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Discussione: Il Liberalsocialismo

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    Predefinito Il Liberalsocialismo

    Guido Calogero
    Roma, 21 aprile 1940


    Testo originale

    1. A fondamento del liberalsocialismo sta il concetto della sostanziale unità e identità e della ragione ideale, che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia quanto il liberalismo. Questa ragione ideale coincide con quello stesso principio etico, col cui metro, in ogni passato e in ogni avvenire, si è sempre misurata e si misurerà sempre, l’umanità e la civiltà: il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al diritto proprio. Nell’ambito di questa universale aspirazione etica, liberalismo e socialismo si distinguono solo come specificazioni concomitanti e complementari, l’una delle quali mira alla giusta commisurazione di certe libertà. Il liberalismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ogni altro – quel grande bene che è la possibilità di esprimere liberamente la personalità propria, in tutte le concepibili forme di tale espressione. Il socialismo vuole che fra tutti gli uomini sia equamente distribuito – in modo tale che il suo uso da parte di ognuno non leda e non soverchi il suo uso da parte di ogni altro – l’altro grande bene che è la possibilità di fruire della ricchezza del mondo, in tutte le legittime forme di tale fruizione. Così il liberalismo vuole l’uguaglianza e la stabilità dei diritti e delle leggi, senza distinzioni dipendenti da religione, razza, casta, censo, partito; vuole la derivazione di ogni norma giuridica dalla volontà dei cittadini, espressa secondo il principio della maggioranza; vuole l’ordinata partecipazione dei cittadini al governo, comunque specificato, delle cosa pubblica; vuole la libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di partito, quale fondamento dell’esercizio del reciproco controllo e dell’autogoverno, e quale premessa e manifestazione a un tempo di ogni perfezionamento del costume politico; vuole la libertà di religione, che permetta ad ognuno di adorare in pace il suo Dio.
    Parallelamente, il socialismo vuole che nella coscienza morale degli uomini s’impianti energicamente il principio, che, anche sul piano della ricchezza, l’ideale è quello cristiano e mazziniano della giustizia e dell’uguaglianza, e che perciò bisogna tanto suscitare nel proprio animo il gusto di lavorare e del produrre, quanto reprimervi quello del guadagnare e del possedere in misura soverchiante la media comune. Vuole, di conseguenza, che ciascuno sia compensato con la ricchezza prodotta, in misura congrua al suo effettivo lavoro; vuole che non sia riconosciuta la legittimità del possesso ed uso privato del puro interesse del capitale, ma solo quella del compenso della reale attività e fatica dell’imprenditore e del dirigente; vuole che con la ricchezza appartenente alla società (sia nella forma statale che in quella provinciale, comunale e cooperativa) venga assicurato ad ognuno il diritto di partecipare al lavoro comune e di raggiungere la piena esplicazione delle proprie attitudini, e parimenti venga assicurato speciale soccorso per tutti coloro che si trovino comunque in condizioni di inferiorità; vuole che la società tenda con la massima intensità possibile (e con la sola avvertenza che la rapidità e l’ampiezza delle innovazioni non siano tali da pregiudicare l’opportunità e la durata delle innovazioni stesse) ad elaborare ed instaurare tutti quei progressivi assetti politici e giuridici, che appaiano atti a far procedere la civiltà in direzione di questo ideale, della sempre maggiore socialità della ricchezza. D’altronde, in tali aspirazioni, tanto il liberalismo quanto il socialismo non possono non avvertire come ciascuno dei due grandi complessi di ideali etico–politici da loro propugnati sia, nelle sue specificazioni concrete, legato da infiniti vincoli all’altro, e presupponga l’altro nelle sue particolari possibilità di realizzazione. A chi combatte con la miseria, non si può offrire e garantire senza ipocrisia la semplice libertà di opinare e di votare, di svolgere ed approfondire la propria spiritualità. A chi soggiace alla dittatura, non si può concedere senza perfidia un innalzamento del livello economico della vita, a cui non vada congiunta la libertà dell’intervento critico e pratico nell’amministrazione della ricchezza comune. Non si può fare avanzare la libertà senza l’ausilio della ricchezza della ricchezza, né amministrare secondo giustizia senza l’ausilio della libertà. Non si può essere seriamente liberali senza essere socialisti, né essere seriamente socialisti senza essere liberali. Chi è pervenuto a questa convinzione e si è persuaso che la civiltà tanto meglio procede quanto più la coscienza e gli istituti del liberalismo lavorano per inventare e ad instaurare sempre più giusti assetti sociali, e la coscienza e gli istituti del socialismo a rendere sempre più possibile e intensa e diffusa tale opera del la libertà, ha raggiunto il piano del liberalsocialismo.

    2. Il liberalsocialismo intende in tal modo di riaffermare e di approfondire i principali valori etico–politici, che sono stati difesi e propugnati dalle due grandi tradizioni a cui si ricollega. Perciò esso respinge energicamente la tesi dell’intrinseca inconciliabilità del liberalismo e socialismo, pur non negando l’esistenza di un liberalismo che non si accorda con il socialismo, e di un socialismo che non si accorda col liberalismo.
    Il primo è il liberalismo ingenuo: il liberalismo di coloro che pretendono la libertà per sé, e non si danno pensiero della libertà degli altri. A questi più elementari zelatori della libertà, già la migliore tradizione ricorda che amare la libertà significa amare la legge, la quale, limitando la libertà propria, concede eguale spazio alla libertà altrui. Oppure è il liberalismo antiquato e conservatore: il liberalismo di coloro che sono pronti a commisurare equamente la libertà propria con l’altrui finchè si tratta dei tradizionali diritti civili e politici, ma che nel campo dell’economia non tollerano legge, e lasciano al prossimo la possibilità di morire di fame. Sono i liberali per cui la libertà è concetto supremo, la giustizia concetto inferiore: laddove non c’è essenziale differenza tra ideale sociale della giustizia e ideale liberale della libertà, entrambi venendo a coincidere nell’unico ideale liberalsocialista della giusta norma della libertà. E la cura della giusta libertà altrui si manifesta non soltanto nel volere, poniamo, le norme che regolano la successione legittima o l’amministrazione delle società anonime o gli orari ed i salari dei lavoratori, sottraendoli al privato arbitrio economico del testante o dell’amministratore o del datore di lavoro: norme che nessun serio liberale potrebbe considerare senz’altro illiberali o indifferenti. I miglior liberalismo si è giù distinto dal liberismo: quello di cui ancora deve spogliarsi, è l’indifferenza per l’economia altrui. Io secondo, cioè il socialismo che non si accorda col liberalismo, è il socialismo marxistico ed autoritario, che vede nella dittatura del proletariato la condizione della futura libertà. E’ il socialismo di chi ancora crede che l’ideale della giustizia sociale debba essere dedotto dalla scienza dell’economia, ed esser preveduto inevitabilmente vittorioso da chi intenda il razionale corso della storia.
    Nella sua evoluzione interna, il migliore socialismo è sempre più venuto abbandonando questi vecchi motivi: e se ha opportunamente continuato ad irridere la libertà senza giustizia del liberalismo conservatore, ha nello stesso tempo cessato di credere nella giustizia senza libertà di ogni utopia totalitaria. Esso non s’illude più che la ricchezza comune possa essere amministrata onestamente da chi non si sia elevato al senso dell’interesse collettivo attraverso l’esercizio del controllo e l’esperienza della legale libertà, e non continui ad operare in un ambiente di critica, di legalità e di libertà.
    Questo socialismo fondato sulla libertà e radicato nella più profonda aspirazione sociale dell’uomo, quel liberalismo assetato di giustizia e deciso a non contentarsi di libertà che possano essere irrise come vuote, convergono e coincidono con il liberalsocialismo.

    3. Anche quando, del resto, si voglia considerare la questione del contrasto e dell’accordo tra liberalismo e socialismo non tanto dal più radicale punto di vista etico–politico quanto da quello storico–economico, al fine di trarre insegnamento da ciò che all’esperienza risulta dalla stessa evoluzione più moderna della tecnica e dell’economia, si trova riconfermato il principio che il miglior liberalismo è sostanzialmente concorde col miglior socialismo, e che quanto in essi non si concilia è solo il deteriore contenuto dell’uno e dell’altro. Quanto sl socialismo, l’irrealizzabilità economica di un collettivismo totale è è risultata palese da tutte le esperienze che se ne sono scarpe e il fazzoletto. La loro collettivizzazione potrebbe significare in concreto soltanto questo, che le scarpe e il fazzoletto non si comprano né si vendono, perché li fornisce lo stato, il quale a sua volta non garantisce giurisdizionalmente alcun negozio giuridico privato di permuta o di compravendita. Ma per evitare che il singolo si disinteressi di aver cura e di far risparmio dei beni che lo stato collettivistico gli fornisce, bisogna almeno che tale stato gli fornisca questi beni non ininterrottamente, ma a intervalli determinati di tempo, e quindi con la minaccia di lasciarlo privo di essi se egli non li saprà saggiamente amministrare in quell’intervallo: il che è di nuovo una presupposizione e creazione dell’interesse privato e dell’economia privata. Niente, quindi, intanto, è più vago della tesi dell’abolizione totale ed integrale della proprietà privata, dell’universale conversione del diritto privato nel diritto pubblico.
    A chi d’altronde replichi che si rimedia a tale assurdità restringendo l’ambito dell’auspicata collettivizzazione della proprietà privata a quella soltanto che sia “mezzo di produzione”, bisogna osservare che anche questa discriminazione del tipo di proprietà dal punto di vista della funzione tecnico–economica, per quanto importante ed utile al fine di un primo orientamento, non può essere considerata come atta a risolvere senz’altro ogni difficoltà. “ Mezzo di produzione” per eccellenza è il capitale, e il capitale è, anche, il risparmio del proprio lavoro. Si vorrà perciò vietare ai lavoratori di possedere i loro risparmi, e togliere così ad essi quel grande movente di disciplina etica della vita, che è lo spirito della parsimonia e della previdenza? Quel che importa non è tanto l’appellarsi all’approssimativo concetto di “ mezzo di produzione”, quanto l’operare in base alla concreta idea che si deve combattere ogni forma di guadagno senza lavoro e di sfruttamento capitalistico del lavoro altrui, del tipo di quello che generalmente ha luogo nella grande proprietà agraria ed industriale: nel cui campo il liberalsocialismo è naturalmente favorevole, a instaurare tanto energicamente il sistema della proprietà e dell’amministrazione collettiva, quanto più ad esso si venga man mano elevando il ivello educativo e tecnico del lavoratori.
    Quanto al liberalismo, la irrealizzabilità, in grado assoluto, del suo essenziale principio economico è parimenti risultata palese attraverso l’evoluzione della atecnica e dell’economia moderna.
    L’ipotesi di libera concorrenza di fronte a un libero mercato, che offra a tutti le stesse possibilità d’intervento e di gara, è notoriamente una ipotesi limite, che non si realizza mai pienamente nella realtà, e che tanto meno si realizza quanto più il naturale accentrarsi tecnico e finanziato della moderna produzione economica viene necessariamente a determinare situazioni di più o meno grave disparità della condizioni di gara di fronte al mercato. Il singolo concorrente e produttore viene sempre più assorbito nelle maggiori organizzazioni della tecnica capitalistica, in cui finisce per decadere alla situazione d’impiegato. Così, p. es., di fronte alle aziende fornitrici di servizi pubblici (comunicazioni, produzione di energia elettrica, gas, ec.) non ha più senso parlare oggi di liberalismo come il tipo optimum della produzione economica; e ogni buon liberale è ormai convinto che in tutti i casi del genere, in cui l’autocontrollo della concorrenza viene, per la necessità stessa delle cose, a realizzarsi sempre meno, è necessario che subentri il controllo della comunità, o nella nazionalizzazione o attraverso qualsiasi altro sistema di partecipazione amministrativa che assicuri i consumatori da un non equilibrato guadagno del produttore o dell’amministratore.
    Ma ciò significa che, anche qui, l’unico problema è quello della sempre mutevole adeguazione degli strumenti tecnici e giuridici alla duplice esigenza di garantire ed eccitare l’individuo nella libera espansione del suo potere di produzione economica, e di procurargli il modo di correggere il meglio possibile le forme di meno equa distribuzione della ricchezza prodotta. Il regime della libera concorrenza va conservato e favorito in tutti quei casi in cui le condizioni necessarie per tale libera concorrenza sussistano in tal misura da promuovere il rigore dell’iniziativa individuale e da escludere insieme, col loro stesso gioco, una disuguaglianza eccessiva dei successi e dei premi; va ristretto ed abolito in tutti gli altri casi, in cui la minor funzionalità di un simile autoregolamento ponga l’esigenza di un regolamento diverso.
    Né dunque ha senso l’ideale economico dell’assoluto ed esclusivi collettivismo, né quello dell’assoluto ed esclusivo individualismo. Non c’è da un lato collettività e dall’altro l’individuo, che deve essere educato tanto al personale gusto del suo lavoro, quanto al senso della divisione equa tra gli individui di tutto ciò che derivi da questo comune lavoro. Nell’esigenza di quel primo aspetto dell’educazione è la verità del liberalismo economico; nell’esigenza del secondo aspetto, la verità del collettivismo. L’uni educa l’uomo ad essere attivo nel produrre, l’altro ad essere equo nel distribuire; e come non si dà economia senza produzione e distribuzione, così non si dà economia senza individualismo e collettivismo.

    4. Ispirandosi a questa premesse, la civiltà di domani dovrà quindi restaurare o innovare o creare tutti una serie di istituti, la cui più determinata fisionomia e il cui particolare succedersi non possono naturalmente esser previsti e preposti in ogni loro aspetto finchè non si abbia di fronte l’effettiva situazione storica in cui si tratti di recarli in atto. Bisogna, a questo proposito, guardarsi dal pericolo dell’utopismo, non meno che dallo spirito di inerte accettazione del fatto compiuto, incline ad attendere dal corso degli eventi storici non solo la soluzione di ogni problema, ma addirittura il criterio di ogni giudizio etico e politico.
    Per evitare il duplice pericolo, dell’utopismo astratto che prevede tutto e dello storicismo inerte che non vuol prevedere nulla, bisogna anzitutto ben distinguere, anche nelle dottrine e nei programmi politici, tra quanto è assoluto valore e verità, che non trae norma dall’accadere perché è lo stesso criterio ultimo per giudicare l’accadere e reagire ad esso, e quanto è contingente escogitazione e proposta di strumenti atti ad agire sulla realtà per avvicinarla a quegli ideali e a quei valori: strumenti che devono essere studiati ed escogitati e previsti perché non ci si accosti più tardi alla realtà senza idee né programmi, ma la cui più specifica configurazione e adozione e successione deve poi naturalmente adattarsi alle determinate e sempre mutevoli esigenze della situazione storica. Quanto si è p. es. definito circa il contenuto essenziale del liberalsocialismo, in ordine ai supremi valori della giustizia e della libertà, non è cosa che possa comunque mutare con la storia, che la storia possa convalidare od infirmare con le vittorie o con le sconfitte. Quello che in linea di principio si è enunciato a questo proposito, è vero da sempre e sarà vero per sempre, finchè ci saranno uomini sulla terra; perché gli uomini possono bene essere giusti o ingiusti, possono anche sopprimere tutti gli uomini giusti, ma se pensano la giustizia non possono pensarla che in quel modo, non possono storcere il canone della moralità e della civiltà.
    Chi quindi si sgomenta di certe sconfitte, e teme che la storia possa con esse insegnare che la giustizia e la libertà non sono quello che sono, e che non è vero che si deve continuare a creder in esse, a testimoniarne e a diffonderne la religione e il culto, anche quando si sia rimasti assolutamente soli a farlo, chi teme questo, ha smarrito l’orientamento, e non sa più distinguere i valori dai fatti. Quel che muta con la storia, e con essa patisce ritardi e sconfitte, è, certamente, tutto il resto: tutto il mondo delle esperienze, degli istituti, delle conquiste, degli istituti, delle conquiste educative e giuridiche, che possono di per sé corrompersi o rivelarsi fragili più di quanto sembrassero, o essere travolti da una soverchiante forza brutale. Su questo mondo passano i carri armati, che non hanno presa sulla Giustizia e sulla Libertà. E quando essi sono passati, occorre ricostruire quello che è stato distrutto, e la concreta opera di ricostruzione non può prescindere dalla precisa situazione storica del luogo del luogo e del momento, così come non può prescinderne ogni altro eventuale atto di innovazione e di avanzamento ulteriore. Ma, anche qui, non si può semplicemente aspettare l’avvenire, per improvvisare poi le decisioni in base ad esso. Bisogna studiare, escogitare, proporre, senza temere l’accusa di utopismo o di dottrinarismo; e bisogna escogitare e proporre quanto più possibile in concreto, come se si fosse già di fronte al bisogno di redigere articoli di legge, perché, per astratta che appaia, per altro verso, la considerazione giuridica, la traducibilità in ordinamenti positivi è pure una prova pratica, e molti sogni di riforma ab limis mostrano la loro inconsistenza proprio di fronte al tentativo di calarli in norme precise e capaci di funzionare. L’effettiva situazione storica servirà poi di correttivo, farà escludere certi strumenti e ne farà scegliere o modificare altri.
    Di conseguenza, dopo che, in quanto precede, si sono enunciati quei principii generali del liberalsocialismo, che dalla storia non attendono conferme o smentite perché la loro convalida ultima è solo nella coscienza e nella intelligenza di chi li accoglie, si indicherà qui, a titolo di esemplificazione pratica, un certo complesso di riforme e di istituti, che il liberalsocialismo prospetta come di più plausibile ed opportuna instaurazione, e la cui delineazione serve ad orientare circa lo spirito ed il carattere dell’azione e dell’organizzazione politica, verso cui esso tende a indirizzare le volontà.

    5. Anzitutto, in conformità con l’aspetto più propriamente liberale della concezione, lo stato di domani dovrà rinnovare in sé quanto di più efficace l’universale tradizione del liberalismo e della democrazia ha creato in fatto di istituti giuridici tandenti alla difesa ed alla promozione delle libertà civili e politiche. Risorgerà, così, lo stato liberale: ma non senza l’esperienza delle ultime prove. Se non risorgerà come equivoco stato etico, non risorgerà neppure come vuoto stato agnostico, scevro di ideale e di fede religiosa. Chiunque ne sosterrà col suo volere le leggi e con le sue forze l’azione, dovrà avere una religione ben ferma: la religione della libertà. E di questa religione si costituirà custode. Certo, egli non dimenticherà neppure allora che la più alta condizione civile è pur quella degli stati in cui il costume della ben regolata libertà sia ormai radicato per abitudine tanto secolare, da permetterne l’uso anche a quei pochi, che in un simile ambiente continuino a far propaganda contro la libertà. Ma terrà conto della delicata situazione storica a cui dovrà presumibilmente far fronte; e soprattutto ricorderà che, in quanto instauratore o difensore di norme costituzionali, egli sarà chiamato a porre e a tener fermi dei limiti alla libertà dei cittadini, che questi stessi non sarebbero capaci di imporsi senza quella coercizione legale. Posta dunque la necessità di fissare norme costituzionali, è chiara insieme anche l’esigenza massima a cui esse dovranno ispirarsi: quella di non contraddire intrinsecamente a se stesse. La futura costituzione garantirà a tutti la libertà, salvo a coloro che intendano valersene contro la stessa libertà.

    6. Per compiere questa discriminazione, che non potrà naturalmente essere di competenza del potere esecutivo, espressione di un determinato partito, e che difficilmente potrebbe essere assegnata al legislativo o al giudiziario, dovrà operare nello stato un quarto potere, la cui istituzione in organo autonomo avrà per il nuovo ordinamento la stessa importanza reciproca dei tre poteri tradizionali. Allo stesso modo, d’altronde, che tale autonomia ed indipendenza non ha mai significato supremazia dittatoriale di uno di tali poteri sugli altri, così anche per il quarto potere potrà essere previsto un sistema di controllo ( p. es. mercè il ricorso al legislativo, autorizzato a modificare le decisioni della Corte Costituzionale quando raggiunga la maggioranza dei tre quarti). Questa Corte dovrà controllare essenzialmente il giuoco dei partiti, in conformità del principio capitale che solo quei partiti potranno essere legalmente ammessi nel nuovo stato, i quali accettino la regola fondamentale del gioco, espressa da quanto si è in generale definito come contenuto essenziale del liberalismo. Ogni partito, che chieda il legale riconoscimento, dovrà presentare il suo preciso ed ufficiale programma, e questo avrà piena ed incondizionata libertà in tutta la sua formulazione, salvo che nel punto dell’accettazione obbligatoria dei canoni fondamentali del liberismo e della democrazia. Nessun partito potrà, in particolare, essere riconosciuto, il combatta il principio della libera formazione elettiva delle leggi e dei governi, e manifesti, o comunque tradisca, il suo intento di una futura eliminazione violenta degli altri partiti. Su questi punti non sarà ammesso neppure il silenzio: ciascun programma di partito, presentato per il riconoscimento, dovrà contenere in proposito un’esplicita professione di fede. Ogni propaganda di partito non conforme al programma riconosciuto sarà repressa severamente, del pari che ogni attività clandestina di partito non riconosciuto. Egualmente vietata e repressa sarà, in ogni partito, qualsiasi formazione o preparazione di carattere militare; ed insieme si curerà che all’interno stesso di ogni partito la disciplina dei suoi membri non abbia carattere di obbedienza militaresca, la quale coltivi nel loro ambito quello spirito e quella propaganda antiliberale, che si tende appunto a mettere fuori gioco col controllo dei programmi. Ciò potrà essere ottenuto stabilendo, p. es., l’obbligo di congressi annuali pubblici. Si potrà inoltre statuire, per evitare i pericoli del parlamentarismo, che l’adesione ad un partito sia condizione necessaria per la candidatura alle elezioni legislative, e che a queste stesse elezioni possano presentare candidati soltanto quei partiti che abbiano già conquistato un adeguato numero di aderenti in seno alla nazione.

    7. Altra sfera a cui dovrà necessariamente estendersi la delicata opera di controllo del quarto potere, è quella della stampa. E’ chiaro che non potrà trattarsi, in questo caso, né di approvazioni preventive, né di eventuali divieti. Chi pone a fondamento del proprio ideale politico la difesa della migliore tradizione liberale e democratica, non può nello stesso tempo sognare indici di libri proibiti, o comunque repressioni della libertà di stampa. Per questo più generale aspetto, quindi, unica disciplina dovrà essere quella della legge comune, applicata dalla magistratura ordinaria, nei soli casi che possano essere considerati come atti, o come aperto incitamento ad atti, formalmente previsti come reati di diritto comune da un codice penale liberato da ogni motivo settario.
    < Ma per quanto concerne la stampa quotidiana ed il suo finanziamento, il liberalsocialismo non può ignorare che è ben vacua una libertà di stampa alla quale non si accompagni la possibilità economica di farne uso. Domani, proprio quei pochi che si sono arricchiti oggi per l’assenza di ogni controllo liberale della vita pubblica potranno essere in condizione di comprare e di fondare molti più giornali che non tutti gli intellettuali e i lavoratori della nazione presi insieme. Nell’attesa di uno sviluppo della situazione sociale che permetta di ovviare sempre più a questo gravissimo inconveniente, il quale falsa in larga misura il gioco delle opinioni dando maggior forza alla verità dei ricchi, bisognerà quindi, in primo luogo0, procurare almeno la massima pubblicità possibile in tale materia, in modo che ogni lettore sia direttamente informato, da accertamenti ufficiali obbligatoriamente ripetuti in ogni numero sotto il titolo del giornale, della proprietà e del fondamento finanziario del foglio che legge. Tali accertamenti saranno di competenza della Corte Costituzionale, che dovrà a questo scopo (così come a quello del controllo della costituzionalità dei partiti) disporre di tutti i necessari organi d’indagine e d’informazione. In secondo luogo, bisognerà agevolare al massimo la fondazione di giornali, in tutti quei casi in cui sia accertabile un minimo di interesse collettivo a tale fondazione (p. es. quando si abbia un certo numero di sottoscrizioni nominative per abbonamento annuo). In simili casi, si potrà concedere agli organizzatori del nuovo giornale l’opera gratuita di grandi tipografie si stato. In terzo luogo, se non è concepibile una stampa del potere esecutivo diversa da quella del partito al potere, è ben concepibile, per il liberalismo, una stampa che, dipendendo direttamente dalla Corte Costituzionale, abbia per scopo d’informare il pubblico col più rigoroso rispetto dell’obbiettività e di rivolgere al massimo la sua attenzione verso i problemi dell’amministrazione pubblica e del suo controllo da parte dei cittadini, contribuendo in tal modo a sviluppare in essi il senso concreto della democrazia e dell’autogoverno.
    Compiendo tale opera, la Corte Costituzionale servirà nel miglior modo non solo al compito dell’educazione nazionale, ma anche all’interesse dei partiti in lotta. Parimenti sotto il suo controllo, informato agli stessi principi per tutto quanto concerne l’educazione all’obbiettività storica ed allo spirito liberale, saranno la radio e la scuola.

    8. Tutto questo aspetto, più universalmente liberale, dell’ordinamento dello Stato è, come si è visto, necessario momento comune di ogni partito e di ogni educazione e difesa non è quindi subordinata al principio della maggioranza. La legge del consenso non ha bisogno, per la sua validità, del consenso: chè qualsiasi consenso s’immaginasse per convalidarla, dovrebbe già presupporla per trarne tale virtù di convalida. Chiunque sia convinto, nella sua coscienza morale, del principio che gl’impone di non stringere l’altrui volontà della maggioranza, ha per ciò stesso acquistato il diritto di non tener conto del consenso, e di adoperare la forza, in tutti i casi in cui occorra instaurare a difendere il principio che solo dal consenso le leggi devono derivare la loro forza. Ed ha, per ciò stesso, acquistato il diritto di usare la forza in tutti quei casi in cui, non solo la libera formazione delle leggi attraverso il consenso, ma la stessa libera formazione del consenso e del dissenso attraverso il gioco della pubblica opinione (in cui ciascuno deve contare solo per l’autorità della sua intelligenza, esperienza ed onestà individuale) appaia infirmata o gravemente ostacolata dal prepotere acquisito di certe posizioni finanziarie o politiche. Qui, nella fase di instaurazione costituzionale, ha luogo il diritto della forza, così come, a costituzione instaurata, deve aver luogo la ben regolata forza di un diritto che, attraverso il combinato intervento della Corte Costituzionale e della magistratura ordinaria, chiamate ad applicare un nuovo apposito capitolo del codice penale, colpisca severamente, soprattutto mediante l’espropriazione del mezzo finanziario, chi di tale mezzo si sia comunque valso per comprare le opinioni altrui. E’ infatti evidente che il processo di instaurazione del nuovo stato non potrà non interferire con le colossali posizioni monopolistiche che si sono venute sviluppando sui privilegi di carattere politico. Esse, unite in naturale alleanza, costituiranno un complesso di forze tali da gravare in modo talvolta decisivo sull’opinione e sugli orientamenti politici del paese. D’altra parte, l’eliminazione di quei detersati privilegi di natura politica, che ne hanno provocato e favorito lo sviluppo, metterà in forse la loro stessa esistenza. Potrà quindi occorrere di prendere misure per fronteggiare la situazione eccezionale: misure di carattere egualmente eccezionale e non programmatico, e di cui quindi è impossibile prestabilire un piano dettagliato. In taluni casi potrà essere sufficiente l’assunzione del controllo da parte dello stato, in cui potrà occorrere l’esproprio. Quando non si tratti di istituti di vitale interesse sociale (grandi banche, società di assicurazioni, grandi imprese minerarie, ecc.) che sono già virtualmente statizzati, limitandosi in essi l’iniziativa privata al riscuotere le cedole azionarie o peggio al postulare l’appoggio dello stato, le imprese potranno di nuovo essere affidate alla responsabilità privata, e si favorirà e promuoverà in tutti i modi la costituzione, a tale scopo, di cooperative tra impiegati e gli operai di esse. I provvedimenti di carattere economico, così prospettati come tali che la loro adozione s’imponga come necessità rivoluzionaria già nella fase di instaurazione del nuovo stato, resteranno in ogni modo, come si è detto, limitati essenzialmente a quella sfera in cui essi appaiono effettivamente richiesti per l’intrinseca possibilità di funzionamento della democrazia e della libertà. Tale funzionamento deve infatti essere la matrice di tutte le ulteriori riforme nel campo più specificamente sociale. A questo proposito, si è già detto che, se il liberalsocialismo respinge l’astratta tesi marxista secondo la quale l’uguaglianza giuridica del liberalismo è uguaglianza vuota e soltanto l’uguaglianza economica del socialismo è l’uguaglianza piena (non ritenendo “vuota” , p. es., l’eguaglianza che si è ottenuta con l’abolizioane della schiavitù e della servitù della gleba), esso non cade tuttavia nell’errore opposto, di considerare quella prima conquista egualitaria, di carattere giuridico, come sufficiente a sé stessa.Lavorando per l’ideale della maggior possibile eguaglianza delle fortune, il liberalsocialismo mira infatti a che gli uomini, nel più largo numero e nel modo più pprofondo e complesso, partecipino con il loro vario sviluppo alla civiltà comune.
    >Ma appunto per ciò il liberalsocialismo vuole che le riforme sociali non piovano dall’alto, ma siano figlie della democrazia e delle libertà. Simili riforme costituiscono sempre, in maggiore o minor misura, una novità storica, rispetto alla quale la sussistenza di una maggioranza ad esse favorevole rappresenta da un lato la prima garanzia critica di plausibilità, e dall’altro un’assicurazione circa l’effettiva buona disposizione dei cittadini a recarle in atto e farle prosperare. Quanto perciò, al di là del contenuto più strettamente liberale dell’ordinamento, sarà nel nuovo Stato istituzione di ulteriori doveri e norme, nel senso di una sempre più profonda realizzazione degli ideali sociali, dovrà normalmente acquistare forza di legge solo attraverso il consenso della maggioranza. Il principio fondamentale di tutte le riforme sociali, che il liberalsocialismo sia per proporre nella sua più specifica attività di partito, sarà quindi quello stesso principio, la cui osservanza esso esige anche da ogni altro partito. Ogni legge dovrà essere votata da una libera maggioranza; ogni riforma sociale dovrà essere attuata attraverso l’esercizio legale della libertà, e rispondere allo spirito della libertà.

    9. Tra queste riforme di carattere sociale, tendenti a una migliore realizzazione della giustizia economica, si prospettano qui (come già si è fatto per le riforme di carattere costituzionale, tendenti ad una più energica garanzia della libertà politica) quelle che, salvo ogni ulteriore suggerimento e specificazione derivante dalla concreta situazione storica, possono essere fin da ora plausibilmente attuabili.
    La prima, e fondamentale, di tali riforme è quella della scuola. Non si intende con ciò una delle solite riforme di programmi o di istituzioni scolastiche. Riforma sociale della scuola significa organizzazione nazionale dell’insegnamento, tale da rispondere, al massimo, all’esigenza prima di ogni giustizia sociale: all’esigenza che ogni giovane possa sviluppare in pieno le sue attitudini, qualunque sia la sua posizione economica di partenza. Bisogna, anzitutto, creare insegnanti: attirerà alla scuola forze viventi della nazione, e non soltanto forze di scarto, come fatalmente deve avvenire, nonostante le nobilissime eccezioni, quando si trascura il lato economico della cosa. Bisogna, in secondo luogo, eliminare dappertutto la vergogna dell’analfabetismo, organizzando ed estendendo al massimo, anche nel numero degli anni, l’insegnamento obbligatorio, e dando ad ognuno la reale possibilità di adempiere a tale obbligo. Bisogna, ancora, concepire tale prima istruzione, necessaria ed uguale per tutti, non come educazione di tutto il popolo, compiuta nello spirito e sotto il controllo della Corte Costituzionale, ai più semplici e fondamentali principi della convivenza liberale, quale sua preparazione imprescindibile all’esercizio della vita politica. Bisogna, infine, combinando il sistema di una più adeguata e rigorosa selezione scolastica, resa possibile dal migliorato livello degli insegnanti, con quello di una larghissima distribuzione di borse di studio e dell’istituzione di convitti gratuiti per i meno abbienti che lo meritino, assicurare l’indipendenza della selezione dei valori umani da ogni iniziale di censo e di classe.
    Solo in tal modo si potrà veramente avviare la fusione ed eliminazione delle classi, e preparare un’umanità capace di più avanzate conquiste sociali, sia perché proveniente dai più diversi ceti, sia perché costituita da masse meglio educate all’intelligenza dei problemi politici. Né a ciò sarà da opporre che, con una simile organizzazione, potrà determinarsi una fuga dalle occupazioni umili, ed una pletora di aspiranti alle professioni più elevate. Ciò sarà impedito tanto dalla migliorata forma della selezione, quanto dalla diminuzione del distacco economico tra le varie retribuzioni, verso cui progressivamente si tenderà. E d’altra parte i migliori tra gli operai ed i contadini avranno modo di far valere le proprie capacità anche in seno al loro stesso ambiente, nelle varie organizzazioni sociali ed amministrative, orientate anch’esse verso il sistema della libera elezione. Quel che soprattutto gioverà, in ogni caso, sarà la selezione e lo sviluppo delle competenze. Qualsiasi cosa si intenda creare in concreto in fatto di riforme degli istituti giuridici ed economici in senso socialista , bisogna insieme formare gli uomini (operai, tecnici, dirigenti) che siano all’altezza di tali nuovi ideali.

    10. Sia questa organizzazione per il massimo potenziamento delle energie umane della nazione, sia ogni altro provvedimento di carattere sociale che nello stesso senso lo Stato sarà condotto a prendere, esigeranno, naturalmente, un cospicuo aumento delle disponibilità pubbliche di ricchezza. A ciò provvederanno, in certa misura, già le economie che saranno permesse da un’amministrazione più saggia e controllata del denaro dello Stato. La cessazione di ogni politica di avventure imperialistico–pubblicitarie permetterà di economizzare grandemente sui bilanci militari; l’esercizio costituzionale della vita politica interna ridurrà in larga misura le spese di polizia; il controllo della pubblica opinione e la stessa struttura interna dello stato liberale porranno un energico freno al flusso del denaro dei contribuenti nelle tasche dei funzionari e degli impresari; il decentramento amministrativo, che si cercherà di attuare nella massima misura compatibile con le esigenze tecniche ed economiche, renderà possibile, avvicinando sempre più l’amministrazione del denaro pubblico all’occhio dei cittadini, una sempre maggior misura di tale controllo e risparmio. Ma bisognerà anche, in secondo luogo, adottare quelle energiche riforme del regime fiscale e del regime successorio, che d’altronde rispondono già di per sé stesse ad una stringente esigenza di giustizia sociale. Ad un regime di tassazione sostanzialmente proporzionale, andrà sostituito un regime sostanzialmente progressivo (cioè in cui aumenti proporzionalmente ai reddito anche l’aliquota dell’imposta).
    E tale progressione dell’aliquota dovrà naturalmente essere più severa per quanto riguarda le tasse di successione; addirittura, a questo proposito, potrà essere stabilito un limite di valore, oltre il quale la successione dell’eccedenza spetti senz’altro alla comunità. In ambedue i campi, fiscale e successorio, la concreta commisurazione delle riforme dovrà, s’intende, essere compiuta tenendo presenti entrambe le opposte esigenze, di far tanto più contribuire alla ricchezza privata quanto più essa risulti esorbitante rispetto all’effettivo lavoro con cui è stata acquistata, e di non reprimere l’impulso al guadagno individuale e all’interessamento economico per la propria famiglia.
    In terzo luogo, bisognerà passare gradualmente a tutte quelle riforme di carattere più radicale, che tendano ad escludere o a restringere al massimo il possesso e l’uso privato del capitale, per deferirlo all’uso e all’amministrazione comune. Canone essenziale, in questo campo, sarà quello che tanto più energicamente si dovrà espropriare, quanto meno il proprietario opererà come imprenditore o amministratore diretto, e quanto meno sussisteranno le condizioni di libera concorrenza, e quindi di autocontrollo dei profitti e dei redditi. Più immediatamente suscettibili di diventare oggetto di simili riforme appariranno quindi le aziende di assicurazione, di credito, di trasporti, di comunicazioni telefoniche, di produzione di energia, di estrazioni minerarie, di lavori pubblici, e le proprietà agrarie o immobiliari eccedenti un certo limite. Bisognerà, nello stesso tempo, creare pazientemente i quadri dei nuovi amministratori, sia per rendere possibili e vitali simili riforme, sia per aprire la via ad un loro ulteriore ampliamento. Bisognerà, cioè, educare i lavoratori a partecipare all’amministrazione, a rendersi conto dei costi e dei redditi, ad esercitare lo spirito di controllo e dell’autogoverno, attraverso ogni plausibile forma di consigli di fabbrica, di associazioni sindacali, di organizzazioni cooperative, sempre basate sul fondamento della libertà e del rispetto della legalità, incompatibile con lo scatenarsi incomposto degli egoismi di classe e di categoria.

    11. In tema di politica estera, principio direttivo del liberalsocialismo è ovviamente quello stesso su cui si basa la sua politica interna. E’ il principio della pacifica ed armonica convivenza delle individualità nazionali, secondo il diritto della giustizia e della libertà.
    Il liberalsocialismo respinge con ciò nel modo più reciso non solo ogni forma di imperialismo, di nazionalismo e di razzismo, ma anche il principio dell’ indipendenza della politica dall’etica, della mera ragion di Stato a cui il reggitore deve ispirarsi nella lotta per la sua nazione. La sola forma non volgare in cui possa concretizzarsi questo concetto, è quella del “sacro egoismo” , di cui lo statista dovrebbe necessariamente investirsi quando impersona e difende gli interessi dei suoi concittadini contro gli interessi dei cittadini delle altre nazioni. Ma neppure in questa forma esso regge alla critica. A nessuno è lecito interessarsi tanto della propria famiglia da disinteressarsi del tutto dalle famiglie altrui; a nessuno è lecito abnegarsi così esclusivamente per la propria città, da considerare come male tutto ciò che giovi alle altre città; a nessuno è lecito investirsi a tal segno del bene della sua nazione, da diventare cieco per il bene l’umanità. In nessun ambito l’ideale della forza, della potenza, del predominio ha una sfera di legittimità, in cui esso appaia giustificato di fronte al superiore ideale del diritto, della giustizia e della morale. D’altronde, il rifiuto dell’ideale della guerra, e di tutto ciò che esso coinvolge (autarchia, protezionismo, isolamento economico e spirituale) non è soltanto un’esigenza etica: risponde anche al più evidente imperativo economico. In altri tempi, in cui combattevano gli eserciti e non le nazioni, il costo della guerra, a paragone di quello odierno, era irrisorio, ed era dato sperare che i vantaggi economici di una vittoria o di una conquista potessero compensarlo. Oggi la tecnica moderna ha portato le cose a tal punto, che solo la menzogna organizzata della propaganda può far credere ai popoli che la guerra sia un’impresa remunerativa. L’avvento della guerra totale segna veramente, in questo senso, una svolta nella storia: la fine dell’età della convenienza economica della guerra. E quindi chi continua a ripetere che la politica estera è sempre stata un gioco di forza e di predominio, e che non c’è ragione di credere ad una possibile conversione dei popoli e degli stati all’ideale di una ordinata e pacifica comunità di nazioni libere, manifesta con ciò non soltanto la sua grettezza morale, ma anche la sua incomprensione di quanto di nuovo la storia e l’economia gli pongono avanti. Il liberalsocialismo ispirerà di conseguenza la sua politica estera agli ideali della solidarietà internazionale, propugnando il rafforzamento e l’instaurazione di tutto ciò che possa contribuire a rinvigorirla ( disarmo, federazione europea, organismi giurisdizionali e mezzi di coercizione per l’attuazione del diritto internazionale). Nello stesso tempo, farà tutto ciò che sarà in suo potere, nel campo dell’opera politica e della propaganda, affinché la comunità delle nazioni si configuri non soltanto nel senso di liberalismo internazionale, che garantisca le indipendenze degli stati e le soluzioni arbitrali e giurisdizionali delle controversie, ma anche in quello di un socialismo internazionale, che garantisca la parità dei diritti anche sul piano economico. Esso propugnerà, in tal senso, l’abolizione, o la massima riduzione possibile, delle barriere doganali, con eventuali disposizioni di compenso, ispirate al criterio di una giustizia comune, per gli stati che ne risultassero realmente danneggiati; l’internazionalizzazione delle colonie e delle grandi fonti di materie prime; la progressiva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei confini delle singole nazioni.

    12. Sia per tale orientamento internazionalistico della sua concezione dei problemi della politica estera, sia per la sostanziale indipendenza della sua complessiva dottrina etico–politica da ogni limite strettamente nazionale, il liberalsocialismo non si considera ristretto entro i confini del proprio stato. Esso auspica quindi la formazione di una comunità internazionale, composta di tutti coloro che, in qualsiasi nazione, ne condividano la teoria e gli ideali. Questa Internazionale, che, sulla pianta della libertà che non deve morire negli animi e nelle attuazioni, inserisce un rinnovamento morale ed un rinnovamento sociale, tende a realizzare una civiltà la quale, svolgendosi, dà origine nel suo ambito a varie correnti e a vari atteggiamenti, e prova così la propria complessità e fecondità storica.
    D’altra parte, se in tal modo il liberalsocialismo si appella all’uomo in quanto cittadino del mondo, e tende a far coincidere le soluzioni dei problemi di politica interna e di politica esterna nel senso di un sempre maggiore avvento dei principi di libertà, di giustizia e di eguaglianza nell’universale ordinamento giuridico degli uomini, sul piano propriamente interno esso si presenta ad un tempo come programma di partito e come generale concezione costituzionale della convivenza dei partiti. Al primo aspetto corrisponde il suo complessivo programma liberalsocialista; al secondo, quando in esso si è definito come più propriamente liberale.
    In questo secondo aspetto, il liberalsocialismo si presenta perciò quale comune base d’intesa per tutti i partiti e per tutte le tendenze, che accettino la fondamentale regola del giuoco: la regola della lealtà, la regola della libertà che non deve uccidere se stessa. Esso auspica in tal modo la formazione di un Fronte della libertà, a cui partecipano tutti coloro che pur divergendo, in qualsiasi senso e misura, dal resto del programma liberalsocialista, ne accolgano la teoria delle libertà costituzionali e la concezione degli istituti necessari per il loro ordinato funzionamento. Chiunque ha il senso della convivenza civile e dell’onestà politica deve potere, almeno, appartenere a questo fronte. Esso è il fronte comune della libertà e della lealtà.

    Primo manifesto del liberalsocialismo
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    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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    Predefinito Re: Il Liberalsocialismo

    Calogero - Croce e il liberalsocialismo

    Sommario
    1. Nota introduttiva

    2. Guido Calogero
    e Benedetto Croce: ricordi della polemica sul liberalsocialimo
    3. Benedetto Croce a Guido Calogero:
    La libertà e le libertà? La scoperta di una contradizione
    4. Calogero a Croce: Difesa delle due libertà

    5. Guido Calogero: L’equilibrio delle libertà
    - Liberalismo e liberismo

    1. Nota introduttiva


    Il liberalsocialismo
    , movimento politico antifascista, di cui Guido Calogero e Aldo Capitini si possono considerare a tutti gli effetti i
    promotori e fondatori, inizia a prendere corpo clandestinamente nel 1936 in concomitanza con la campagna d’Etiopia: “periodo di crisi – scrive Calogero - che aveva acceso grandi speranze di liberazione dal fascismo e poi sembrò di nuovo deprimere gli animi di fronte all’inaspettato suo trionfo, pose per la prima volta di fronte alla coscienza di larghi gruppi di giovani il problema dell’avvenire politico dell’Italia e del mondo”.[1]
    Gli aderenti e gli stessi esponenti di spicco si erano formati in ambienti culturali fascisti: Calogero era allievo del «filosofo del fascismo» Gentile, mentre Capitini si era laureato alla Normale di Pisa (dove vi rimase in qualità di segretario, fino al suo allontanamento a causa dell’attività di propaganda attiva antifascista svolta proprio dall’interno dell’ateneo pisano.). La formazione politica di questi giovani – fascista e corporativista - consentiva loro di guardare all’antifascismo prefascista con occhio «disilluso», avvertivano cioè i limiti di queste ideologie, soprattutto nelle soluzioni politico-economiche (economia liberistica ed economia collettivistica), di cui il corporativismo, sebbene inaccettabile anch’esso, ne aveva messo in luce le insufficienze.
    [2] Essi avvertivano anche il bisogno di riempire di diverso contenuto la politica, la quale doveva occuparsi sì dell’assetto economico dello stato ma avrebbe dovuto con maggiore urgenza comprendere che il problema della società era soprattutto un problema di umana convivenza. In primo luogo si rendeva necessario chiarire il nesso tra liberalismo e socialismo nelle loro accezioni più ampie, e solo in seconda istanza quello tra liberismo e socialismo nella particolarità delle loro esigenze di politica economica [3].
    Certamente la lettura crociana ebbe un influsso determinante sui giovani antifascisti degli anni ’40: “C’è stato tutto un periodo in cui Croce – ricorda Calogero - è stato il livre de chevet, la lettura segreta della migliore gioventù italiana. Quel fascino che in altri tempi poteva avere un romanzo proibito, allora ebbero i pesanti volumi laterziani di Croce. Per loro conto, molti professori facevano quanto più potevano, per destare e rafforzare nei giovani il gusto di tali letture. Si arrivò al paradosso che in quella stessa che doveva essere la roccaforte dello spirito gentiliano, La Scuola Normale Superiore di Pisa, lo studio di Croce era così intenso e diffuso che il Gentile, non avendo né il coraggio di proibirlo né quello di permetterlo ricorse una volta al ripiego di togliere a un professore l’incarico di «Esercitazioni di storia della filosofia» e di sostituirlo con quello di «Esercitazioni di storia della filosofia antica», per impedirgli di svolgere tali esercitazioni su testi crociani. Alla mente di questi giovani Croce apriva il mondo della libertà.”
    [4]
    La scelta politica di Calogero, che si concretizza nell’elaborazione di un ideale politico alternativo sia al liberalismo puro che al socialismo di tipo marxista, passa attraverso una profonda meditazione filosofica che lo porterà alla proclamazione di una filosofia della prassi all’insegna di un’etica volontaristica-altruistica, che libera i valori –morali, politici – da qualsiasi determinismo e garantismo non solo di tipo trascendentale ma anche sul piano della logica e della razionalità strumentale. Proprio nel 1936 Calogero pubblica un testo dal significativo titolo La filosofia e la vita, il quale non solo anticipava i temi centrali della Scuola dell’uomo del 1939, ma costituiva una dichiarazione del nuovo compito che la filosofia e il filosofo stesso dovevano assumersi come dovere etico in vista della promozione e instaurazione di valori di civiltà, tra i quali, primo fra tutti il dovere di riconoscere il diritto dell’altrui libertà, attraverso un etica dell’abnegazione che reinterpretava in chiave laica la morale cristiana
    [5]. In entrambi questi testi si innestano le radici teoriche dell’ideologia liberalsocialista, le cui linee fondamentali saranno stese nel 1940 nel primo Manifesto liberalsocialista diffuso clandestinamente con il titolo Note sul concetto di Stato, e spedito anche a Croce, che non accolse benevolmente le tesi sostenute all’interno del documento.
    Si riportano qui di seguito alcuni estratti che ripercorrono sommariamente la polemica che ebbe luogo tra Calogero e Croce a proposito del liberalsocialismo.
    Il primo è una parte di un ampio articolo che Guido Calogero scrisse sulla “Cultura” nel 1966, a dieci anni dalla morte di Croce, nel quale Calogero ricostruisce il rapporto intellettuale e personale che strinse dagli anni trenta in poi con il filosofo napoletano. Si sofferma largamente sulla polemica che ebbe luogo tra lui stesso e Croce a proposito del liberalsocialismo, il quale appariva a quest’ultimo una sintesi di concetti «disparati»: la libertà era un concetto puro che non avrebbe potuto mai essere accostato ad uno pseudoconcetto empirico quale quello della giustizia, e perciò riteneva il liberalsocialismo un “ircocervo”.
    [6]
    Il secondo documento è una postilla pubblicata sulla “Critica” nel 1942, nella quale Croce difende vigorosamente la sua tesi della libertà come ideale morale che non tollera specificazioni e restrizioni di carattere empirico, quali sono i programmi politico-economici, rivolgendosi esplicitamente contro le teorie sostenute da Calogero nel suo programma politico liberalsocialista.
    Il terzo documento, riporta la risposta di Calogero alla postilla di Croce, scritta dal carcere delle Murate nel quale era detenuto, rimasta inedita fino al 1945, anno della pubblicazione del testo nel quale fu raccolta insieme ad altri saggi Difesa del liberalsocialismo con il titolo L’ircocervo ovvero le due libertà. Calogero insiste in quest’articolo sulla differenza tra la libertà del volere, quella che lui chiama libertà trascendentale o libertà presupposto, che coincide con la necessità ed equivale al non poter essere altrimenti, ed è per Calogero adiafora, indifferente e l’altra libertà, la libertà che si vuole, che appartiene al regno dei valori, a ciò che quindi deve poter essere ed è perciò la libertà da instaurare, ed questa libertà che Calogero difende contro il liberalismo puro sostenuto da Croce.
    Il quarto ed ultimo documento è un articolo sempre di Calogero pubblicato sul “Giornale del Mattino” nel 1945, nel quale Calogero riprende i termini della polemica Croce-Einaudi, tra il liberalismo e il liberismo, correggendo però entrambe le tesi. La ragione della polemica consisteva, a parere di Calogero, esclusivamente nella richiesta di rendere la libertà politica una libertà concreta, cioè istituzionalizzarla attraverso provvedimenti non meramente liberistici. Entrambe le libertà (politica ed economica) dovevano essere commisurate al metro della giustizia, promuovere la libertà è per Calogero «equilibrare più giustamente i limiti», da qui l’identità difesa nell’ideale di liberalsocialista della giusta libertà.


    2. Guido Calogero e Benedetto Croce: ricordi della polemica sul liberalsocialimo
    [7]

    “Accanto a ciò stava poi la violenta avversione polemica per l’orientamento al movimento liberalsocialista, che egli sentiva diffondersi negli ambienti antifascisti, cioè in quelli più vicini a lui, non dominati né dalla disciplina cattolica né da quella marxistica. Nell’atmosfera di clandestinità, l’urto si era manifestato già da tempo, perché io gli avevo portato in anticipo il nostro manifesto del 1940, la cui redazione era del resto solo parzialmente mia; e avevamo avuto discussioni vivaci. Ricordo che una volta, insistendo egli sul punto del carattere secondario di ogni riforma economica-sociale a paragone dell’esigenza fondamentale del ristabilimento della libertà, la quale doveva essere amata per se stessa e non in quanto potesse arrecare altri vantaggi, io gli risposi, con una certa ironia, che agli operai con cui eravamo in contatto noi procuravamo di far leggere i suoi libri: ma siccome non avevano soldi per comperarseli, poteva egli farci avere gratis, da Laterza, qualche centinaio di copie della Storia d’Italia, della Storia d’Europa e della Storia come pensiero e come azione? Capì subito l’ironia, e rispose duramente: - Bravo! Così mi faresti sequestrare tutte le edizioni, in quanto strumenti di propaganda sovversiva. – Un’altra volta mi disse:- Voi vorreste la riforma agraria. Ma, sulle terre che possiedo, la mia famiglia è stata per secoli. – Niente era più penoso di quelle conversazioni, in cui si vedeva un uomo che avrebbe potuto capire qualunque problema politico, e che di fronte ad alcuni di essi aveva deliberato di restar sordo.
    Questo nostro dibattito clandestino continuò anche dopo che, nel febbraio del 1942, io fui arrestato a Roma e condotti nel carcere delle Murate a Firenze, di quella città essendo il gruppo liberalsocialista che, per l’imprudenza di uno dei suoi membri, aveva provocato l’arresto sia dei fiorentini sia di altri il cui nome era stato fatto come di animatori del movimento, quali Aldo Capitini, Carlo Ludovico Ragghianti, ed io stesso. Ottenuto dopo un mese e mezzo […] il permesso di scrivere in cella, preparai tra l’altro, una risposta a un foglietto che Croce aveva diffuso come confutazione delle idee principali del manifesto liberalsocialista, e i cui motivi furono, dal 1944 in poi, svolti da lui stesso nell’abbondante produzione polemica che egli allora rivolse contro di me in quanto presunto responsabile di tutte le malefatte del Partito d’Azione. Riuscii a far uscire dal carcere questa risposta, redatta in microscopica calligrafia su tenui figli di carta igienica; e pregai agli amici destinatari di farla pervenire al croce, che m’illudevo avesse potuto apprezzare il particolare riguardo e rispetto con cui discutevo i suoi argomenti. (L’ircocervo, ovvero le due libertà, questo scritto apparve poi nel «Ponte» dell’agosto 1945, e fu ristampato in Difesa del liberalsocialismo, pp. 26-36). Anche in questo caso, maggior saggezza di vita dimostrarono, invece, di avere quegli amici, i quali mi comunicarono il loro consiglio di non far leggere al Croce quello scritto. Ma io insistetti: col risultato che il Croce si indispose ancora di più, e appena ritornata la libertà di stampa dedicò alla contestazione delle mie idee un cospicuo numero di note critiche.
    Può interessare, quindi, chi mai volesse raccoglierle, e ricostruire tutto la controversia fra Croce e il liberalsocialismo, vedere qui anche le lettere che egli allora m’indirizzò. Ecco la prima, scrittami quando eravamo entrambi membri della Consulta Nazionale, e in risposta all’invio della mia Difesa del liberalsocialismo:

    Caro Calogero,
    vi ringrazio del vostro volume sul P.[artito] d’A.[zione], che mi giunse quando stavo per prendere l’auto e venire qui. Lo leggerò al ritorno, ma non tornerò sulla questione, che lascio ormai alla correzione dei fatti. Io ho il merito di avere sin da principio dato amichevoli avvertimenti sulla cattiva via che si prendeva, e additato anche la buona, che era di restaurare e ammodernare il socialismo riformista, come io ho poi restaurato e ammodernato il partito liberale. Ho ricevuto in questo momento una lettera assai sincera di valente e coraggioso giovane, che è del P. d’A., il quale mi da ragione, e spiega il titolo di azione come rispondente a motivi psicologici, al bisogno di azione che era in molti ardenti antifascisti, onde credettero di adottare così la formula mazziniana. Ma Mazzini diceva: Pensiero ed azione, e questa volta il pensiero è stato troppo trascurato, anzi non lo si è lasciato pensare.
    Temo che voi nel vostro libro (che mi pare raccolga in buona parte scritti già da voi pubblicati e che ricordo) vi sforziate di raddrizzare le gambe ai cani: che è uno sforzo che non riuscirà mai a nessuno, e neppure a voi.
    Saluti cordiali dal
    Vostro
    B. Croce


    Quanto all’impossibilità di raddrizzare le gambe ai cani, si potrebbe subito osservare che neppure il Croce; qui illudentesi di avere «restaurato e ammodernato il partito liberale», era in realtà «riuscito nello sforzo»: tanto è vero che più tardi tutti i liberali crociani dovettero abbandonare il partito, venendo a trovarsi ancora più privi di alloggio politico di quanto fossero gli azionisti dopo la scissione del loro partito, e la finale confluenza delle sue frazioni residue nelle frazioni del partito socialista. Ma l’aspetto tragico della cosa, se uno riprende in mano una lettera come questa è che in essa Croce sosteneva proprio quello per cui ci eravamo sempre battuti, e ancora ci battevamo, noi liberalsocialisti. Che cosa volevamo, infatti, se non un «socialismo ammodernato», un socialismo che, tenendo conto anche di quanto aveva fatto valere il Croce nella sua critica al marxismo, avesse ribadito in forma rigorosa quella che oggi appare cosa ovvia, e allora era tutt’altro che chiara, cioè che mentre molti mutamenti erano necessari per l’avanzamento della giustizia sociale, nessuno di essi sarebbe stato valido e stabile senza la continua garanzia di un’atmosfera di libertà?
    Lo chiamavano, d’altronde, «socialismo liberale» invece che «democratico» o «riformista», non solo perché tale formula era stata cara a Carlo Rosselli e a molti altri esponenti del nobilissimo movimento clandestino di «Giustizia e Libertà», ma anche – e forse di più – perché Croce stesso aveva considerato plausibile quella formula quando l’aveva trovata difesa da Hobhouse (V. per ciò Croce Etica e politica, Bari, Laterza, 1931, p. 320.): cosicchè noi largamente speravamo che egli avrebbe trovato nelle nostre impostazioni ideologiche uno sviluppo non indebite delle idee sue; e questo spiega la pazienza con cui cercavamo di indurlo a discutere, e noi ci rassegnavamo alle sue sdegnose condanne. Per altro verso, pio, il nostro sforzo di propaganda e di organizzazione per un socialismo più moderno era proprio legato all’idea che, i socialisti essendo allora, tra il 1935 e il 1943, meno presenti degli altri nell’azione clandestina in Italia, si stava facendo anche per loro ciò che essi stessi sembravano fare. Nel che, beninteso, era nostro errore di prospettiva, e più propriamente un senso inadeguato della potenza dei nomi, del quale mi fece una volta avvertito quell’uomo politicamente saggio che con tutti i suoi difetti era Giuseppe Romita, rispondendo con una risata alla mia osservazione circa l’assenza dei socialisti nel moto clandestino di formazione dei futuri schieramenti politici: - Il giorno che potrò fare uscire il primo numero dell’«Avanti», il Partito Socialista sarà di nuovo in piedi come prima! – Aveva ragione lui: ma per ciò stesso, quanto diversa sarebbe stata la sorte della democrazia italiana in questo ultimo ventennio, se tutta la grande classe politica che poi formò il tessuto dirigente del Partito d’Azione avesse accettato quella denominazione socialista, e, mettendo in vecchi otri il suo nuovo vino, avesse orientato in modo più moderno la grande massa di coloro che nel nome socialismo si riconoscevano, facendogli raggiungere allora il punto a cui sta faticosamente arrivando adesso.
    Ma, come ho detto, la cosa più tragica, che non può non tornare in mente a legga questa lettera, è che l’opposizione alla designazione socialistica, e la scelta di quel diverso nome di «Partito di Azione» sul cui dimidiato mazzinianesimo il Croce poteva poi ironizzare, era proprio venuta precipuamente dal gruppo che all’insegnamento del Croce più intendeva ricollegarsi, a che nel 1943 impose, da Milano, quell’imprevista denominazione anche a tutti coloro i quali, di fronte ad essa, erano portati a reagire con ironie non diverse da quelle crociane! (Si suppose poi, per molto tempo, che uno dei più autorevoli, e determinanti, oppositori della denominazione socialista fosse stato, allora, Ferruccio Parri: ma poi seppi da lui medesimo che, al contrario, egli l’aveva difesa senza successo). Non avevamo quindi torto noi, nel considerare non irragionevole la pazienza con cui continuavamo a tenere aperta la conversazione col Croce. Così annunciandogli, nella mia risposta, l’invio del primo fascicolo della rivista «Liberalsocialismo», io tornavo a insistere sullo spirito che aveva ogni nostra critica nei suoi riguardi:

    La prego di voler vedere in ciò un affettuoso omaggio, e non una captatio benevolentiae per evitare o diminuire gli eventuali Suoi fulmini polemici contro la rivista. La quale (come Lei vedrà se avrà la bontà di darci un’occhiata) si propone di riprendere in esame molti dei problemi che Lei ha sempre considerati o mal posti o neppure posti dalla nostra corrente di pensiero; e non potrà fare a meno, quindi, di riesaminare criticamente talune delle Sue concezioni. Ma Lei potrà anche vedere che ci sforzeremo sempre di farlo serbando, con Lei come con ogni altro, il tono della cordiale e rispettosa discussione. E questo ci auguriamo resti il tono di chiunque ci risponderà.

    A quell’invio il Croce rispose con la lettera che segue:

    Roma. 14-1-46

    Caro Calogero,

    Grazie del fascicolo, ma io non ho potuto ancora leggerlo perché un amico del Partito liberale, vedendolo sul mio tavolino, me lo ha chiesto in prestito: lo leggerò quando me lo restituirà.
    Resta inteso, per il volume di saggi di metodologia giuridica, che il mio parere è favorevole con la raccomandazione che il volume non oltrepassi le 250 pagine. Ma vi sarà compreso anche quello sulla Corte di Cassazione? A me parve che in argomento le osservazione di Calamandrei fossero decisive.
    Liberal-socialismo? Ma perché non sciogliere la formula oscura in una chiara: socialismo liberale (riformista)? E perché non ricostituire questo importante partito, di cui si avverte la mancanza nella vita italiana, con un accozzo di parole che può far nascere una cricca e non già un partito? Nessuno ha finora dato soddisfazione a questa semplicissima domanda. E ora si rimette la risoluzione dell’ircocervo – alle elezioni! Io non desideravo la morte del peccatore, ma che si convertisse mettendo un po’ di logica e di lealtà nel suo programma, e vivesse. Già quando non ci sarà più, io avrò perduto un dilettevole oggetto di critica e di celia.
    Molti saluti
    dall’aff.
    B. Croce

    Qui in Roma io mi sono ammalato e son costretto perciò a tornare a Napoli giovedì, rinunziando alle faccende politiche per le quali sono venuto qui.

    I saggi di metodologia giuridica, a cui la lettera accenna, erano quelli pubblicati da Laterza col titolo di Saggi di etica e di teoria del diritto: e la cosa curiosa, qui è che il Croce si ricordasse del mio libro su La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione, che pure aveva recensito sulla «Critica», come di un breve scritto atto ad essere incluso in quella silloge, e dell’articolo del Calamandrei su Il giudice e lo storico come di una sua confutazione, quando invece era per gran parte piuttosto una difesa delle tesi da me sostenute in quel libro, contro il violento rifiuto che ad esse aveva opposto il Croce. Ma che questa sua lettera fosse scritta in un momento di fretta e di distrazione mi par provato anche dal fatto che, nel suo terzo capoverso, il secondo periodo o ha il primo «non» di troppo, o è curiosamente ellittico, dovendo prima di «con un accozzo di parole» immaginarsi saltato un «e invece dare origine a un partito diverso», o altra frase del genere.
    D’altra parte – tornando a questo fondamentale problema politico – poteva mai dirsi che una formula oscura diventasse chiara al solo patto che fosse in essa invertito l’ordine fra sostantivo e aggettivo? Il «socialismo liberale» era «chiaro» e poteva stare alla base di un «partito» in «cricca»? Tanto varrebbe, allora, dire che il «socialismo democratico» è legittimo se si chiama in tal modo, mentre decade a «ircocervo» se si chiama «socialdemocrazia».
    Ma le realtà era, forse, che egli aveva ormai compreso la necessità di un partito «socialista liberale»; cioè si era convertito, lui, a ciò a cui per tanto tempo avevamo cercato di convincerlo, e che così toglieva ormai senso ad ogni suo discorso su «ircocervi» e «traghelafi», su confusioni tra concetti empirici e su indebite sintesi di concetti disparati. Senonchè, caduta questa opposizione (quando ormai era troppo tardi) restava in lui la più profonda avversione contro il giovane amico che si era azzardato, e tenacemente continuava, a discutere alcune sue idee. D’altronde, i suoi più illustri e anziani seguaci, da Omodeo a de Ruggero, e tanti altri crociani, erano entrati non già nel Partito Liberale, ma nel Partito d’Azione: bisognava trovare, allora, anche la giustificazione teorica per quest’ultimo. Così, in quello stesso primo fascicolo della rivista, che io gli avevo inviato, e che egli aveva prestato all’amico liberale (ma egli non prestava mai i libri che gli stavano a cuore: quelli della sua biblioteca egli permetteva, semmai, solo che fossero letti sul posto) c’era un articolo intitolato «Lis finita est»? ovvero la polemica sul liberalsocialismo, in cui Antonio D’Andrea giustamente rilevava come, commentando un articolo di Dwight Macdonald nel «Quaderno della Critica» dell’agosto 1945, Croce avesse scritto:

    Se il socialismo non sarà più angustamente ristretto alla classe operaia, se esso correggerà o abbandonerà le teorie marxistiche, se si amplierà di nuovo a movimento umano e liberale e democratico che si dica, come era nelle sue origini, lis finita est, e socialismo e liberalismo confluiranno.

    Alla buon ora, sembrava dire il D’Andrea, che era stato no dei migliori scolari di Pisa, e che, più accorto e prudenziale di quanto io fossi, capiva il peso determinante delle prese di posizione degli uomini illustri, e cominciava il suo articolo osservando come la critica crociana al liberalsocialismo, «avvalorata dal grande ascendente morale ed intellettuale del suo autore […] avrebbe dovuto bastare a stroncare non uno ma dieci movimenti liberalsocialisti». Spiegava, poi, perché ciò non fosse accaduto; e considerati gli ultimi atteggiamenti di Croce, espressi nella formula sopra citata, così concludeva:

    Certo, il Croce non può pensare che intendiamo contestare l’esattezza di tale conclusione. Si potrebbe soltanto aggiungere che non basta rinunciare alle premesse classistiche e marxistiche del socialismo, ma occorre anche riconoscere la necessità di un profondo mutamento in quella struttura economica e sociale, che per lungo tempo è riuscita a convivere con il liberalismo e che ora minaccia di soffocarlo definitivamente. L’ostacolo maggiore potrebbe venire proprio da quelle parti e da quegli uomini politici che, mentre si professano amici della libertà e della democrazia, in realtà «vogliono e praticano l’opposto, cioè il conservatorismo e l’autoritarismo politici». E’ così che il Croce riassume la critica che l’intelligente scrittore straniero muove alla democrazia inglese e americana, e le sue parole possono valere altrettanto bene per l’Italia. Ma se siamo d’accordo anche su questo punto allora veramente lis finita est, e non solo fra il socialismo e liberalismo ma anche fra il Croce e il liberalsocialismo.

    Si sarebbe quindi potuto dire che, essendo state definite tutte le altre liti, restava aperta solo quella fra il Croce e un liberalsocialista singolo, disgraziatamente interessato anche a studi di filosofia…
    Ma se il problema si fosse ridotto a questo, la soluzione sarebbe stata semplice. Quel liberalsocialista non aveva ambizioni personali; faceva campagne elettorali non per sé ma per altri; e (quando l’imprevisti arresto di Guido de Ruggero), che prima era rimasto assai in disparte, lo riportò in primo piano nella considerazione dei dirigenti del partito, cosicchè molti previdero che ormai, in un futuri ministero a cui il Partito d’Azione avesse partecipato, la Pubblica Istruzione sarebbe andata a lui) era stato il primo a scherzare sull’argomento, citando il dantesco «così ha tolto l’uno all’altro Guido»… Facilissimo sarebbe stato quindi convincerlo anche a dimettersi dal Partito d’Azione, se questo avesse giovato a mutare gli umori di Croce in proposito. In realtà, la faccenda non si risolveva in un litigio fra due filosofi, come parrebbe ora supporre Ugo La Malfa là dove, in un suo commosso articolo rievocativo, dice che «l’avversione di Benedetto Croce all’azionismo fu inizialmente assai incerta, al contrario di quel che i detrattori di quella esperienza politica oggi sostengono: e sarebbe stata certo minore se la dottrina liberalsocialista dell’amico Guido Calogero non avesse determinato un contrasto di natura quasi filosofica…». Quando, nella chiusa della lettera sopra riportata, il Croce diceva di volere non la morte ma la conversione del peccatore, e che mettesse «un po’ di logica e di lealtà nel suo programma», e che quando non fosse più esistito egli avrebbe «perduto un dilettevole oggetto di celia», il peccatore non convertito all’illogico e sleale e dilettevole oggetto di celia non ero già io, ma il Partito d’Azione, altrimenti quelle frasi non avrebbero avuto senso. Purtroppo, quanto al Partito d’Azione la funesta prospettiva si avverò, perché poco dopo, al suo congresso nazionale di quell’anno, esso si scisse, ma non già perché gli aspetti disparati dell’ircocervo si fossero distinti in due animali di più logica coerenza vivente, bensì perché alcuni dirigenti non seppero tollerare l’imprevista vittoria di una mozione, e considerarono definitivo ciò che poteva essere soltanto provvisorio. Definitiva, così, divenne invece la decadenza del Partito d’Azione, i cui vari tronconi si fusero infine con altri partiti: ma non credo che lo stesso Croce trovasse in ciò quale unico danno l’aver perduto un dilettevole oggetto di celia, egli che avrebbe dovuto presto vedere tutti i suoi migliori amici uscire, con pari tristezza, dal non più crociano partito suo. La faccenda, insomma, era assai più angosciosa e complicata, e non sarà facile ricostruire esattamente la storia del vario atteggiarsi dell’animo di Croce di fronte al liberalsocialismo e alle altre correnti che formarono il Partito d’Azione, se mai qualcuno avrà la pazienza di affrontare l’impresa. Ma che egli stesso sentisse la tragedia di quanto era accaduto, è forse implicito anche nel più affettuoso tono di una cartolina che mi scrisse qualche mese dopo, in risposta all’invio di non so più quale mio libro:


    Mio caro Calogero,

    Grazie dei saluti affettuosi dalla Svizzera, grazie del libro e della dedica amica. Lei avrà ben sentito che, costretto a contradirla, in me non c’è stato mai niente di personale contro di lei. La mia opposizione è affatto intellettiva e di logica filosofica. Ho letto parecchie pagine del suo volume, e avevo cominciato a prenderne alcune note. Ma non ne farò una critica in pubblico. Piuttosto, se ne avessi occasione, discorrei a viva voce con Lei del suo libro, col libro innanzi. Forse Lei si persuaderebbe che io ho un’idea più rigorosa della sua del modo in cui si fa l’analisi filosofica; e che qui è il nodo. In questo io sono hegeliano, cioè nell’avvenire l’anche e l’e in filosofia. Intanto in Italia e, quel che è più grave, nel mondo si sta come si sta, e l’avvenire che si prepara, almeno quello prossimo è orrendo.
    Mi abbia
    Suo aff.
    B. Croce”



    3. Benedetto Croce a Guido Calogero: La libertà e le libertà? La scoperta di una contradizione
    [8]


    “Quasi mi risolverei a chiamarli, sinonimicamente, «prenditori di cantonate», io che non da ora ho raccomandato di non essere troppo corrivi a scoprire contradizioni nei libri che si leggono, ma di badare anzitutto a coglierne l’intera logica e il pensiero informatore; col qual metodo la contradizioni di solito si diradano, cioè non avviene di scambiare per contradizioni dello scrittore le distrazioni, l’inintelligenza e la scarseggiante lena del lettore. E anche questa volta la «grande mia contradizione» circa il concetto di libertà, scoperta, come si annunzia, dal volenteroso prof. Calogero e riecheggiata da altri in un fascicolo del Bollettino dell’Istituto di filosofia del diritto dell’Università di Roma (luglio-agosto 1941, pp. 141-142), - scoperta per modo di dire, perché è un vecchio e sfiancato cavallo di battaglia del cosiddetto idealismo attuale, - si dimostra nient’altro che una cantonata. Quale contraddizione vi è mai tra l’affermazione che la libertà è la legge dello spirito e perciò della storia, ossia è lo spirito e la storia stessa (la «metafisica», di cui parlano il prof. Calogero e il suo ripetitore, non ha qui niente da vedere), e la congiunta affermazione che questa legge si configura nella sfera pratica e morale come «ideale morale»? «Ideale» è forse contradizione alla realtà o non, invece, un momento del divenire stesso della realtà con le opposizioni onde si svolge, cioè della sua dialettica? La legge della bellezza, la purezza della intuizione, non si atteggia forse, nel travaglio dell’artista, come l’ideale che egli persegue della bellezza e della bruttezza? E quale contradizione c’è nell’altra mia proposizione che l’ideale della libertà essendo intrinsecamente ed essenzialmente morale, non tollera vincoli di carattere necessario con particolari modi di ordinamenti economici, liberistici o comunistici o altri che sieno? Certo, la contradizione c’è quando mi si fa dire in senso affatto volgare che «la libertà è indifferente» verso gli ordinamenti economici in generale; laddove io dico che i bisogni e gli impulsi a soddisfarli con questo o quel particolare provvedimento economico sono la «materia» con cui la libertà attua di volta in volta la sua natura, e la materia è la materia, e né nella morale né nell’arte né in ogni altra sfera può dettare legge alla forma, né negoziare e concludere con essa, da pari a pari, patti, transazioni, accomodamenti e altre cose poco serie; né, d’altronde, riforme economiche di qualsiasi sorta avrebbero a loro fondamento la libertà, che, come le ha generate, le difende. La volgarità tocca il più alto grado quando, invece di ben meditare questa distinzione e questo rapporto d’importanza vitale sul quale io ho insistito e insisto e pel quale mi aspetto, e son sicuro di ottenere, un sentimento di gratitudine da parte di coloro che amano la chiarezza e la lealtà delle discussioni politiche, si finge di credere e si asserisce che io, «indifferentemente alle cose economiche», voglia con durezza di cuore, «far morire gli uomini di fame», per farli essere liberi! Per contrario, con quella mia proposizione voglio che gli uomini vivano prosperino e che migliorino le loro sorti economiche e le cangino di cattive in mediocri in buone e ottime e le rendano possibilmente non troppo diseguali, proprio in obbedienza alla coscienza morale e ala libertà, ma guardandosi dal sottomettere questa a quelle e sottomettendo, com’è di dovere, quelle a questa; nel modo del cristiano che dalla fede in Cristo, e non dal subordinare questa fede ai suoi bisogni e al suo utile, attinge ispirazione e regola per le particolari e concrete risoluzioni nelle varianti condizioni storicamente date, circa i bisogni e il bene suo ed altrui. E può accadere e accade che in questo processo volitivo si entri in duri conflitti tra esigenza morale e impulsi utilitari, e i più deboli cedano e pecchino; e bisognerà in certi casi compatirli, usando verso di loro la conveniente indulgenza e la cristiana carità. Ma poiché il contradittore ha parlato con ischerno dell’«uomo che muore di fame per essere libero», è necessario rammentargli (per quanto mi dolga di far qui discendere il discorso nell’elementare), che, in effetto, ci sono sempre stati al mondo uomini che hanno sofferto fame e altre privazioni e accettando la morte per non rinnegare la libertà, eroi piccoli o grandi, che onorano la umanità e la cui santa stoltizia è l’espressione drastica del primato che spetta alla volontà morale o libertà rispetto alle deliberazioni e decisioni da adottare intorno a questo o quel bisogno e a questo o quel modo economico di soddisfarvi. Risalendo a tale primato, io ho procurato di restaurare la vera teoria del rapporto tra la libertà e azione economica, tra liberalismo e liberismo, tra liberalismo e comunismo, contro le orrende falsificazioni fattene dal materialismo storico, e più largamente, e in modo più pericoloso perché più insidioso, degli inconsapevoli materialisti storici, sia che si presentino sotto la veste di liberisti (e che oggi sono il minor numero), sia sotto quello di conciliatoristi (e sono il maggior numero), i quali, per l’incapacità di pensare in teoria il vero rapporto e di tradurlo in pratica, sostenendo coraggiosamente le aspre difficoltà e i pericoli e le responsabilità che porta con sé e preparandosi all’amarezza delle incidentali delusioni e sconfitte, vanno per le spicce e contaminano morale e economia, libertà e soddisfazione di bisogni, contenti del loro ben ritrovato e ignari degli effetti vani o, peggio ancora, perniciosi, che di necessità lo seguirebbero nella pratica. Perché solo ponendo e mantenendo in modo netto e rigoroso la distinzione tra le due esigenze, è dato, in piano superiore, di volta in volta bene e sanamente unificare nella concretezza dell’azione umana: umana nel duplice senso, in quello superbo e in quello umile, dell’ardimento che le è proprio e della consapevolezza di un limite che essa deve ogni volta osservare, pure nell’andare, ogni volta, di là dal limite prima segnato”.




    4. Calogero a Croce: Difesa delle due libertà
    [9]

    “Qui ci muoviamo esclusivamente nel campo della libertà numero due. E più propriamente, anzi, nella sfera di una sua ulteriore specificazione, la libertà etico-politica: cioè quella libertà che non desideriamo soltanto per noi, ma per tutti, in un ordinato sistema civile che la nostra coscienza politica assume quindi a ideale.
    Ora, il problema (che per certi versi ha formato anche oggetto di ormai ben note e ripetute discussioni tra il Croce, l’Einaudi e altri) è il seguente. Quell’ideale civile può essere definito semplicemente mercè il concetto di libertà? Oppure bisogna integrarlo con il concetto di giustizia? O, addirittura, libertà e giustizia, su questo piano, sono lo stesso identico ideale, definibile sia con l’uno sia con l’altro di quei concetti, che, adeguatamente interpretato manifesta in sé presente anche l’altro? O invece – infine – il concetto di giustizia, con l’intrinseco suo ideale di un disciplinamento economico della vita degli individui, finisce per contraddire ed infirmare lo stesso ideale della libertà?
    La tesi di Croce, a questo proposito, è nota, e la sua attenta meditazione è di fondamentale importanza. Quel che solo egli dice può esser proposto come termine dell’aspirazione etico-politica, è l’ideale della libertà, il quale è l’unico che abbia natura etica, essendo l’ideale stesso del promovimento della vita, dell’elevazione dello spirito: mentre quello della giustizia è un secondario ideale giuridico-economico, che gli uomini amanti della libertà attueranno ovviamente caso per caso, secondo le esigenze storiche del momento. Nessun bisogno, quindi, di aggiungere (o peggio ancora di incorporare, mercè sintesi o fusione o identificazione) al concetto della libertà quello della giustizia, che rispetto ad essa è di stirpe inferiore, e quindi «disparato» e incompatibile. Il supremo ideale etico-politico non può essere, di conseguenza, che l’ideale della libertà, l’ideale liberale: non mai quello sociale della giustizia, e tanto meno quello liberalsocialista della giustizia-libertà, che sarebbe addirittura un pesce mammifero, o (per dirla con la parola aristotelica che piace al Croce) un traghèlafo, un ircocervo.
    Ora, il punto su cui va concentrata l’attenzione è il seguente. – La libertà, di cui il Croce parla anche in questa sede etico-politica, è la libertà come supremo ideale morale, non ancora legato ad alcuna contingente specificazione storica, di carattere giuridico-politico e giuridico-economico? – Certo: altrimenti non reggerebbe la fondamentale istanza negativa nei riguardi di ogni preconcetto ideale e programma di carattere sociale, cioè giuridico-economico. E, del resto, è la stessa negazione di ogni programma predeterminato, tanto cara al Croce, che deriva da questo carattere di assolutezza puramente etica, dell’ideale della libertà”.


    5. Guido Calogero: L’equilibrio delle libertà - Liberalismo e liberismo
    [10]

    “Il liberalismo, come atteggiamento politico e come generale concezione della vita, ha ancora oggi, a buon diritto, un posto d’onore nella discussione. E se non tutti sono più del parere che esso costituisca l’unica possibile dottrina adeguata della politica, o il sistema per se stesso ottimo della vita associata, non c’è d’altra parte, nessun serio e sincero studioso di questi problemi il quale non riconosca che il principio della libertà politica è un elemento essenziale della convivenza civile, comunque poi si pensi circa la necessità di integrarlo, più o meno largamente, con quello della giustizia sociale. Per quanto, invece, riguarda il pendant economico del liberalismo politico, e cioè il liberismo, ormai rari sono coloro che continuano a difenderne il principio, per lo meno su quello stesso piano di assolutezza su cui in passato si amava appaiarlo a quello del liberalismo politico.
    Causa principale di questa minore fortuna del liberismo a paragone del liberalismo è stata, come tutti sanno, la critica crociana, che, distinti i due concetti, ha dato al secondo un valore assoluto e al primo un valore soltanto contingente, facendo vedere come la civiltà liberale, sempre tenuta a difendere e a promuovere il principio della libertà, possa poi caso per caso assolvere questo compito tanto con ampliamenti della libertà di commercio quanto con disciplinamenti e restrizioni di questa stessa libertà, e quindi anche con sostituzioni più o meno vaste di un’economia pubblica all’iniziativa privata. […]
    Eppure, se ben si guarda, una qualche ragione l’hanno anche questi fedeli della vecchia unità di liberalismo e liberismo: per quanto in senso opposto al loro stesso intento. Essi non hanno tutti i torti ad opporsi alla distinzione crociana, che abbassa il liberismo economico a struttura contingente nell’ambito del liberalismo politico: ma non già perché il sistema della libertà economica sia da risollevare a quello stesso piano di assolutezza su cui si colloca il sistema della libertà politica, bensì, al contrario, perché il sistema della libertà politica, nella sua concreta configurazione istituzionale, è da far discendere anch’esso a quel piano di contingenza storica su cui si muove la libertà di commercio.[…]
    Se per libertà politica intendiamo la situazione nella quale a ciascuno sia garantita la possibilità di influire come meglio sa per far pesare il suo punto di vista nella determinazione della volontà comune, eccettuato il puro ricorso alla violenza fisica, dobbiamo dire che questa libertà politica costituisce sì, senza dubbio, un progresso rispetto a una situazione in cui tale possibilità non sussista, ma non è ancora un sufficiente ideale di libertà. Optimum dal punto di vista liberale sarà bensì il caso in cui ciascun può influire con piena libertà nella determinazione della volontà comune, ma senza che nessuno disponga di una concreta libertà e possibilità d’azione maggiore di quella di cui dispone ciascun altro. […] Ma allora la stessa condizione di cose si manifesta anche nel campo economico, cioè in quello in cui la contesa tra gli uomini non verte circa la determinazione delle comuni regole di convivenza, bensì circa l’appropriazione e l’uso dei beni. […] Le due situazioni sono perfettamente coincidenti: in entrambi i casi la stesso progresso dello spirito liberale esige una più accurata delimitazione ed equazione di libertà.
    Perché quel che conta, naturalmente, è poi il farla finita con l’idea che promuovere la libertà significhi togliere i limiti, quanto in realtà significa solo equilibrare solo equilibrare più giustamente i limiti. Non si tende mai, in astratto alla libertà, ma solo a una certa delimitazione della libertà. Libertà di commercio vuol dire divieto di dominare con la violenza. La libertà che avanza può richiedere altri divieti. Ma ciò non significa abbandonare la libertà, bensì, anzi, renderla più vera e giusta”.

    nota introduttiva di
    Stefania Comitti
    Dottoranda in Filosofia della politica
    Università di Pisa





    [1] G. Calogero, Ricordi del movimento liberalsocialista, “Mercurio”, 1 ottobre 1944, in Difesa del liberalsocialismo, Atlantica, Roma 1945, p. 191. Per un ampia ricostruzione teorica e storica del liberalsocialismo si veda il volume collettaneo I dilemmi del liberalsocialismo, (a cura di M. Bovero, V. Mura, F. Sbarberi), La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994; ed anche P. Bagnoli, Il liberalsocialismo, Edizioni Polistampa, Firenze 1997.



    [2] Ricordando Aldo Capitini e l’atmosfera nella quale sorse l’ideologia liberalsocialsta Calogero si sofferma proprio sulla critica fascista ai modelli liberali e socialisti: “Il fascismo, allora, aveva buon gioco nel mettere in luce le insufficienze del liberalismo classico, liberistico o conservatore, da un lato, e del collettivismo marxistico, più o meno autoritario, dall’altro: e la grande maggioranza di coloro che pur non giovano dei trionfi del «Regime» e vedevano come il mondo si avviasse verso una civiltà, o meglio verso una inciviltà, da caserma, non sapeva tuttavia da che parte voltarsi, tra un vecchio liberalismo che non soddisfaceva più e che comunque si era dimostrato incapace di difendersi, e un socialismo che per un verso era anch’esso uno sconfitto della storia e per altro verso si annunciava con una nuova fisionomia, i cui tratti autoritari erano piuttosto sconcertanti.” (G. Calogero, Un educatore politico: Aldo Capitini, in Difesa del liberalsocialismo, cit., p. 119.


    [3] Cfr., L. Valiani, Il liberalsocialismo, “Rivista storica italiana”, 1, 1969, pp. 74-84.


    [4]Ivi, p. 193. Probabilmente il professore di cui parla Calogero in modo impersonale è proprio lui stesso. Infatti fu incaricato delle esercitazioni di storia della filosofia presso la Normale già nel 1935 e dal carteggio con Gentile, in un giro di posta del 39 si evince, in riferimento al programma delle esercitazioni che prevedeva la lettura della Volontà di credere di James, il disappunto di Gentile: “Caro Calogero, non siamo d’accordo. Nelle tue esercitazioni non voglio letture di filosofi contemporanei. L’utilità del lavoro fatto coi giovani – con i pochi giovani – sulle fonti greche, greche o non greche, è immensamente superiore. E questo si chiede a te”. (cfr., Gentile-Calogero, Carteggio, cit., p. 196).


    [5] Questo testo di Calogero, soprattutto nelle pagine finali sembra proprio una dichiarazione di impegno morale e politico del filosofo, che scende sul terreno della prassi non solo filosoficamente, ma concretamente e materialmente, si legge “non esiste altro fine del mondo, cioè altro gusto mio, all’infuori di quello di secondare il più possibile il gusto degli altri; e siccome l’organizzazione della compatibilità dei gusti e della coercizione dell’incompatibile è l’organizzazione giuridica e politica, così l’interesse per questa organizzazione diventa per me precipuo e dominante. […]. In questo senso, la politica non è giuoco di ambiziosi o agitazione di irrequieti, ma il primo e più urgente dovere dell’uomo”. (G. Calogero, La filosofia e la vita, La Nuova Italia, Firenze, 1934, pp. 84-85).


    [6] Cfr. su ciò B. Croce, Libertà e giustizia. Revisione di due concetti filosofici, Laterza, Bari 1944


    [7] G. Calogero, Benedetto Croce. Ricordi e riflessioni, “La Cultura”, 2, 1966, pp. 145-178.


    [8] B. Croce, Scopritori di contradizioni, “La Critica” 20 gennaio 1942, rist. in Pagine sparse, Laterza, Bari 19602, pp. 15-18.


    [9] G. Calogero, L’ircocervo ovvero le due libertà, in Difesa del liberalsocialismo, Roma 1945 ( pp. 26-36), pp. 30-32.


    [10] G. Calogero, Liberalismo e liberismo, “Giornale del Mattino”, 2 febbraio 1942, rist. in Difesa del liberalsocialismo, cit., pp. 52-55.





    http://www.rivista.ssef.it/site.php?page=20040729101648562&edition=2006-05-01
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    Predefinito Re: Il Liberalsocialismo

    io cerco da tanto i libri di enesto rossi in formato digitale ma nulla

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    Predefinito Re: Il Liberalsocialismo

    Ho visto anche io ma non ho capito chi siano.
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  10. #10
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    Predefinito Re: Il Liberalsocialismo

    Citazione Originariamente Scritto da Gianky Visualizza Messaggio
    Ho visto anche io ma non ho capito chi siano.

    tra quelle citate, "conosco" solo il partito d'azione liberalsocialista che fu fondato da terracciano e zevi.
    terracciano dovrebbe essere un ex preside in pensione, cultore di storia liberalsocialista e azionista. con un passato nel psi.
    zevi, ben più noto Bruno Zevi - Wikipedia , invece proveniva dai radicali che aveva abbandonato quando questi si erano alleati in europa con lepen.

    il partito d'azione liberalsocialista è uno dei due partito d'azione presenti in italia.
    l'altro, non facente parte di questa riorganizzazione ma molto più grande, è il nuovo partito d'azione ( home - NUOVO PARTITO d&#039;AZIONENUOVO PARTITO d&#039;AZIONE | Giustizia e Libertà ) che ha qualche elettore in più tanto da aver contribuito all'elezione di demagistris.

    politicamente il primo è più liberale, il secondo è più di sinistra rossa.


    gli altri movimenti e personaggi citati non li conosco.
    in italia purtroppo vi sono tanti circoli e personaggi di ispirazione azionista ma sono tutti slegati anche se fra loro, almeno i più anziani come militanza, si conoscono.

 

 
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