Strage Cottarelli: ergastolo ai Marino

IL DELITTO DI VIA ZUABONI. Ribaltata in appello la sentenza di assoluzione di primo grado che era stata pronunciata dalla corte d'assise a carico dei cugini trapanesi. Carcere a vita e isolamento diurno per due anni. Escluse le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti. Risarcimento per i familiari.

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Brescia. Ergastolo per Vito e Salvatore Marino. Sono loro, secondo i giudici della Corte d'Appello, i responsabili della strage del 28 agosto di quattro anni fa nella villetta di via Zuaboni: loro hanno ucciso Angelo Cottarelli, la moglie MarzennaTopor e il figlio Luca. Vito e Salvatore Marino, per i giudici, sono i responsabili della mattanza che si è consumata nella villetta dell'imprenditore; loro hanno sparato alla testa del ragazzino e della donna e li hanno sgozzati, sempre loro hanno poi riservato lo stesso trattamento al capofamiglia.

I GIUDICI della corte d'appello - presidente Enzo Platè. a latere Anna Petruzzellis - hanno riscritto quella mattinata di orrore e di morte, ribaltando la sentenza di assoluzione di primo grado. I due giudici togati con i sei popolari hanno dato un nome e un cognome agli assassini. Nessuna pista alternativa, nessun criminale da ricercare in Serbia, nè altrove: per i giudici gli investigatori della Squadra Mobile hanno individuato i responsabili della strage.

La sentenza d'appello è stata pronunciata ieri poco dopo le 17, dopo cinque ore di camera di consiglio: ergastolo e due anni di isolamento diurno. Carcere a vita per il triplice omicidio, con esclusione delle aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti. Assenti gli imputati. I due cugini erano invece presenti in aula il 21 maggio quando il pg Domenico Chiaro aveva chiesto la condanna all'ergastolo ed erano presenti anche il 26, quando i difensori avevano chiesto l'assoluzione perchè - era la tesi - «non erano a Brescia la mattina del 28 agosto». Ieri i Marino hanno preferito non esserci e la loro assenza è stata stigmatizzata dal pg Chiaro nelle repliche della mattina.

PRESENTE, invece, Mario Cottarelli, il fratello della vittima, costituitosi parte civile con il fratello Costanzo e la sorella Cecilia e con la madre e la sorella di Marzenna Topor. Mario Cottarelli non ha perso nemmeno un'udienza del processo e la sentenza di condanna, per lui e per la sua famiglia, è la fine di un incubo.

«Finalmente è stata fatta giustizia», commenta tra le lacrime Mario Cottarelli che non può e non vuole dimenticare la sentenza di assoluzione di primo grado: «Con tutto quello che c'è stato prima non posso dire di essere soddisfatto, anche se stavolta mi sentivo più fiducioso per una serie di motivi. Quando ho letto e riletto le motivazioni della sentenza di assoluzione sono andato sempre a vedere la firma in fondo, perchè mi sembrava scritta dai difensori, non da un presidente di corte d'assise. Questa sentenza ha confermato le mie convinzioni: la corte d'assise ha avuto un comportamento preconcetto nei confronti di mio fratello, mentre al contrario è stata ipergarantista verso gli imputati».


NESSUN COMMENTO alla sentenza da parte degli avvocati difensori Giuseppe Pesce e Renato Bianchi: hanno lasciato l'aula limitandosi a un laconico «aspettiamo di leggere le motivazioni». La corte ha preso 90 giorni di tempo per depositare la sentenza. Ma non c'è alcun dubbio che i difensori ricorreranno in Cassazione.

La corte ha disposto anche il risarcimento dei danni alle parti civili: 300 mila euro ai familiari di Marzenna, assistiti dall'avvocato Stefano Forzani. e 130mila euro a ognuno dei tre fratelli Cottarelli, assistiti dagli avvocati Sergio Arcai, Pierluigi Bossoni e Pietro Garbarino. Soddisfazione per gli avvocati di parte civile perchè i giudici hanno accolto la ricostruzione dell'accusa, che era quella sostenuta fin dal primo grado dalle parti civili: nessuna premeditazione, ma un tentativo di estorsione finito nel sangue. È l'avvocato Sergio Arcai a fare sintesi al termine della lettura della sentenza: «È stata esclusa la premeditazione, l'omicidio è maturato nel corso di un'estorsione o di una rapina; è successo qualcosa di strano che ha fatto precipitare le cose. I due cugini Marino non sono venuti a Brescia per uccidere, ma poi la situazione si è modificata, forse è partito un colpo e sono dovuti correre ai ripari». Ergastolo, ma nessuna carcerazione per Vito e Salvatore Marino. Nella richiesta di condanna la procura generale non ha chiesto una limitazione di libertà per i due imputati che per ora restano liberi.

La condanna di ieri potrebbe anche influire sul processo d'appello di Dino Grusovin, grande accusatore dei cugini Marino. E' stato Grusovin, collaboratore di giustizia, ad accusare i Marino dell'omicidio, rivelando agli uomini della squadra Mobile che la mattina della strage si trovava nella villetta di via Zuaboni e che ci era andato in compagnia di Vito e Salvatore Marino. Grusovin ha accusato i due cugini dell'omicidio, raccontando di essere rimasto legato al tavolo della cucina in compagnia di un quarto uomo mai identificato, mentre Vito e Salvatore scendevano nella taverna per risalire poco dopo sporchi di sangue e con la pistola in mano. Anche Grusovin, assolto in primo grado, su richiesta della procura, deve sottoporsi al giudizio d'appello, ma per ora non c'è stata udienza. Grusovin, benchè sottoposto a regime di protezione, è svanito nel nulla e il processo è stato rinviato. Il suo destino resta in sospeso, ma su quello dei Marino i giudici d'appello, ieri, hanno scritto una parola pesante: carcere a vita.

Wilma Petenzi