La coda di cavallo che tanto scalpore aveva fatto tra gli svedesi quando gli avevano consegnato il premio Nobel nel 2002 non c'è più. Restano alcuni anelli d'argento, un medaglione di Adam Smith al collo, la voglia di capire le origini della crisi e la passione nello spiegare. Ieri Vernon Smith, che ai suoi studenti fa leggere Smith (Adam) e David Hume, ha dialogato con la redazione del Sole 24 Ore sui temi legati alla crisi dello stato e del mercato (nel pomeriggio sarà disponibile la videoregistrazione del forum).
Il premio Nobel americano, 83 anni, da sempre usa esperimenti di laboratorio per mettere alla prova le verità della scienza economica. «Abbiamo imparato a conoscere la crisi giorno dopo giorno - ha esordito -. Gli economisti, nonostante non abbiano previsto la drammaticità della situazione, hanno fatto un buon lavoro perché si sono adattati agli eventi: siamo diventati esperti di esperimenti». Senza dimenticare le lezioni che vengono dalla storia. Tra 1922 e 1926 si registrò un aumento delle spese per acquistare abitazioni, per poi raggiungere i minimi a ridosso dello scoppio della Grande Depressione, stessa situazione poco prima dell'attuale crisi. Ancora però da decifrare nella sua complessità.
Si poteva prevedere la crisi? Siamo stati poco attenti o era un evento così nuovo da non essere decifrato?
Questa crisi non era prevedibile, fa parte della natura delle bolle, anch'esse imprevedibili. Le persone si lasciano risucchiare in una sorta di aspettativa continua che si autoalimenta su prezzi sempre crescenti: è stato sempre così nei secoli passati. La crisi non è sostenibile: arriverà la sua fine, anche se non conosciamo i tempi. Abbiamo capito bene le regole nel mercato azionario: le bolle danneggiano gli investitori e, di conseguenza, le banche e le altre parti in causa. Non si possono prevedere le bolle ma, per tutelare chi partecipa al mercato, si devono limitare i danni.
Quale sarà l'evoluzione dell'euro?
Per un po' di tempo ho pensato che il calo del dollaro non poteva durare e che ci sarebbe stata un'inversione nel rapporto dollaro/euro, non perché l'economia americana stesse andando bene, ma perché pensavo che gli europei avessero imparato come non fare le cose nel modo sbagliato.
Quale sarà il ruolo della finanza? L'amministrazione Obama pare limitare il peso del sistema finanziario nell'economia.
C'è il pericolo di reagire in modo eccessivo: l'intervento nel settore bancario è un esempio chiaro di questa situazione. È pericoloso se si presta denaro a chiunque, se non ci sono regole che possiamo ricondurre ai diritti di proprietà. Non rubare è una buona regola e le regole di proprietà garantiscono prosperità e ricchezza.
Rogoff sostiene che la ripresa sarà lenta perché il livello di debito è molto elevato. È d'accordo?
No, questa è solo una giustificazione, un alibi da economisti.
Quale sarà la tenuta delle economie dei paesi europei?
I media sottolineano che l'euro sta soffrendo per la fuga di capitali verso porti più sicuri, compresi i titoli di stato americani, che sono relativamente più solidi. Non sappiamo che cosa ci aspetta. Quel che i paesi Ue possono fare sui mercati internazionali è limitato. Oggi gli stati sono in concorrenza per politiche più stabili: se non forniscono opportunità ai cittadini, i cittadini se ne andranno altrove. I confini non sono più a tenuta stagna.
Nella Ue manca un coordinamento fiscale che garantisca futuro all'Unione e all'euro?
In questa fase di crisi i paesi danno le colpe ai vicini. Ad esempio, sul fiasco della Grecia, la prima cosa che ha fatto la Germania è stato scaricare il barile sull'Fmi.
Potrebbe essere una carta la costituzione del Fondo monetario europeo?
Se si dovesse istituire, bisognerebbe prendere l'Fmi come modello, consci dei benefici, ma anche dei costi. Importante è ridurre le barriere interne.
È preoccupato dall'esplosione del debito americano?
Sono preoccupato dalla situazione degli Stati Uniti: Ben Bernanke ha acquistato 1,2 trilioni di dollari in asset privati di dubbia qualità. Ma non aveva grandi scelte, tutte le alternative erano peggiori e ci saremmo trovati al collasso del sistema bancario, in una situazione simile al panico del 1929. La lezione che abbiamo imparato è che è meglio evitare queste circostanze.
La crisi ha fatto emergere tutti gli squilibri globali: sono una spiegazione della crisi? Non si è fatto nulla per risolverli, che succederà dopo?
Gli squilibri nei flussi di capitali sono stati influenzati dalle politiche non prudenti attuate da alcuni paesi, che ne dovranno pagare le conseguenze. Gli squilibri nel commercio sono una faccenda complicata che coinvolge tutti. C'è troppa volatilità nei cambi. La situazione resterà difficile per tutta la comunità mondiale se non si interviene. Bisogna intervenire per sfruttare i benefici, e ce ne sono tanti, che derivano dalla globalizzazione.
Tra le conseguenze sociali della crisi, anche l'aumento degli studenti che scelgono di studiare economia. Bisognerà riscrivere i libri di testo.
Con i colleghi cerchiamo di coinvolgere gli studenti in esperimenti sul campo per testare la validità di alcune teorie. Accanto ai laboratori, serve riprendere i grandi autori del passato: ai ragazzi consigliamo la lettura di David Hume (Saggio sulla natura umana) e di Adam Smith (Teoria dei sentimenti morali).
Le banche sono troppo grandi e connesse per fallire: è d'accordo? Pensa che Bernake abbia sufficiente potere per controllare i rischi sistemici o vanno distinte le banche commerciali e quelle d'investimento?
Il ragionamento sulle banche troppo grandi per fallire è potenzialmente disastroso: significa che non si è imparato dal passato. Il sistema economico americano è stato colpito da molti fallimenti, ma è inevitabile: molte start up falliscono entro 5-7 anni. Sono abbastanza scettico sulla possibilità che Bernanke possa definire un processo di controllo. È comunque un compromesso tra economie di scala legate al fatto di essere di grosse dimensioni e un regime disciplinare che controlli i fallimenti.
Da Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2010
IBL - Vernon Smith: «Bolle? Gli economisti non le possono prevedere»




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ostridicolo:
