Intervista: Intervista Tommaso Debenedetti autore di interviste false
“Mi piace essere il campione italiano della bugia”
Non sono stati soltanto premi Nobel per la Letteratura, scrittori illustri e autori di best seller. Anche il Dalai Lama, Lech Walesa, Mijaíl Gorbachov, Elie Wiesel, Noam Chomsky e Joseph Ratzinger, poco prima che iniziasse nel 2005 il conclave che l’avrebbe proclamato Papa, furono intervistati dall’immaginazione di Tommaso Debenedetti.
La lista delle false interviste del freelance italiano continua a crescere. L’ufficio di rassegna stampa del Parlamento ha pubblicato sul web il file e siamo già intorno ai 79 pezzi, nonostante non siano tutte interviste perchè Debenedetti per alcuni mesi è stato anche vaticanista dello scomparso “Indipendente”.
Nella lista si vede che una delle sue ultime vittime è stato il drammaturgo Derek Walcott. Debenedetti lo mostrò terrorizzato all’altro lato del telefono il giorno del terremoto di Haiti. Poco dopo Philip Roth scoprì il grande bluff. La giornalista de “La Repubblica” Paola Zanuttini gli chiese spiegazioni sulla sua presunta perdida di fiducia in Obama e Roth negò di aver affermato questo, negò di aver parlato con “Libero” e negò di conoscere Debenedetti.
Ora l’inventore dell’intervista ha deciso di concedere un’intervista a questo quotidiano. Lo aveva già fatto con Malcom Pagani, reporter de “Il Fatto Quotidiano”. Allora confermò la versione che alcune interviste erano vere e che era perfino in possesso delle registrazioni che lo provavano. Ora Debenedetti confessa che era tutto falso. O, più esattamente, un gioco. “La mia idea era quella di essere un giornalista culturale serio e onesto ma questo in Italia è impossibile”, spiega. “In questo paese l’informazione è basata sulla falsificazione. Finchè sia a favore della linea editoriale, finchè colui che parla sia uno dei nostri, tutto passa. Io mi prestai a questo gioco semplicemente per poter pubblicare e giocai fino alta fine per denunciare questo stato di cose.”
Nato a Roma nel 1969, sposato e con due figli, professore di Italiano e Storia in un istituto pubblico della capitale, figlio e nipote di illustri critici letterari (Antonio e Giacomo), Debenedetti si dichiara “soddisfatto” del lavoro realizzato. “Mi piace essere il campione italiano della bugia. Credo di aver inventato un nuovo genere e spero di poter pubblicare nuovi falsi sul mio sito internet, e la collezione in un libro. Ovviamente con la prefazione di Philip Roth”.
Dopo averci dato appuntamento nella rumorosa Piazza Barberini, Debenedetti arriva puntuale (nonostante il suo orologio segni un’ora in meno) insieme a suo figlio di 3 mesi. Mostra un aplomb cordiale e intelligente, un kippah poggiato sul capo, rassomiglia un po’ all’attore Roberto Benigni. In un’ora l’imbroglione narra la sua verità. Senza rancore e con tanto senso dell’humor.
Domanda: Lei è un giornalista o no?
Risposta: Ho studiato Letteratura e Storia Italiana, e poi ho cominciato a lavorare come giornalista freelance. Ho il tesserino di pubblicista (collaboratore di stampa) dal 1998. Quello di giornalista non posso prenderlo perchè in Italia devi aver lavorato con un regolare contratto per due anni di seguito per un giornale. Nel 1994 ho cominciato a scrivere critiche e interviste con scrittori italiani.
D. Reali?
R. Assolutamente. Le facevo per telefono e anche di persona. Ne feci una alla scrittrice Dacia Maraini e ad altri autori locali. Poi successe una cosa: improvvisamente capii che qualcosa puzzava nella stampa italiana.
D. Ovvero?
R. Io volevo lavorare onestamente come redattore culturale ma non avevo spazio. Andavo alle conferenze stampa ma nessuno mi concedeva interviste. Offrivo critiche e recensioni di manifestazioni teatrali ma mi dicevano sempre “questo lo copriamo già con i nostri redattori” . Così cambiai metodo.
D. E cominciò con i falsi?
R. La tecnica consisteva nel rivolgersi a piccoli quotidiani di provincia. Non pagavano tanto ma compravano tutto.
D. Quando scrisse il primo?
R. Nel 2000, credo fosse Gore Vidal. Era accessibile, presentava il suo libro “Palimpsesto”, parla italiano e viveva a Ravello, vicino Napoli … Mi dissi “la faccio”, la feci e uscì su “La Nazione” (di Firenze), “Il Giorno” (di Milano), e “Il Resto del Carlino” (varie province).
D. Ma la fece davvero?
R. No, Gore Vidal non riceveva chicchessia. Ma l’intervista piacque e il responsabile del settore culturale de “La Nazione” mi disse: “Ora non possiamo scendere di livello”. Cominciai a fare offerte ad altri quotidiani. “Il Mattino” di Napoli me ne comprò varie. Mi resi conto che ciò che interessava non era la cultura ma i grandi nomi, il mondo delle spettacolo, le star. Non pagavano quasi niente ma io volevo scrivere e non mi importava del denaro. Così cominciai a giocare. La verità è che mi sono divertito da morire durante questi dieci anni.
D. Vivendo questa vita di impostura?
R. Sì, era appassionante. La mattina ero professore, il pomeriggio parlavo con gente come Arthur Miller, Roth o il Papa. Gli facevo raccontare tutta la loro vita e i pezzi venivano pubblicati, a volte mettevano la notizia in prima pagina e questo soddisfaceva il mio senso di vanità. Nonostante mi pagassero 30 euro a pezzo o a volte nulla e non mi avessero mai ringraziato per le mie esclusive. Ciò dimostra che era solo un gioco. Tutti sapevano. Solo che si comportavano come se non fossero state invenzioni: “Abbiamo lo scoop? L’esclusiva? La diamo e se ci scoprono non è colpa nostra ma del freelance”.
D. Dunque i giornali sapevano che erano dei falsi?
R. Certo, ma il meccanismo gli conveniva. Tutti sanno che gli autori concedono interviste per promuovere i propri libri. Le mie interviste andavano oltre, erano quasi sempre politiche. Gli davo una piega a destra. Mi divertivo e sapevo che era questo che chiedevano quei quotidiani. “Sarebbe bene che parlasse male di Obama”, “fallo parlare bene di Berlusconi”. Io obbedivo.
D. Alcuni blogger italiani sostengono che ha ordito un complotto politico a favore di Berlusconi facendo sembrare di destra gente di sinistra.
R. La destra ha un grande complesso di inferiorità culturale e a volte si illude davanti a grandi nomi. Sono contento di diffondere questo messaggio. L’Italia è un paese che fa ridere, fra l’assurdo di Ionesco e i sogni di Calderón.
D. E Derek Walcott terrorizzato il giorno del terremoto di Haiti?
R. Chi poteva pensare che era la verità? Un freelance italiano lo chiama a Santa Lucía, lui racconta che ha sentito il tremore e che si è dovuto mettere sotto il tavolo. Parlo dell’”Omero” dei Caraibi che reclama Haiti. Quel giorno mi chiamarono da “La Nazione” e mi dissero “grazie, dottor Debenedetti, è la notizia del giorno”. Un giornale nano di provincia ha quest’esclusiva mondiale. E non le sembra strano?
D. Ha ingannato anche quotidiani nazionali come “Libero”?
R. Con “La Repubblica”, “Il Corriere” o “La Stampa” non ho provato perchè sapevo che non avrebbe funzionato. Loro verificano, hanno la capacità di farlo. Decisi di provare con “Libero” per la sua fedeltà a Berlusconi. Chiamai il responsabile del settore culturale per offrire John Le Carré. L’uomo fa le sue telefonate. Sapete a chi. E mi dice di sì. Glielo mando e esce. Poi gli vendo Roth. Le Carrè scrive di guerra fredda, di spie e cose così; Roth è un uomo di sinistra. Questo è un dilemma per “Libero”. Chiedergli di parlare bene di Berlusconi è troppo. Mi dissero “Fagli dire qualcosa di forte contro i Nobel ma che non dica nulla contro la linea del quotidiano”.
D. Ha fatto nove interviste allo scrittore israeliano Abraham Yeoshua e cinque a Roth. Perchè erano i suoi favoriti?
R. Yeoshua perchè Israele e Medio Oriente si vendono bene in Italia. E Roth perchè mi inventai il suo appoggio a Obama perfino prima che glielo desse, quando questi ancora non si era presentato alle primarie. Quella la citò “Il Messaggero”. Così pensai che non sarebbe parso strano che tempo dopo si fosse mostrato disilluso nei confronti di Obama. Infatti a nessuno lo sembrò se non a lui stesso e alla giornalista de “La Repubblica” che glielo chiese.
D. Dieci anni di mitomania sono tanti. Nessuno se ne accorse prima?
R. Nel 2006 prima delle elezioni feci dire a John Le Carré che avrebbe votato per Berlusconi. L’intervista falsa fu citata da “Il Corriere”, Le Carré si arrabbiò tantissimo e smentì tutto sul “The Guardian”. “La Repubblica” si fece eco dell’accaduto ma nessuno ci fece caso. Fu una prima avvisaglia ma non successe nulla.
D. Non aveva paura di essere scoperto e querelato?
R. Io mi limitavo a continuare questo gioco comico e tragico allo stesso tempo. La falsificazione e il settarismo sono gli elementi base dell’informazione italiana. Soprattutto nella stampa berlusconiana ma non solo. Tutto si costruisce in base a Berlusconi. O sei amico o sei nemico. Le notizie, le interviste, le dichiarazioni e la censura si decidono in base a questo criterio. E’ un sistema tendenzioso che si distingue per l’assenza di controllo. Se io fossi un freelance spagnolo e chiamassi questi quotidiani offrendo loro un’intervista ad Almudena Grandes, la pubblicherebbero senza alcun controllo.
D. A proposito, chi sono state le sue vittime latinoamericane e spagnole?
R. Qualche anno fa intervistai Mario Vargas Llosa dopo averlo visto ad una conferenza a Roma, poi Laura Pérez Esquivel e Vázquez Montalbán. Questi è citata in un sito su Andrea Camilleri perchè lo feci parlare molto bene di lui. Quando fu scoperto tutto ero sul punto di fare una grande intervista a García Márquez in cui rinnegava Obama.
D. Fece tutto questo per una specie di vendetta contro la sua famiglia?
R. Lei parlò di Freud nell’articolo che scrisse su di me. Può darsi ci sia qualcosa di questo anche se credo che la relazione con mio padre non abbia influito. Lui non mi ha aiutato a diventare giornalista (Antonio Debenedetti firma su “Il Corriere della Sera”) ma il nostro rapporto finì per motivi strettamente familiari. So che è molto addolorato e questo mi spiace per l’affetto che mi lega a lui. Mio nonno Giacomo è sempre stato un modello per me, era il mio grande riferimento letterario. Mi sarebbe piaciuto essere come lui. Forse questo è stato un modo freudiano per evitare il confronto. Ma era anche l’unico modo di farlo essendo pubblicista. Era come farmi un giornale da solo ma sotto gli occhi di tutti; facevo editoriali politici sotto forma di interviste nonostante molte volte non riflettessero le mie idee; firmavo la critica letteraria che non mi lasciavano firmare.
D. Quali furono i suoi migliori colpi di genio?
R. Mi divertì che un’intervista del 2003 a Naguib Mahfuz, un autore egiziano, fosse ripubblicata da “France Soir” e altri quotidiani egiziani senza che nessuno se ne accorgesse. Mi divertì attribuire ai gatti di Banana Yoshimoto i nomi dei miei gatti, Dada e Kiko. Mi divertì tantissimo intervistare Ratzinger poco prima del conclave indovinando il fatto che fosse papabile, e che “L’Indipendente” pubblicasse di nuovo il pezzo due giorni dopo come “l’ultima intervista prima di diventare Papa”.
D. Quale tecnica utilizzava per imitare il linguaggio? Leggeva i libri, copiava da altre interviste?
R. Leggevo i libri e cercavo di captare il loro modo di esprimersi e il loro mondo. A volte infilavo particolari sull’ambiente, Coelho, Follet, Yashimoto, Walkott.
D. Le dispiace che alcuni scrittori abbiano detto che non si riconoscevano nelle sue interviste?
R. Questo è ciò che mi ha dato più fastidio. E anche che Roth abbia detto che la mia carriera è terminata; lo so ma non c’è nemmeno bisogno che lo dica uno che è uno scrittore di fama mondiale. Forse la mia carriera nei quotidiani è finita ma il mio lavoro no. Forse scriverò con uno pseudonimo nuove interviste su qualche giornale di lunga tirata. E creerò una pagina web dove pubblicherò nuovi falsi. Credo che sia un genere nuovo e mi piacerebbe pubblicare la collezione in un libro. Certo, con una prefazione di Roth, vedremo se falsa o vera. Mi piacerebbe anche andare a trovare Hertha Müller, farle tre quattro domande e vedere come reagisce l’autrice vera.
D. Alcuni lettori del “The New York Times” La accusano del fatto che attribuire a gente come Günter Grass o Roth opinioni contrarie a Obama sia un atto di violenza.
R. Mi dispiace che dicano questo. A Grass feci dire cose a favore degli immigrati, contro Berlusconi. Non credo di aver fatto alcuna violenza.
D. John Grisham ha annunciato che sporgerà una querela contro di Lei.
R. Al momento non so nulla. Possono fare ciò che vogliono. Io sono stato trasparente e non ho tratto nessun vantaggio da tutta questa storia. Non mi sono arricchito, non ho mai pensato di guadagnare con i pezzi. Una volta mi chiamò mia madre e mi disse che era arrivato il pagamento da parte de “La Nazione”: 40 euro per tre interviste. Continuo a essere anonimo, o quasi. In Italia non parla nessuno del mio caso perchè ciò presupporrebbe approfondire la questione della farsa dell’informazione.
D. Vuole approfittare per chiedere perdono ai suoi intervistati?
R. Mi piacerebbe incontrarli. A volte ho fallito nel rispecchiare i loro pensieri, fosse per fretta o incapacità. Chiedo scusa. Ho visto che Roth ha detto che non si stupirebbe se in Italia mi trasformassero in eroe. Vorrei dirgli una cosa: “Caro Roth, Lei non conosce l’Italia”. Qui diventa eroe solo chi va col vento, mai chi critica il sistema o si diverte dicendo la verità. Non sarò mai un eroe ma continuerò a dire la verità. E so bene che, detto da me, può suonare strano.
repapelle:




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ostridicolo: e allora.. ? di grande peso politico immagino
