MISTICA FASCISTA (1).
Estratto da: Armando Carlini, “Saggio sul pensiero filosofico e religioso del fascismo”, a cura dell’ ISTITUTO NAZIONALE DI CULTURA FASCISTA, Roma, 1942, pp. 243 – 256
I. Il Convegno. Pensieri del Duce. — Si tenne nel febbraio scorso, a Milano, il Convegno di Mistica fascista, alla scuola intitolata al nome di Sandro Italico Mussolini, la quale fu presieduta già dal padre stesso di Sandro, da Arnaldo (ed è presieduta oggi dal figlio Vito). Il tema posto in discussione era questo : Perché siamo dei mistici. Tema molto attraente, come si vede bene, e non privo di oscurità, meritevoli di chiarimento. Bisogna dire sùbito che fu lasciata ai convenuti piena libertà di discussione, col solo sottinteso che ci si moveva dentro l'àmbito di una fede politica comune, della quale ognuno poteva tentare, a suo rischio e pericolo, l'interpretazione più conforme alla sua cultura e al suo senso religioso della vita (2). Il direttore della Scuola (3) lesse, prima della discussione, alcuni ben noti pensieri del Duce: che « il Fascismo non è soltanto azione, ma anche pensiero », per cui « pena la morte o, peggio, il suicidio, deve darsi un corpo di dottrine... (le quali) devono costituire una norma orientatrice »; che oggi « tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono in primo piano »; ed il suo parere su i limiti del sapere scientifico: « Non ritengo che la scienza possa arrivare a spiegare il perché del mondo dei fenomeni, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete chiusa: lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio ». C'è « una Provvidenza che dirige tutto ». Ed esistono, secondo il Duce, delle « verità eterne, senza di che la lotta dell'uomo contro l'uomo, di tutti contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà »; e dava lode ad Arnaldo di aver scritto di lui: « Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che resistono all'urto dei secoli », e commentava: « Con queste parole, Arnaldo dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie del mio spirito ». Per non cadere « nelle secche dello scetticismo e della negazione », ci vuole una fede, perché, solo chi possiede la fede, ha « una sicura bussola per ogni viaggio ideale ». Quella fede ch'è anche poesia: « Poesia dell'amore e della morte, della speranza e della rassegnazione, della vita terrena e del di là seducente e consolatore ». Poesia, ch'è, anche, bontà: come fu in Arnaldo : « Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere scettica, ma deve essere credente ». In fine: « Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio ». « Non si può compiere nulla di grande se non si è in istato di amorosa passione, in stato dimisticismo religioso ».
2. In quali termini si pone il Problema. — Dicevo che questi pensieri del Duce, espressi in altre e varie circostanze, possono considerarsi un'indicazione del pensiero generale che dovrebbe orientare chi si accinge a dare una risposta al quesito: « Perché siamo dei mistici ». Ma non che, così, ogni dubbio e difficoltà siano dissipati. Vediamo. Ci sono, secondo il Duce, alcune verità, le quali, mentre, da un lato, formano il fondamento più saldo e perentorio alla vita morale così degli individui come dei popoli, dall'altro fanno appello a un principio schiettamente religioso. Questo principio è — detto in parole schiette — la fede in Dio. E questo Dio — per lo meno se vogliamo stare con la fede di Arnaldo, la quale sembra condivisa dal grande Fratello — è il Dio del Cristianesimo, anzi del Cristianesimo cattolico. Questa fede, per sé puramente religiosa o, meglio, etico-religiosa, non è concepita qui come un motivo che alieni l'uomo dalla vita; anzi è concepita come una fede ch'è, insieme, poesia e motivo di vita profonda, intensa, sì da investire tutta la personalità, anche la fede politica, la quale si colora, per riflesso, dello stesso senso religioso, e può assurgere al grado sublime di quasi « amorosa passione per l'ideale », come nel Florio. Questo il Duce definì uno stato di « misticismo religioso », il quale, qui, va inteso, evidentemente, in riferimento all'ideale politico, ossia come anticipazione dell'idea di una « Mistica fascista ».
Il problema si pone, allora, in questi termini. Se (come non par dubbio) una fede religiosa può esistere indipendentemente dalla fede politica, anche questa deve poter esistere indipendentemente da ogni fede religiosa. Ora, intendendo (come abitualmente s'intende) per « misticismo » il grado più elevato e ardente di una fede, pare che, allo stesso modo in cui si parla di misticismo religioso, si possa e debba parlare di un misticismo meramente politico, quando la fede, poniamo, nell'Idea fascista raggiunge il livello più alto: quando diventa, cioè, — come la definisce il Duce — l’« amorosa passione » dei Martiri e degli eroi della Rivoluzione. D'altra parte, sembra che parlare di « fede politica », se per fede s'intende, non la mera opinione o un semplice sentimento (stati d'animo, per sé, passeggeri, superficiali, e, in ogni modo, non tali da prendere e investire la personalità tutt'intera); se per fede, dunque, s'intende questo, sembra che parlare di « fede politica », senza nessun presupposto propriamente religioso, sia far uso, al più, di una metafora. E sia, anzi, alquanto strano e bizzarro rubare allo spirito religioso l'idea di « mistica » per regalarla a un mondo profano dove il misticismo non ha nessun interesse, col pericolo di avvilire questo concetto, riserbato alle manifestazioni più alte e pure dell'umanità pensante e credente, sino a predicarlo di certi stati d'animo esaltato per cause che non sono sempre le più degne dell'uomo.
3. In qual senso esiste una laicità religiosa nella nostra tradizione. Caratteri propri del misticismo cristiano. — Al Convegno furono presentate due relazioni a stampa: l'una, del Padellaro, su La tradizione antirazionalistica del pensiero italiano; l'altra, del Di Marzio, su le Caratteristiche e momenti mistici della storia italiana: entrambe pensate a fondo dai loro autori e ricche di spunti per ulteriori ricerche e meditazioni. Per la prima relazione, invitato a parlare, io trovai qualcosa a ridire su l'idea di anticipare, in certo modo, e far presente sin dall'antichità un problema venuto in chiaro soltanto nell'età moderna e presentato per la prima volta dal Fascismo in una soluzione integrale. Si poteva, secondo il Relatore, affermare che « quella medesima cosa che ora chiamiamo mistica fascista esisteva già nella romanità, reggeva la tradizione del nostro pensiero, si innalzava a coscienza eroica nel Vico e diveniva germe di risurrezione dell'Italia, » (p. 23). Mi trovai, invece, del tutto concorde con il Relatore, in quello che più importava: su la necessità di non prescindere dal presupposto religioso pur restando in una concezione del tutto laica della vita politica. « La tentazione perenne del pensiero, di laicizzarsi negando il divino, solo con coraggio eroico si vince. Si può affermare che il pensiero italiano non fu mai laico, perché ebbe insopprimibile l'aspirazione, incrollabile la certezza, che i due ordini, l'umano e il divino, dovessero coesistere, affinché quell'essere paradossale ch'è l'uomo potesse avere integra vita spirituale, la vita dei due ordini. Persino la collisione tra i due ordini, episodica nella nostra storia, rende testimonianza che la mente italiana non si acqueta nel monologo, ma alimenta e attira il dialogo, talvolta tragico, tra il verbo dell'uomo e il verbo sovrumano » (p. 22). Della laicità — è chiaro — si parla qui in altro senso da quello della mia affermazione, ma con identica intenzione. E però viene riconosciuta la natura puramente umana della mistica fascista, ma, insieme, se ne istituisce il confronto con quella propriamente religiosa : « La mistica fascista, adunque, è mistica umana, e come tale è in rapporto analogico con la mistica religiosa » (ivi). Questo « rapporto analogico », in verità, può lasciare qualche dubbiezza : forse che la Mistica fascista è mistica soltanto per analogia? Ma, allora, potremmo dar ragione al Di Marzio, che tale analogia, nella sua Relazione, ritiene superflua : « Dobbiamo, per chiarezza d'impostazione, definire subito il problema come un problema politico, e cercare di non servirci, neppure sotto forma di analogia o di paragone, di riferimenti o parallelismi di carattere religioso » (p. 3). I due Relatori, evidentemente, non andavano d'accordo in quel Convegno. Si noti, tuttavia, che il Di Marzio pensava a un misticismo religioso molto lontano da quello di cui facciamo gran conto : « Anacoreti e contemplativi non possono essere oggetto del nostro esame neppure dal punto di vista storico... lasceremo, perciò, da parte forme mistiche che possono avere un richiamo ad estasi o a magia, a dissolvimento o a beatitudine » (ivi). E’ ben strano che proprio noi, nati e cresciuti dentro una millenaria tradizione di civiltà cristiana, anzi cattolica, ignoriamo talvolta i caratteri e principii fondamentali di questa civiltà. Alcuni di noi hanno inarcato le ciglia, or sono pochi anni, nell'apprendere su un libro del Bergson, filosofo ebreo e francese, come soltanto il misticismo cristiano meriti questa denominazione, perché esso soltanto, mentre eleva la personalità umana a principio e fondamento della vita morale e di quella etico-sociale, fa di Dio una fonte di vita puramente spirituale e della fede in Lui una forza creatrice di sempre nuovi valori nel mondo della storia umana (4). Sì che anche questo mondo storico-sociale non s'intende nel suo dinamismo etico senza il presupposto di una fede, come quella cristiana, che vuol essere portata e vissuta fra gli uomini, dove il Figlio stesso di Dio volle intervenire personalmente. Il Cristianesimo è la religione propria dell'uomo, incardinato com'è, infatti, nel dogma dell'Uomo-Dio (non più di un Dio-Natura). E l'uomo del Cristianesimo è, anzitutto, un « crociato » : un milite della sua fede, che per la sua fede deve combattere e dare la vita. La fede cristiana è una fede combattiva. Che alcuni l'abbiano intesa e vissuta, e l'intendano e vivano ancor oggi, in forme di vita contemplativa e solitaria, non è argomento da addurre in contrario. Anche nel Fascismo non tutti furono, a lor tempo, squadristi, e ancor oggi non tutti preferiscono — quando non è necessaria —l'azione al pensiero riflesso e meditativo. E se per « misticismo » s'intendesse quell'insieme di pratiche e credenze, più o meno oscure e malsane, a cui anche il Di Marzio sembra accennare, allora ripeteremo ancora una volta (ma non siamo noi i soli ad affermarlo) che nessuna fede religiosa è meno incline del Cristianesimo, così come è inteso nella Chiesa cattolica, a un tal misticismo (5).
4. L'originalità del Fascismo, suo presupposto religioso, anzi cattolico. — S'è detto ora che non tutti —nel Cristianesimo come nel Fascismo — sentono e intendono identicamente, pur vivendo e pensando dentro la stessa sfera di fede politica o religiosa. In altri termini: la questione se il Fascismo abbia, o no, un presupposto religioso, non riguarda gli individui praticamente (quasi si trattasse d'un obbligo di credere: cosa assurda), ma riguarda la concezione ch'è a base della dottrina e l'orientamento generale della sua azione politica (6). La questione, allora, è quest'altra: se il Fascismo è — come è — un nuovo tipo di civiltà (così l'ha definito il Duce), e se di questa nuova civiltà dovrà essere improntato il secolo (anche questo è suo vaticinio), si chiede quale sia la nota più originale che distingue il Fascismo dalle concezioni passate e da quelle contemporanee (oltrepassate, anche queste, rispetto a esso). La concezione forse economico-sociale? Certo, qui il Fascismo ha portato, nel mondo sconvolto dalle lotte economiche, una parola di straordinaria importanza e di decisiva novità: l'idea corporativa. Ma questa idea, presa fuori del principio politico che la ispira e regge tutta quanta, può abbassarsi al livello d'una questione soltanto di giustizia sociale, importante e originale quanto si vuole, ma non tale, poi, da non poter essere accettata anche in regimi molto lontani dal Fascismo. Diremo, allora, ch'è la concezione strettamente politica quella che costituisce l'originalità e importanza fondamentale del Fascismo? Intendo per « concezione strettamente politica » ciò che suol definirsi anche il nuovo senso dello Stato, di cui è stato ed è, indubbiamente, creatore il Fascismo. Ma, anche qui, vogliamo restringere questa novità al carattere « autoritario » e « totalitario », che lo Stato ha acquistato per merito del Fascismo? C'è rischio — di nuovo — che questa concezione dello Stato ci porti su la stessa linea di regimi molto lontani dal nostro. Mi sembra che dobbiamo, allora, per sfuggire a questi rischi, dichiarare che, sia la questione sociale e sia quella politica, vanno vedute da un punto di vista ulteriore, più alto e comprensivo, il quale solo, finalmente, dà il senso e il tono generale di quella concezione che noi consideriamo esclusiva del Fascismo. Questo punto di vista ulteriore, più alto e comprensivo, è, a mio avviso, la concezione totale del mondo storico e della funzione che uno Stato deve in esso esplicare al lume di un'idea ch'è politica, certamente, ma ha, insieme, un presupposto religioso, anzi cristiano, anzi cattolico (7). In altri termini: il Fascismo è una concezione politica sorta nella mente di un Genio tipicamente italiano, ossia sorta dentro una tradizione di idee e di sentimenti dominata dal senso realistico della storia e — insieme — da una intuizione generale della vita ch'è propria del Cristianesimo cattolico. Si vorrebbe forse rinunciare a questa tradizione per la parte religiosa, e mettersi per la via di un laicismo che faccia a meno di ogni dogma, o di un nazionalismo che non riconosca altro « corpo mistico » se non quello della comunanza di razza e di sentimenti? Sarebbe una laicità stile secolo dei lumi, ossia massonica; sarebbe un misticismo che aspirerebbe a una nuova forma di paganesimo. E sarebbe questo un andar innanzi, un promuovere un nuovo tipo di civiltà nel mondo, una indicazione dell'unica tavola di salvezza che ancora rimane nell'urto e sconvolgimento e disorientamento da cui sono presi tutti gli altri paesi? Non credo che sia stata questa l'intenzione di chi fondò la Scuola di Mistica fascista dedicata al nome di Sandro Italico, e nella quale oggi è più vivo che mai il ricordo di Arnaldo Mussolini.
5. Il Fascismo è una rivoluzione nella tradizione Politica e anche in quella religiosa. Fascismo e Cattolicismo. — Pure, coloro che recalcitrano a questa conchiusione, forse vorrebbero dir qualcosa che non si può trascurare. Lo notammo già a proposito della Relazione del Padellaro: la verità tutt'intera non è ancora quella che spiega il Fascismo inserendolo dentro la continuità della nostra tradizione. L'altra metà è questa: che dentro la tradizione del pensiero politico e religioso del nostro Paese il Fascismo rappresenta una vera rivoluzione: una rivoluzione nella tradizione. Il Fascismo integra gli ideali e l'opera del Risorgimento, e li porta su un piano nuovo che nessuno avrebbe potuto prevedere prima che l'opera geniale del Duce desse forma ed espressione ad alcune idee giacenti come germi nascosti nell'anima dei migliori Italiani prima e dopo la Grande Guerra. Per la parte politica, lo Stato nazionale è stato portato, anzitutto, sul terreno concreto degli interessi, non solo per una maggiore giustizia sociale, ma anche per la fondazione della sua autonomia e della sua potenza. Insieme a questa concretezza materiale, quella spirituale: lo Stato ha assorbito tutte le migliori energie e manifestazioni del suo popolo, dell'arte e della cultura, e si è fatto promotore di una riforma del carattere, dello stile, dell'educazione tutt'intera, per creare un nuovo tipo d'Italiano. In fine, ha presentato questa nuova Italia al mondo delle Nazioni perché le sia fatta giustizia e le siano riconosciuti i diritti a una funzione imperiale in ragione della sua potenza e della civiltà ch'essa rappresenta in seno al mondo e alla storia contemporanea. Precursore, sì, il Mazzini, ma quanto già lontano ! Ma anche nella tradizione del nostro pensiero religioso la Rivoluzione fascista ha portato, e sta ancora portando, una trasformazione radicale: non, certamente, per il lato dogmatico, che questo non è affar suo; ma per tutto il lato in cui la religione si attua storicamente, per noi Italiani, in quell'Istituto, il quale, divino per la sua prima fondazione, è pur umano nella sua esplicazione mondana, e come tale entra in necessario rapporto con lo Stato. Non soltanto la vecchia mentalità massonica, ma anche la non meno vecchia mentalità del Cattolicismo politicante, sono state soppresse dalla Rivoluzione fascista. Soppresse in via di diritto, anche se non ancora del tutto in via di fatto: che le vecchie abitudini mentali persistono da una parte e dall'altra. Tutto allo Stato, dunque, di quanto riguarda gli interessi materiali e spirituali dell'uomo nel mondo della contingenza storica; tutto alla Chiesa e alla fede religiosa di quanto riguarda l'uomo al di là della contingenza, l'uomo nella pura interiorità della sua coscienza, dove si fondano i convincimenti più profondi su l'origine dell'esistenza e su la destinazione finale della sua personalità ( 8 ). Soltanto in questo modo è possibile essere « fascisti cattolici » in perfetta e assoluta identità con i « cattolici fascisti ». (Anche qui: precursore, sì, il Gioberti di questa « riforma del Cattolicismo », ma quanto già lontano anche lui!).
6. Le virtù fasciste e quelle teologali. — Che, poi, le radici della fede politica siano vivificate da quella fresca ed inesauribile sorgente di vita e di energia spirituale ch'è la fede religiosa in generale, e in particolare la fede cristiana cattolica, intesa come or ora s'è chiarito, è interesse evidente e fondamentale dello Stato. Dello Stato italiano in prima linea, il quale contiene in sé la sede della Chiesa cattolica, e però ha permanente e vivo il problema nel proprio seno (9). Ma anche la Chiesa ha evidente e fondamentale interesse che lo Stato prenda e assorba in sé l'uomo tutt'intero, corpo e anima, per la parte che riguarda la vita nel mondo: non solo perché, così, la missione puramente spirituale della Chiesa emerga in maggiore chiarezza, ma anche perché lo Stato, assumendosi intera la responsabilità dell'esistenza dell'uomo nel mondo, divenga meglio consapevole della necessità di quei principii, di quelle « verità eterne », senza di cui neppure i civili reggimenti possono durare, né possono i popoli rappresentare qualche grande idea nel mondo della storia. Credere, ad esempio, perché? ... La ragione, dunque, e il pensiero soltanto critico non bastano, da sé, a dar un senso e un orientamento alla vita. — Perché obbedire? L'autorità, infatti, alla quale ci inchiniamo, non è una volontà arbitraria, ma luminosa, previdente e provvidente: noi sappiamo con certezza ch'essa vede il nostro bene (nostro, ossia di ognuno e di tutti insieme) meglio che non vediamo noi. — Perché combattere? Perché la vita è, appunto, milizia, e si salva soltanto chi è pronto, ogni momento a far sacrificio della sua esistenza. — Trasferite su un piano puramente laico e mondano, dentro queste « virtù fasciste », hanno lasciato la loro eco le tre « virtù teologali » cristiane : fede, speranza, carità. Per quanto il loro interesse sia inverso, l'uno di mondanizzare l'uomo, l'altra di spiritualizzarlo, pure lo Stato e la Chiesa hanno fini convergenti e costituiscono una sintesi, non statica ma sempre nuova, imperniata nella personalità dell'uomo. Lo Stato mondanizza l'uomo sino al limite estremo dell'esistenza, ma a quel limite lo accoglie la Chiesa con i problemi dell'oltretomba. La Chiesa spiritualizza l'uomo per un Regno che non è di questo mondo, ma lo Stato proprio su questo uomo deve fare il maggiore assegnamento per il suo regno nel mondo.
7. Il paradosso umano: misticismo e mondanità. —Il Padellaro disse giusto: l'uomo è un paradosso, e paradossale è la posizione dell'uomo nel mondo. Egli è posto, infatti, in mezzo fra il mondo e Dio. L'uno e l'altro vogliono l'uomo tutto intero, ed egli deve tutt'intero darsi a entrambi, insieme, se vuol vivere la sua vera vita, ch'è nel mondo, ma non del mondo. Qualora, infatti, manchi il distacco, neppure è possibile comprendere, valutare, amare (10). L'uomo è uomo per questo: perché — mentre il bruto è ermeticamente chiuso nel mondo — egli questo mondo mette fra parentesi e si raccoglie nella pura interiorità della sua coscienza: solo, ossia in compagnia e in colloquio, come nella preghiera, col suo Dio. Ma, se egli s'indugiasse nel colloquio a tal punto da scordare il mondo, neppure obbedirebbe al comandamento del suo Dio. Egli deve portare nel mondo, ossia nel mondo suo, ch'è quello storicamente determinato dal popolo e dallo Stato a cui appartiene, la sua fede nei valori eterni dello spirito, la certezza che l'opera sua non sarà vana in niun caso, l'ardore di chi ama sino al sacrificio estremo. Così, posto in quel punto preciso dello spazio e del tempo, adempirà il comandamento a lui affidato. Portando tutta l'anima sua, misticamente, per il trionfo di una più grande civiltà nel mondo della storia, egli ritorna ingrandito a se stesso: la sua vita può chiudersi in ogni istante come una totalità perfettamente conchiusa. Egli ha realizzato, infatti, la sua personalità tutt'intera, in se stesso, innanzi agli uomini e innanzi a Dio.
NOTE
1) E' uscito nell'« Archivio di studi corporativi », fasc. II del 1940 - XVIII.
2) Il dott. F. Mezzasoma, che presiedeva il Convegno, previde subito una probabile divergenza di vedute, e tuttavia esordi nel suo discorso introduttivo con queste parole: « A me non sembra che la disparità delle opinioni su l'argomento possa costituire un giusto motivo per sconsigliarne l'esame e la discussione. Se mai, il contrario. Il tema è arduo e complesso non c'è dubbio: ma è di quelli che tormentano ed appassionano, di quelli che trovano, proprio nel contrasto delle concezioni, la ragione prima della loro sempre palpitante attualità ».
3) Il GIANI, caduto eroicamente sul fronte greco, a testimonianza della fede che animava la sua vibrante e pensosa giovinezza.
4) Cfr. A. PAGANO, Origini e fattori della Rivoluzione fascista, nel volume Dottrina e Politica fascista (La Nuova Italia, Firenze, 1930): « L'idea cristiana, togliendo lo spirito umano alla soggezione del mondo esterno, e facendo anzi del mondo esterno uno strumento dello spirito, dà a tutta la vita morale e civile, e quindi alla funzione e ai diritti dello Stato, ben più solidi fondamenti e più alte giustificazioni che non il vecchio cosmologismo e il nuovo invecchiatissimo positivismo » (p. 23).
5) Misticismo, dunque, latino, in cui si è consolidato il senso realistico, storico, proprio di Roma antica e del Cattolicismo insieme, del tutto alieno dalle forme di misticismo nordico o orientale. Cfr. GIULIANO B., Misticismo e cultura fascista (quad. della Scuola di Mistica fascista, 1932), P. 14.
6) Per l'individuo, in quanto tale, si può dir questo: che nel momento dell'azione, se questa viene sentita e vissuta eroicamente, di necessità affiora nell'anima il pensiero, fondamentalmente religioso, di un valore dell'esistenza che va oltre quello della sua storica manifestazione. Dal punto di vista pratico non è necessario che quella religiosità, nell'individuo, venga ulteriormente precisata: essa resta, quindi, in quella indeterminatezza che si definisce, per l'appunto, « mistica ». Ma questa « misticità » non impedisce, anzi esige, che, poi, il senso della religiosità venga meglio determinato nei suoi presupposti dottrinari. Se no, si avrebbe soltanto una « mistica dell'azione », buona per ogni scopo politico, anche contrario al Fascismo: non, una « mistica fascista ».
7) Cfr. B. GIULIANO, La formazione storica del Fascismo, nel volume Mussolini e il suo fascismo, a cura di CURI GUTKIND (ed. italiana, Firenze, 1927): « E' un fatto innegabile che il Fascismo ha ridato al popolo italiano il sentimento di Dio. L'Italia si avvia verso una restaurazione religiosa » (pp. 142 ss.). Per le difficoltà, invece, in cui si trova il Nazismo in Germania per questo lato, v. F. FEDERICI, Nazionalsocialismo (Treves, 1937), PP. 137 ss., e M. BENDISCIOLI, La Germania religiosa del terzo Reich (Morcelliana, Brescia, 1941).
8 ) Il vecchio contrasto, dunque, fra il « temporale » e lo « spirituale » va inteso in questo nuovo significato, per cui nel temporale è incluso anche lo spirituale, limitatamente all'esistenza storica, o mondana che dir si voglia; e per spirituale si ha da intendere la spiritualità pura, ossia la coscienza nella sua pura interiorità. Non si tratta più, semplicemente, di una dipendenza del temporale dallo spirituale (il che è pur giusto): c'è una dipendenza, benché limitata, anche della spiritualità dalla temporalità, in quanto, per l'uomo che vive nel mondo, e finché vive nel mondo, la prima ha l'obbligo di affermarsi nella seconda. — Cfr. R. MURRI, L'idea universale di Roma (Bompiani, 1937): anche i fini dello Stato sono spirituali, ma di una spiritualità che si attua nel tempo e nell'esteriorità, laddove quella propriamente religiosa si attua nell'eternità e nella pura interiorità della persona (pp. 356 ss., 370 ss.). — Né deve fare difficoltà il carattere comune di totalitarietà e universalità dei due punti di vista: quel carattere è comune a tutte le forme della spiritualità. Forse che l'arte, la filosofia, la scienza stessa, non vogliono, in quanto tali, tutto l'uomo, tutta la sua anima? Questi contrasti, anzi, sono proprio essi che dànno il senso vivo, drammatico, dell'esistenza; e si risolvono in un modo solo : non annullandoli, anzi vivendoli e potenziandoli al massimo, nel pensiero e nell'azione, in sé e fuori di sé.
9) Cfr., oltre gli autori già citati, A. SOLMI, Stato e Chiesa (Mondadori, 1939). Si rivela del tutto incapace di una soluzione dialettica, ossia intelligente e storica insieme, il famigerato don L. STURZO nella sua opera L'Eglise et l'État (Paris, 1937). Questa è la sorte di quanti non comprendono e non vivono in profondità il complesso dei problemi spirituali suscitati dalla Rivoluzione fascista in seno al mondo contemporaneo.
10) Questo punto è colto bene nel vol. di F. Burzio, Il demiurgo e la crisi occidentale (Bompiani, 1933): « Per sognare e vivere insieme, unica propedeutica è il distacco: esso solo permette alla politica di coesistere con la religione » (pp. 56 s.). Il motto del demiurgo è: possesso con distacco. Ma, poi, si esaurisce in considerazioni estrinseche, verso un dilettantismo o virtuosismo di carattere estetico-edonistico.




Rispondi Citando