Pagina 1 di 3 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 26
  1. #1
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    di Federico La Mattina per Marx21.it


    […] Io conobbi Bolívar un mattino andando
    a Madrid, alla testa del Quinto Reggimento.
    Padre, gli dissi, sei, o non sei, o chi sei?
    E guardando la Caserma della Montagna, lui disse:
    "Mi sveglio ogni cento anni, quando si sveglia il popolo”. (Pablo Neruda, Un canto para Bolívar)

    I quattordici anni di governo chavista hanno segnato una cesura profonda nel panorama politico latino-americano. Hugo Chávez, presidente del Venezuela eletto democraticamente per quattordici anni consecutivi ( arrestato dalla morte prematura), ha svolto un indiscusso ruolo propulsivo nei processi di integrazione regionale volti a svincolare l’America Latina dalle ingerenze statunitensi, in una prospettiva di multipolarità negli equilibri mondiali; si è opposto fermamente alle politiche neoliberiste, riaffermando il ruolo dello Stato nell’economia, portando avanti politiche sociali che hanno ridotto drasticamente la povertà in un paese duramente provato dal Washington Consensus. In occasione del World Social Forum del 2005 ha rilanciato un progetto di trasformazione della società in senso socialista – il Socialismo del siglo XXI –, definendo chiaramente la bussola politica della revolución bolivariana. L’ascesa politica (culminata nella prima vittoria elettorale del 1998) di un uomo cheprospettava un radicale rinnovamento politico unito ad ambiziose rivendicazioni sociali ha avuto senza dubbio una straordinaria portata rivoluzionaria negli anni in cui in Occidente si decantava la “fine della storia” e in Sudamerica le politiche neoliberali disseminavano povertà.

    Hugo Chávez è divenuto popolare in Venezuela dopo il 1992, anno in cui insieme ad un gruppo di ufficiali tentò un golpe senza però riuscire nel suo intento; decise quindi di arrendersi pubblicamente. Prima di allora era praticamente sconosciuto. In Venezuela vi era una forte insofferenza nei confronti dei due principali partiti politici che si sono alternati nei primi quarant’anni di democrazia venezuelana ( Acción Democrática di orientamento “socialdemocratico” e il COPEI, democristiano)[1] , il malcontento e la povertà erano alle stelle. Chávez uscì dal carcere nel 1994, la sua popolarità andò aumentando sempre di più, nel 1997 fondò ilMovimiento Quinta República e nel 1998 vinse le elezioni presidenziali con il 56.2% dei voti. Da quel momento in poi Hugo Chávez o la sua agenda politica sono stati ripetutamente confermati in numerose consultazioni elettorali, per ultime le elezioni regionali tenutesi il 12 dicembre 2012, in occasione delle quali il Partido Socialista Unido de Venezuela ha trionfato in venti stati su ventitré. Due mesi prima, il 7 ottobre, Chávez aveva vinto le elezioni presidenziali contro Capriles Radonski per il mandato presidenziale 2013-2019.

    Per comprendere le ragioni di una così grande insofferenza nei confronti dei due partiti storici ( e quindi per comprendere le ragioni del successo di Chávez), è necessario fare un salto indietro alla fine degli anni ottanta, in particolare nel febbraio del 1989, quando Caracas venne sconvolta da imponenti proteste di piazza represse nel sangue, note come “El Caracazo”. Il 4 febbraio Carlos Andrés Pérez ( di Acción Democrática ) aveva assunto l’incarico di Presidente dopo essere stato eletto con il 52.9% dei voti alle elezioni del 4 dicembre 1988. Pérez, in accordo col Fondo Monetario Internazionale, approvò un pacchetto economico di “aggiustamento strutturale” dell’economia venezuelana di indirizzo neoliberista. I provvedimenti immediatamente tangibili furono un aumento iniziale del 30% del costo dei trasporti pubblici ( destinato ad aumentare dopo i primi tre mesi) e l’aumento del prezzo della benzina del 30%. In principio vi furono proteste a Guarenas, una città a pochi chilometri da Caracas; le proteste poco dopo si diffusero nella capitale dove migliaia di poveri in preda alla disperazione si riversarono nelle strade dandosi a saccheggi comunque non indiscriminati ( vennero rispettati ospedali, farmacie, scuole, dispensari) [2]. Il governo represse con estrema durezza le proteste, sospendendo le garanzie costituzionali e introducendo la legge marziale; fu una vera e propria carneficina. Pochi giorni dopo fonti governative dichiaravano 276 morti ma non è stato possibile stabilire il numero esatto delle vittime; stime indipendenti parlano addirittura di una cifra compresa tra le 2.000 e le 3.000 vittime. La IV Repubblica inaugurava la stagione neoliberista con un bagno di sangue. L’inflazione negli anni novanta aumentò ininterrottamente ( raggiungendo un picco del 100% nel 1996), crescevano disagio sociale e povertà. Non appena Chávez uscì di prigione, la sua popolarità andò aumentando costantemente; nel 1996 due terzi dei venezuelani non avevano fiducia nei partiti politici. Chávez vinse le elezioni del 1998 con il 56.2%. Il 25 aprile 1999 venne indetto un referendum sull’elezione di un’Assemblea Costituente approvato con il 92.4% dei voti. Il 25 luglio furono indette le elezioni per l’Assemblea Costituente e il Polo Patriottico ( coalizione chavista [3] ) ottenne 121 seggi su 131. Il 15 dicembre si tenne un altro referendum per approvare la Costituzione redatta dall’Assemblea Costituente, il 71.8% votò a favore. Il popolo venezuelano aveva definitivamente sotterrato alle urne la IV Repubblica. Le elezioni presidenziali e parlamentari del 2000 ( le prime che si tennero con la nuova Costituzione) riconfermarono le forze chaviste. La nuova Costituzione rinomina il Venezuela “República Bolivariana de Venezuela” ; sin dal preambolo della Costituzione è evidente l’importanza conferita ai diritti sociali e all’integrazione latino-americana:

    […] assicuri il diritto alla vita, al lavoro, alla cultura, all'educazione, alla giustizia sociale e all'eguaglianza senza discriminazione né subordinazione alcuna; promuova la cooperazione pacifica tra le nazioni e dia impulso e consolidi l'integrazione latino-americana d'accordo con il principio di non intervento e di autodeterminazione dei popoli […]”

    L’undici aprile del 2002 il governo subì un colpo di stato militare perpetrato con la complicità di oligarchie economiche e mediatiche e con il beneplacito degli Stati Uniti. Dopo tre giorni di complesse vicissitudini Chávez tornò al potere, sostenuto da una straordinaria partecipazione del popolo venezuelano che scese per le strade contro il governo golpista presieduto da Pedro Carmona ( presidente della Fedecámaras, federazione imprenditoriale) [4]. Nel 2004 Chávez venne riconfermato presidente in occasione di un referendum revocatorio (permesso dalla Costituzione) indetto dall’opposizione.Le elezioni presidenziali del 2006 e del 2012 hanno riconfermato la sua presidenza.

    La politica economica e i programmi sociali portati avanti durante gli anni di Chávez hanno notevolmente ridotto povertà e disoccupazione ed eradicato l’analfabetismo. Nel 1999 il 50% della popolazione venezuelana viveva in condizioni di povertà e il 19.9% in condizioni di estrema povertà. Alla morte di Chávez i venezuelani in condizioni di povertà ammontavano al 27% circa, quelli in condizioni di estrema povertà a poco più dell’8%. Il tasso di disoccupazione è passato dal 14.5% (1999) al 7.8% nel 2011, subendo una riduzione di quasi il 50% [5]. Il numero di venezuelani che ricevono le pensioni è aumentato da meno di 500.000 nel 1999 a quasi due milioni nel 2011. Sono stati conseguiti notevoli risultati anche per quanto riguarda l’educazione e la lotta all’analfabetismo [6].Il tasso di mortalità infantile nel 1999 ammontava a venti decessi su mille bambini nati vivi, nel 2011 è sceso a 13/1000. Chávez ha operato nazionalizzazioni nei settori strategici ( energia, telecomunicazioni, settore bancario, estrazione mineraria). Attualmente la compagnia petrolifera PDVSA contribuisce largamente al finanziamento di opere pubbliche e politiche sociali, ruolo messo in discussione dal neoliberista Capriles Radonski [7].

    Chávez ha avuto inoltre un indiscusso ruolo propulsivo nella costruzione di istituzioni regionali per un’integrazione latino-americana svincolata dalle ingerenze statunitensi. Nel 2004 Cuba e Venezuela fondarono l’Alleanza bolivariana per le Americhe(ALBA). Nel 2005, in occasione del quarto vertice delle Americhe, è stato rilevante il ruolo del Venezuela nel fallimento dell’ALCA. Il 2 dicembre 2011 a Caracas è nata la Comunità dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), costituita da 33 Stati di America Latina e Caraibi ( fondamentale è l’assenza di Stati Uniti e Canada). L’ex presidente brasiliano Lula in occasione della morte di Chávez ha scritto: " Tuttavia, prima che la storia ci detti la nostra interpretazione del passato, dobbiamo avere una chiara comprensione del significato di chi è stato Chávez, in entrambi i contesti politici, nazionale e internazionale […] Tali compiti hanno acquisito una nuova importanza ora che siamo senza l'aiuto dell'illimitata energia di Chávez, senza la sua profonda convinzione nel potenziale per l'integrazione delle nazioni dell'America Latina, e senza il suo impegno nei confronti delle trasformazioni sociali necessarie per migliorare la miseria della sua gente […] Tra tutti i leader politici che ho incontrato nella mia vita, pochi hanno creduto tanto nell'unità del nostro continente e dei suoi popoli diversi - indiani indigeni, discendenti di europei e africani, gli immigrati recenti - come ha fatto Chávez[8]

    I principali obiettivi della revolucion bolivariana, delineati nel programma di Chávez “Patria 2013”[9],sono i seguenti: difesa dell’indipendenza nazionale, costruzione del socialismo del XXI secolo, sviluppo economico e sociale del Venezuela all’interno della “Great Rising Potency of Latin America and the Caribbean”, impegno per la costruzione di un mondo multipolare, sviluppo sostenibile. Si riporta un passo significativo:

    << It is also clear that the capitalist system – world crosses for a structural crisis that could be terminal: a crisis that, for its catastrophic magnitude, forces us politically, like Martí said, to clarify and foresee every day, as in fact we had done, to minimize its impacts on Venezuela. But there is an encouraging sign that I want to enhance: an international multipolar system has begun to establish its bases, focuses towards this great principle that Bolívar used to call “Balance of the Universe”.>>

    Hugo Chávez è riuscito a riallacciare la politica ad una progettualità a lungo termine, dando voce ai poveri e ai disagiati, grazie ad un progetto politico inclusivo, partecipativo, progressista, socialista, parte di un movimento di riscossa latino-americano a cui Chávez ha dato una riconosciuta ed indiscussa spinta propulsiva, avendo sempre avuto in mente l’idea di “Patria Grande” del libertador Simon Bolívar.

    NOTE

    [1] L’accordo traAcción Democrática , COPEI e URD venne sancito dal Pacto de Punto Fijo, un patto di governabilità che ha portato ad un quarantennale bipartitismo retto da Azione Democratica e COPEI ( 1958-1998). Soltanto il Partido Comunista de Venezuelanon aderì al patto.[2] Si segnala un interessante articolo pubblicato su Rebelion: Rebelion. Hace 24 años: el “caracazo”[3] Comprendeva il Movimento Quinta Repubblica insieme ad altri partiti tra i quali il Partito Comunista del Venezuela.[4] Si rimanda alla lettura di un interessante articolo di Gennaro Carotenuto Dieci anni fa falliva il golpe in Venezuela contro Hugo Chávez - Gennaro Carotenuto[5] Venezuelan Economic and Social Performance Under Hugo Chávez, in Graphs | The Americas BlogECLAC: Venezuela Has Third-Lowest Poverty Rate in Latin America « Embassy of the Bolivarian Republic of Venezuela in the U.S.[6] UNESCO: Education in Venezuela Has Greatly Improved | venezuelanalysis.com[7] http://www.marx21.it/internazionale/america-latina-e-caraibi/2446-capriles-un-neoliberale-mascherato-da-progressista-.html[8] L'America Latina dopo Chavez secondo Lula Per leggere l’articolo originale in inglese: http://www.nytimes.com/2013/03/07/op...anted=all&_r=0[9] Programa Patria 2013 in English [Chavez's plan for Bolivarian socialist management 2013-2019]

    La rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  2. #2
    Forumista senior
    Data Registrazione
    03 Aug 2009
    Messaggi
    1,659
     Likes dati
    551
     Like avuti
    726
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Uno dei grandi del nostro tempo, sicuramente il mio politico contemporaneo preferito.
    Questo è il mio caposaldo. Da qui non mi schiodo.

  3. #3
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    A cura di Fernando Vicente Prieto. Traduzione di Ambra Burroni

    17 giugno 2014. Reinaldo Iturriza López è il Ministro delle Comuni e dei Movimenti Sociali del Venezuela. Questo ministero è un organo fondamentale per il presente e il futuro della Rivoluzione Bolivariana. La sua responsabilità principale è lo sviluppo di politiche pubbliche per proseguire verso ciò che Hugo Chavez ha chiamato “lo Stato Comune”. Si tratta quindi di uno spazio che, per definizione – e paradossalmente – propone una rottura con le caratteristiche dello Stato attuale.
    “Questo è un programma di transizione al socialismo e di radicalizzazione della democrazia partecipativa e protagonista. Partiamo dal principio che accelerare la transizione significa necessariamente accelerare anche il processo di restituzione del potere al popolo”, ha scritto Chavez nel suo testamento politico, in Piano della Patria 2013-2019. “Il vivo, effettivo e pieno esercizio del potere popolare protagonista è insostituibile condizione di possibilità per il socialismo bolivariano del XXI secolo. Ciò avverrà solo dopo aver ridotto in frantumi la forma statale borghese che abbiamo ereditato, quella che ancora si riproduce attraverso le sue vecchie e nefaste pratiche, e fare in modo che a ciò segua l’invenzione di nuove forme di gestione politica”.
    Fin dal primo giorno, Nicolás Maduro ha annunciato che continuerà il lascito di Chavez, intraprendendo una politica che trasformi questi obiettivi in realtà. Uno fra i suoi successi più importanti – e il più occultato – è la registrazione di più di 650 comuni, organizzazioni su base territoriale che prefigurano un tipo di governo inedito e rappresentano uno fra i sostegni più importanti per il governo bolivariano. La permanente mobilitazione popolare è una delle ragioni fondamentali attraverso le quali capire perché la Rivoluzione Bolivariana riesce a resistere all’offensiva di destra sotto la quale si trova in questo momento.
    Verso la fine di un giorno molto impegnato, il ministro Iturriza ci ha ricevuto nel suo ufficio per parlare di questo periodo della storia venezuelana.

    ................Continua su:

    Chavismo e responsabilizzazione del Soggetto popolare. Intervista al Ministro delle Comuni del Venezuela | Millennium
    Ultima modifica di Gianky; 06-07-14 alle 09:27
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  4. #4
    Cinico disincantato
    Data Registrazione
    24 Nov 2011
    Località
    dal Sottosuolo
    Messaggi
    827
     Likes dati
    78
     Like avuti
    354
    Mentioned
    17 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Che ne pensate di questo articolo apparso su "Conflitti e Strategie"?

    ESISTE IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO?


    1. Socialismo del XXI secolo?
    Il 5 marzo scorso è deceduto, dopo una lunga malattia, il Presidente Hugo Chavez, il leader carismatico che ha incarnato quasi ininterrottamente, dal 1998 al 2013 (tranne che per il periodo del breve golpe del 2002), la continuità di un considerevole vento di cambiamento nella Repubblica venezuelana.
    Certamente, si è trattato di un lungo quindicennio di radicali riforme che, tra alti e bassi, ha inciso sugli assetti e le strutture gestionali del Paese, contribuendo alla stabilizzazione politica interna e alla ripresa economica, quest’ultima armonizzata con una più equa redistribuzione della ricchezza verso le fasce più basse della popolazione, dopo lustri di darvinismo sociale, di esasperata divaricazione censuale e di prevaricazione “classista” a vantaggio delle élite più abbienti legate agli Stati Uniti.
    Il Venezuela di Chavez si è, inoltre, presentato sullo scacchiere globale con alcune particolarità ideologiche, divenute presto terreno comune di intese ed alleanze (soprattutto, ma non solo, con i vicini in crisi), le quali avrebbero avuto sicuramente meno appeal senza gli aiuti elargiti con generosità da Caracas, ricorrendo ai lauti guadagni derivanti dallo sfruttamento delle materie prime ed energetiche, progressivamente nazionalizzate.
    Inoltre, Il Venezuela si è affacciato sullo scenario mondiale come un interlocutore credibile, con cui confrontarsi ed agire sinergicamente, sui temi della sovranità nazionale, dell’autodeterminazione politica, dell’iniziativa commerciale, del multipolarismo geopolitico, con tutte quelle potenze “non allineate” al sistema Occidentale, dell’Asia, dell’Eurasia, del Medio oriente, comprendendo anche il cono sud del continente americano, in cui si fanno sentire pesantemente l’ingerenza e i malumori statunitensi.
    La principale arma ideologica dello chavismo è stato il cosiddetto socialismo del XXI secolo sul quale cercheremo di concentrarci in questo breve intervento, al fine di comprendere le sue principali caratteristiche, gli effetti prodotti sulla società in questione – in particolare sulle classi subordinate chiamate a identificarsi con esso dopo il periodo di assoluta soggezione al liberismo sfrenato, imposto dai ceti capitalistici autoctoni, eterodiretti dagli Usa e indirizzati dai diktat degli organismi internazionali – i suoi risvolti planetari, nonché i suoi limiti propagandistici e dottrinali.
    Sebbene i risultati della “rivoluzione” neobolivarista siano stati a tratti esaltanti diciamo subito che tutto ciò non ha nulla a che vedere col socialismo, né con quello dell’epoca trascorsa né con quello dell’attuale secolo, né, infine, con i suoi disegni teorici originari.
    Il socialismo, scientificamente e storicamente inteso, è un gradino intermedio verso la piena affermazione di un nuovo rapporto sociale (di tipo comunistico) emergente dal seno del capitalismo e dalle sue contraddizioni; ovvero, detto rapporto di ri-produzione sociale si sarebbe dovuto affermare nei fatti e negli eventi, e non per semplice volontà soggettiva, nelle viscere del capitalismo ormai maturo tramite la socializzazione delle forze produttive, cioè con la ricongiunzione progressiva delle potenze mentali e manuali della forza-lavoro salariata nel ciclo lavorativo proprio mentre le vecchie classi proprietarie, in via di restringimento per l’accelerato accentramento della ricchezza in poche mani (fase monopolistica intesa nella sua irreversibilità stadiale), al quale sarebbe corrisposto l’altrettanto inevitabile l’allargamento della base esecutiva (con tutto ciò che questo comportava in termini di concentrazione della spinta rivoluzionaria), si sarebbero distanziate dalla produzione reale per dedicarsi agli affari di borsa.
    In queste condizioni di disparità numerica sarebbe stato facile ed indolore abbattere esse ed il loro Stato protettore.
    Tale collettivizzazione spontanea, per effetto di una intrinseca dinamica capitalistica, portata fino alle sue estreme conseguenze, avrebbe reso l’involucro dei precedenti rapporti di produzione obsoleto ed inadeguato a contenere le forze produttive associate e finalmente consapevoli del loro ruolo centrale per il progresso umano.
    Dall’evoluzione inevitabile di questi fattori sarebbe principiata l’espropriazione degli espropriatori (i capitalisti ormai rentierizzati), divenuti alieni alla produzione ed adusi unicamente ai giochi dell’alta finanza, la cui egemonia sulla collettività sarebbe discesa dal puro controllo dei corpi speciali dello Stato, posti a tutela della proprietà, ma non dall’amministrazione dei luoghi di lavoro in cui la ricchezza veniva effettivamente generata ed investita (la fabbrica).
    Dunque, la proprietà si sarebbe divisa dalle potenze mentali (direzione) e manuali (esecuzione) del ciclo produttivo causando quella differenziazione duale tra il redditiere possessore delle condizioni di produzione attraverso la sua supremazia finanziaria e la forza lavoro complessiva (manuale e intellettuale, esecutiva e direttiva) costituente l’operaio combinato o General Intellect preconizzato da Marx, il quale deteneva le abilità e i saperi, finalmente riuniti, nelle unità produttive.
    Il socialismo del XXI secolo non è niente di tutto questo e nemmeno prende in considerazione tali elaborazioni marxiane (per quanto volentieri se ne richiami commettendo marchiani errori esegetici) mentre per fisionomia concettuale e perorazione idealistica assomiglia fin troppo alle dottrine prescientifiche dei filosofi utopisti del settecento e dell’ottocento. Si tratta, in sostanza, di un mito fondativo comunitario su basi psicologiche, moralistiche e, persino, religiose. Nulla di più distante da Marx e, purtroppo, anche dalla realtà. Nel prossimo paragrafo lo vedremo in dettaglio.
    In passato abbiamo già assistito ai suddetti progetti d’ingegneria sociale tutti miseramente falliti. Et pour cause. Ma sono anche andati a rotoli, seppur più lentamente, gli esperimenti discendenti da autentici processi rivoluzionari (il socialismo reale), i quali, benché siano riusciti a determinare risultati storicamente rilevanti in termini di crescita della potenza nazionale, sono saltati proprio a causa del raddoppiamento ideologico con il quale avevano formalmente abolito il capitalismo senza riuscire ad attivare diversi e più congruenti rapporti sociali. La conseguenza fu che in questi contesti la proprietà privata dei mezzi produttivi divenne proprietà di Stato e di Partito e la socializzazione dei medesimi una collettivizzazione violenta e costrittiva. Poiché nel frattempo erano però stati repressi e soppressi gli elementi e gli istituti più dinamici del modo di produzione capitalistico, come la concorrenza e l’iniziativa imprenditoriale, ineluttabilmente si giunse alla stagnazione più nera e alla decisiva implosione di tutta l’impalcatura socialistica.
    L’unico “esperimento” che ha resistito, con successivi aggiustamenti di tiro, è stato quello cinese del socialismo di mercato, ossimoro fuorviante atto a celare rapporti capitalistici belli e buoni, pur se incanalati da gruppi spadroneggianti nel partito-stato, di cui quelli economici sono stati diretta emanazione, e che adesso vanno autonomizzandosi. Capitalismo dagli occhi a mandorla, a segnalarne la specificità, ma pur sempre capitalismo basato sui capisaldi dell’impresa e dello scambio nella sfera economica (in virtù dei quali hanno evitato la misera sorte dell’economia sovietica), mentre le differenze sostanziali coi nostri sistemi di libero mercato sono tutte nell’articolazione dirigista dei poteri e nella forma costituzionale, a partito unico, dove si accendono i conflitti tra i vertici apicali per il controllo degli organi direttivi di quella particolare formazione sociale.
    Ciò non toglie, come abbiamo già accennato, che molti risvolti effettuali del neobolivarrismo, siano da accogliere positivamente avendo stimolato la maggior soddisfazione economica di gran parte della cittadinanza ed il coinvolgimento degli strati popolari nelle decisioni che più li hanno riguardati, circa il miglioramento del loro benessere quotidiano. Tuttavia, lo spettro di queste scelte in condivisione con le masse resta di tipo secondario mentre quello strategico cardinale, nonostante i valori democratici declamati, è, giustamente ed inevitabilmente, di esclusiva competenza delle cerchie superiori delle fazioni dominanti e del potere centrale, i cui capi (Chavez prima e Maduro ora) costituiscono il terminale più avanzato e riconoscibile.Dunque, non c’è nessun socialismo, di nessun secolo, presente o futuro, semplicemente perché tutte le sue vie sono finite. Purtroppo, o per fortuna, questo è il verdetto impietoso pronunciato dagli eventi che può essere messo in discussione soltanto dai nostalgici o dai furfanti. C’è poi, ovviamente, la proiezione geopolitica del Venezuela che si è messo alla testa di un gruppo di Paesi recalcitranti all’ordine mondiale, svolgendo un’ utile funzione multipolaristica ed antiegemonica verso il colosso Statunitense. Qui sta il suo effettivo ed indubitabile merito. Si può, insomma, anche credere che il sole giri intorno alla terra (socialismo) e, tuttavia, giungere a deduzioni limitate ma corrette (contrasto della supremazia Usa). In attesa di correggere il tiro ci si deve accontentare.


    2. Utopia e realtà.


    A conferma di quanto andiamo sostenendo dobbiamo addentrarci nel mantra di questa concezione mitico-mistica del XXI secolo, analizzando i singoli passaggi ed evidenziando le contraddizioni più perniciose.
    Innanzitutto, dicevamo delle basi moralistiche del bolivarismo. E’ il trionfo di Proudhon su Marx, dell’illusione arcadica e reazionaria sulla razionalità scientifica. Eppure, Chavez si è proclamato marxista-leninista, anche se ha corretto il tiro in un secondo momento. Non è una incoerenza da poco. Non per niente, il socialismo del XXI mette al primo posto, nella scala delle sue prerogative, un presupposto inaccettabile per qualsiasi scienziato sociale o agente politico che non voglia fondare la sua prassi rivoluzionaria sulle nuvole: “La moral. El primer rasgo es el moral. Debemos recuperar el sentido ético de la vida. Luchar contralos demonios que sembró el capitalismo: individualismo, egoísmo, odio, privilegios. Es unarma en la lucha contra la corrupción, un mal que es propio del capitalismo. El socialismo debe defender la ética, la generosidad”. Parole sue e dissenso nostro.
    Quando, per l’appunto, si tralasciano i capisaldi razionali, da cui ricavare le categorie per interpretare i fenomeni storici e i principali nodi conflittuali dell’epoca in cui si opera, la morale prende il sopravvento sul resto, in attesa di trasformarsi in terrore contro i suoi stessi propugnatori. Quest’ultima è la scorciatoia dei puri di spirito che vivono di sogni ed illusioni, i quali dopo aver alimentato il culto dell’umanitarismo finiscono col richiedere i più atroci sacrifici personali pur di tenere fede al loro credo.
    Poiché il pensiero già non riproduce la realtà ma la elabora secondo particolari tagli teorici, esisterà in ogni caso un gap incolmabile tra il soggetto pensante e l’oggetto pensato, che non è quello tangibile ma una sua proiezione mentale fondata empiricamente. Ciò implica che la conoscenza sarà sempre parziale perché la stessa potrebbe, nel suo incedere logico, tralasciare angoli di visualizzazione o trascurare punti di vista che potranno però essere recuperati in seguito, nell’affrontamento di successive problematiche o nel tentativo di approfondimento di quelle pregressamente trattate. Questo è il metodo delle scienze che non ci dà la Verità (di questa si occuperà la filosofia) una volte per tutte ma ci apre costantemente continenti di comprensione via via più articolati e complessi.
    Chi invece percorre la strada del moralismo e delle chiacchiere umanistiche di salvezza universale non avrà altra possibilità, di fronte ai costanti mutamenti del panorama storico e sociale, che ricorrere ad un sovrappiù di idealismo e d’inventiva.
    Per un certo lasso tempo la cosa può anche funzionare, com’è appunto successo in Venezuela, dove vaste fasce di popolazione partivano da livelli minimi di dignità esistenziale e alle quali il “Presidente” ha schiuso orizzonti meno angusti di sopravvivenza e di coinvolgimento pubblico. Queste masse di diseredati hanno accolto entusiasticamente le riforme bolivariste con le quali sono state concretamente migliorate le loro condizioni di vita, predisponendosi all’accettazione e all’esaltazione dell’ideologia di sostegno.
    Ma alla lunga, la superficialità dottrinale e l’incapacità di discernere, seppur a grandi linee, l’andamento del flusso degli avvenimenti storici si pagano, e a caro prezzo. Fatalmente gli effetti benefici dello chavismo rallenteranno. I tentativi di riformare per decreto in senso collettivista l’economia falliranno perché non hanno mai funzionato da nessuna parte (se non per periodi ridotti) e quei postulati sociali calati dall’etere della fantasia dimostreranno di non poter competere con la più flessibile e performante vivacità capitalistica. Se non saranno introdotti dei correttivi si giungerà alla putrefazione e alle precipitazione di tutti gli indici economici, indebolendo il paese, prima finanziariamente e poi politicamente, rendendolo facilmente preda dell’aggressività di gruppi capitalistici, politici e finanziari, interni ed esterni.
    Cooperativismo, asociativismo, propiedad colectiva, banca popular, núcleos de desarrollo endógeno, autogestión, cogestión, propiedad cooperativa y colectiva” sono cose già sentite e non riuscite, o che, comunque, hanno sempre avuto un impatto marginale nella creazione e nel mantenimento del benessere economico, figurarsi nella trasformazione dei rapporti sociali.
    In breve, se il bolivarismo chavista non accoglierà al suo interno delle revisioni sostanziali, maggiormente aderenti allo sviluppo della fase politica ed economica in corso, probabilmente assisteremo al crollo del suo edificio con tutte le conseguenze del caso, compreso il pauroso arretramento delle recenti e mirabili conquiste sociali.
    Le varie misionesvolute da Chavez per risollevare le classi svantaggiate costituiscono un esempio di civiltà in quanto tagliano sensibilmente le detestabili diseguaglianze da cui era affetta la collettività venezuelana. Tuttavia, per conservare questi trionfi bisogna far marciare l’economia e puntellare la potenza geoeconomica e geostrategica del paese, questa sì condizione dirimente in epoca multipolare, senza spingerlo nel vicolo cieco delle riforme irrealizzabili di stampo sovietico o cubano. Le politiche per la sovranità alimentare, quelle per la salute, le abitazioni, il lavoro, la diffusione tecnologica ecc. ecc, possono e devono continuare ad esistere e perfezionarsi ma senza attribuire ad esse più valore strategico di quello che effettivamente hanno.
    Lo scandalo lampante è però che questa forma di socialismo dei barrios, alla quale riconosciamo dei meriti inconfutabili nel suo perimetro di riferimento, considerando l’accerchiamento internazionale e l’arretratezza socio-politica e culturale in cui si è dispiegata, quindi quale risposta alle atrocità commesse dalle locali élite guidate da sapienti teste straniere, fino all’ascesa di Chavez, venga riproposto tal quale dai fronti di estrema sinistra del nostro “habitat” occidentale.
    Questi sono esempi baluginanti di cretinismo progressista delle cosiddette avanguardie no global e movimentiste, soprattutto in Italia, che gradirebbero farci tornare indietro di secoli per renderci ancor più succubi della finanza mondiale e delle logiche atlantiche. Perché se in Venezuela il socialismo può ancora infastidire la longa manus statunitense che sta vedendo frenati i suoi programmi di espropriazione dei tesori di Stato e di consolidamento del suo modello speculativo finanziario, da noi produrrebbe proprio l’effetto contrario, con l’indebolimento dello Stato e l’ulteriore perdita di sovranità nazionale. La domanda è: sono solo idioti o anche traditori? In ogni caso non c’è più molta differenza.

    3.
    Una nuova geopolitica del XXI secolo?

    In campo geopolitico lo slancio venezuelano è stato molto coraggioso. Forse non ha generato i maestosi spostamenti annunciati dai suoi profeti (anche nostrani) ma nemmeno è stato così velleitario come proclamato dai suoi detrattori.

    Ad ogni modo, si deve dare un giudizio positivo di alcuni intenti scaturiti e segnali ricevuti dalle sue iniziative. Sono stati piantati i pilastri di collaborazioni concorrenziali ed antitetiche a quelle Usa che, se pur finora hanno raccolto meno del seminato, anche perché alcuni Stati sudamericani, più maturi economicamente, a partire dal Brasile e dall’Argentina, si muovono con molta più circospezione negli spazi multipolari, promette significative novità ed opportunità per il futuro.
    L’ALBA (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) fa parte di tale tracciato geopoliticamente caratterizzato. Costituisce una proposta, almeno nei traguardi ufficiali, orientata ad edificare il consenso necessario a “ripensare gli accordi di integrazione in funzione del raggiungimento dello sviluppo endogeno nazionale e regionale, con lo scopo di sradicare la povertà, correggere le diseguaglianze sociali e assicurare la crescente qualità della vita dei poveri”. Ma ha anche obiettivi più ambiziosi, come quello di consolidare una leadership autonoma (politica, economica ed anche militare) di tutta l’America Latina e i Caraibi, mettendosi di traverso agli allestimenti organizzativi e agli strumenti di controllo finanziario di matrice statunitense (vedi l’ALCA) che deprimono le aspirazioni sovrane di questi governi, costretti a sottostare a regole di mercato che, peraltro, impediscono all’industria nazionale di affermarsi, soprattutto nei settori più avanzati e strategici. Come diceva l’economista tedesco F. List: ““La storia ci propone esempi di intere nazioni che sono state annientate perché non avevano compreso in tempo che dovevano assicurarsi l’indipendenza, economica e politica, attraverso la fondazione di una propria industria e la formazione di una potente classe di industriali e commercianti”(cfr. F. List, Il Sistema Nazionale di Economia Politica, edizione Isedi 1972).
    Ad ora ne fanno parte Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Rep. Dominicana, Ecuador, Nicaragua, Saint Vincent e Grenadine e Venezuela. La Siria e l’Iran sono membri osservatori.
    Nondimeno permangono incidenti divisioni nella zolla sudamericana, frutto di strategie differenziate dei singoli stati, che impediscono di considerarla una zona omogenea di interessi e di mete in grado di competere con entità geopolitiche più vaste e consolidate.
    Per questo i propositi di Hugo Chavez di principiare un discorso di unità complessiva dell’area, su presupposti d’indipendenza ed originalità (antimperialismo e antiglobalismo), hanno rappresentato un grande passo in avanti, fino a diventare un atout dell’agenda politica di tutto l’emisfero preso in considerazione.
    L’azione concertativa e persuasiva del Venezuela è stata fluidificata dalla disponibilità di risorse primarie grazie alle quali è stato promosso, attraverso aiuti e sostegni alle economie affini, affamate di fonti energetiche o colpite da crisi finanziaria, l’impulso verso il multipolarismo, il quale passa necessariamente dall’integrazione e dall’irrobustimento del polo latinoamericano.
    Nonostante rimbalzino, da un lato all’altro del globo, inattendibili notizie sull’esaurimento imminente del petrolio, il quale durerà ancora abbastanza per scatenare ulteriori conflitti e scardinare molti equilibri, la dirigenza venezuelana, in buona compagnia mondiale, ha puntato parecchie fichessulla geopolitica degli idrocarburi.
    E’ verosimile che per i prossimi 50 anni questo comparto continuerà a monopolizzare la scena geoeconomica e ad accrescere gli attriti nello spazio geopolitico, illuminando con le sue traiettorie, ricalcanti i percorsi dei dotti e la geografia dei pozzi, le ostilità multipolari e poi anche quelle policentriche che saranno decisamente asperrime.
    Hugo Chavez ed il suo entourage si sono riappropriati dell’oro nero venezuelano sin dal 2001, scatenando le ire dei petrolieri e dei loro referenti esteri, tanto che il golpe del 2002 può essere ricondotto a tale disputa. L’industria petrolifera fu nazionalizzata e gestita secondo gli interessi dello Stato, il quale avendo recuperato posizioni di preminenza ha richiamato alla collaborazione le compagnie straniere, comprese quelle a stelle e strisce, senza timore di perdere il controllo dei suoi averi.
    Si nota un elevato realismo politico in queste decisioni che permettono, al contempo, di preservare adeguati livelli di produttività, efficienti ed efficaci in termini economici; instaurare canali privilegiati di dialogo commerciale e strategico con le potenze emergenti o riemergenti (vedi la Cina, bisognosa, più di altre, di approvvigionamenti dato il suo tasso di crescita), in funzione dell’avanzamento del multipolarismo; nonché evitare di arrivare ad uno scontro troppo diretto, almeno in questo passaggio intermedio, col versante a guida statunitense.
    Come si può riscontrare, il socialismo del XXI secolo non ha portato all’isolamento di Caracas che opera realisticamente nel mercato globale, attribuendosi il diritto di perseguire i propri interessi specifici. Che non sono mai al sicuro e perennemente acquisiti. A fortiori se si valutano attentamente i disegni del vicino gigante statunitense, il quale è assorbito su scenari (Pacifico, Eurasia, Mediterraneo, Africa) considerati maggiormente strategici ma che presto potrebbe tornare a mettere ordine anche nel “giardino di casa”. Quando si materializzerà questa eventualità verificheremo la consistenza e la solidità dei regimi sudamericani e caraibici. Il grande gioco sulla scacchiera mondiale non si è ancora ben delineato. Possiamo percepire quali saranno, approssimativamente, i principali attori e i loro movimenti sul campo, ma non possiamo anticiparne tutte le mosse e le fibrillazioni che desteranno tante sorprese, specialmente in chi è convinto dell’esistenza di un compatto e solidale fronte antioccidentale. Sicuramente quest’ultimo avrà quale pivot indiscusso ancora la Russia, essendo essa la formazione nazionale con una proiezione storica, culturale, geostrategica e geopolitica più avanzata, tutte condizioni favorevoli accumulate lungo la passata epoca bipolare (e relativamente disperse in seguito alla dissoluzione dell’URSS ).
    Inoltre, Mosca è tornata alla ribalta internazionale, pur se tra mille difficoltà e gravi rivolgimenti dei suoi assetti economici e militari, libera dalla gabbia ideologica socialistica che ne aveva anteriormente limitato i movimenti. Contrariamente alla Cina, imprigionata nelle pastoie di un fantomatico socialismo di mercato che è un vespaio di incoerenze, la quale rischia di mettere a repentaglio la sua transizione capitalistica piena, diretta dall’alto.
    Gli Usa hanno ancora le carte migliori al tavolo e ne sapranno approfittare, saranno obbligati ad accettare un arretramento parziale ma la loro volontà, già all’opera in numerosi teatri caotici e ventri molli mondiali, è quella di impedire a chiunque di avvantaggiarsene. Per questo assisteremo, prima di entrare nell’epoca policentrica conclamata, a balletti di coalizioni o intese temporanee inimmaginabili hic et nunc.

    Conclusioni


    Le conquiste sociali del chavismo in Venezuela (che sono senz’altro da preservare) reggeranno unicamente se il Paese riuscirà a collocarsi intelligentemente negli spazi in ridefinizione della geopolitica intercontinentale, conservando ed accrescendo la propria autonomia decisionale. Parliamo di un popolo che fino ad alcuni anni fa soffriva di analfabetismo, elevata mortalità infantile, malnutrizione, disoccupazione, bassi salari, assenza di cure mediche ecc. ecc. Tutti temi messi al centro dell’agenda politica dall’ex Colonnello con le sue missioni volte a forgiare uno stato sociale funzionale ed accessibile.
    In era di scoordinamento multipolare – in cui i sistemi faticano a trovare la quadra perché non esistono stabili centri di riferimento e di regolazione politico-economica e in cui si accende una strenua concorrenzialità tra i competitors globali – non si respinge la crisi finanziaria senza fortificare le imprese di punta e la sovranità statale.
    Ad ogni modo, il bolivarismo dovrà coniugarsi, fino a snaturarsi nei suoi elementi idealistici incongrui, con l’oggettività di un certo modello di sviluppo, escogitando formule di identificazione e partecipazione pubblica meno fantasiose del socialismo del XXI secolo. Che sarà costretto dal corso degli eventi, quasi certamente, a segnare il passo.
    Un’altra incognita seria per i bolivaristi si apre proprio in questo periodo, con la successione ad Hugo Chavez. Nicolas Maduro ha qualità inferiori ed esercita meno seduzione del suo predecessore. Alle ultime elezioni si è affermato di misura sullo sfidante Henrique Capriles Radonski, che dice di ispirarsi al leader del PT brasiliano, Inácio Lula. Sta di fatto che scopriremo presto se dietro l’ex Presidente Chavez si è formato un gruppo dirigente all’altezza dei suoi compiti o se questa esperienza si concluderà tra spinte centrifughe intestine e provocazioni indotte da agenti forestieri, sempre all’opera in tutto il Sud America.
    Ci sono sintomi di lotte interne e divisioni acerrime che non promettono nulla di buono. Staremo a vedere.
    L’avvenire dello Stato Venezuelano è legato al destino dell’intera area sudamericana e caraibica. Non si può dire che geopoliticamente il socialismo del XXI secolo abbia interpretato quel ruolo di aggregazione che era nei proponimenti dei suoi fautori, tanto che il più potente vicino nordamericano sembra non esserne così preoccupato. Gli Usa lasciano fare, convinti di ristabilire l’ordine in un secondo tempo, essendo attualmente trascinati su palcoscenici regionali e transcontinentali da essi ritenuti più fulcrali nell’attuazione della loro strategia generale.


    Conflitti e Strategie » Blog Archive » ESISTE IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO? (scritto il 16 maggio 2013)

  5. #5
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    E' un bell'articolo e denota, purtroppo, delle indubbie realtà. Dal punto di vista dottrinario niente da aggiungere a quanto l'autore ha scritto, prendendo per assodato che il marxismo è l'unico socialismo scientifico accettabile, è indubbio che il bolivarismo non rientra nel marxismo ortodosso, questo lo si sapeva da tempo e nessuno aveva sostenuto il contrario. Non ho mai sostenuto il contrario io, ma la cosa non mi ha mai causato eccessivi problemi essendo portato a non sacralizzare nessun testo e nessuna ideologia. Come tutto il pensiero umano ritengo che non esista niente di assoluto e quindi ritengo che neanche il marxismo sia in se un assoluto. Una buona base di partenza sicuramente, un modo per definire analisi e capire storicamente gli sviluppi della società anche, ma ciò non toglie che possano funzionare esperimenti socialisti anche non ortodossamente marxisti. L'URSS era ortodossamente marxista? Se si dobbiamo ammettere che il marxismo ortodosso non funziona. La Cina è ortodossamente marxista? Se si, dobbiamo tornare tutti a scuola, se no, significa che i dirigenti cinesi hanno preso atto del non funzionamento del marxismo ortodosso. Quindi non è l'essere ortodossi o eterodossi che stabilisce se una cosa fuziona o non funziona, ma come si intendono applicare dei principi, tenendo conto che nel pensiero umano l'assoluto non esiste. Del resto anche le socialdemocrazie europee sono di derivazione marxista, per un certo periodo (anche per il sottoscritto) hanno dato l'impressione di essere l'unico socialismo attuabile, i fatti hanno dimostrato il contrario. La socialdemocrazia è risultata essere un pessimo compromesso, un tentativo di riformare il capitalismo, tentativo che alla lunga risulta essere impossibile ed i risultati sono sotto i nostri occhi. Il Socialismo del XXI° Secolo, o bolivarismo, avrà maggior successo? Le premesse sono diverse, il bolivarismo mira ad un superamento capitalista, e questa è la differenza con la socialdemocrazia, contrariamente al marxismo-leninismo il bolivarismo ha accettato la sfida sul campo democratico ed elettorale, cominciando il cambiamento dal basso e avendo ben in mente in quale ambito esso si trova ad agire. Non concordo quindi, chiaramente, con la visione oggettivamente negativa che da l'articolista sugli sviluppi del bolivarismo, l'articolista sembra prendere atto che al capitalismo non c'è alternativa, limitandosi all'unica alternativa che molto spesso gli articolisti di Conflitti e Strategie citano, e cioè una pura e semplice contrapposizione geopolitica all'imperialismo americano. Probabilmente le cocenti delusioni e le disillusioni dei decenni passati hanno lasciato il loro segno, ma io ritengo sbagliata questa analisi, il Socialismo del XXI° Secolo non è e non può essere inteso unicamente come alternativa geopolitica agli USA, ma è e deve essere inteso anche come, ma sopratutto come, alternativa al capitalismo. Riusciranno i Paesi dell'ALBA a farlo? Ci stanno provando, indubbiamente al Socialismo del XXI° Secolo manca un protagonista senza cui questo progetto è destinato al fallimento e questo protagonista si chiama Europa. Ancora una volta è l'Europa che dovrà stabilire se il bolivarismo o Socialismo 21 avrà un futuro. I paesi dell'America Latina ci stanno provando.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  6. #6
    Rossobruno cattivone
    Data Registrazione
    15 Dec 2009
    Località
    Morte al liberismo!
    Messaggi
    23,671
     Likes dati
    7,745
     Like avuti
    6,876
    Mentioned
    260 Post(s)
    Tagged
    22 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Citazione Originariamente Scritto da Gianky Visualizza Messaggio
    E' indubbio che il bolivarismo non rientra nel marxismo ortodosso, questo lo si sapeva da tempo e nessuno aveva sostenuto il contrario.
    Comincio a pensare che questa cosa non sia necessariamente una lacuna o un impedimento. Ritengo fondamentale l'analisi marxiana ma i marxisti inizio a non tollerarli oltre un certo limite. Tra di loro c'è chi taccia il chavismo di essere una volgare forma di "caudillismo" o roba peggiore. Meglio , per loro, farsi le pippe sui consigli operai e sulla mercificazione dell'esistente piuttosto che studiare ciò che hanno fatto in Venezuela. Paese dove si è passati dalle parole ai fatti.

  7. #7
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Venezuela, la repubblica degli accattoni - Carmilla on line ®

    Venezuela, la repubblica degli accattoni


    Pubblicato il 9 marzo 2014 · in Osservatorio America Latina ·

    di Valerio Evangelisti

    Il liberalismo è l’ideologia più letale della storia, perché è versipelle. Finge di interessarsi della democrazia, ma in realtà ha a cuore solo il mantenimento di un sistema economico e di comando. Quando questo è minacciato, è pronto a cedere il manganello a versioni di se stesso più brutali. Il fascismo, il nazismo, il militarismo, lo sciovinismo, oppure il semplice autoritarismo. Sotto quei panni, o anche senza mascheramenti, uccide impunito. Ogni giorno, sotto gli occhi di tutti.
    E’ il sistema che usava la Chiesa ai tempi dell’Inquisizione. Direttamente non uccideva. Passava la mano al “braccio secolare” (la giustizia civile), che provvedeva ad applicare le sentenze del tribunale ecclesiastico. Formalmente la Chiesa non ha mai bruciato eretici, streghe, ebrei. Non ha mai torturato nessuno. Ci pensava il “braccio secolare”. I De Tormentis dell’epoca (dal nomignolo di Nicola Cocia, capo di una squadretta del ministero degli Interni incaricata di torturare brigatisti veri o presunti, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta del ‘900) facevano tutto ciò che l’istituzione non si sarebbe permessa di eseguire a volto scoperto.
    Cosa c’entra questo con il Venezuela? Il paese demoniaco per antonomasia, agli occhi degli USA e anche della UE, non ha mai violato le regole della democrazia politica. L’assetto attuale ha resistito a ben 18 elezioni, certificate come limpide dai più autorevoli osservatori internazionali. L’ultima è stata quella amministrativa del dicembre scorso. Maggioranza indiscutibile alle forze che si richiamano a Nicolás Maduro, continuatore del programma impostato dal defunto Hugo Chávez. Opzione privilegiata per i poveri, gli sfruttati, gli esclusi da sempre. Limiti allo strapotere del capitale individuale. Nazionalizzazione di ciò che era stato privatizzato. Spese sociali in istruzione, sanità, alloggio, impiego. Formule magari non risolutive, ma per chi abbia conoscenza di prima mano dell’America Latina e delle sue disparità di classe, quasi una rivoluzione. Resa più solida da forme di interscambio continentale (Alba, Mercosur, Petrocaribe, ecc.) capace di prescindere da FMI, Banca Mondiale, Trattati di libero commercio.
    Hugo Chávez ha reso autonomo come mai in passato un continente che era sempre vissuto nella più totale subordinazione. Ciò a colpi non di cannone, ma di elezioni vinte. E’ riuscito dove Salvador Allende aveva fallito. La sua arma? Coinvolgere le masse popolari, strappandole all’anonimato e a una vita ai margini. Farle figurare in liste di elettori da cui erano assenti, quando non erano trascurate persino dai censimenti. Porle al centro dei programmi di sviluppo. Ed ecco scuole gratuite, assistenza medica gratuita (chiunque passeggi per una strada messicana resta colpito dal gran numero di storpi, dovuto al costo delle cure), programmi impressionanti di edilizia popolare (mezzo milione di nuovi alloggi), costruzione di università, assegnazione di terre coltivabili, diffusione capillare dell’informatica. I proventi del petrolio usati a beneficio della popolazione, e non delle multinazionali.
    Nel 1917 Mario Missiroli, direttore de “Il Resto del Carlino”, scrisse un pamphlet. Si intitolava La repubblica degli accattoni. Denunciava ciò che il socialista Giuseppe Massarenti era riuscito a fare nella sua Molinella. Un quinto del bilancio comunale – che scandalo! – a sostegno dei poveri. Ambulatori gratis, mense gratis, scuole gratis, turnazioni di lavoro per i disoccupati, opere pubbliche concesse alle cooperative. Un enorme spreco di denaro.
    Oggi, in riferimento al Venezuela, i Missiroli (divenuto poi fascista, sia pure critico, e firmatario del Manifesto sulla razza), si sprecano. Si chiamano Ciai, Mastrantonio, Morlino, Cotroneo. Detestano la nuova “repubblica degli accattoni”, ribelle al neoliberismo e al nuovo ordine occidentale. Ne condannano l’assistenzialismo, la mania di nazionalizzare i beni di interesse pubblico che erano stati ceduti ai privati, l’insofferenza verso le costrizioni del capitale globale. E, per suggellare la scomunica, chiamano in campo l’autoritarismo. Di Chávez, ma ancor più di Maduro. Non si aspettavano che, morto il loro spauracchio, un altro chavista avrebbe vinto e rivinto. Un ex lavoratore dei trasporti. Per definizione confuso, pasticcione, impreparato in economia.
    Non se lo aspettava nemmeno l’opposizione venezuelana. Vista sfumare l’ultima possibilità di rovesciare il governo per via legale ha scelto di rendergli la vita impossibile, in due diverse maniere. La prima economica, con aggiotaggio, accaparramento dei beni, disagi alimentati ad arte, blocchi della distribuzione. Quando Maduro, dopo avere cercato invano il dialogo, ha abbassato per legge il ricarico sul prezzo delle merci dal 1000% al 30% del loro valore monetario, la rabbia è esplosa ed è divenuta violenza di strada, nei quartieri residenziali della capitale e nelle province in mano alla destra. Braccio armato (il “braccio secolare” di cui dicevo), gli studenti delle università private. Loro bersaglio, tutti i simboli dell’assistenzialismo governativo: ambulatori per i poveri, spacci a prezzo politico, case popolari in costruzione, camion per il rifornimento di beni alimentari. Ci sono stati 19 morti, di cui solo quattro attribuibili a uomini in divisa, finiti sotto inchiesta. Gli ultimi due assassinati: un poliziotto e quello che diremmo un pony express, freddati da cecchini. L’agente scortava un autocarro della nettezza urbana che cercava di liberare le strade di un quartiere residenziale bloccato dagli abitanti. Il giovane dava una mano per poter fare il suo lavoro.
    Eppure, i media occidentali, nella loro stragrande maggioranza, non amplificano che le voci di una destra pochissimo presentabile, che denuncia “torture” (documentate a furia di rozzi collages: vedi qui), “miseria” (in realtà l’ultima delle preoccupazioni dei ceti privilegiati, tanto è vero che i loro figli devastano per prima cosa i supermercati con prezzi controllati), “repressione” (gli arrestati vengono regolarmente rimessi in libertà, a parte il sobillatore Leopoldo López, legato al Tea Party statunitense) e, naturalmente, “dittatura” (sebbene tutti i quotidiani del paese siano in mano all’opposizione). L’intento sembra essere quello di “fare come in Ucraina” o di provocare un intervento esterno. Peccato che ne manchino completamente le condizioni.
    Resisterà la repubblica degli accattoni all’offensiva dei Missiroli del XXI secolo? Certo, la sua colpa è grave. Ha rifiutato il neoliberalismo, questa magica ideologia che, come chiunque può vedere ogni giorno, crea ricchezza a fiumi, occupazione, benessere diffuso in ogni parte del mondo. Chissà come mai gli accattoni, invece di pentirsi e di sottomettersi alla giusta punizione squadristica, paiono affezionati al loro modello obsoleto e inefficace, incentrato sui bisogni.
    Forse la masnada è ancora condizionata da colui che Oliver Stone, nel documentario che presentiamo qui sotto (in spagnolo), ha il coraggio di chiamare “Il mio amico”.

    Ultima modifica di Gianky; 28-08-14 alle 11:40
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  8. #8
    Cinico disincantato
    Data Registrazione
    24 Nov 2011
    Località
    dal Sottosuolo
    Messaggi
    827
     Likes dati
    78
     Like avuti
    354
    Mentioned
    17 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    Comincio a pensare che questa cosa non sia necessariamente una lacuna o un impedimento. Ritengo fondamentale l'analisi marxiana ma i marxisti inizio a non tollerarli oltre un certo limite. Tra di loro c'è chi taccia il chavismo di essere una volgare forma di "caudillismo" o roba peggiore. Meglio , per loro, farsi le pippe sui consigli operai e sulla mercificazione dell'esistente piuttosto che studiare ciò che hanno fatto in Venezuela. Paese dove si è passati dalle parole ai fatti.
    Io sono dell'idea che Marx, come tanti altri del resto, debba essere usato come ''cassetta degli attrezzi'' per interpretare il capitalismo e la società; qualora (nella sua applicazione pratica) risulti erroneo DEVE essere abbandonato. Un grosso limite dei vari movimenti della cosiddetta ''sinistra radicale'' è quello di aver considerato Marx come nuovo portatore del Verbo, interpretando alla lettera ogni suo scritto anche a distanza di 150 anni (come se la storia si fosse fermata alla stesura del Manifesto). Questi caproni ignorano il fatto che lo stesso Marx ha creato un sistema aperto che si potesse modificare a seconda delle condizioni, altrimenti il suo non sarebbe un ''socialismo scientifico'' ma un socialismo dogmatico e religioso (cosa che in effetti è diventato).

  9. #9
    Rossobruno cattivone
    Data Registrazione
    15 Dec 2009
    Località
    Morte al liberismo!
    Messaggi
    23,671
     Likes dati
    7,745
     Like avuti
    6,876
    Mentioned
    260 Post(s)
    Tagged
    22 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Citazione Originariamente Scritto da Tyler Durden Visualizza Messaggio
    altrimenti il suo non sarebbe un ''socialismo scientifico'' ma un socialismo dogmatico e religioso (cosa che in effetti è diventato).
    Esattamente.

  10. #10
    Ghibellino
    Data Registrazione
    22 May 2009
    Messaggi
    48,885
     Likes dati
    2,423
     Like avuti
    14,810
    Mentioned
    95 Post(s)
    Tagged
    5 Thread(s)

    Predefinito Re: La rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez

    Citazione Originariamente Scritto da Tyler Durden Visualizza Messaggio
    Io sono dell'idea che Marx, come tanti altri del resto, debba essere usato come ''cassetta degli attrezzi'' per interpretare il capitalismo e la società; qualora (nella sua applicazione pratica) risulti erroneo DEVE essere abbandonato. Un grosso limite dei vari movimenti della cosiddetta ''sinistra radicale'' è quello di aver considerato Marx come nuovo portatore del Verbo, interpretando alla lettera ogni suo scritto anche a distanza di 150 anni (come se la storia si fosse fermata alla stesura del Manifesto). Questi caproni ignorano il fatto che lo stesso Marx ha creato un sistema aperto che si potesse modificare a seconda delle condizioni, altrimenti il suo non sarebbe un ''socialismo scientifico'' ma un socialismo dogmatico e religioso (cosa che in effetti è diventato).
    Concordo, hai proprio definito giustamente il pensiero marxista per come lo intendo io: una cassetta degli attrezzi.
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

 

 
Pagina 1 di 3 12 ... UltimaUltima

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito