Vorrei proporre qualche breve (e grezzo) spunto di riflessione di teoria della conoscenza. Spero sia di una qualche utilità, vista la confusione in cui vedo imbattersi molti forumisti di opposte bandiere. Spesso, i detrattori della metafisica argomentano (contro i suoi difensori) che, se anche si riuscisse a esibire un'inferenza metempirica sillogisticamente valida, tuttavia nulla garantirebbe che il ragionamento escogitato abbia 'presa' effettiva sulla realtà. Si insinua ch'esso sia null'altro che un artifizio, di valore restrittivamente 'soggettivo' o 'mentale': di una mentalità perciò contrapposta alla realtà, le cui leggi e la cui essenza risulterebbero imperscrutabili al (o solo approssimabili dal) soggetto conoscente. Quest'ultimo ne avrebbe un intendimento alterato o 'fenomenistico', rappresentativo in senso deteriore.
Ora, una simile obbiezione suppone (se ne rendano conto o meno i suoi promotori) tutta una gnoseologia (una peculiare gnoseologia), il cui valore è tutt'altro che fuori discussione. Suppone cioè che la cognizione (l'atto cognitivo) sia una relazione estrinseca tra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto: soggetto e oggetto vengon concepiti come presupposti al loro legame, anteriori alla loro relazione, perciò reciprocamente estranei. Inevitabile quindi che la relazione (la conoscenza), subentrando successivamente, riesca in una deformazione dell'oggetto conosciuto e non in una rivelazione di esso. Tra i due infatti vi è non semplice distinzione (che importerebbe pur sempre 'relazione') ma vero e proprio isolamento (assenza di ogni minimo comun denominatore) e perciò incomunicabilità. Il soggetto, perciò, può conoscere l'oggetto solo a patto di soggettivizzarlo (non può intendere l'oggetto in sé, ma solo per sé).
Chi coltiva interessi storico-filosofici sa bene che l'obbiezione iniziale non ha alcunché di naturale, ma è il risultato di uno sviluppo storico: tale obbiezione muove sia dal senso comune che da quello colto (ma non savio...) progressivamente formati dai grandi spiriti della filosofia moderna. Perciò essa, che nella coscienza volgare vive in modo irriflesso, ha le proprie ragioni e la propria introduzione critica (e ben altra raffinatezza concettuale) nei razionalisti francesi e negli empiristi inglesi, nei primi idealisti tedeschi. Tale vicenda, come ha avuto un inizio, così ha avuto compimento: aprendosi con la posizione dualistica di soggetto e oggetto, io e non-io, pensiero ed essere, e concludendosi con la sconfessione (razionale, non meramente 'assertiva' e doxastica) di tale posizione.
L'impostazione di fondo della gnoseologia moderna è perciò dualistica: non semplice dualità, ma dualismo, cioè assolutizzazione della dualità, irriducibile ad un orizzonte unitario superiore, comprensivo di entrambi i poli: perciò impossibilità di ogni metafisica (ma anche di ogni scienza naturale vera, oltre che certa).
Ora, tale punto di partenza del sapere è falso, scientificamente insostenibile. Nel senso che è falso che non sia dia un minimo comun denominatore tra pensiero ed essere (soggetto e oggetto, io e non-io, et cetera). Il pensiero, infatti, non si limita ad intendere l'essere, ma l'intende sé stesso in tale atto: non è unicamente intendimento dell'essere ma anche intendimento di sé. E non di sé come un'entità particolare tra le molte, bensì come l'orizzonte all'interno del quale l'essere è inteso (e perciò coestensivo a tutto l'essere). In altri termini, il soggetto è oggetto, il pensiero è essere. Cioè la distinzione tra pensiero ed essere è interna all'essere. Ma tale distinzione è poi interna al pensiero stesso, in quanto a questo è interno (in senso non volgarmente locale, chiaramente) l'essere. Infatti, se si afferma che l'essere trascende il pensiero, si afferma (= si pensa) quell'essere del quale si intendeva sostenere l'alterità rispetto al pensiero, con ciò riconducendolo nel suo alveo: l'orizzonte del pensiero è cioè intrascendibile. Ciò significa che, nella loro purezza (indeterminatezza), pensiero ed essere (soggetto e oggetto, certezza e verità) sono identici.




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