LA FILOSOFIA DELLA FORZA

(postille alla conferenza dell'on. Treves)


I.

Più che trattare di una Filosofia della Forza, e cioè di una filosofia che abbia qual nucleo centrale e irradiatore una ben determinata nozione di forza - la conferenza dell'on. Treves è stata una chiara, sintetica, brillante esposizione delle teorie di Federico Nietzsche. Treves sa che il Wille zur Macht è un punto cardinale della filosofia nietzschiana, ma ci sembrerebbe inesatto affermare che a quell'unica nozione possano ridursi tutte le idee di Nietzsche. Non si può definire questa filosofia, poiché il poeta di Zarathustra non ci ha lasciato un sistema. Ciò che v'è di caduco, di sterile, di negativo in tutte le filosofie è precisamente il "sistema", questa costruzione ideale, spesse volte arbitraria ed illogica, tale da dover essere interpretata come una confessione, un mito, una tragedia, un poema.
Nietzsche non ha mai dato una forma schematica alle sue meditazioni. Era troppo francese, troppo meridionale, troppo "mediterraneo" per "costringere" le speculazioni novatrici del suo pensiero nei quadri di una pesante trattazione scolastica. Ma creatore di sistemi filosofici o no, Nietzsche è pur sempre lo spirito più geniale dell'ultimo quarto del secolo scorso e profondissima è stata la influenza delle sue teoriche. Per qualche tempo gli artisti di tutti i paesi, da Ibsen a D'Annunzio, hanno seguito le orme Nietzscheane. Gli individualisti un po' sazi della rigidità dell'evangelio stirneriano si sono volti ansiosi a Zarathustra e nella filosofia dell'Illuminato trovano il germe e la ragione di ogni rivolta e di ogni atteggiamento morale e politico. Non mancano gli imbecilli che chiamano super-umanismo, certo equivoco dandysmo da efebi e invocano la solita "torre d'avorio" per celare a chi sa essere osservatore il vuoto spaventoso delle loro scatole craniche. Infine - per completare il quadro - ecco i filosofi salariati che hanno la religione del 27 del mese - gli accademici - questi goffi rappresentanti della scienza ufficiale - che scongiurano la giovinezza di non cedere alle lusinghe dei nuovi pensatori liberi, dal momento che Federico Nietzsche, capo riconosciuto di questi homines novi, ha passato gli ultimi anni della sua vita nelle tenebre della pazzia. Nietzsche è dunque l'uomo più discusso dei giorni nostri. L'uomo, ho detto, perché in questo caso è l'uomo appunto che può spiegarci il grande enigma.


II.

Ci permetta l'on. Treves di aggiungere qualche cosa a quanto egli disse, e cominciamo dallo Stato.
Per Stirner, per Nietzsche e per tutti coloro che Türck nel suo Der geniale Mensch chiama gli "Antisofi dell'egoismo", lo Stato è l'oppressione organizzata ai danni dell'individuo. Ma come è sorto lo Stato? Forse in seguito a un Contratto Sociale come Rousseau e i suoi illusi seguaci pretendevano? No. Nietzsche nella sua Zur Genealogie der Moral (pag 71 e seg.) ci descrive la genesi dello Stato.

"E' un branco di biondi animali da preda - è una razza di signori e di conquistatori che si getta sulle popolazioni limitrofe, disorganizzate, deboli, nomadi. È una violenza compiuta da uomini che - nella e per la loro organizzazione guerresca - non hanno il concetto di riguardo al prossimo, di responsabilità, di colpa. Il loro egoismo di forti non ammette limitazioni. Essi sentono la pienezza della loro vita e la tensione delle loro energie sol quando possano stritolare un altro essere umano. Lungi dal comprimerlo essi danno libero sfogo al loro primordiale istinto di crudeltà. La loro divisa è la parola d'ordine dell'orientale setta degli assassini. Nulla esiste, tutto è permesso. E aggiungono: veder soffrire fa bene, far soffrire fa meglio".

Tuttavia, un principio di solidarietà governa le relazioni di questi biondi animali da preda. Anche i conquistatori obbediscono alle disposizioni che la collettività prende per salvaguardare gli interessi supremi della casta e questa può dirsi una prima limitazione della volontà individuale. Non solo i guerrieri si "costringono" a una rigida disciplina - manifestazione e prova di una preesistente solidarietà d'interessi - ma sono forzati a risparmiare e a proteggere gli schiavi che producono i materiali mezzi di vita. Non basta creare delle nuove tavole di valori morali, bisogna anche umilmente produrre il pane. L'unico non può mai dunque essere "unico" nel senso stirneriano della parola, ché la fatale legge della solidarietà lo piega e lo vince. L'istinto di socievolezza è, secondo Darwin, inerente alla natura stessa dell'uomo. Non si concepisce un individuo che possa vivere avulso dall'infinita catena degli esseri. Nietzsche sentiva la "fatalità" di questa che potrebbe dirsi legge della solidarietà universale e per uscire dalla contraddizione, il superuomo Nietzscheano - l'eroe Nietzscheano il guerriero saggio e implacabile - costretto a risparmiarsi all'interno - scatena la sua volontà di potenza all'esterno e la tragica grandezza delle sue imprese fornisce ai poeti - per qualche tempo ancora - materia degna di conto.
Ma con la guerra e la conquista esterna, si allarga il cerchio della solidarietà positiva tra i dominatori, negativa verso i dominati. Nietzsche è nuovamente afferrato dalla contraddizione: o il superuomo è "unico" e non obbedisce a leggi - o ammette delle limitazioni al suo arbitrio individuale ed allora rientra nella mandra. Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la società rovini e crepiti come un gigantesco fuoco d'artificio. Nell'orgia della palingenesi finale l'unico osa finalmente di essere "unico" contro tutto e contro tutti! A questo punto della storia (Al di là del Bene e del Male - pag. 236 e seg. edizione tedesca) si rallenta la formidabile tensione. D'un colpo la costrizione della vecchia disciplina si spezza: se volesse sussistere non lo potrebbe che sotto forma di lusso, di gusto arcaico. La variazione, sia come trasformazione in qualche cosa di più alto, di più fino, di più raro - sia come degenerazione e mostruosità, è d'improvviso sulla scena in tutta la sua pienezza e il suo splendore: l'unico osa di essere unico e di appartarsi dal resto. È il momento storico in cui si mostrano vicini l'uno all'altro e talvolta l'un coll'altro superposti e ingrovigliati sforzi multipli e superbi di elevazione e di crescenza. Una specie di "tempo" tropicale e una meravigliosa corsa alla caduta e all'abisso grazie agli egoismi rivolti selvaggiamente gli uni contro gli altri esplodenti nello stesso tempo, egoismi che lottano insieme per il sole e la luce e non sanno ormai più trovare né limite, né freno, né moderazione nella morale fino allora regnante. Fu questa stessa morale che ha accumulato la forza sino all'enormità, che ha teso l'arco in modo sì minaccioso; ora essa è superata, sarà vissuta. Si è raggiunto lo stadio pericoloso e critico in cui la vita più grande esorbita dai confini della vecchia morale. L'individuo è là: forzato a darsi una propria legge - l'arte e la sagacia della propria elevazione, conservazione, liberazione. Più nessuna formula generale - la caduta, la corruzione e i più alti desideri orribilmente intrecciati - il genio della razza straripante da tutte le coppe del bene e del male - una simultaneità fatale della primavera e dell'autunno piena di nuove attrazioni e di misteri che sono proprii della corruzione giovane non ancora sazia e spossata. Di nuovo sorge il pericolo - il padre della morale - il grande pericolo - questa volta trasportato nell'individuo, nel prossimo, nell'amico, nella strada, nel proprio figlio, nel proprio cuore, in tutto ciò che v'è di più personale e di più segreto in quanto a desiderî e volontà. I filosofi moralisti che sorgeranno in quel tempo che cosa avranno da predicare? Questi acuti osservatori scopriranno che tutto è ben presto finito - che tutto intorno a loro perisce e fa perire, corrompe e fa corrompere - che nulla dura sino posdomani, eccetto una specie di uomini "irrimediabilmente mediocri". Solo i mediocri hanno la prospettiva di continuarsi, di transvegetare - essi sono gli uomini dell'avvenire, gli unici superstiti: Siate come loro! Diventate mediocri! grida ormai la sola morale che ha ancora senso, che trova ancora uditori. Ma è difficile da predicare la "morale della mediocrità", essa non può giammai confessare chi è e che cosa vuole.
È dunque in una specie di caos, in una gigantesca Cariddi che sprofonda l'organizzazione statale della casta aristocratica. E questo epilogo è determinato dal fatto che quando l'uomo non può più calpestare, sacrificare, annientare il proprio simile - volge le armi contro se stesso e trova nella sua volontaria eliminazione dalla scena del mondo l'abisso e la cima del proprio ideale, oppure diventa mediocre, cioè filantropo, umanitario, altruista... È allora che la tavola dei valori morali s'"inverte" e sorgono gli ideali ascetici delle religioni buddista e cristiana. La morale degli schiavi finisce per avvelenare la gioia del tramonto alle vecchie caste - e i deboli trionfano sui forti e i pallidi giudei sfasciano Roma. - Ciò che era buono diventa cattivo. I deboli, i vinti, gli afflitti, i diseredati, gli avariati fisicamente e psicologicamente hanno una buona volta il coraggio di proclamare la superiorità della loro debolezza, della loro miseria, della loro viltà! Lieti della loro ignominia terrestre che li farà bene accetti nel regno de' cieli, gli schiavi traggono dopo secoli di servaggio la loro grande vendetta. E i forti ruinano. Ma perché questa ruina è possibile?
Come avviene che gli uomini "duri" di Federico Nietzsche - gli uomini che sanno vivere al di là del bene e del male - gli uomini dalla vigilante tenacia, dall'impassibile crudeltà - dall'anima abituata alle grandi altezze del pensiero e alle diuturne difficoltà dell'azione, come avviene che possano ruinare davanti a una sollevazione di schiavi? L'inversione dei valori morali compiuta dagli schiavi, come può togliere le ragioni di vita ai signori? Sono o non sono, i signori, al di sopra di qualunque morale?


III.

L'inversione dei valori morali è stata l'opera capitale del popolo ebreo. I palestinici hanno vinto i loro secolari nemici rovesciandone le tavole dei valori morali. È stato un atto di vendetta spirituale conforme al temperamento sacerdotale del popolo ebreo. Treves ricordò questa colpa - se così può dirsi, che Nietzsche getta sulla nazione errante e melanconica - ma dimenticò di far risaltare che nel pensiero Nietzscheano è precisamente Gesù di Nazareth lo strumento, forse inconscio, della vendetta spirituale della sua razza e della conseguente inversione dei valori morali. Altrove Nietzsche ci parla di un Gesù assetato d'amore - dell'amore degli uomini - di un Gesù che subisce l'onta estrema del Calvario per dare una prova immortale del suo amore per il genere umano. È il Gesù di Pietro Nahor - uno Jesus, squisito temperamento visionario - iniziato da Kuwcamithra asceta indiano ai misteri e alle dottrine della religione d'oriente - Jesus - dotato di una straordinaria energia nervosa per cui facile gli riesce suggestionare la folla degli umili che a lui convengono sulle rive del Giordano; Jesus che s'avvia al sacrificio - serenamente e umanamente - nella certezza intima che così vuole l'Eterna Saggezza. Ma in questo Redentore si personifica - secondo Nietzsche - la spirituale vendetta degli schiavi. Ed ecco come si esprime l'autore di Zarathustra a pagina 14 della sua Zur Genealogie der Moral (Ediz. tedesca):

"Questo Gesù di Nazareth, quale incarnato evangelio dell'Amore, questo Redentore arrecante ai poveri, agli ammalati, ai peccatori la beatitudine e il trionfo, non è il traviamento nella sua forma più sospetta e irresistibile conducente all'ebraico rinnovamento dell'Ideale? Israele stesso non ha forse, col giro vizioso di questo Redentore, di questo apparente avversario e dissolvitore d'Israele, raggiunto l'ultimo scopo della sua sublime vendetta? E non appartiene forse a una segreta, tenebrosa arte di una veramente grande politica della vendetta, di una vendetta prelungoveggente, precalcolatrice e sotterranea, che Israele stesso abbia inchiodato alla croce e calunniato innanzi al mondo qual nemico mortale l'unico strumento della propria vendetta, affinché tutto il mondo, cioè tutti gli avversari d'Israele, potessero senza esitazione mordere a quell'esca?"

E dell'esca cristiana molti si cibarono. Lo prova una storia ormai due volte millenaria.

"Il popolo ha trionfato, cioè gli schiavi, cioè la plebe, cioè il gregge o come vi piacerà chiamarlo e se ciò è avvenuto per opera degli Ebrei - ebbene può dirsi che nessun popolo al mondo ebbe una missione storica così universale! I "signori" sono liquidati: la morale dell' "uomo comune" ha trionfato. La liberazione del genere umano è a buon punto - tutto si giudaizza, cristianizza, plebeizza e questo processo dell'avvelenamento attraverso il corpo dell'Umanità sembra irresistibile". (Op. Cit. pag. 15)

Colla caduta di Roma, scompare una società di dominatori - l'unica forse - da che gli uomini lasciarono ai posteri memoria degli avvenimenti che si svolsero sulla superficie del nostro pianeta. E Roma sentì nell'Ebreo qualche cosa come la contro-natura stessa, come il suo antitetico mostro - (Op. Cit. pag. 34). Ma chi riportò le palme della vittoria in questa lotta suprema? Roma o Giuda?

"Per saperlo - aggiunge tristemente Nietzsche - basta guardare davanti a chi come alla sintesi dei più alti valori ci s'inchina oggi in Roma, e non solo in Roma, ma dovunque l'uomo è addomesticato o vuol diventarlo - davanti a tre ebrei e a un'ebrea: Gesù di Nazareth, il pescatore Pietro, il fabbricante di tappeti Paolo e Maria, la madre di Gesù".

Nietzsche è ancora e sempre decisamente anticristiano. Altrove ha proclamato il cristianesimo l'immortale stigmata d'obbrobrio dell'umanità. Nel libro Così parlò Zarathustra (Edit. Bocca - Torino) troviamo questi versi che a qualcuno sembreranno strani e che ci piace ad ogni modo di riportare:

Nel primo anno, cred'io, di grazia, un dì
La Sibilla ebbra, e non di vin, così
Parlò: "le cose volgon molto male
Mai cadde il mondo in basso in guisa tale!"
Iddio si fece ebreo, imbestiò
Cesare, e Roma putta diventò.


Per comprendere questo feroce anticristianismo Nietzscheano, dobbiamo esaminare alcun poco il "mondo interno" di Nietzsche. Egli era profondamente antitedesco. Negli ultimi tempi immaginò un albero genealogico della sua famiglia in cui gli antenati erano nobili polacchi - Nietzschy - da cui il verdeutscht Nietzsche. La gravità teutonica e il mercantilismo inglese erano ugualmente indigesti all'autore di Zarathustra. Forse il suo Anticristo è l'ultimo portato di una violenta reazione contro la Germania feudale, pedante, cristiana. In faccia al popolo che beve colla stessa avidità insaziata e la birra e la Bibbia - in faccia ai lattiginosi teologi del Nord - Nietzsche proclama la bancarotta divina e scioglie un inno per chi sarà così "uomo" da diventare "l'assassino di Dio". Già prima di lui, un altro genio ugualmente antitedesco, consigliava gli uomini di lasciare il paradiso agli angeli e ai passeri e di amare la terra che deve dare a tutti i figli suoi e rose e mirti e bellezza e piaceri e piselli, piselli dolci non appena si sgranano i gusci.* [*in nota: Arrigo Heine "Deutschland" Kaput 2.]
Ma un'altra ragione ben più profonda inspirava a Nietzsche la sua campagna anticristiana. Col cristianesimo è la morale della rinuncia e della rassegnazione che trionfa. Al diritto del più forte - base granitica della civiltà romana - succede l'amore del prossimo e la pietà. Dal giorno in cui Massenzio vide le sue legioni sgominate sulle rive del Tevere e Costantino trionfante; dal giorno in cui sui labari di guerra fiammeggiò la croce - i vecchi iddii abbandonarono i loro templi, un soffio di morte spense la giocondità dell'olimpo pagano, e il Nazareno dalle rosse chiome ascese il Campidoglio. Quando Giuliano l'apostata volle tentare un ritorno all'ellenismo, era ormai troppo tardi. E per 20 secoli la follia cristiana ha imperversato. Non più il riso, la gaiezza del vivere, la serenità del morire, la lotta, la conquista; ma lunghe teorie di peccatori dai nervi sfiniti, dalle anime angosciate, dai corpi lacerati attraverso il cilicio, la penitenza, la flagellazione - uomini che alla vita non chiedevano se non la preparazione per il pauroso e misterioso al di là. L'amore del prossimo ha dato venti secoli di guerre; i terrori dell'inquisizione, le fiamme dei roghi e soprattutto - non dimenticatelo! - l'europeo moderno, questo mostriciattolo gonfio della propria irrimediabile mediocrità, dall'anima incapace di "fortemente volere", non abbastanza reazionario per difendere il passato feudale, non abbastanza ribelle per giungere alle estreme conseguenze della rivoluzione, piccino in ogni suo atto e superbo del sistema rappresentativo che chiama la grande conquista del secolo, dal momento che permette una vasta politica a base di clientele elettorali e l'appagamento delle inconfessabili vanità.
L'europeo moderno colla sua coscienza inquieta e torbida - ecco il risultato di venti secoli di cristianesimo. Le teorie egualitarie degli ultimi filosofastri della felicità umana - ecco le nozioni che si svolgono ancora nell'orbita della vecchia ideologia dei nazzareni.

"Dovunque oggi si predica la pietà, l'amore del prossimo, la compassione - lo spirito libero troverà degli illusi e dei deboli. Solo chi patisce può compatire. Ahimè! Le peggiori follie non furono forse sempre quelle dei pietosi? E che cosa ha recato tanto danno al mondo quanto le pazzie dei pietosi? Guai a coloro che amano e non sanno elevarsi oltre la loro compassione. Una volta il demonio mi disse: "Anche Dio ha il suo inferno che è il suo amore per gli uomini". E di recente lo intesi soggiungere queste parole: "Dio è morto per la sua compassione verso gli uomini" ". (Così parlò Zarathustra).

Affrancarsi dal cristianesimo, significa affrancarsi dalla pietà - dal concetto della lacrimarum valle, e ritornare alla gioia della vita.

"O fratelli miei, voi avete troppo scarsamente goduto; ecco il vostro peccato originale! Ma il grande meriggio della redenzione non è lontano: esso risplenderà quando l'uomo si troverà nel mezzo del suo cammino fra il bruto e il super-uomo e celebrerà il suo tramonto quale la sua maggiore speranza; giacchè questo tramonto sarà l'annuncio di una nuova aurora. Il perituro benedirà allora [se] stesso, lieto di essere uno che passa oltre; il sole della sua conoscenza splenderà di luce meridiana: Morti son tutti gli dei; ora vogliamo che il superuomo viva!".


IV.

Il "superuomo" - ecco la grande creazione Nietzscheana. Qual impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell'università di Basilea questa superba nozione?
Forse il tedium vitae... della nostra vita. Della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove l'irrimediabile mediocrità trionfa a danno della pianta-uomo.
E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all'ideale. Ma a un ideale diverso fondamentalmente da quelli in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo, verrà una nuova specie di "liberi spiriti" fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il vento, i ghiacci, le nevi delle alte montagne e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondità degli abissi - spiriti dotati di un genere di sublime perversità - spiriti che ci libereranno dall'amore del prossimo, dalla volontà del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze - spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!
Ma di questi "liberatori" non v'è pur anco traccia nel seno delle nostre società. Anche quelli che si credono liberi da ogni "ideale ascetico" come gli atei, gli anticristiani, gli immoralisti, i nichilisti, sono per Nietzsche gli "ultimi idealisti" della conoscenza. Essi non sono "spiriti liberi" perché credono ancora nella verità e la verità li riporta a Dio.
Chiedete - esclama Nietzsche - ciò che serve ad una maggiore espansione della vita, prima di dichiarare la verità cosa divina e la menzogna arte diabolica. Nulla è vero, tutto è permesso! Questa sarà la divisa della nuova generazione. L'apoteosi dell'egoismo - ecco l'opera cui dedicheranno ogni energia gli "spiriti molto liberi" di Federico Nietzsche. E sotto ai loro martellamenti furiosi è probabile che qualche anima si foggi secondo le norme della nuova dottrina. Il superuomo sarà. Ne troviamo descrizione a pag. 179 di Così parlò Zarathustra.

"Il superuomo sputa in volto a ogni usanza servile. Esso chiama cattivo tutto ciò che è curvo e basso: gli occhi che ammiccano paurosi, i cuori oppressi e quel contegno falso e arrendevole, che bacia colle labbra larghe e codarde. E di falsa saggezza esso dà nome a tutto ciò che i servi e i vecchi e gli stanchi stillano faticosamente dai loro cervelli e specialmente a tutta la follia religiosa, malvagia, insolente, oltre ogni limite astuta. Ma i falsi savi, i preti tutti, gli stanchi della vita, e coloro che hanno anime di femmine o di servi, quanto male hanno sempre recato all'egoismo!... Ma a chi proclama perfettamente santo l'io e beato l'egoismo, un profeta invero così insegna: "Ecco viene, ecco è prossimo il grande meriggio!" ".

E il grande meriggio verrà quando l'uomo avrà fatto gettito di tutti gli scrupoli metafisici e ascetici e si sarà spogliato di ogni abito servile. Il super-uomo nietzscheano non è forse una delle tante manifestazioni d'anticristianesimo così frequenti da formare quasi il substrato di questa che Treves ha chiamato "Filosofia della forza"?
Il Cristianesimo ha detto: Beati i poveri, i buoni, i giusti, i sofferenti. Nietzsche grida: Maledetti i buoni, maledetti siano i giusti! Il superuomo! ecco ciò che mi sta a cuore: Questo è il mio solo pensiero - non l'uomo, non il prossimo, non il più povero, non il più sofferente, non il più buono. Il cristianesimo ha detto: Mortificatevi! Nietzsche: Godete! La morale cristiana insegna a "rinunciare"; il superuomo nietzscheano vuole invece "conquistare". Il verbo di Gesù reca tristizia e, per usare un'espressione del poeta di Odi barbare - cruccia gli uomini e contamina l'aria - Nietzsche per contro vuole apprendere agli uomini la gioia, l'arte del ridere, l'arte della danza con piede leggero al suono dei violini e vuole che il ridere degli uomini sia dionisiaco e li faccia partecipi della natura degli dei. La più grande virtù del cristiano è la "rassegnazione". Il superuomo non conosce che la rivolta. Tutto ciò che esiste deve essere abolito! Infine v'è nella predicazione evangelica un concetto che doveva ripugnare a Nietzsche. La parusia, cioè la fine del mondo. Cristo non parlava forse a dei contemporanei riservati ad una fine miracolosa e prossima? Non precisava l'ora, ma avvertiva i discepoli suoi con queste parole: Tenetevi pronti! A che giovava dunque costruire qualche cosa sulla terra? Tutto passa. O uomini preparatevi ad una buona morte ond'essere degni della destra di Dio.
Quando questa nozione deprimente diviene legge morale - la vita si converte in una "vegetazione". Ogni stimolo cessa - l'aculeo angoscioso ma salutare della ricerca si spezza. L'uomo si esercita al mimetismo dei vili che si fingono morti per lasciare ad altri la tragedia del pericolo. Ed ogni nuova conquista è un pericolo e una tragedia! Nel cristianesimo il superuomo è impossibile. Come potrebbe il cristiano superare se stesso, senza abbattere il suo Dio? Poiché, come praticamente Nietzsche si esprime, l'uomo è cosa che dev'essere oltrepassata... l'uomo è un ponte, non una meta... egli deve chiamar se stesso beato per il suo meriggio e per la sua sera onde gli è segnato il cammino a nuove aurore... comporre in armoniosa unità ciò che nell'uomo è frammento e mistero e terribile caso... Redimere il passato nell'uomo è creare nuovamente tutto ciò che fu, sino a tanto che la volontà possa dire "Ma così io volli! Così io vorrò!" (Così parlò Zarathustra).
Questa volontà di potenza che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o artistici o sociali - dà uno scopo alla vita. Qui Nietzsche fraternizza spiritualmente con Guyau. L'autore dell'Irréligion de l'avenir ha lasciato questa massima profonda: "La vie ne peut se maintenir qu'à la condition de se répandre. Vivre ce n'est pas calculer - c'est agir". E Nietzsche : Creare! ecco la grande redenzione dai dolori e il conforto della vita.
Il cristianesimo grida: siate buoni! Amatevi come fratelli! Proteggete i deboli, rialzate i caduti, consolate i dolenti!...
Nietzsche insegna: a ciò che sta per cadere bisogna dare un urto. Colui al quale non potete insegnare di volare, spingetelo perché cada più presto. O uomini siate duri!


V.

Ma il superuomo - questo essere che "supererà" l'uomo come l'uomo ha "superato" la scimmia - dovrà combattere contro due nemici: La Plebe e Dio.
Contro quest'ultimo la lotta non sarà pericolosa. Dio non è forse morto? E se non è morto è senza dubbio condannato all'impotenza. A pagina 171 di Così parlò Zarathustra Nietzsche ci racconta allegramente la morte degli dei:

"La loro fine non fu un lento crepuscolo: il dir questo è menzogna! Morirono essi un bel giorno per il troppo ridere. E ciò avvenne il dì che un iddio pronunciò la più atea delle parole: questa: Esiste un solo Dio e tu non avrai altro Dio avanti di me! Un vecchio nume barbuto, arcigno, invidioso potè obliarsi a tal segno! E tutti gli dei scoppiarono allora dalle risa sui loro troni esclamando: "non consiste forse in ciò la divinità - che vi sono gli dei, ma nessun Dio?" ".

La plebe offrirà ostacoli maggiori allo sviluppo del superuomo. la plebe sufficiente [sic] cristianizzata e umanitaria, non comprenderà mai che possa essere necessario un maggior grado di malvagità perché prosperi il superuomo.

"La plebe colla sua lunga teoria delle piccole virtù, non sa ciò che sia grande e diritto e schietto - la plebe che senza sua colpa è sempre storpia, sempre menzognera".

Tuttavia il superuomo trionferà sulla plebe e su Dio. Egli imporrà a tutti la sua "volontà leonina".


VI.

Per l'on. Treves il superuomo è una specie di figurazione simbolica dell'adolescenza. Fra il superuomo e il fanciullo v'è identità psicologica. Questa interpretazione mi sembra troppo assoluta. Non è possibile di stabilire l'equazione superuomo-fanciullo senza deformare da una parte la realtà delle cose e dall'altra le conseguenze di una dottrina. La quale non è come Treves afferma : "un superbo esempio di arresto di sviluppo intellettuale". Nietzsche era un poeta e la sua opera è il poema eroico della sua vita. Né vi manca la catastrofe... Il superuomo è un simbolo, è l'esponente di questo periodo angoscioso e tragico di crisi che attraversa la coscienza europea nella ricerca di nuove fonti di piacere, di bellezza, d'ideale. È la constatazione della nostra debolezza, ma nel contempo la speranza della nostra redenzione. È il tramonto - è l'aurora. È soprattutto un inno alla vita - alla vita vissuta con tutte le energie in una tensione continua verso qualche cosa di più alto, di più fino, di più tentatore...

"O fratelli, sono mille i sentieri che nessuno ancora ha calcati. Mille i porti e le isole nascoste della vita. Inesausti e inesplorati sono ancor sempre l'uomo e la terra umana!".


MUSSOLINI BENITO


Da Il Pensiero Romagnolo, Nn. 48, 49, 50; 29 novembre, 6 e 13 dicembre 1908, XV.