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    Predefinito Fascismo o fascismi? Il conflitto interno tra sinistra e reazione.

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    Fascismo o Fascismi

    il conflitto interno tra sinistra e reazione

    Renato Pallavidini

    Linee di analisi e dibattito per un saggio possibile su una "storia del fascismo" depurata dalla propaganda di parte


    Questo saggio intende essere una breve, ma organica ed esaustiva storia del fascismo, capace di metterne in luce origini, orientamenti ideologici, basi sociali, funzione di classe, natura e contraddizioni interne. Cercheremo di evitare, sulle orme dell'insegnamento di Renzo De Felice, un approccio aprioristicamente politicizzato ad un fenomeno, come quello fascista, che è socialmente complesso, eterogeneo ideologicamente, a tratti confuso, soprattutto nelle sue fasi iniziali, 1919 e 1925, a tratti compenetrato da irriducibili contrasti interni sull'interpretazione di cosa sia il Fascismo e di quale funzione storica debba conseguentemente svolgere.
    Se al suo interno, negli anni indicati incandescenti della crisi del dopoguerra e del consolidamento al potere, gli elementi di divisione e di confusione ideologica convivono con gli elementi politici di unità nella lotta al movimento operaio e comunista e alla democrazia liberale, dagl'anni '30 sino all'89-'94 -crollo del movimento comunista internazionale e nascita di Alleanza Nazionale- il Fascismo è dominato da antagonismi irriducibili.
    Questi antagonismo riusciranno a convivere in un unico contenitore organizzato, per mezzo secolo, in virtù di due fattori, l'uno fideistico sentimentale, l'altro brutalmente fisico: la fede in Mussolini, le emozioni profonde che ancora accompagnano la sua personalità in larghi settori della società italiana, fattore decisivo e assoluto sino al 1945; l'odio e la violenza fisica dei comunisti, che ha sempre impedito alla stragrande maggioranza dei fascisti rivoluzionari, critici del capitalismo, di intraprendere con essi un serio dialogo politico. Durante la breve parentesi della RSI, furono molti i fascisti rivoluzionari a orientarsi in questa direzione. Molti cercarono di evitare la guerra civile, soprattutto per dare maggiore forza e maggiore slancio ai progetti socialisti della Repubblica. Ma il suo scoppio, la scia di sangue e di odio che ne derivò, da ambo le parti, la mattanza di fascisti e non che accompagnò la "Liberazione" -crudamente ricostruita dai libri di Gianpaolo Pansa-, il mito della "Resistenza" che, da quel momento, divenne la base più antropologica che politica del mondo comunista impedirono sempre questo dialogo e sempre rigettarono le diverse componenti del fascismo anticapitalistico in strutture organizzate -il MSI- che le obbligava a convivere con fascisti di tutt'altra specie.
    Ecco la motivazione del sottotitolo del nostro saggio: Fascismo o Fascismi? Almeno relativamente all'esperienza fascista italiana -ancora diverse saranno infatti le componenti ideali di movimenti per molti aspetti analoghi, come il Nazionalsocialismo tedesco, le Guardie di Ferro rumene, o le Croci Frecciate ungheresi, tutte di nature "völkisch"-, costruita e guidata da Benito Mussolini, si può parlare di un unico Fascismo, con diverse orientamenti interni -come nel caso del Comunismo, del Nazionalsocialismo stesso- o si deve più opportunamente parlare, sia sul piano storiografico che politico, di una pluralità di Fascismi, in contraddizione irriducibile fra loro?
    L'estrema contraddittorietà, quasi un'espressione esemplare di dialettica antagonista hölderliniana, nasce dall'eterogeneità sociale e dalla confusione ideologica delle origini. Situazioni che, ad esempio, non si riscontrano nel liberalismo, espressione coerente delle borghesie illuministiche e positivistiche, né nel comunismo, radicato nelle classi proletarie e in gruppi intellettuali coerentemente ispirati al pensiero di Marx. Ne potevano nascere correnti diverse, divergenze interne anche drammatiche -suffragio ristretto contro suffragio universale; Stalin contro Trotzky, ecc- ma gli elementi identitari prevalevano sempre con nettezza. Nessuno ha mai posto in dubbio che Brissot, Danton, o Constant fossero liberali e figli dei Lumi del settecento. Così come nessuno può negare che Stalin e Trotzky nascano dalla comune esperienza bolscevica. Ma cosa accomuna, negl'anni '30 Cesare Maria De Vecchi della Val Cismon con Berto Ricci? La visione monarchica e autoritaria dello Stato dei Nazionalisti con i progetti di socializzazione delle fabbriche di Tullio Canetti, del 1938, e della sinistra saloina?
    Il fascismo è socialmente eterogeneo, perché, alle origini, nel "biennio nero" italiano del 1921-1922, vi convergono, con motivazioni diverse e in linea di massima contraddittorie, una base di massa piccolo borghese, agraria e cittadina, ed una componente dirigente, legata, direttamente o indirettamente, per volontà o per necessità all'insieme delle forze capitalistiche e conservatrici dominanti. Gli interessi dei due gruppi sociali non sono meno antagonistici di quelli che dividono le classi capitalistiche dalle classi popolari. Da qui la difficoltà a comporre tutte queste istanze e a definire un programma politico minimamente coerente, capace di aggregare forze sociali potenzialmente antagoniste.
    È ideologicamente confuso innanzitutto perché, nel periodo della sua nascita e del suo sviluppo, in Italia (il discorso per la Germania, o per altri stati europei, come ad esempio la Romania, cambia in modo anche profondo), non ha alcuna ideologia di riferimento. Si regge solo su vaghi programmi, su altrettanto vaghe idealità che possono svariare da Mazzini al nazionalismo, su umori, istanze ribellistiche, comportamenti rabbiosi; insomma su determinate psicologie e su istanze umorali che consentivano a molti squadristi di essere contro tutto e contro tutti, senza sapere bene ciò che, in alternativa all'esistente, avrebbero voluto costruire.
    La confusione ideologica cresce poi nel tempo, come risultato dell'eterogeneità sociale. Infatti, la base piccolo borghese e popolare, la componente sindacale del movimento coniugarono sempre l'antibolscevismo con la più o meno vaga percezione della contraddittorietà dei propri interessi, rispetto agl'interessi capitalistici e conservatori dominanti.
    Nacque rapidamente nel Fascismo italiano, e nei movimenti ad esso assimilabili, un sempre più netto contrasto ideologico fra un fascismo di potere (il "fascismo regime"), coerentemente conservatore e nazionalista (individualizzabile, in Italia, con figure come Alfredo Rocco -ex nazionalista- e Dino Grandi, legatissimo agli agrari romagnoli) e un fascismo rivoluzionario (definito da De Felice come "fascismo movimento"), rappresentato da correnti ed esponenti che gli vorrebbero conferire contenuti antiborghesi, scontrandosi duramente con la realtà del regime. La componente egemone di questo fascismo rivoluzionario, durante il Ventennio, fu la "Sinistra fascista", legata al Sindacato, al corporativismo radicale, poi, negli anni '30, alla gioventù studentesca e intellettuale.
    Su questi problemi ritorneremo più avanti. Anticipiamo qui che, nel corso del tempo, soprattutto con e dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'eterogeneità ideologica aumenterà molto proprio nell'area antiborghese. Questa, nell'ambito del fascismo italiano degl'anni '20 e degl'anni '30, era quasi esclusivamente rappresentata dalla Sinistra sindacale e corporativa (si veda il filosofo gentiliano Ugo Spirito, teorico della soppressione della proprietà privata e del passaggio dei mezzi di produzione alle corporazioni, che ne avrebbero assunto proprietà e controllo, nel quadro di una politica economica dirigista e statalista), legata a idee -riscontrabili in tutte le socialdemocrazie europee- di compartecipazione alla gestione delle imprese e di redistribuzione del profitto capitalistica attraverso lo stato; una sinistra giacobina e nazionale. Nel nazionalsocialismo tedesco -o fra le Guardie di Ferro rumene di Codreanu- l'area antiborghese era rappresentata dall' anticapitalismo romantico e "reazionario": un orientamento al ritorno a valori e gerarchie pre-capitalistiche, con un richiamo o al mondo indoeuropeo (Nazionalsocialismo) o al mondo cattolico medioevale (Guardie di Ferro e Croci Frecciate).
    Si guardava con occhi mitici e accenti spiritualistici ed esoterici a mondi antichi e preistorici: Roma antica, le tribù germaniche descritte da Tacito, il popolo Iperboreo di cui scriveva Esiodo nell'VIII secolo a.C. (questa è la prospettiva di Hitler e del nazionalsocialismo,che, non a caso, ha a suo fondamento una componente occultista, sulla quale la storiografia ha cominciato a lavorare solo negl'ultimi vent'anni).
    L'anticapitalismo "reazionario" (e con esso l'antisemitismo) penetra con organicità, nel fascismo italiano, solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad opera del filosofo tradizionalista Julius Evola, che, a partire dagl'anni '50, avrà grande influenza sui militanti giovani e radicali, conquistando al suo paganesimo esoterico gran parte dell'anticapitalismo fascista, mettendone spesso in sott'ordine la radice mazziniana, socialista, populista degl'anni '30.
    I due progetti strategici, sinistra fascista e anticapitalismo reazionario o tradizionalismo sono quasi incompatibili; essendo il primo giacobino, legato all'idea di una democrazia totalitaria, guidata da elité elettive e rinnovabili (ne era ideale strumento il liceo gentiliano), il secondo un progetto antidemocratico di comunità organica völkisch, espressione della tradizione etnico culturale di un popolo, governata da aristocrazie spirituali, che si vuole ispirate da principi metafisico religiosi superiori (es. gli "Illuminati" del Fichte del 1807). Convergenze possono invece essere trovate su di un piano tattico e programmatico, sul terreno della denuncia del dominio della finanza internazionale, della politica economica statalista, dell'organizzazione compartecipativi delle aziende, ecc., ma alla fine, anche nel Fascismo e nel Neofascismo radicale, rinascono culture e Weltanschauung antagoniste. In fondo, da una parte, con Ugo Spirito e i sindacalisti, si trova un Fascismo democratico, dall'altro, con Evola, la più coerente reazione ad ogni forma di democrazia, nata nella storia europea, da Clistene ad oggi.
    L'anticapitalismo "reazionario" rischia di distogliere i suoi sostenitori dalla concreta realtà sociale e di dividersi esso stesso, in base alle tradizioni spirituali di riferimento. Le divisioni passano innanzitutto fra cattolici integralisti e neo pagani; dopodiché dall'epoca di Khomeini si registra anche un forte riferimento all'Islam come modello di contestazione religiosa e tradizionalista del sistema.
    Nella sostanza il vecchio sinistrismo fascista, sino ai primi anni '50, spinge, sulla base di orientamenti affini alla socialdemocrazia, a "sporcarsi le mani" con il popolo e gli operai, ponendo le basi per un massiccio spostamento o sulle posizioni del PCI -come ben vide Togliatti- o su quelle della sinistra DC di Fanfani e Mattei; l'anticapitalismo "reazionario" rischia di plasmare una mentalità pseudo aristocratica, ostile per principio alle masse e al mondo dell'economia.
    Nel complesso, per dare un minimo di visione unitaria al fenomeno fascista, con particolare riferimento al Fascismo italiano, si deve necessariamente e solo utilizzare la sintesi ermeneutica defeliciana, soprattutto con le due categorie di "Fascismo Regime" e "Fascismo movimento", presentate da De Felice nella "Intervista sul fascismo" del 1977. Sono una polarità antagonista, una vera contraddizione dialettica hölderliniana: due poli opposti che convivono unitariamente sulla base di elementi unitari deboli, ma storicamente dati.
    Quali? Il primo e fondamentale è Mussolini, dalla cui storia personale, culturale e politica, si deve partire per comprendere il Fascismo. Senza Mussolini, il Fascismo non sarebbe mai nato, né sarebbe riuscito a prendere il potere e a consolidarlo, sino a crollare solo ed esclusivamente in virtù dei rovesci bellici della II Guerra mondiale. Senza Mussolini, il Fascismo si sarebbe espresso, al massimo, come un rigurgito di violenza antisocial-comunista, priva di unitarietà e di prospettive politiche, prontamente sedata dalla classe dirigente liberal democratica, una volta acquisitine i vantaggi; com'era del resto negli intendimenti di Giolitti nel 1921.
    Secondo elemento unitario, di cui non si ancora acquisito pienamente l'importanza, in una storia del fascismo è la dinamicità del fenomeno in entrambe le polarità e nel loro reciproco rapporto. Questo dato emerge parzialmente nel saggio Mussolini e il fascismo di Paul Guichonnet, ma si può evincere anche da una lettura attenta e organica dell'immensa opera di De Felice su Mussolini. Scrive lo storico ginevrino che «il fascismo, a somiglianza del suo capo, non è che una serie di trasformazioni, di adattamenti, com'è testimoniato dai suoi difficili inizi». (23)
    Noi prendiamo nettamente le distanze dallo spirito sprezzante di queste parole sull'evoluzione politica di Mussolini, che, come cercheremo di dimostrare, è ben più complessa e ricca di intuizioni di quanto abitualmente si creda. Anche se, indubbiamente, a partire dall'estate del 1921, ciò che prevale in essa sarà il tatticismo, tradotto nello slogan "durare". Tuttavia, in questo giudizio, c'è un nocciolo di verità, che si avverte non solo nella monumentale opera defeliciana, ma dagli studi degli ultimi vent'anni sulla Sinistra fascista, di Parlato e di Buchignani, come dal più datato studio di Taylor sull'ideologia fascista. Regime, ideologia, progettualità politica, direttive mussoliniane, negli anni '30 sono in continuo anche se impercettibile movimento.
    Pensiamo solo ad alcuni fatti oggettivi. All'interno del Fascismo movimento, l'elaborazione ideologico politica cresce in modo esponenziale. Alla fine degli anni '30 Gentile pone le basi della sua ultima opera, Genesi e fenomenologia della società, la più coerente espressione teorica della Sinistra fascista. Nel 1941 esce il volume collettivo Attacco alla borghesia, con importante contributo di Berto Ricci. Sul polo opposto del movimento emerge l'opera di Evola e viene posta la questione della razza. Anche all'interno del Regime la situazione è fluida e sembra aprire spazi ai quadri e alla volontà di svolta sociale del Fascismo rivoluzionario. I due poli interagiscono rendendo dinamico l'intero quadro del Fascismo.
    Si rafforza il ruolo del Sindacato, uscito annichilito dallo "sbloccamento" della Confederazione unitaria di Rossoni, deciso da Mussolini nel 1928. Su indicazione del Duce in persona, Cianetti, in qualità di Sottosegretario alle Corporazioni, nel 1938, riceve l'incarico di elaborare un progetto di socializzazione delle fabbriche. Insomma, come mettono in luce De Felice, Parlato e Buchignani, la "durata" nel tempo del Regime, se non addirittura una guerra vittoriosa aprono concretamente la prospettiva che si formi, dai ranghi del Fascismo movimento, una nuova classe dirigente, capace di sostituirsi alla borghesia e alla monarchia, o quanto meno tentare concretamente di farlo.
    Ciò dunque non può ancora consentire a Berto Ricci, a Galvano della Volpe, o a Davide Lajolo di separare nettamente le proprie sorti politiche da Federzoni e Cesare Maria De Vecchi della Val Cismon. I contrari rimangono legati allo stesso contenitore e continueranno a rimanervi ancora per lunghi decenni, nel dopoguerra, per difendersi dalla repressione antifascista.

    Renato Pallavidini
    Ultima modifica di Avanguardia; 30-11-14 alle 19:35
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

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