



Russia: PIL crolla a -10,9%
Mancata diversificazione economia e fragilità credito a rischio
(ANSA) - MOSCA, 11 AGO - L'economia russa è l'unica in calo rispetto a quelle dei paesi emergenti del Bric: il PIL ha subito una perdita del 10,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, in aumento del 7,5% rispetto al trimestre precedente. La causa della forte crisi è legata sia alla mancata diversificazione dell'economia russa, basata in prevalenza sull'industria pesante e sull'export di materie prime, sia sulla fragilità del sistema bancario, vulnerabile nel settore dei crediti a rischio.
Fonte: ANSA.
Un calo da paura, di sto passo la Russia rischia di uscire dal c.d. BRIC.
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Russia, operai di Avtovaz chiedono nazionalizzazione del gruppo
Protestano per difendere i salari e chiedono di essere nazionalizzati. Sono i dipendenti di Avtovaz, l’azienda automobilistica russa che fabbrica la Lada e che da lunedì scorso ha sospeso la produzione nel suo stabilimento di Togliatti, 900 chilometri a sud-est di Mosca.
In alcune migliaia hanno partecipato alla manifestazione: sebbene il gruppo abbia smentito di voler tagliare più di 27mila impieghi, come ventilato in precedenza, ad agosto ha interrotto la linea di produzione. E da settembre, ha intenzione di ridurre la settimana lavorativa a 20 ore, per smaltire le vetture invendute.
Avtovaz è controllata al 25% dai francesi di Renault e per il resto da una società statale russa. Gli operai chiedono allo stato di nazionalizzare l’azienda e affidarne la supervisione ai dipendenti.
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Ci sono altri aggiornamenti in proposito.Qui qualcuno parla di Siberia.Di questo passo ce il rischio che Togliatti si inizi a svuotare....


IL REPORTAGE. Secondo gli esperti partirà una nuova emigrazione verso Asia, Europa e Africa
Nelle fabbriche attendevano gli ordini per Natale 2009, invece niente
La Cina scopre la disoccupazione
venti milioni tornano nelle campagne
dal nostro corrispondente GIAMPAOLO VISETTI
PECHINO - Il primo a vedere la fessura nella diga occupazionale cinese è stato Jin Jiangbo. Ha 36 anni. Non è un economista. Fa il fotografo. Un anno fa, quando ancora Pechino macinava record produttivi, è sceso lungo il delta del fiume delle Perle. Nel Guadong, epicentro mondiale delle esportazioni, ha ripreso fabbriche chiuse, dormitori vuoti, capannoni abbandonati. Un deserto sconosciuto, che lui stesso non capiva. Le sue immagini, all'inizio, sono state censurate. Un anno dopo, ora che la crisi dell'Occidente è maturata anche ad Oriente, quegli scatti profetici sono diventati il simbolo della Cina. Il Paese che produce tutto, a sessant'anni dalla rivoluzione comunista, è minato dalla prima, grande crisi del suo capitalismo.
Un esercito di nuovi disoccupati, in fuga dalle città costiere dove stanno chiudendo fino a sette aziende su dieci, torna nei villaggi contadini lasciati negli ultimi vent'anni. Per la terza economia del mondo, che ha appena annunciato il prossimo sorpasso sul Giappone, è uno choc. Oltre venti milioni di ex contadini, emigrati e trasformati in operai, rientrano in famiglia. Il controesodo dei nuovi disoccupati, vittime del più impressionante boom industriale della storia, cambia anche il profilo del paesaggio.
Si spopolano, e cadono in rovina, avveniristiche e sconfinate periferie urbane, appena costruite. Le campagne antiche dell'interno, rimaste prive di servizi, popolate di vecchi, scoppiano e si gonfiano di baracche. I dati ufficiali fissano la disoccupazione al 4,1%. Gli esperti spostano però il livello reale poco sotto il 20. Dietro il cortocircuito cinese, la recessione in America ed Europa. Le esportazioni, a luglio, sono calate del 22,9%. Le importazioni segnano un meno 14,9%. Migliaia di aziende dipendono dall'export fino all'80%. Su 6 milioni di nuovi laureati, 3 milioni sono senza lavoro.
I 586 miliardi stanziati dal governo sostengono credito e investimenti. Non bastano però per arrestare i licenziamenti. Nelle fabbriche, in questi giorni, si attendevano gli ordini per i regali di Natale di tutto il mondo. L'ultima spiaggia del 2009: giocattoli, hi-tech, moda. Invece niente. Il consumatore globale aspetta e l'ex coltivatore di riso cinese, che nel frattempo ha ceduto la sua terra, perde il posto. Gli specialisti di flussi migratori si dicono certi: nel sudest asiatico, ma anche in Europa e Africa, con l'autunno la Cina non spedirà merce, ma nuovamente braccia.
Nessuno, tra Shanghai e Shenzhen, era preparato a contrastare i tagli delle imprese, privatizzate per il 95% in trent'anni. Le conseguenze sono drammatiche. Milioni di persone, che hanno perso tutto, coprono due o tremila chilometri per rientrare, da sconfitti, in irriconoscibili luoghi d'origine. Nelle fabbriche la tensione sale. Senza straordinari, la paga crolla da 250 a 40 euro al mese. Gli operai non riescono più a spedire soldi a casa, o a pagare gli studi ai figli. Gli anziani, privi di pensione e assistenza medica, perdono la sola fonte per la sussistenza.
Entro il 2030, secondo le proiezioni, 320 milioni di ultra sessantacinquenni faranno saltare il nascente welfare made in China. Chiamata dagli Usa a "salvare il mondo", questa nuova Cina dominante inizia così a temere di non riuscire a salvare nemmeno se stessa. Centinaia di sommosse, sfociate in conflitti e omicidi, hanno sconvolto nelle ultime settimane la vita delle aziende. I manager, che fino all'ultimo tacciono fallimenti o fusioni, scelgono la notte per scappare.
Per conservare il posto, o per ottenerne uno, i lavoratori sono costretti a pagare i dirigenti che restano. Le assunzioni, ha rivelato ieri il governativo China Daily preannunciando arresti, finiscono anche all'asta per 10 mila yuan. In alcuni casi le imprese chiedono "anticipi retributivi" ai dipendenti, con la promessa di restituirli entro quattro anni. Nelle università, comprese quelle di Pechino, migliaia di laureandi fingono di essere stati assunti per poter discutere la tesi e non essere retrocessi in atenei di provincia. L'ordine del governo è perentorio: le previsioni occupazionali, assai ottimistiche, devono avverarsi.
Tra allievi e professori, da gennaio, si registra un boom di suicidi. Liu Wei, laureanda in informatica nello Hebei, ha lasciato un diario. La sua testimonianza, diffusa in internet, è diventata lo specchio del dramma nascosto dalle autorità. "Mi vergogno - si legge - perché i miei hanno fatto grandi sacrifici per non ridurmi a seguire la loro fine. Ora non possono più pagare la mia retta e io non troverò un lavoro per mantenerli". Si è uccisa per 70 euro al mese.
Milioni di falsi contratti sarebbero stati scritti con la complicità dei dirigenti comunisti di numerose province. Secondo il partito centrale, la crescita cinese resta all'8%, la produzione industriale di luglio segna un più 11% e l'occupazione nel primo semestre 2009 avrebbe segnato un più 0,13%. Nessuno si fida più di nessuno. La popolazione assiste infatti alla rotta di quella che stava diventando la classe media e al ritorno nel Medioevo agricolo della metropolitanizzata "generazione Ikea".
"Non sorprende - dice il Tao Li, docente alla School of Business di Shenzhen - che i dati ufficiali sulla disoccupazione siano ampiamente sottovalutati. Chi perde il lavoro si registra solo per ottenere sussidi pubblici. Ma questi sono limitati, o soggetti a corruzione e clientele politiche. I disoccupati-fantasma sono l'effetto della nuova sfiducia interna cinese". L'incertezza taciuta, del resto, è chiara. Milioni di cause per insolvenza assediano i tribunali. Le banche faticano a recuperare i crediti per immobili e arredi a basso costo. I venti milioni di "nuovi disoccupati cinesi made in Usa" si sommano ai 140 milioni di migranti che lavorano spostandosi di provincia in provincia. Il consumo di energia industriale, in sei mesi, è diminuito del 48%.
Anche nella capitale la spesa alimentare, da gennaio, è stata tagliata del 32%. Lo stesso Global Times, voce indiretta del partito comunista, ha riferito ieri che la gente ha reagito "con ironia" alla notizia che i salari urbani sarebbero cresciuti del 13%, fino a 2142 dollari al mese. Alti funzionari pubblici, coperti dall'anonimato, riferiscono di un governo "in forte fibrillazione". Le ondate di disoccupati, per la prima volta, scuotono il potere. Da settimane seminano insoddisfazione e rabbia nella pancia della nazione.
Alla vigilia del sessantesimo anniversario dalla rivoluzione di Mao, il primo ottobre, Pechino teme che le sommosse davanti ai cancelli chiusi si saldino con le rivolte etniche finora represse nel sangue. I nuovi disoccupati dello Guangdong, fanno però più paura di uiguri e tibetani. Gli "incidenti di massa", in un anno, sono stati oltre 80 mila.
Da minoranza, gli ex operai possono infatti diventare maggioranza e incrinare il trionfante nazionalismo capitalista degli han. Con i colletti bianchi rispediti nei campi, gli intellettuali appesi a "rimborsi spese" a termine, i braccianti affamati dal crollo dei prezzi e i separatisti sempre più infiltrati dall'integralismo religioso, possono formare un blocco sociale difficile da contrastare. "E' il lavoro - dice Shi Xiao, direttore dell'Osservatorio sociale di Shanghai - il vero nervo scoperto di questo potere. Ha puntato tutto sul denaro, facendo dimenticare al Paese i suoi diritti. Se fallisce sull'occupazione, il partito potrebbe presto sentirsi rivolgere domande sulla democrazia".
Preoccupato da ogni forma di contestazione, il generale Meng Guoping ha annunciato un piano per "gestire in modo più efficace sommosse, emergenze e scontri etnici". E' il primo, a 82 anni dalla fondazione dell'Armata popolare di liberazione. "Viene presentato come lotta al terrorismo - dice l'economista Eric Fishwick - ma la cerchia del presidente Hu Jintao pensa a come gestire i milioni di cinesi che stanno perdendo tutto".
Pechino sa che "il futuro è incerto" e che l'economia finanziaria è sfuggita anche dalle sue mani. Per ordine dell'Ufficio nazionale delle statistiche, garante estremo della crescita cinese, si rifugia così nella tradizione poetica. "Sono fiero di essere un mattone nell'edificio occupazionale della repubblica", ha scritto ieri Guo Zhenglan, licenziato di Changping, aderendo alla "campagna di Stato per il lavoro". L'ha superato Yan Qiao, che fino a giugno costruiva sfere con la neve finta per il mercato europeo. "Grazie alla statistica - ha dichiarato - posso riordinare le mie stelle nel cielo della fabbrica".
La Cina scopre la disoccupazione venti milioni tornano nelle campagne - esteri - Repubblica.it
La situazione in Guandong e' verosimile, le perdite sono state forti e rispetto ad un anno fa e' cambiato molto.Le violenze non sono mai state una novita' in determinati contesti....


Fuga cervelli verso Cina, laureati Usa cercano lavoro a Pechino
05:03 - ESTERI- 12 AGO 2009
Sempre più americani in cerca di opportunità in Oriente
New York, 12 ago. (Apcom) - La crisi che colpisce gli Stati Uniti e la veloce crescita economica cinese stanno spingendo sempre più laureati americani verso il Paese del dragone, attirati dai bassi costi per avviare un'impresa, o dall'occasione di bruciare le tappe verso una carriera più rapida. Sono infatti tantissimi i giovani che hanno lasciato l'America per cercare fortuna fra Pechino e Shangai, senza neanche la necessità di imparare le lingue orientali. L'economia cinese, forte di un Pil cresciuto del 7,9 per cento nell'ultimo trimestre rispetto all'anno precedente e di un tasso di disoccupazione nelle aree urbane del 4,3 per cento, è di fatto divenuta molto ospitale con i giovani, con gli imprenditori e con coloro che cercano lavoro. "E' colpa della Cina se sono ancora qua", ha raccontato al New York Times Jason Misium, 23 anni, un laureato di Harvard. Misium, che era arrivato in Cina per imparare la lingua, ha spiegato di aver aperto con 12 mila dollari uno studio di consulenza per giovani cinesi che vogliono andare a studiare negli Stati Uniti. "Aprire una azienda qua è molto economico". La nuova tendenza è però di estrema importanza anche per la Cina, che stabilisce un legame forte con il mondo occidentale e fa tesoro delle doti di leadership insegnate nelle celebri università americane. Come spiega Willy Tsao, amministratore di una azienda di Pechino, convinto che ci siano alcune abilità difficili da trovare fra i cinesi. "Credo che per i cinesi sia molto più facile prendere ordini, e questo nasce dal sistema scolastico. E' la cultura dell'ascoltare". Shangai e Pechino sono le nuove terre promesse dei giovani americani. "Quando sono arrivato in Cina nel 1994", spiega Jack Perkowski, fondatore di Asimco Technologies, "ho assistito alla prima ondata di americani che venivano in Cina. Ora sta giungendo la seconda".
APCom - Fuga cervelli verso Cina, laureati Usa cercano lavoro a Pechino


Scusa Ulver ma le tue ultime due notizie sono contraddittorie. Comunque a voler essere cinici una guerra potrebbe risollevare l'economia cinese, convertendo le fabbriche chiuse all'industria bellica e sfoltendo un pò di disoccupati arrabbiati mandandoli a morire al fronte.
Ultima modifica di Cesare; 12-08-09 alle 17:22
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In un contesto come quello cinese non lo sono in realta, proprio perche le differenze socio-economiche e culturali tra un'area ed un'altra sono tangibili, in special modo il trattamento tra persone di differenti classi sociali o differente grado di istruzione.
Un conto e' Pechino che e' un pianeta a se, ove lo studente straniero o uno dei tanti cervelli che riesce a specializzarsi in quell'area, davvero puo' godere di standard di vita elevati magari rispetto a quelli di cui riesce ad usufruire in madrepatria.Altra realta' invece sono le cosiddette regioni produttive, ove il cittadino medio e' distante anni luce in tutti gli aspetti da quello di Pechino: il tipico contadino impiegato in fabbrica la cui vita si limita solo a quello, che vive, mangia dorme e scopa in fabbrica o al massimo in qualche edificio limitrofo.Il cervello americano esporta know how utile per formarne uno cinese e dunque gli viene riservato un posto da privilegiato (lo stesso vale per i tecnici stranieri, tra cui molti italiani non piu giovani che hanno deciso di trasferirsi in pianta stabile da quelle parti lavorando per il governo cinese a tutti gli effetti).Il contadino che emigra in Guandong per lavorare in fabbrica il giorno in cui perde la sua utilita con la chiusura di uno stabilimento, non ha nemmeno diritto al biglietto di ritorno o alla buonuscita.Questa e la piu grande contraddizione della Cina moderna che riflette i due articoli in questione.


Effettivamente nei paesi non occidentali lo sviluppo procede in modo a dir poco eterogeneo, con contraddizioni incredibili.
In Cina la differenza è tra regione e regione, passando da aree che sembrano la California ad aree che sembrano la peggior Cambogia.
Ma in India la contraddizione è ancora più forte, avvenendo all'interno delle stesse città: a Mumbai attaccati ai recentissimi grattacieli ci sono enormi baraccopoli in latta e cartone, con i poveri senza scarpe che non si lavano da mesi che prendono la stessa metro affianco ai colletti bianchi. E Mumbai è la città più ricca dell'India, il che è tutto dire su come sono le altre metropoli di quel paese.
Bisogna però ammettere che i media occidentali applicano due pesi e due misure. Per la Cina criticano, accentuando all'inverosimile ogni minimo difetto che ricorda il passato arretrato, mentre per l'India esaltano in modo assurdo quel poco di sviluppo, nascondendo le abnormi contraddizioni.
Ultima modifica di Cesare; 12-08-09 alle 18:03
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In Spagna il primo ministro Zapatero ha annunciato un aumento delle tasse ed un taglio della spesa al fine di ridurre il deficit di bilancio. L’aumento delle tasse dovrebbe essere pari all’1,5% del Pil, circa 15 Mld€, mentre la spesa pubblica nel 2010 dovrebbe essere ridotta di 8,6 Mld€. Il primo ministro non ha però precisato quali tasse saranno aumentate. La decisione di Zapatero segue quella irlandese che già da diversi mesi ha deciso un aumento delle tasse.
si sono salvate le bache.....ora tocca al popolo fare i sacrifici
ITALIA: L'ISTAT CONFERMA IL CROLLO DEL PIL -6.0%
Nel secondo trimestre aprile-giugno il Pil (corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato) è diminuito del 6% rispetto allo stesso periodo del 2008. Rispetto ai primi tre mesi del 2009 calo dello 0,5%.
Il Pil italiano precipita a -6% su base annua anche nel secondo trimestre del 2009. Lo comunica l'Istat, confermando le stime preliminari diffuse all'inizio di agosto. Ad aprile-giugno, quindi, il Pil (corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato) è diminuito del 6% rispetto allo stesso periodo del 2008, segnando la stessa flessione dei primi tre mesi di quest'anno (-6%), quando il Pil ha registrato il dato più negativo dal 1980, anno d'inizio della serie storica.
Rispetto ai primi tre mesi del 2009 invece - sottolinea l'istituto di statistica - il Pil è calato dello 0,5%, un dato migliore del -2,7% congiunturale del primo trimestre. Il secondo trimestre, inoltre, ha avuto le stesse giornate lavorative sia rispetto ai primi tre mesi dell'anno sia rispetto allo stesso periodo del 2008.
e la regione emilia romagna insieme alla lombardia stanzia soldi x i poveri extracomunitari disoccupati....
gli italiani ? si fottano !