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Discussione: Il processo della bella Porzia

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    Predefinito Il processo della bella Porzia

    Dopo il glorioso perido del governo comunale e il fasto delle signorie rinascimentali, nel 1540 con l'annessione alllo Stato della Chiesa, compiutosi per opera di Papa Paolo III Farnese, cominciava il lento ed inesorabile declino di Perugia, sotto quella dominazione che mirava a schiacciarne ogni libertà, con pugno ferreo e piglio minaccioso. Dove campeggiavano le belle ed eleganti dimore dei Baglioni, la Rocca Paolina stava a guardia di quello che il papa amava definire, più ironicamentye che in senso letterale “il gregge perugino”, quel gregge che ribellanmdosi avrebbe trovato ammonimento nel rombo dei cannoni che costellavano le corrusche mura della nuova fortezza. I legati del papa, infatti, governavano la turbolenta plebe e l'orgogliosa nobiltà a suon di gabelle e di e di carcerazioni nelle segrete della costruzione del Sangallo e di certo era quella un'ospitalità che doveva essere capace di spegnere gli nardori di ribellione di chiunque avesse avuto la sventura di soggiornarvi, Secolo si concludeva, purgato e irrigidito dalla severità moralizzatrice dei precetti del Concilio di Trento e dell'istituzione del nuovo tribunale inquisitorio sotto il controllo dei gesuiti.

    Il 1600 si apriva a Perugia con un memorabile processo, con relative condanne a norte di ben sette persone per una storia d'amore e di tradimento, che vedeva al centro di tutto quella che resterà famosa come “la bella Porzia” Questi i fatti: Il gentiluomo Roberto Valeriani si era innamorato, evidentemente riamato, di Porzia Corradi, bellissima moglie, appena diciassettenne, del capitano Dioniosio Dionisi, il quale essendo al servizio del cardinale Aldobrandini, doveva soggiornare a Roma, lasciando sola la giovane consorte in casa del di lei fratello. Avvenne che una sera di carnevale l'aitante Roberto Valeriani in compagnia degli amici Astorre Coppoli, cavaliere di Malta e del canonico Ercole Anastasi, si recasse a fare la serenata sotto le finestre della Porzia, che dimorava nei pressi di Santa Lucia. Avendo ella evidentemente gradito quella manifestazione di dedizione amorosa, lasciò che il giovane innanorato salisse da lei, di straforo per un passaggio nascosto, che dalle stalle metteva direttamente in casa, per intavolare con lui un discorso un po' più intimo, mentre Anastasi e Coppoli, solidali con l'amico, restavano di guardia, seduti sui gradini della casa contigua. Protraendosi il colloquio degli amanti ed essendo ormai notte tarda, i due si addormentavano. Ad un certo punto della notte, il padrone dell'abitazione Ippolito Rancanelli, apprestandosi a tornare a casa sua, ed intravedendo forme umane presso l'uscio, nel buio, chiedeva che era là, mettendo mano alla spada. L'Anastasi svegliato di soprassalto, e credendosi aggredito afferrava d'impulso la pistola, uccedendo sul colpo il Rancanelli. Al colpo d'arma da fuoco i due amanti interruppero il loro intimo colloquio e la giovane ebbe timore che qualcosa fosse accaduto al fratello e che egli stesse per soprenderli in flagrante. Scese a precipizio le scale, i due constatarono l'accaduto: il morto era l'ignaro vicino Rancanelli. Subito Anastasi, Coppoli e Valeriani presero a discutere sul come evitare di essere scoperti ed arresatati, pensando alla fuga e intanto che i tre concertavanio il da farsi, la Porzia risaliva in casa rapidamente e, preso oro e gioielli insieme ad un fagotto di pochi effetti personali, tornava sul luogo del fattaccio, dove ancora l'amante e gli amici discutevano del miglior modo di allontanarsi da Perugia. Temendo l'ira del marito e soprattutto di perdere l'amato, la giovane decideva di unirsi ai tre uomini e di fuggire con loro e non vi fu verso di dissuaderla. I quattro vagarono per alcun i giorni per la campagna circostante la città, sfuggendo alla giustizia che li ricercava, decidendo poi di avviarsi verso la Toscana, trovatono riparo a Grosseto dove iCoppoli aveva alcuni possedimenti. Intanto l'eco del delitto era arrivato fino a Roma, dove Dionigi, marito della Porzia, più per ferita d'orgoglio che per amore tradito, chiedeva vendetta della moglie fedifraga e dei suoi complici per mezzo del cardinale Aldonbrandini suo padrone. Tramite il papa, il cardinale ottenne che si facesse pressione presso il granducato di Toscana, affinché i rei venissero estradati a Perugia per la punizione. Il Granduca che aveva amicizia per il cavaliere di Malta Coppoli, negava di essere al corrente della presenza nei suoi territori dei fuggiaschi e segretamente consigliava che essi si rifugiassero nella fortezza di Livormo, in attesa che a Perugia si calmassero le acque. Le acque invece non si calmarono affatto e anzi crescevano nel Dionigi, marito tradito, lo sdegnmo e la rabbia per non riuscire a mettere le mani sui fuggitivi, tanto che egli si recava personalmente in Toscana col suo protettore cardinale Aldobrandini, per sollecitarne la cattura. Intanto saputo tutto questo, il Coppoli temendo che le pressiuoni fatte sul duca sortissero il loro effetto, decideva di spostarsi con i compagni di fuga a Porto Ercole, presidio degli spagnoli. Fu questo l'errore che determinò la perdizione dei fuggiaschi, infatti il papa si rivolse al re di Spagna, la cui casata regnante nei secoili era sempre stata ligia al più stretto e bigotto cattolicesimo. infatti il re di Spagna non si fece affatto pregare, ordinando l'arresto dei rifugiati perugini. Quindi Porzia Corradi, con l'amante e i due suoi amici furono arrestati e vennero presi persino i tre servitori, Carlo, Giovanbattista e Serbellone che facevano parte della sventurata comitiv., Tutti vennero condotti a Civitavecchia e consegnati alle autorità papali e di qui agli scherani del Dionigi che li portarono a Perugia.
    In quel tempo si erano verificati in città diversi “rapimenti” di mogli consenzienti di cittadini di Perugia, anche con conseguenti fatti di sangue e anche per questo le autorità papaline volevano assolutamente reprimere la piaga dell'adulterio. Infatto subito il papa da Roma ordinava la condanna a morte di tutti sette gli accusati, rei e loro complici. Che papa Clemente VIII non andasse troppo per il sottile con lo condanne capitali lo dismostrava la recente condanna, avvenuta l'11 setttenbre del 1599, di Beatrice Cenci, del fratello, della giovane matrigna Lucrezia e il rogo di Giordano Bruno in Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600, pochi giorni prima dell'esecuzione dei sette perugini, fissata per il 21 di febbraio. La comunicazione dell'esecuzione giunse inaspettata ai condannati che fino a quel momento non sapevano di dover morire qurl giorno stesso, Dopo la sentenza i condannati erano stati consegnati dalle autorità ecclesiastiche giudicanti del legato pontificio, al braccio secolare del potere esecutivo e poiché per definizione “Ecclesia aborret sanguine”, la chiesa non poteva macchiarsi dell'uccisione di esseri umani, era quindi necessario che ad eseguire la condanna capitale fosse il tribunale civile, come da semprre accadeva nei processi per eresia o per reati d'opinione in contrasto con le autorità religiose. Il tribunale ecclesiastico infatti si limitava a constatare il peccato di apostasia o di non conformità alla fede cattolica, mentre era il potere laico che ufficialmente si incaricava di eliminare materialmente dalla società, con la morte, tutti quegli elementi che traviando dalla consuetudine, risultavano pericolosi e quindi da espellere dal corpo sociale.

    Il canonico Anastasia venne sconsacrato prima di essere tratto al patibolo per non portare vergogna alle sue prerogative ecclesiastiche, come sempre avveniva quando un religioso doveva subire la pena capitale. Intanto nelle prigioni sotto il Palazzo del Comune, dove i condannati erano rinchiusi ci fu un viavai di gesuiti e di cappuccini per confessarli e “confortarli” prima dell'estremo momento. I Gesuiti in particolare, in simili occasioni ,avevano il compito di convincere le vittime a presentarsi al boia quasi con letizia per espiare il loro peccato, poiché la piena accettazione della pena e la certezza del perdono di Santa Madre Chiesa avrebbe loro consentito di scampare alle fiamme della dannazione eterna nell'inferno. La serenità e la sottomissione dei condannati avrebbe potuto, in effetti, attenuare l'orrore della pena capitale presso il popolo solo se i coindannati non si fossero mostrati renitenti ad accettare il loro giusto castigo, tanto più in un caso quello, nel quale la giovanissima eta e la bellezza della Porzia avrebbero potuto muovere a compassione l'animo dei perugini. Così i condannati lieti almeno in apparenza, di essersi potuti liberare della colpa, tramite il pentimento con l'ultima confessione e con l'assoluzionme dal peccato, i condannati si avviavano all'estremo appuntamento. Ai nobili si risparmiavsa l'ignominia del capestro per una più dignitoaa morte tramite la scure. Infatti all'Anastasi e al Coppoli ebbero la testa mozzata in Piazza della Fontana. Il Valeriani, l'amante plebeo della Porzia, dalla cui bravata giovanile tutta la dolorosa contingenza era derivata, veniva impiccato nello stesso luogo. Con un atto di estrema crudeltà la giovane fedifraga doveva essere impiccata davanti alla casa del marito, in modo che il connuge offeso ne potesse spiare il supplizio dalle finestre. Porzia elegantemente e riccamente vestita, si preparava ad andare a morte e pur esesendo a parole la più convinta della necessità della somma espiazione, tuttavia frapponeva sempre nuove scuse per rimandare l'estremo momento, mandamdo a chiamare ora l'uno ora l'altro dei suoi parenti per l'ultimo addio, svenendo più volte per l'emozione per l'imminente incomtro con il giudizio divino, diceva lei, ma più probabilmente per il terrore della morte a dimostrazione di quanto le fosse grave lasciare la vita nel fiore della giovinezza. Da ultimo fece chiamare l'inquisitore per chiedergli che le fossero legati i piedi e che tirando quella corda le si accelerasse l'ultima sofferenza e che “per pietà non la si facesse stentare”. Furono queste le sue ultime parole, come raccontano le cronache cittadine, ma non fu accontentata poiché il gesuita, duro come il sasso, rispose che se ella avesse dovuto stentare a morire avrebbe significato che quella era la volontà divina per farle meglio espiare la sua colpa. Porzia chinò il capo e in cuor suo si affidò forse alla clemenza di Dio, quella clemenza che gli uomini di chiesa le avevano rifiutato. Sfortuna volle che davvero ella stentasse a morire, forse per imperizia del carnefice o forse per la resistenza xhe la vita opponeva nel lasciare quel giovane corpo. Cio che più conturbò la folla fu però l'esecuzione dei tre servitori che erano del tutto incolpevoli dei fatti accaduti.
    Furono in molti a sostenerre che il papa con le efferate condanne del processo alla Porzia Corradi avesse inteso spaventarte il popolo perugino, in altri tempi tanto renitente alla sottomissione, dimostrando che il “gregge perugino” doveva e poteva essere domato anche con l'esemplarità delle pene. I governanti della città non erano mai stati alieni dalle esecuzioni capitali, e le inferriate intorno alla Fontana Maggiore avevano spesso fatto da macabro supporto per teste tagliate, ma più che altro per reati di tradimento o per delitti che minavano la sicurezza dello stato, non per l'adulterio o per l'uccisionme per errore, come era avvenuto nel caso della bella Porzia. Appare quindi probabile che la severità delle pene inflitte ai condannati sia da attribuire ad una precisa volontà delle autorità ecclesiastiche per moralizzare i costumi di una società che era stata per secoli piuttosto libera e disinvolta, come testimomiano le vite quasi sempre sregolate, dei nobili e dei signori che erano stati ai vertici del potere perugino durante l'aurea stagione del Rinascimento. In quel clima di ipocrisia conrtroriformistica quindi, la bella adultera aveva pagato con la vita la sua leggerezza ed il suo ardore giovanile di moglie lasciata troppo a lungo sola.
    Non bisogna mai farsi ricattare dalla stupidità altrui.
    (Umberto Eco)

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  2. #2
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    Predefinito Re: Il processo della bella Porzia

    Ciao a tutti,
    questa storia ha un passato travagliato e pieno di inceppi.
    La cosa più importante è avere una lezione dal passato per poi non ripetere gli stessi errori nel futuro.
    Saluti a tutti.

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