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  1. #1
    Conservatorismo e Libertà
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    Predefinito Elezioni di mid-term 2014: la vittoria del GOP

    USA 2014. Un voto contro lo statalismo

    di Stefano Magni


    Conferma alla Camera, trionfo al Senato, vittoria nella maggior parte degli Stati: il 4 novembre, è stato il giorno dei repubblicani. Dopo queste elezioni di Medio Termine, Barack Obama è diventato un’anatra zoppa, dovrà governare senza più una maggioranza in entrambe le camere del Congresso e senza il sostegno della maggioranza dei governi locali che compongono gli Stati Uniti.
    I nostri media hanno analizzato in lungo e in largo le ragioni della sconfitta di Obama, ma lo hanno fatto all’italiana: c’è chi strilla contro la vittoria dei “ricchi” (ma i grandi sponsor vogliono più spesa pubblica e un’economia più “verde”, dunque votano i democratici o i più sinistrorsi fra i candidati repubblicani) e c’è chi constata la debolezza del presidente in politica estera (ma, anche qui, a votare per il Congresso ci va soprattutto chi è attento all’economia, non tanto alla politica estera, per cambiare la quale si deve attendere il 2016 per il rinnovo del presidente). È vero che questo voto passa come un referendum pro o contro Obama, ma non esageriamo. Il Congresso viaggia su logiche differenti.
    Più che un referendum contro Obama, è stato un referendum contro l’Obamacare, il cavallo di battaglia di questa amministrazione. Dopo un anno di rodaggio, troppe cose non hanno funzionato nella nuova sanità americana. Ha fatto cilecca il software per l’acquisto delle nuove polizze, che era appaltato a un’impresa fedele a casa Obama. Non ha funzionato bene la transizione fra le vecchie e le nuove polizze e molti americani, invece che ritrovarsi coperti a un prezzo minore, hanno perso la precedente copertura e hanno dovuto pagare di più per comprare la successiva. Soprattutto non ha funzionato l’effetto calmiere: i premi assicurativi salgono invece che scendere.
    È stato un referendum contro la performance economica di questa amministrazione. Il muro contro muro per l’innalzamento della soglia del debito pubblico, arrivato a sfiorare la soglia record di 18mila miliardi di dollari, ha fatto male soprattutto ai democratici, benché tutta la colpa venisse addossata all’opposizione repubblicana. Lo “shutdown” del 2013, la chiusura di parte dei servizi forniti dal governo federale, nelle intenzioni di Obama avrebbe dovuto gettare discredito sui repubblicani, colpevoli di non scendere a compromessi sul debito pubblico. Invece è stato un boomerang. In generale, il muro-contro-muro ha provocato nel pubblico americano un senso di generale disaffezione nei confronti del Congresso. Ma a pagare sono stati soprattutto i politici che rappresentavano l’amministrazione, oggettivamente responsabili della situazione. La ripresa economica, da un punto di vista quantitativo, esiste: più posti di lavoro (la disoccupazione è passata dal 9% al 6,3% in due anni) e più crescita (il Pil aumenta di 2,5 punti quest’anno e si prevede +3,5% l’anno prossimo). Ma i suoi effetti non sono ancora percepiti dalla maggioranza degli elettori. Un sondaggio Gallup effettuato prima del voto rileva che il 41% degli americani ritenga l’economia in fase di miglioramento, contro un 54% di pessimisti.
    Questo voto ha chiaramente bocciato la filosofia statalista dei democratici e dell’amministrazione Obama. Più ancora che i voti al Congresso, lo dimostrano i risultati di alcuni referendum sulle tasse, effettuati sempre il 4 novembre. Nel Massachusetts il 53% degli elettori ha bocciato la proposta di indicizzare le tasse sulla benzina, legandole all’inflazione. Nel Wisconsin, l’80% ha votato contro il finanziamento del sistema di trasporti pubblici tramite le tasse sulla benzina. Nel Nevada, sempre l’80% ha votato contro l’introduzione di una tassa del 2% sui margini di profitto, che avrebbe dovuto finanziare la scuola pubblica. Nel Tennessee, il 66% ha votato per introdurre nella costituzione statale il divieto di introdurre tasse sul reddito. In Georgia, il 74% ha votato per introdurre nella costituzione statale un tetto massimo di tassazione.
    No alla sanità di Stato, no alle tasse, no al debito: il messaggio degli elettori americani è chiarissimo. Basta solo prenderne atto.

    USA 2014. Un voto contro lo statalismo
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 06-11-14 alle 10:11
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  2. #2
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    Predefinito Re: Elezioni di mid-term 2014: la vittoria del GOP

    IL CONGRESSO È ROSSO

    Roberto Penna, Conservatori Liberal



    Un successo dei repubblicani alle elezioni di midterm negli Stati Uniti era già nell’aria da qualche tempo. I sondaggi già prevedevano un buon risultato per il GOP e uno schiaffo elettorale per il Presidente Obama, ma se il mantenimento della maggioranza alla Camera da parte dei repubblicani era dato per certo, non tutti scommettevano sulla conquista del Senato. Invece tutto il Congresso americano, Camera e Senato, è diventato rosso, cioè a maggioranza repubblicana. In Italia il colore rosso ricorda il passato comunista delle sinistre, mentre in America il rosso è abbinato alla destra e il blu al Partito Democratico. Quindi Barack Obama si appresta ad affrontare gli ultimi due anni del proprio mandato da anatra zoppa, come dicono negli USA e cioè da Presidente dimezzato con l’intero Congresso in maggioranza ostile. La democrazia americana funziona proprio perché è dotata di pesi e contrappesi. Quando i cittadini iniziano a non sopportare più le politiche di un Presidente, possono indurre l’inquilino della Casa Bianca a mutare l’azione all’interno e all’esterno degli USA attraverso le elezioni di medio-termine ed infatti d’ora in poi Barack Obama dovrà discutere circa le proprie scelte o il proprio immobilismo con un Parlamento guidato dall’opposizione, senza però dimissioni o italianissime crisi di Governo. La vittoria dei repubblicani sarà utile per l’America e il resto del mondo. In effetti Obama si è rivelato alquanto mediocre e spesso indeciso e quando si è mosso lo ha fatto in maniera insufficiente. Gli americani non possono sopportare a lungo un Presidente spesso incapace di decidere. Obama è riuscito a perdere nel tempo tutto il consenso accumulato nel 2008 e nel 2012. Evidentemente gli americani hanno capito che dietro all’affascinante oratoria, alla simpatia e all’aspetto gradevole c’è il nulla. Il Presidente ha sbagliato diversi approcci, sia in politica interna che estera. Ha voluto europeizzare gli USA tramite una riforma sanitaria peraltro assai pasticciata, quando gli americani invece tutto vogliono tranne un welfare all’europea. Nel mondo è riuscito a farsi odiare da Israele e farsi apprezzare invece dagli ayatollah iraniani. Non ha gestito minimamente le cosiddette Primavere arabe e così hanno preso il sopravvento i peggiori integralisti islamici. Ha aperto fronti di guerra come quello libico senza poi chiuderli ed individuare una possibile soluzione. Le truppe americane sono state ritirate troppo presto dall’Iraq e così il cancro dell’Isis è divenuto galoppante. Adesso Obama sembra impegnato a combattere contro l’Isis, ma qualche raid aereo può contenere al massimo lo Stato Islamico. Per eliminare totalmente quei criminali e torturatori di donne e bambini, sarebbe necessario uno sforzo maggiore e a tal proposito speriamo adesso in una svolta, grazie anche al Congresso in mano al GOP. Gli Stati Uniti per loro natura hanno delle precise responsabilità nel mondo e Barack Obama ha invece rinunciato ad esercitare una leadership internazionale. Per questa ragione il pianeta è divenuto più instabile e maggiormente scosso da guerre e terrorismi. Quando l’America c’è, la stabilità internazionale è maggiore e certi soggetti, dai terroristi fino ad arrivare a Vladimir Putin, si sentono meno potenti. Insomma, tanti argomenti fanno pensare che Barack Obama si sia proprio meritato questa dura batosta elettorale.

    http://conservatori-liberali.ilcannocchiale.it/2014/11/05/il_congresso_e_rosso.html
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 06-11-14 alle 10:13
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  3. #3
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    Predefinito Re: Elezioni di mid-term 2014: la vittoria del GOP

    PROFONDO ROSSO

    di Alessandro Tapparini

    “Qui da noi non c’è stato un referendum su Obama”, annunciava concitatamente poche ore fa la senatrice Mary Landrieu della Louisiana, parlando ai suoi sostenitori. Come dire: se però ci fosse stato, sarei stata spazzata via anch’io. Non è ancora stata rieletta: andrà al ballottaggio a dicembre. Ma è pur sempre una dei pochi Democratici “sopravvissuti” a quello che l’Huffington Post non ha esitato a definire “disastro” e “bagno di sangue”, ed anche il britannico Economist definisce “carneficina”.
    I termini apocalittici si sprecano, ma non gratuitamente. Il partito di Obama stanotte ha riportato una sconfitta di quelle che entrano nei libri di storia. Io stesso in occasione delle elezioni di mezzo terminedi quattro anni fa parlai di“Tsunami repubblicano”, e stanotte guardando affastellarsi i dati dello spoglio mi chiedevo che termini avrei potuto usare per mantenere la proporzione. Ecatombe? Armageddon? Molti ricorrono al colore: parlando di “onda rossa”, e in effetti il rosso repubblicano (tinta che pure nella mappa delle midterm del 2010 non scarseggiava di certo) ormai è praticamente ovunque.
    Per tutta l’estate e per buona parte dell'autunno gli addetti ai lavori, anche i più capaci, si sono chiesti se i repubblicani sarebbero riusciti a conquistare i sei fatidici seggi necessari per aggiudicarsi (per la prima volta dal 2006) la maggioranza anche al Senato, mantenendo quella alla Camera già espugnata nel 2010. Negli ultimi giorni, però, sondaggi alla mano questo esito è parso sempre più scontato: il tema del pronostico era divenuto più che altro la sua misura e la sua dinamica (il New Yorker, ad esempio, già ieri ad urne aperte da poco aveva pubblicato un’analisi della vittoriarepubblicana ormai certa).


    Alla fine, il bilancio provvisorio (la conta dei voti non è ancora del tutto completata) è già da record: al Senato i Rep hanno conquistato almeno un seggio più del necessario (North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, South Dakota e persino un seggio in Montana che i Dem detenevano da oltre un secono), e anche alla Camera – dove giàconservare i “territori conquistati” nel 2010 sarebbe stato molto - la loro maggioranza non ha solo retto: si è significativamente ampliata. Quando Obama si insediò nel 2009 i Dem avevano al Congresso 59 Senatori e 256 Deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso); ora, cinque anni dopo, i Dem si avviano ad avere 44 senatori e qualcosa come 180-190 deputati. I repubblicani si ritrovano con la più ampia maggioranza al Congresso dal dopoguerra, il che significa che la Casa Bianca non potrà più fare quasi nulla senza il loro consenso.

    Se dalle elezioni parlamentari si passa a quelle deigovernatori (che contano moltissimo, non dimentichiamolo: gli USA si governano anche da lì), il conto che gli elettori americani hanno presentato al partito del presidente è ancora più salato. I repubblicani hanno vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere: tutti gli Stati in bilico e anche qualche Stato che tanto in bilico non era considerato. In Texas la Democratica Wendy Davis, della quale vi avevano raccontato che aveva qualche possibilità di “far diventare viola” lo Stato (cioè di spostarlo dal rosso repubblicano al blu democratico –ma voi che mi leggete sapevate che era fuffa) non si è nemmeno avvicinata non dico alla vittoria, ma nemmeno ad una sconfitta in qualche modo onorevole: ha perso con distacco di circa venti punti percentuali, e – da femminista fieramente prochoice – non ha prevalso nemmeno tra l’elettorato femminile, mentre tra gli elettori latinoamericani (quelli che secondo la vulgata dovrebbero essere alla base del fantomatico “spostamento a sinistra” del Lone Star State) ha riportato uno dei risultati più deludenti degli ultimi 20 anni. In Florida, dove i Dem hanno candidato quel Charlie Christ che ai tempi di Bush aveva governato lo Stato come repubblicano (e che aveva cambiato casacca dopo essere stato stracciato da Marco Rubio nelle primarie per il Senato), il governatore repubblicano Rick Scott – pur non essendo particolarmente popolare – è riuscito a strappare la rielezione, anche grazie al poderoso sostegno del governatore del New Jersey Chris Christie il quale ora aggiungerà certamente questa vittoria al suo dossier di aspirante candidato alla Casa Bianca. In Wisconsin il conservatore anti-sindacati Scott Walker, altro aspirante candidato alla presidenza, che molti davano per politicamente morto (suicida) già nel suo primo anno di governo, è stato trionfalmente rieletto con quello stesso confortevole vantaggio di 7 punti con il quale aveva a suo tempo superato la prova del recall. E in queste ore si mostra già ben deciso a voler cavalcare questo successo per farsi candidare alla Casa Bianca sulla base della comprovata “eleggibilità” di un conservatore duro e puro come lui anche in un territorio tradizionalmente non troppo inclinato verso destra. Persino a casa di Obama, nell’Illinois solitamente dominato dalla famigeratamachine della Chicago Democratica, i repubblicani sono tornati al governo dopo più di dieci anni.


    E ora? Ora, al di là delle ovvie considerazioni sull'effetto "referendum", su Obama “anatra zoppa” che non potrà più sottrarsi ai compromessi con i repubblicani che sino ad ora non aveva saputo o voluto costruire, gli occhi di tutti sono su Hillary Clinton.

    Frettolosamente adottata dai media come prima “donna alla Casa Bianca” in pectore (nonostante nel 2008 non le avesse portato bene), Hillary ora si trova per le mani un partito allo sfascio, vincente solo in California, nello stato di New York e in poche altre sparute roccaforti. Ma questo è il meno: in fondo, ci sarebbe di buono che ora i Dem possono solo far meglio. Il guaio peggiore sta nel fatto che Hillary e Bill in questa campagna elettorale si erano molto spesi: sono andati a portare la loro benedizione (e gli aiuti della mitica Clinton Machine) in Floria, nel “loro” Arkansas, in Kentucky… quasi ovunque il loro apporto si è dimostrato insufficiente. Certo, da qui a due anni può ancora succedere più o meno qualsiasi cosa (in fondo anche le midterm del 2010 erano andate malissimo per Obama, che però due anni dopo fu ugualmente rieletto - a onor del vero, però, le circostanze rendono queste midterm molto più simili a quelle del 2006, a parti invertite). Ma ad oggi lo scenario arride ai repubblicani. Aspettatevi, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, svariati “coming out” da parte di quegli esponenti del G.O.P. che nel 2012 si tennero in disparte, e stavolta invece non vedono l’ora di cimentarsi.

    JEFFERSON - blog di Alessandro Tapparini: PROFONDO ROSSO
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  4. #4
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    Predefinito Re: Elezioni di mid-term 2014: la vittoria del GOP

    Elezioni Usa: i giovani vanno a destra
    In America li chiamano Millenials; sono i giovani nati dopo il 1985, quelli che in termini elettorali rappresentano il voto degli “under 30”. Sono stati il fiore all’occhiello della propaganda elettorale di Obama e ora sono diventati l’incubo per la sinistra liberal.
    Uno studio dell’Institute of Politics dell’Università di Harvard, uscito qualche giorno prima delle elezioni di midterm, anticipava un dato che sembra confermato dall’esito delle elezioni: la maggioranza di loro (51%) avrebbe votato repubblicano.
    In termini elettorali non rappresentano grandi numeri (nelle presidenziali del 2010 furono il 10% dell’elettorato), ma lo spostamento a destra del voto giovanile non solo conferma il crollo di consensi di Obama, ma rappresenta un cambio radicale di tendenza in un segmento sociale che negli ultimi anni si è identificato nell’immagine “cool” del primo Presidente che ha usato il linguaggio dei social media proprio della net-generation.
    Per gli analisti questo spostamento del voto giovanile è importante perché le prossime elezioni presidenziali si giocheranno sul filo del rasoio e gli under 30 rischiano di essere determinanti.
    IL VOTO GIOVANILE
    In America, negli ultimi vent’anni, il voto giovanile è stato quasi sempre appannaggio della sinistra. Ai tempi di Bill Clinton (durante le campagne elettorali del 1992 e 1996) il consenso degli under 30 per lui superava di dieci punti quello per i repubblicani. Solo con la prima presidenza Bush la preferenza dei giovani fu in equilibrio per poi tornare a favore dei Democratici durante la sfida tra Bush e Gore nel 2004.
    Negli anni successivi la forbice si è nuovamente allargata a favore della sinistra e ha raggiunto il suo massimo nel 2008 quando, con la prima elezione di Obama, gli under 30 si schierarono massicciamente dalla sua parte, superando di 30 punti il voto dei coetanei per John Mc Cain.
    Oggi Obama è stato abbandonato dai Millenials per le stesse ragioni per cui è stato abbandonato dal resto dell’elettorato: negativa politica economica e fallimentare politica estera. Da notare che il 57% dei giovani ha dichiarato di disapprovare l’Obamacare, la riforma del sistema sanitario che i Democratici erano convinti servisse soprattutto alla generazione del nuovo millennio.
    IL MITO DELLA GENERAZIONE POST-RAZZIALE
    Secondo lo studio di Harvard, la componente razziale influenza ancora le scelte dei giovani. L’idea che i Millenials siano una generazione post-razziale sembra smentita dal fatto che i giovani neri approvano incondizionatamente l’operato di Obama (al 78%), mentre i giovani bianchi lo disapprovano (al 65%). Da registrare il tracollo di consenso tra i giovani ispanici che ora lo appoggiano al 49% (5 anni fa erano l’80%), in linea con la più generale disaffezione dell’elettorato Latinos, tradizionalmente di sinistra, che mai come ora si era spostato sul partito Repubblicano (come dimostra anche questo studio Pew Research).
    Se dovesse continuare la tendenza, secondo l’Università di Harvard, i giovani bianchi che voteranno a sinistra alle prossime presidenziali potrebbero essere meno del 40%, un risultato che non si vedeva dal 1982 in piena era reaganiana.
    Insomma, dopo il bluff di Obama, per i democratici si annunciano tempi difficili.
    Elezioni Usa: i giovani vanno a destra ? Il blog di Giampaolo Rossi

    Repubblica non resiste alla tentazione: la disfatta di Obama è colpa di Bush e dei razzisti
    Gli americani non hanno votato Barack il magnifico perché volevano «punire l’uomo nero». Meravigliosa analisi delle elezioni di mid-term firmata Vittorio Zucconi
    Mai e poi mai quell’asino provincialotto del Correttore di bozze oserebbe occuparsi di cose che lo superano incommensurabilmente come l’America e Obama. Sono argomenti troppo “avanti” per il suo microscopico cervello abbarbicato al passato a mo’ di muffa. Ma l’analisi dell’elezione di mid-term che il glorioso corrispondente da Washington di Repubblica Vittorio Zucconi regala oggi ai suoi lettori è qualcosa di troppo meraviglioso per lasciare che si perda come una lacrima nella pioggia.
    Lo scoppolone incassato alle urne dal presidente più migliore del più meglio, secondo Zucconi, «è il prodotto del suo successo», è «figlio dell’enormità delle aspettative che i suoi elettori, e il resto del mondo con essi, gli avevano caricato sulle spalle». E fin qui, se è consentito un giudizio perfino a un citrullo come il Correttore di bozze, sembra un buon punto di partenza. Si potrebbe quasi costruire un’analisi interessante da queste premesse. Leggere Repubblica per credere:
    «Poiché le delusioni sono sempre proporzionali alle illusioni, specialmente per la “sinistra” e i “progressisti” facili all’ubriacarsi delle proprie parole, la parabola discendente di colui che aveva promesso di “Change”, cambiare, ed è invece stato cambiato dalla realtà, era inevitabile».
    Semplicemente perfetto. Addirittura Zucconi, a testimonianza di «questa irrazionale aspettativa» proiettata un po’ a capocchia su Obama, cita «quello stravagante Nobel per la Pace» assegnatogli a priori e che «lui stesso accettò con esitazione». Punto. Parole che di per sé rischierebbero di aprire nei cuoricini induriti di tutti i correttori di bozze del mondo uno spiraglio di luce. Vuoi vedere che Zucconi questa volta non ci propina il solito articolo ideologico?
    Poveri illusi, certo che ve lo propina. Siete voi, semmai, che non vi siete resi conto della gravità della notizia: il Bene è stato sconfitto. Dopo un simile trauma, è troppo forte per il cronista di Repubblica la tentazione di dare la colpa al malvagio Bush, agli spietati elettori conservatori, all’inumano mondo crudele. Scrive Zucconi:
    «(Obama, ndr) accese altre speranze con il discorso del Cairo al mondo arabo e all’universo islamico, spalmato come balsamo sulle ustioni lasciate dal tragico predecessore Bush jr, soltanto per scoprire quanto profonda fosse l’infezione di odio che era cresciuta sotto le cicatrici dopo la “esportazione della democrazia” in Iraq».
    Nonostante la legnata, infatti, Barack il magnifico resta pur sempre «un presidente più grande del proprio tempo». E solo il Correttore di bozze, ignorante che non è altro, non riesce a capire come si possa attribuire a Bush i pastrocchi combinati dal governo americano con i Fratelli Musulmani e i vari altri “ribelli moderati” in Libia, Egitto, Siria e via dicendo. Certo che è colpa di Bush, perché Bush è cattivo, Obama invece è «“greater than life”, più grande della vita», ricorda Zucconi.
    In subordine, comunque, apprende il Correttore di bozze, volendo si può dare la colpa anche al popolo americano, che notoriamente è di valore cangiante per il giornalista italiano medio: se era molto avanti quando nel 2008 mandò Obama alla Casa Bianca, oggi è invece molto indietro poiché lo ha invece randellato. Tanto è vero che la batosta subita dal presidente secondo Zucconi non certifica l’inconsistenza di Obama ma «la rivincita – o la vendetta – di un elettorato che lo ha voluto frustare per la sua sfacciataggine e per i suoi tentativi, falliti, di rimettere in azione il motore dell’American Dream per la classe media». Insomma hanno vinto i bulletti del quartiere, gli amanti del sopruso, i nemici dei sogni, i correttori di bozze.
    Per non dire che hanno i vinto i razzisti. Ancora Zucconi:
    «Ora tocca ai suoi nemici dimostrare quello che sanno fare. Obama potrà permettersi di puntare al sogno di ogni presidente a fine carriera, l’eredità storica. Potrà lanciare quella riforma dell’immigrazione, con inevitabile amnistia, capace non soltanto di compiere un atto di giustizia e di umanità, ma d’incassare quel voto dei “Latinos” che sempre più stringono le chiavi della Casa Bianca fra le dita. Per i repubblicani, acconsentire vorrà dire alienarsi proprio quegli elettori bianchi, anziani, spaventati, che hanno punito l’uomo nero e non vogliono certo arrendersi all’uomo “bruno”».
    Merita, in proposito, anche la vignetta di Ellekappa pubblicata nella pagina che precede la corrispondenza da Washington. Eccola:



    Però sappiate, oh razzisti infami, e anche voi cani e scimmie conservatori, e voi impresentabili correttori di bozze, che potete avere tutte le ragioni dell’universo ma sarete sempre delle caccole in confronto al grande Obama.
    «Il volo dell’anatra zoppa, del mini-Obama rimpicciolito dopo il Super Barack, potrebbe rivelarsi più nobile, più alto di quello starnazzare che abbiamo visto, di fronte al terrorismo dell’Is, al neo-imperialismo russo del colonnello Putin, a un virus, l’Ebola, che gli è stato inconsciamente, e mai esplicitamente addebitato, per associazione etnica, visto che si è diffuso proprio nel continente del padre».
    Ma forse, riflette amareggiato a questo punto il Correttore di bozze, noi merdacce bushiane non ci saremmo mai arrivati, nemmeno «inconsciamente», a pensare che l’Ebola ce l’avesse portata quell’africano di Obama. Ci voleva proprio l’apertura mentale di uno Zucconi.
    La disfatta di Obama è colpa di Bush e dei razzisti | Tempi.it

    Radical chic isterici: torna il fantasma di Bush
    Crisi di nervi per il regista Michael Moore: "Una follia votare così". Da noi le "visioni" di Federico Rampini e Maria Laura Rodotà
    Andrea Mancia
    Non c'è niente da fare: proprio non ci arrivano. Ogni volta che gli elettori (non solo negli Stati Uniti) votano diversamente da come «dovrebbero» - cioè non scelgono la sinistra - partono immediate le lamentazioni di un'intellighènzia progressista tanto distante dalla realtà quanto piena di se stessa. Quando, poi, a vincere non è solo la destra, ma la destra americana, allora queste patetiche geremiadi raggiungono uno stridore insopportabile.
    Martedì notte, dopo la straordinaria - e inattesa, per le sue proporzioni - vittoria del Partito repubblicano alle elezioni di midterm, sui teleschermi italici si poteva assistere allo show di Federico Rampini, che spiegava (senza una punta di sarcasmo) come i democratici avessero perso perché non erano stati abbastanza «di sinistra» durante la campagna elettorale. Ieri, sul sito internet del Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà - totalmente all'oscuro di ciò che la circonda - evocava scenari catastrofici dopo la riconferma a governatore della Florida di Rick Scott. Una vittoria che porterà il Sunshine State, secondo la corrispondente del Corrierone, a scomparire rapidamente sotto i colpi di un riscaldamento globale di cui «il governatore non ammette l'esistenza». E soprattutto una vittoria ottenuta con la complicità dei «miliardari e delle grandi corporations». Poco importa - è quasi scontato sottolinearlo - che in realtà i soldi di un miliardario vero, come l'iper-ambientalista Tom Seyer, siano andati a ingrassare la campagna elettorale del candidato democratico, inondando con 15 milioni di dollari di spot anti-Scott l'area di Tampa Bay e della Interstate-4 per Orlando, dove tradizionalmente si vincono (e si perdono) le elezioni in Florida. Dal suo condo di Miami la Rodotà non riesce a spingere il proprio sguardo molto oltre South Beach. E tutto quello che accade nel mondo reale è così dannatamente noioso...
    Consoliamoci con il fatto che in America stanno anche peggio di noi. Qui, almeno, non abbiamo in circolazione un brutto ceffo come Michael Moore - il regista di finti documentari che da decenni diffonde il verbo dell'anticapitalismo pacifista - secondo il quale l'esito delle elezioni di mezzo termine è stato una «FOLLIA». Sì, una follia tutta maiuscola, inspiegabilmente causata da una «maggioranza di americani» favorevole ai «diritti degli omosessuali, ai diritti delle donne e ai diritti civili», che vuole «leggi contro il cambiamento climatico e l'aumento del salario minimo», ma poi osa «consentire alla minoranza di eleggere un Senato repubblicano».
    La democrazia è un concetto difficile da apprendere, soprattutto se si è cresciuti a tramezzini di Che Guevara e pizzette di Fidel Castro come Moore. Ma forse qualche altro schiaffone, come quello rifilato martedì dall'America profonda alle élite del politicamente corretto, potrebbe servire a svegliare questi assonnati radical chic dal loro torpore. Il primo potrebbe già arrivare tra un paio d'anni.
    Radical chic isterici: torna il fantasma di Bush - IlGiornale.it

    Repubblicani verso la Casa Bianca. Mappa dei nomi
    di Stefano Magni
    Dopo le elezioni di Medio Termine per il rinnovo di gran parte del Congresso, stravinte dai repubblicani, il partito dell’elefantino repinizia la sua vera corsa per la Casa Bianca.
    Ora i numeri (elettorali) ci sono, i democratici sono spompati, il mito di Obama è tramontato e non ci sarà più il sacro terrore di sfidare il primo presidente afro-americano. Se la sfidante fosse Hillary Clinton, sarebbe un osso duro: tutti i sondaggi danno in vantaggio ancora l’ex segretaria di Stato rispetto a tutti i potenziali avversari. Ma la Clinton ha molti punti deboli: reduce dallo scandalo di Bengasi (un ambasciatore ucciso e nessuna risposta degna della prima potenza mondiale), erede di Bill Clinton (che si ritrova ancora la vecchia stagista Monica Lewinski su Twitter, come un fantasma del passato), Hillary, in queste elezioni, ha perso praticamente tutti i candidati che aveva sponsorizzato. Quindi…
    Di qui al 2016 passerà tanta acqua sotto i ponti. Dunque, quello che leggerete qui va preso con le molle. E allora attenti a quei cinque repubblicani: Rand Paul, Marco Rubio, Scott Walker, Rick Santorum, Jeb Bush. Ci sentiamo di sottovalutare Mitt Romney, che si è preso due batoste nel 2008 e nel 2012 e difficilmente avrà una terza chance. E Chris Christie, che (spiace dirlo) è troppo voluminoso per candidarsi: anche nella terra del politically correct, la ciccionefobia è l’unica consentita e incoraggiata, specie se la ciccia è addosso a un candidato di destra.
    Partiamo dal più rampante di questi due anni: Rand Paul. È ambizioso, giovane, presenzialista, commenta ogni cosa con un taglio originale, vuole cambiare (in senso libertario) il Gop e punta alla Casa Bianca. Quasi certamente tenterà la scalata alla Casa Bianca, forte di sondaggi che lo vedono favorito fra i conservatori. I candidati che ha personalmente sponsorizzato hanno ottenuto ottimi risultati in queste elezioni. Viene dal Tea Party e otterrebbe l’appoggio del movimento anti-statalista. Ma ha un tallone d’Achille: il padre. Il tre volte candidato alle primarie Ron Paul parla a ruota libera contro tutto quel che fanno gli Stati Uniti nel mondo. È riuscito persino a giustificare l’attentato di Ottawa, che lui giudica frutto della politica “militarista” canadese. Chi vuol far vincere Rand Paul, dunque, dovrà prima di tutto neutralizzare Ron. Ma anche Rand, di suo, ha fatto gaffe sulla politica estera che non passeranno inosservate, come il suggerimento di sostenere l’Iran (arci-nemico degli Usa) contro l’Isis.
    Marco Rubio: è giovane, è un latino, è molto carismatico, viene dal Tea Party ma piace anche ai vecchi conservatori. Fa presa nel pubblico interventista e saldamente ancorata all’idea reaganiana che l’America debba tornare ad essere l’unico vero faro del mondo libero. Dopo sei anni di modestia internazionale obamiana, la sua retorica può tornare a far sognare. Tuttavia ha tanti talloni d’Achille, più ancora di Rand Paul. Prima di tutto perché è latino, ma cubano. E i latinos americani sono quasi tutti messicani che odiano i cubani. Poi perché è nato dalle file del Tea Party, ma del movimento anti-statalista ha tenuto ben poco. Ora non lo si ricorda neppure come un tea partigiano. Il rischio è addirittura che passi per un “Rino” (repubblicano solo di nome).
    Scott Walker, da questo punto di vista, sarebbe un candidato meno esposto, ma proprio per questo molto più solido. Governatore del Wisconsin, appena rieletto, ha lasciato i conti in ordine e una vittoria storica contro i sindacati dei lavoratori pubblici (a cui ha tolto il “pizzo” dei finanziamenti pubblici e il potere di “concertazione”), quando si è rimesso in gioco con nuove elezioni, disputate nel mezzo del suo mandato e vincendole. Insomma, è un uomo che ha carattere, idee chiare ed esperienza amministrativa. È un “provinciale”, molto lontano dalle logiche di Washington e questo può essere un pregio (agli occhi degli elettori), ma anche un difetto.
    Rick Santorum: ha perso le primarie del 2012, ma a testa alta. È l’esponente di punta della destra religiosa, attentissimo ai principi non negoziabili della Chiesa cattolica (condivisi anche dai protestanti conservatori) su famiglia, vita ed educazione. La destra religiosa è una componente fondamentale dell’elettorato repubblicano, nel 2004 ha consentito la vittoria di George W. Bush. Ma Santorum si rivolge solo a quel pubblico. Sul resto si dimostra scarsino. In politica estera non fa che ripetere i mantra degli altri repubblicani. In politica economica è il più statalista fra tutti, quasi un democratico. E il pubblico più attento alla libertà di mercato (oltre a molti grandi finanziatori della destra) gli farebbe la guerra.
    Jeb Bush: difficile, ma possibile. Di fronte alla fiacca performance di Obama, i Bush sono tornati in auge. Quel cognome non è più un tabù.
    Repubblicani verso la Casa Bianca. Mappa dei nomi | L'intraprendente

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    Predefinito Re: Elezioni di mid-term 2014: la vittoria del GOP

    Quelli che amano tanto il liberismo, non capiscono che se il libero mercato non avesse limiti, pochi privati avrebbero la possibilità di controllare la vita di milioni di persone nel mondo, se fossero troppo ricchi, e questa sarebbe una disgrazia.

 

 

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