno negli ultimi giorni bombardato alcune postazioni del PKK, il partito dei lavoratori curdi di Turchia, descritto da molti come “la madre” del PYD ma soprattutto, di fatto, organizzazione omologa al PYD dal punto di vista ideologico (da notare, in questo quadro, che lo stesso PYD al suo interno ha una propria dinamica di sviluppo nella quale, affermano alcuni, le nuove generazioni prendono sempre maggiore influenza, allontanandosi dalla vecchia guardia, più legata al PKK).
    Sembra dunque che il tributo dell’YPG all’Esercito Siriano Libero non sia un esercizio di cerchiobottismo, non sia un modo per tenersi buoni i turchi.
    ***
    Ma nel comunicato c’è molto di più, c’è qualcosa che ci fa aprire lo sguardo su uno scenario finora non colto né raccolto e che il lettore medio di notizie su Kobane probabilmente non ha mai nemmeno immaginato:
    Combattere il terrorismo e costruire una Siria libera e democratica sono la base dell’accordo che abbiamo firmato con le fazioni dell’Esercito Siriano Libero. Come è evidente, il successo della rivoluzione dipende dallo sviluppo di queste relazioni fra tutte le fazioni e le forze del bene in questo paese (cit.).
    In queste due frasi troviamo una rivoluzione, un’idea di futuro e un paese, la Siria, in cui questa rivoluzione e questa idea di futuro si proiettano.
    Troviamo un piano di solidarietà interetnico, interlinguistico, interreligioso che sfugge ai reticoli nei quali sono stati imprigionati molti dei dispacci provenienti da Kobane.
    Non si ringraziano i fratelli curdi di Iraq, di Iran, di Turchia.
    Non c’è un Curdistan libero e democratico nel comunicato dell’YPG.
    Al curdocentrismo del quale si è intriso il nostro mondo dell’informazione, che rende i curdi tutti uguali ed esclude dal racconto tutti gli altri, fra cui quei curdi che in Siria e in Iraq combattono o parteggiano per la parte opposta – ossia con Daesh – questo comunicato oppone un’altra realtà, della quale dovremmo parlare.
    ***
    Ho sotto gli occhi l’immagine di due curdi risalente agli inizi del ‘900. La didascalia recita: “Mesopotamia – tipi di curdi massacratori”. Perché massacratori? Perché i primi massacri di armeni, in Turchia (1894-1896), li fecero anche i curdi.
    I curdi, insieme a turchi, arabi, turkmeni e yörük, furono al tempo inquadrati da irregolari in una cavalleria sultaniale, la Hamidiye, che prendeva di mira le comunità armene.
    Passo a un’altra immagine, risalente al 1908. Siamo nella piazza principale di Urfa, l’antica Edessa, ma oggi Şanlıurfa, per gli arabi ar-Ruha, per i curdi Riha, per gli armeni Urha, per gli assiri Urhoy, una città che si trova a meno di 60 chilometri da Kobane, in quello che oggi definiamo “Curdistan turco”.
    La pluralità di denominazioni della città riflette la sua storia “mista”. E’ il 24 luglio, il giorno della restaurazione della costituzione in Turchia da parte del sultano. Nella piazza ci sono persone di lingue, culture e religioni diverse. Turchi, curdi, armeni, assiri, tatari, arabi e così via.
    Ora Şanlıurfa è una città mista, ma molto meno mista di prima. Negli anni 1915-1916 fu toccata dal massacro degli armeni (e degli assiri): il 40% della popolazione (che allora era di 75.000 persone) fu sterminata. Non ci sono più armeni a Urfa, almeno non quelli di una volta. Erano circa 25.000.
    La cosa iniziò con una “resistenza armena”. Un’ immagine, risalente al 1915, ritrae “civili armeni di Urfa che si difendono dai turchi e dai curdi, luglio 1915″.
    Oggi diverse associazioni curde riconoscono le responsabilità curde nei massacri degli armeni, ma se mettete a confronto le mappe “storiche” del Kurdistan e quelle dell’Armenia vedrete che si sovrappongono un bel po’.
    Con questo non voglio dimostrare quanto siano illegittime le rivendicazioni dei nazionalisti curdi o quelle degli armeni della diaspora, né il contrario.
    Vorrei far riflettere sul fatto che tutti i nazionalismi sono escludenti e non si vede il motivo per cui un nazionalismo possa essere più valido e meno potenzialmente genocida di un altro.
    Di certo i curdi sono stati perseguitati in diverse forme e a più riprese in ognuno dei paesi nei quali si sono ritrovati a vivere dopo i trattati che seguirono alla conferenza di Parigi del 1919-1920, che non diedero loro uno Stato.
    Ma ancora nel 1908 i curdi semplicemente “non erano”, o meglio “non erano riconosciuti come qualcosa a sé nell’impero ottomano”.
    Nelle elezioni che seguirono alla promulgazione della costituzione turca nel 1908 nessun seggio parlamentare andò specificamente a curdi.
    Il nuovo parlamento era composto di 147 turchi, 60 arabi, 27 albanesi, 26 greci, 14 armeni, 10 slavi e 4 ebrei.
    Forse, ma dovrei controllare, fra quei 146 turchi c’era qualche “turco di montagna”.
    Insomma, voglio inserire la questione curda in un quadro problematico ma, soprattutto, ricordare che, se la questione è dire sì a uno “Stato curdo” come “risarcimento” per i torti subiti, apriamo il vaso di Pandora di contenziosi centenari.
    E, contestualmente, voglio ricordare che non tutti i curdi sono nazionalisti, anzi: come in un qualsiasi altro contesto linguistico-culturale vi è chi non ha la minima voglia o il minimo interesse a promuovere l’idea di uno Stato indipendente.
    Diverso, e ancora una volta molto complesso, si fa il discorso se parliamo di autonomia, un concetto che coinvolge la possibilità di esprimere una identità e anche un certo patriottismo che può superare le frontiere degli Stati.
    Guardando alla distribuzione delle comunità curde nei diversi paesi vediamo che ognuna di esse ha una corrente autonomista che si articola anche in base alla risposta che le rivendicazioni ricevono in quei paesi.
    In Iran l’autonomia curda è negata, in Iraq è sancita, in Turchia è (o era dopo i recenti eventi) in discussione, in Siria è stata negata fino alla rivoluzione del 2011 quando Asad, per “tenere buoni” i curdi l’ha promessa, insieme alla concessione di una cittadinanza fino a quel momento semplicemente ignorata.
    In tutti questi paesi, e la comunità internazionale non è da meno, l’idea di uno Stato curdo indipendente non è neanche presa in considerazione.
    ***
    Fra i gruppi certamente autonomisti ma non nazionalisti ci sono evidentemente i curdi siriani del PYD. Ma, appunto, sarà bene specificare di quale autonomia parliamo.
    In Iraq l’autonomia dei curdi si è tradotta, in breve, nella gestione del potere nelle zone di pertinenza, alle dipendenze dal governo centrale iraqeno, con una conseguente lotta fra potentati, più o meno intensa.
    In Siria, come hanno sottolineato da più parti, il modello – prodottosi in tempo di guerra – è diverso sotto molti punti di vista.
    Il procedere del processo di autonomia ha segnato, anche grazie al disinteresse crescente del regime di Asad nei confronti delle aree curde, un cammino di autogestione meno controllato dall’alto, anche se egemonizzato dal PYD.
    Si tratta di un modello che trova il suo più diretto parallelo a pochi passi dal Curdistan siriano, in altre zone della Siria, sebbene queste siano state esperienze immensamente più difficili viste le “attenzioni” (cioè i bombardamenti) ricevute dal regime.
    Negli anni seguenti alla rivolta del 2011 molti territori in Siria sono stati gestiti con metodi e mentalità profondamente simili a quelli che ritroviamo a Kobane.
    Quelle frasi, sopra riportate, del comando dell’YPG suonano molto familiari a molti siriani, soprattutto a quelle migliaia di attivisti che in Siria hanno costruito forme di autoorganizzazione e autogoverno omologhe a quelle che ritroviamo a Kobane.
    Suonano invece “uniche” e “isolate”, oltre che molto esotiche, nel resto del mondo, dove la rivoluzione siriana, citata dal comando dell’YPG, è quasi completamente sconosciuta o disconosciuta.
    O nascosta dietro a stereotipate guerre etcniche e/o religiose.

  3. #3
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    Predefinito Re: capirci qualcosa sui curdi



    ORA E SEMPRE NO TAV
    NO AI LAGER CHIAMATI CIE

  4. #4
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    Predefinito Re: capirci qualcosa sui curdi

    La questione è complessa e ci sono molti nodi da sciogliere senza pregiudizi ideologici. Sabato sera, un conoscente (di ispirazione socialista zapatista) mi ha detto che il PKK ha abbandonato la linea marxista leninista per aderire ad una di carattere anarcoide. Ripeto: questione da valutare con molta attenzione e distacco.
    Ultima modifica di LupoSciolto°; 24-10-14 alle 16:30

  6. #6
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    Predefinito Re: capirci qualcosa sui curdi

    SE di socialismo libertario deve trattarsi, ebbene, che sia qualcosa di molto simile alla Jamairhya libica. Altrimenti si tratterà dell'ennesima sconfitta preannunciata ancor prima dalle idee che dai fatti.
    Ultima modifica di LupoSciolto°; 24-10-14 alle 16:32

  7. #7
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    Predefinito Re: capirci qualcosa sui curdi

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    La questione è complessa e ci sono molti nodi da sciogliere senza pregiudizi ideologici. Sabato sera, un conoscente (di ispirazione socialista zapatista) mi ha detto che il PKK ha abbandonato la linea marxista leninista per aderire ad una di carattere anarcoide. Ripeto: questione da valutare con molta attenzione e distacco.

    gli scritti che ho riportato sono di fonti molto diverse.
    l'autore del secondo scritto è considerato molto valido da un mio conoscente che si occupa per studio (non politico) di mondo arabo.

 

 

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