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    Predefinito Serbia-Kosovo: approfondimenti sulla guerra e le menzogne che l'hanno supportata

    A parte l'esordio, francamente banale e non condivisibile, il resto dell'articolo mi sembra molto interessante.

    Bufale belliche: il caso Kosovo - Pino Cacucci

    Kosovo, ovvero: come la Nato realizzò il sogno di Enver Hoxa. Se mai volessimo l'ennesima conferma storica che stalinismo e nazismo traggono linfa da radici comuni, l'Uck sarebbe l'esempio odierno più concreto. Viviamo in un'epoca nella quale sia il progetto di Hitler - dominare il mondo - che quello di Stalin - controllare cuori e menti degli esseri umani - sono stati portati a compimento non da una singola nazione o alleanza di stati, bensì dal coacervo di imprese transnazionali che chiamano questo incubo "globalizzazione", mentre il mezzo con cui lo concretizzano, il "neoliberismo", è in sé una contraddizione in termini: mai il mercato è stato meno libero, perché ferreamente controllato e spietatamente escludente, capillarmente a senso unico (come sostiene da anni Noam Chomsky, "il neoliberismo è una ricetta i cui propugnatori impongono alle proprie vittime ma si guardano bene dall'adottare").
    Tornando agli albori di quello che , all'apparenza, sembrerebbe un assurdo storico - la convergenza di intenti tra il dittatore staliniano Hoxa e la Nato - va ricordato che l'Uck è in fondo una creatura del dittatore albanese deceduto nel 1985, fu lui a vagheggiare la "Grande Albania" - sebbene il progetto fosse già caldeggiato dal governo collaborazionista durante l'occupazione fascista - e a organizzare, armare e sovvenzionare il primo nucleo di "guastatori" kosovari albanesi, negli anni che lo vedevano acerrimo nemico di Tito e della Yugoslavia fermamente antistalinista (anche se per motivazioni tutt'altro che libertarie...). La memoria cortissima dei nostri mezzi d'informazione ha ignorato alcuni illuminanti reportage pubblicati in epoca non sospetta dal... "New York Times", cioè lo stesso giornale che più tardi avrebbe capeggiato la campagna in favore dell'intervento "umanitario". Nel 1982 l'inviato David Binder descriveva una situazione con termini sorprendentemente simili rispetto a quella che diciassette anni dopo avrebbe scatenato la guerra, ma diametralmente opposta: la minoranza serba risultava vittima di ogni sorta di soprusi da parte della maggioranza albanese, mentre il governo centrale si guardava bene dall'intervenire per non alimentare il nazionalismo di entrambe le parti e non fornire pretesti alla bellicosità di Tirana. Scriveva Binder il 9 novembre dell'82, dopo l'ennesima aggressione con tentativo di bruciare vivo un bambino serbo: "Incidenti di questo genere hanno spinto molti degli abitanti del Kosovo di origine slava a fuggire dalla provincia, favorendo così la richiesta dei nazionalisti di un Kosovo etnicamente puro e albanese. Secondo le stime di Belgrado, 20.000 serbi e montenegrini hanno abbandonato per sempre il Kosovo dopo i tumulti del 1981". Riguardo i quali, il NYT del 28 novembre pubblicava quanto segue: "In una spirale di violenza iniziata con gli scontri all'università di Pristina nel marzo 1981, un gran numero di persone sono state uccise e centinaia ferite. Con frequenza settimanale, si sono registrati casi di stupri, incendi, saccheggi e sabotaggi con lo scopo di espellere dalla provincia gli slavi ancora rimasti nel Kosovo". Nel 1986 un altro inviato, Henry Kamm, riportando il clima di aggressione ai danni degli "slavi" (serbi e montenegrini) sottolineava che le "autorità comuniste locali, di etnia albanese" coprivano i crimini dei nazionalisti. Considerando che dall'altra parte della frontiera Enver Hoxa finanziava i gruppi paramilitari, embrioni del futuro Uck, il NYT non aveva remore nel descrivere la situazione. Va ricordato che risale ad allora la coniazione del termine "stupro etnico", largamente usato dai kosovari albanesi ("comunisti", a quei tempi) per "convincere" i serbi ad abbandonare terre e case. Binder tornò in Kosovo nel 1987, e l'11 gennaio scrisse: "Gli albanesi nel governo locale hanno dirottato fondi pubblici e modificato regolamenti per impadronirsi di terre appartenenti ai serbi, sono state attaccate chiese ortodosse, hanno avvelenato pozzi e bruciato raccolti. Molti giovani albanesi sono stati istigati dagli anziani a stuprare le ragazze serbe". Difficile liquidare tutto questo come "vittimismo serbo": gli archivi del NYT non sono stati colpiti da missili intelligenti e chiunque, magari nella sua prossima vacanza nella Grande Mela, può andare a verificare. Milosevic fu molto abile nello sfruttare l'esasperazione della minoranza serba per raccogliere voti (giurando alla folla che non avrebbe mai più subìto soprusi e violenze dalla maggioranza albanese), ma non dovette faticare granché, vista la serie di orrori praticati per anni con quotidiano accanimento dai giovanotti che propugnavano la Grande Albania e ammiravano Enver Hocha. Gli stessi che anni dopo sventoleranno bandiere a stelle e strisce, con notevole capacità di trasformismo politico.

    Orfani del satrapo di Tirana, i nazionalisti specializzati in stupri e saccheggi hanno trovato, un bel giorno, il più potente protettore che il destino potesse loro riservare: George Tenet, direttore quarantaseienne della CIA. Tenet viene da una famiglia albanese, sua madre fuggì "dal comunismo" (quello di Hoxa) a bordo di un sommergibile inglese, e nel luglio del '97 è diventato uno degli uomini più potenti del mondo per volere di Clinton, che lo ha messo a capo della centrale di spionaggio statunitense al termine di una carriera folgorante e con il compito di ristrutturarla a fondo. Da allora, George Tenet ha lavorato in modo assiduo per gli ex connazionali. E ha individuato nel Kosovo il punto nevralgico di una strategia che con i nazionalismi non c'entra nulla, ma che riguarda esclusivamente il controllo delle risorse energetiche e la destabilizzazione dell'Unione Europea all'indomani del varo dell'Euro, per fiaccare sul nascere l'unica potenza economica in grado di impensierire quella statunitense (prima o poi toccherà alla Cina, già "avvisata" proprio durante la guerra contro la Yugoslavia). Gli oleodotti e i gasdotti che dalla Russia e dall'Iran - via Mar Nero-Romania-Serbia - avrebbero potuto rendere meno dipendenti i paesi dell'Europa mediterranea dai giacimenti del Mare del Nord (controllati da Gran Bretagna e Stati Uniti, il che spiega esaurientemente l'atteggiamento di Blair al riguardo), sono tornati lettera morta. Washington considera il Caucaso parte della sfera di intervento Usa e Nato, e ha sostenuto la costruzione dell'oleodotto Baku-Supsa (in Georgia) proprio per tagliare fuori la Russia diminuendone l'influenza geopolitica nell'area: l'apertura è avvenuta dopo una serie di manovre militari congiunte tra Azerbaigian, Ucraina e Georgia in un piano di alleanze che comprende anche la Moldavia, collegata alla Nato tramite la "Nato Partnership for Peace" (Orwell ci ha insegnato che non può mai mancare la parola "pace" quando si tratta di scatenare guerre...).
    Ma dal Vietnam in poi, è assodato che prima di far decollare i bombardieri occorre conquistare l'opinione pubblica, compito non certo difficile, considerando la pressoché totale inesistenza di organi d'informazione indipendenti in grado di incidere in profondità sulle coscienze (anche a questo riguardo, si veda l'illuminante produzione di Noam Chomsky, in particolare "Manifacturing Consent", "La fabbrica del consenso", scritto in collaborazione con Edward S. Herman). E così, è stato messo a capo dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) il famigerato William Walker (senza che nessun giornale si chiedesse perché un nordamericano dovesse mai comandare un organismo prettamente europeo). Fatalmente omonimo dell'avventuriero che invase il Nicaragua nel 1855 per conto della multinazionale Vanderbilt, Walker ha un curriculum degno del compito assegnatogli. Entrato in "diplomazia" nel 1961, specialista di questioni latinoamericane, iniziò la carriera come funzionario in Perù, quindi assegnato al Dipartimento di Stato nell'ufficio per l'Argentina, e a Rio de Janeiro tra il '69 e il '72 durante la sanguinosa dittatura di Garastazu Medici, la prima di un'assidua frequentazione di gorilla genocidi sud e centroamericani. Tra il '74 e il '77 Walker diresse la sezione politica dell'ambasciata Usa in Salvador, ai tempi delle famigerate formazioni paramilitari di "Orden", addestrate dalla CIA e dai Berretti Verdi. Nell'82, con Reagan, lo spedirono in Honduras, paese strategico in funzione anti-Nicaragua sandinista, dove vennero dislocati i contras. Lavorando in stretto contatto con il colonnello Oliver North, quello dello scandalo Iran-Contras per i fondi occulti al terrorismo antisandinista (una covert action in cui ebbe un ruolo notevole l’allora giovane Osama bin Laden, ingaggiato dalla Cia e incaricato dei contatti con l’integralismo islamico, poi armato e finanziato in funzione antisovietica in Afghanistan), Walker ha frequentato a quei tempi persino Felix Rodriguez, istruttore di reparti speciali dal Vietnam all'America Latina, che interrogò Ernesto Che Guevara dopo la cattura a La Higuera e trasmise l'ordine di ucciderlo. Nonostante il successivo scandalo dei fondi, con Walker che compare in ben 13 passi del rapporto della commissione d'inchiesta, la sua stella non sarebbe mai tramontata. Nel 1988 fu nominato ambasciatore in Salvador, dove, l'anno seguente, in occasione dell'elezione di Alfredo Cristiani a presidente, diede un party per festeggiarlo e invitò il maggiore Roberto D'Aubuisson, organizzatore degli squadroni della morte e mandante, tra gli innumerevoli eccidi, anche dell'assassinio del vescovo Oscar Romero. Quando il 16 novembre del 1989 i militari salvadoregni fanno irruzione nell'Università Centroamericana e massacrano i docenti gesuiti, Walker dichiara di non avere nulla da dichiarare... Nel '92 ha lasciato il Salvador per occuparsi di Croazia, e quindi del "Supremo" Tudjman, campione degli interessi Usa nei Balcani. Infine, è stato inviato in Kosovo, per creare i presupposti di un conflitto a scopo preventivo che limitasse una futura espansione economica russa - e di conseguenza anche iraniana - e permettesse agli Stati Uniti di costruire la più grande base militare nei Balcani - l'odierna Bondsteel, nei pressi di Orahovac - i cui lavori in corso sono di tale portata da dimostrare che le truppe Usa resteranno lì per secoli. Il pretesto all'intervento "umanitario" a suon di missili e proiettili all'uranio lo avrebbe inventato il 15 gennaio 1999 a Racak.

    Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della "guerra umanitaria", cioè la cosiddetta "strage di Racak", è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L'inviato del "Figaro" Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l'eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato "preso in giro dall'Uck" al pari degli altri giornalisti. Poi, anche "Le Monde" e "Liberation" hanno smascherato l'inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell'Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell'Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio "appariva del tutto normale". L'indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell'Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c'erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell'inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell'Uck proprio a Racak?. L'articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di "uccidere la loro notizia"... Il mondo fece come gli osservatori dell'Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l'inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.

    Michel Chossudovsky, docente di economia presso l'Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto "Esercito di Liberazione del Kosovo", Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999:
    "Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove "combattenti per la libertà" (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (...) L'Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l'Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell'eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (...) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l'embargo. L'Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l'acquisto di armi e hanno consentito all'Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l'Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell'esercito yugoslavo. (...) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano "matrimonio di convenienza" con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l'obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese".
    La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia "guerre sante" contro la droga - spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia - usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l'arroganza di concedere o negare "certificazioni" a questo o a quell'altro paese... compreso il Messico.
    Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, "Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros".

    Riaffermare che "la verità è la prima vittima di ogni guerra", appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del "Los Angeles Times", cioè di un organo tutt'altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla "strage di Racak", dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato "sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare" e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell'una o dell'altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell'esercito serbo a Pristina, aggiungendo "Non posso essere d'accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l'esodo dei profughi dal Kosovo. E' molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti". E il 20 giugno scrive: "Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un "intervento umanitario", una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall'interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E' sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa".
    E' anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall'altra, e non l'errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti "profughi scampati al bombardamento" giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall'inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà "il tragico errore". Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l'ordine di dichiarare il falso? E' assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe "accuse irrefutabili di testimoni oculari".

    Qualche mese dopo la fine dell'intervento "umanitario", persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi - fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell'Osce, che questi si sono scatenati dopo l'inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l'incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi - ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l'attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell'Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall'Uck perché considerati "collaborazionisti". Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l'altro si legge: "Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell'Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false".
    Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima "difficoltà" nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.

    Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall'informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l'ingresso della Kfor - cioè dei "liberatori" - e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all'aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni.
    "Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall'inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell'ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all'Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un'enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (...) Poi, con la ritirata dell'esercito, c'erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (...) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d'Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (...) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall'Albania. E' la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l'intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo".
    C'è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall'esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice:
    "Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto."

    La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili - si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra "umanitaria" in Kosovo non è stata assolutamente di tipo "convenzionale", cioè con l'uso di armi "previste" dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia - e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler "liberare" - sono stati impiegati proiettili e missili con testate all'uranio cosiddetto "impoverito" (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell'Onu, la Nato ha ammesso - il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan - di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all'uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch'esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si "distribuiscono" all'estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un'arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all'uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all'impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all'istante gli occupanti chiusi all'interno. Bruciando, l'uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell'atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E' stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all'uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 - quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico - addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l'Irak del 1991 che, per l'esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta "Sindrome del Golfo": molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un'esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l'inalazione e l'ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del '98 e l'aprile del '99, in una zona contaminata da proiettili all'uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari "liberati" che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa "guerra umanitaria", a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall'embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?

    Infine, l'Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all'inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo - prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività - l'Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro - poco più grande di due lattine di birra - viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per "questioni di sicurezza" (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l'altro, riposa ancora l'intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché "ufficialmente" gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale...).

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    Predefinito Rif: Kosovo: approfondimenti sulla guerra e le menzogne che l'hanno supportata

    Documento del "lontano" 86, scritto da un prete ortodosso serbo per denunciare la situazione già allora molto tesa del Kosovo. Al di là dei toni un po' nazionalistico-religiosi, direi che la sostanza storica e politica è molto interessante. E il peggio ovviamente doveva ancora avvenire.


    La Chiesa serba
    nei tragici eventi del Kosovo

    di
    Dimitrije Bogdanovic
    15 aprile 1986



    Già da molti anni in Kosovo si combatte una guerra contro il popolo serbo. Dopo un periodo relativamente breve di libertà (1919-1941), le espulsioni in massa dei Serbi sono riprese nell'aprile 1941, sotto la bandiera dei conquistatori italiani, tedeschi e bulgari, e da allora le violenza perpetrate contro la popolazione serba non sono cessate. Al Kosovo viene applicato un piano di albanizzazione che presuppone l'annientamento della popolazione serba presente in quel territorio con l'aiuto di tutto l'arsenale del genocidio: omicidî, espulsioni, eliminazione della coscienza storica. Si tratta di una guerra di conquista il cui scopo è di impadronirsi delle terre serbe, di occupare o annettere il Kosovo e la Metohija, la Serbia meridionale, poi la vallata della Moldava, e, dall'altra parte, la vallata del Vardar, in altri termini tutta la regione centrale dei Balcani, per crearvi uno stato nuovo, a favore di una grande Albania, che modificherà la carta della penisola balcanica, proprio come si era prospettato all'epoca del congresso di Berlino e della creazione della Lega albanese di Prizren (1878).



    L'igumena Ilarija, costretta, per difendere il suo monastero (della Santissima Trinità, a Musutiste) dagli attacchi albanesi, a imbracciare il fucile



    L'imperialismo albanese ha saputo utilizzare tutti i movimenti politici e sociali che sono apparsi tra le due guerre mondiali, nel corso della seconda e anche dopo, ivi compreso il movimento internazionale operaio. Ha saputo approfittarne e sfruttare il loro appoggio per la realizzazione del suo programma. Non c'è giustificazione all'ignoranza o alle illusioni che circolano a questo proposito. Sarebbe soprattutto insensato continuare a chiudere gli occhi davanti a questa mistificazione politica odiosa che consiste nel trasformare gli strumenti dell'eguaglianza dei diritti delle nazioni in strumenti di assoggettamento nazionale della maggioranza da parte della minoranza, del popolo serbo da parte dell'etnia albanese.

    In tutti questi "fatti" - è così che il nostro linguaggio politico definisce, con un eufemismo evidente, la tragedia del popolo serbo in Kosovo - la Chiesa serba ha un ruolo importante, ed anche eccezionalmente importante. Quasi sempre essa è la prima a farne le spese. Le sue basiliche, i suoi monasteri e i suoi beni, e così pure i suoi sacerdoti, i suoi monaci e i suoi vescovi, sono sempre stati i primi a subire i maltrattamenti e l'umiliazione, ogni volta che si verificava una "escalation", una nuova offensiva dell'imperialismo albanese. Così facendo, il nemico non commetteva errori nella scelta dei suoi obbiettivi; mostrava lui stesso che la Chiesa serba fa parte in modo inalienabile, sia da un punto di vista spirituale che morale, dell'identità nazionale del popolo serbo, che essa è il pilastro ed il bastione della sua sopravvivenza. Non è mai stata intrapresa una guerra contro i Serbi senza un'aggressione contro la Chiesa serba. Non si tratta dunque di un atteggiamento della Chiesa con cui essa si imporrebbe da sé, senza esservi chiamata, come attore politico degli "avvenimenti" del Kosovo; non si tratta di un qualunque "clerical-nazionalismo" serbo. Fin dall'inizio la Chiesa serba è stata il bersaglio dell'aggressione grande-albanese, come pure è stata il bersaglio di tutte le aggressioni contro l'integrità del popolo serbo.

    Cercherò di spiegare alcune circostanze fondamentali senza le quali, secondo me, non si potrebbe comprendere il ruolo della Chiesa nei tragici eventi del popolo serbo in Kosovo. Non si tratta solo del fatto che la Chiesa è il principale bersaglio degli attacchi più gravi contro il popolo serbo, ma anche della possibilità di adottare un atteggiamento attivo nei confronti di questo destino, nei confronti di queste sventure. Si tratta di una tragedia integrale, di una tragedia che non riguarda solo regioni limitate o periferiche, ma che tocca l'essenza del popolo serbo, qualunque sia il luogo in cui noi viviamo.

    A questo punto dovrò interpellare la storia, senza la quale non si potrebbe capire nulla di ciò che riguarda il Kosovo. Sarebbe una fondamentale illusione - un male immenso - trascurare i fatti che, nel corso dei secoli, hanno portato a ciò che succede oggi, perché non si tratta di un passato che se n'è andato, che si è calmato, ma di avvenimenti vivi, che agiscono ancor oggi, anche se sono iniziati due o tre o più centinaia di anni fa. È senza dubbio abbastanza difficile per l'osservatore europeo capire la presenza di questo passato negli avvenimenti, nei conflitti e nelle crisi della nostra epoca. Ma per i nostri destini balcanici, e in particolar modo per il destino del popolo serbo (non solamente in Kosovo) è questa una verità fondamentale ed assoluta. Ciò che è stato chiamato la "contro-rivoluzione" del 1981 in Kosovo non ha per nulla segnato un inizio. Ciò che si è verificato nel 1981 era prevedibile fin dalle insurrezioni del 1968 ed anche del 1944-45, e nel corso degli anni che precedono quest'ultima, cioè nel 1915-18 e nel 1913, senza parlare del genocidio e della confisca delle terre serbe prima del 1912.

    È pure necessario conoscere certe cose sul passato lontano del Kosovo e della Metohija per capire la natura conquistatrice ed imperialista della politica della "Grande-Albania" nei confronti del Kosovo e della Metohija. Questo passato remoto mette in luce le radici della chiesa serba in questa regione e le motivazioni che giustificano il suo atteggiamento di difesa del popolo serbo; innanzitutto, il territorio che il nazionalismo albanese vorrebbe conquistare è stato popolato da Serbi nel VII secolo, mentre gli antenati degli odierni albanesi, a quel tempo tribù storicamente anonime di pastori nomadi, le cui origine sono oscure da un punto di vista etnico, si trovavano lontano da là. Secondo le fonti storiche dei secoli XIII e XIV, il 98% della popolazione del Kosovo e della Metohija era serbo e gli Albanesi si dividevano il rimanente 2% con i Greci, i Valacchi, i Sassoni ed altri che erano tutti più numerosi. Queste terre verso la fine del XII secolo facevano parte dello Stato dei Nemanjici; poi, come territorio serbo densamente popolato, esse vi si sono mantenute in tutta l'epoca della dinastia dei Nemanjici.

    È proprio in tale epoca che si è sviluppato il centro della vita spirituale e della cultura del popolo serbo nel Medio Evo; è qui che la Chiesa serba aveva i suoi monasteri, e anzitutto la sede del suo Arcivescovado, poi del suo Patriarcato, a Pec. È qui che hanno visto la luce le grandi realizzazioni della cultura serba, con le quali essa è entrata nella civiltà europea e che sono annoverate tra il tesoro della cultura mondiale. È qui che è stata creata la letteratura serba, in comunicazione viva con gli altri centri spirituali della Serbia, da Hilandar fino a Studenica e a Mileseva. Senza tutto questo non è possibile parlare del popolo serbo nel Medio Evo, ed è proprio attraverso tutta l'eredità appena adesso indicata che questa regione ha preso posto come territorio essenziale nelle costituzione storica della nazione serba. È stato finalmente accertato che il colpo portato a questa terra serba dall'irruzione e dall'invasione dei Turchi Osmanli, con tutte le conseguenze nei secoli a seguire, è stata l'origine di molte sciagure e catastrofi nazionali.

    L'integrità del popolo serbo e delle sue terre è stata per la prima volta messa in questione quando è stato minacciato il carattere etnico serbo del Kosovo. È la loro posizione geografica e strategica ("Chi detiene il Kosovo detiene i Balcani") che ha conferito al Kosovo e alla Metohija, già nel XV secolo, un posto importante nei piani dell'imperialismo ottomano. L'islamizzazione di questa regione inizia allora attraverso una colonizzazione da parte del popolo turco (con le sue guarnigioni e le sue città). Più tardi, e in particolar modo a partire dal XVI secolo, continuerà con una colonizzazione da parte degli Albanesi islamizzati, dapprima nella Metohija e poi nel Kosovo, e anche oltre. Il movimento di queste correnti migratorie della colonizzazione albanese riveste un carattere di distruzione pianificata e di accerchiamento del popolo serbo in quanto protagonista della resistenza anti-ottomana.

    Nel corso del XIX secolo, dopo le vittoriose insurrezioni serbe nel pasaluk di Belgrado del 1804 e del 1815, tutto questo processo riveste un carattere di espulsione pianificata e metodica dei Serbi, e presenta tutte le caratteristiche del genocidio. Dal XVII secolo il rapporto demografico ha iniziato a deteriorarsi in modo minaccioso: i privilegiati albanesi da poco venuti spezzano le compatte comunità serbe, e si impadroniscono passo dopo passo del paese, al punto che alla metà del XIX secolo, e soprattutto dopo il Congresso di Berlino, si può già parlare di una maggioranza albanese su questo territorio - benché ciò non accadesse ancora in tutte le sue parti e nelle misure che vediamo oggi. Tutto ciò significa che le sventure del Kosovo sono iniziate già nel XVII secolo e soprattutto nel XVIII, che questo processo è andato estendendosi nel corso del XIX secolo e che entra, oggi, in un tentativo finale per cacciare definitivamente il popolo serbo da questo territorio.

    Le disgrazie della Chiesa serba in Kosovo e nella Metohija cominciano con le disgrazie del popolo serbo in tutti i momenti fondamentali. Fu così subito dopo la battaglia del Kosovo del 1389: è in quel momento, nei primi anni che seguono l'ecatombe del campo del Kosovo, che sono iniziate stragi e carneficine. Il conquistatore turco non aveva misericordia. Picchiava "sulla testa e sulle membra". Le condizioni di sopravvivenza per la Chiesa serba divennero durissime. Il Patriarca si ritirò nella Serbia della Morava, nella "Despotovine", cosicché, tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI, l'organizzazione della Chiesa serba conobbe la sua più grave crisi.

    Il ripristino del patriarcato di Pec nel 1557 mette la Chiesa serba di nuovo, ma per un periodo limitato, in grado di veicolare la spiritualità organizzata del popolo serbo, in assenza di guide politiche - in posizione, dunque, di protezione e di guida. Nello stesso tempo, la Chiesa serba è esposta alle pressioni, alle brutalità e al terrore cronico con cui il potere ottomano tentava di eliminare l'emergere di aspirazioni alla libertà nella popolazione. Nel corso di questi 200 e più anni, fino alla soppressione del Patriarcato nel 1776, la Chiesa serba subisce colpi, ma resiste.

    Si sforza di preservare tutti i centri e tutte le testimonianze della spiritualità, il che significa, anche, la coscienza storica del popolo serbo, il patriarcato di Pec con i monasteri, le sante reliquie, gli oggetti di culto serbi, i beni della Chiesa esposti alla confisca e al saccheggio, l'eredità della parola scritta, vestigia della ricca vita letteraria dei serbi nel Medio Evo, quei testi che contengono i principali ricordi serbi, la memoria essenziale della Chiesa e del popolo: la vita dei santi ed i loro uffici, le lodi e le lamentazioni, gli annali e le genealogie, e tutti gli scritti. Preservando e coltivando la vita liturgica e i culti delle reliquie dei monarchi e dei santi serbi, la Chiesa influì sul mantenimento della coscienza del popolo, che sapeva così di aver posseduto uno stato libero cristiano, che sapeva dove l'aveva avuto e che sapeva che valore avevano le carte e i documenti del suo paese.

    Tuttavia la Chiesa ha pagato caro questo sforzo: con le vite dei suoi patriarchi e dei suoi vescovi, dei suoi preti, dei suoi monaci e delle sue monache - con il suo martirio. Le fonti storiche, dal XVIII all'inizio del XX secolo, offrono una testimonianza quasi incessante dei drammi del popolo serbo ed anche del martirio della Chiesa. Nei rapporti dei cattolici romani presso la Congregazione romana per la propaganda della fede già nel XVII secolo, ed anche nei rapporti del console serbo in Kosovo alla fine del XIX secolo e alla vigilia della guerra balcanica, non c'è estorsione commessa contro i Serbi ortodossi senza che i primi ad esser colpiti non siano la Chiesa ed il clero. Dalla bastonata all'uccisione, dal saccheggio alla distruzione, tutto è rappresentato e tutto rimane lo stesso nel corso di questa epoca interminabile. Questa monotonia del crimine è terrificante, ma allo stesso tempo questa solidarietà nel martirio della Chiesa con il suo popolo è esaltante.

    La missione della Chiesa non si manifestava però attraverso questi aspetti per così dire esterni della lotta per la sopravvivenza del popolo in Kosovo e nella Metohija (come in altri territori). Tutto lo sforzo della Chiesa e tutta la sua sofferenza si giustificavano con la trasmissione dei messaggi più elevati in ordine allo scopo della nostra esistenza che è "al disopra di questo mondo" e che ha più valore e più forza della storia stessa. Nei testi e nei canti della Chiesa, come nelle canzoni epiche, la cui ispirazione ecclesiale è evidente; nelle sue prediche e nei suoi discorsi, nella sua opera spirituale in seno al gregge; nelle preghiere dei monaci e nella loro rinuncia, era sempre sottolineato il valore eterno di una cultura spirituale che, una volta acquisita con il battesimo dei Serbi nel IX secolo e rinnovata e diffusa con il movimento di san Sava nel XIII secolo, ha sempre avuto la necessità di rinnovarsi e di riconfermarsi.

    Il suo trionfo spirituale sta in quello che noi chiamiamo "la scelta del Kosovo": non si tratta di una glorificazione delle morte e della disfatta; al contrario, si tratta di una superiorità dello spirito, del sacrificio, dell'amore e della vita. È in realtà il grande messaggio della risurrezione del Cristo, quel messaggio e nient'altro. Nella risurrezione del Cristo si trovano tutto il senso e tutta la ragione della scelta del Kosovo per il Regno dei cieli. È con questa eredità spirituale che la Chiesa visse ed operò nei tempi oscuri della schiavitù e delle estorsioni turche in Kosovo e nella Metohija; la sua volontà era che questo popolo non dimenticasse cosa esso è, in che cosa consiste il suo vero essere e dove si trovano le forze di cui ha bisogno per resistere alle tentazioni della storia: in ciò che è più forte della storia.

    Lo scopo della Chiesa è stato, e così doveva essere, salvaguardare l'integrità spirituale del popolo, e ciò vuol dire, prima di tutto, la sua coscienza e la sua morale. È così che si è formata questa considerevole forza di resistenza che, in funzione delle reali circostanze storiche, si è manifestata in maniera tangibile ed attiva, e anche in modo politico. Non è proprio possibile trascurare il fatto che il popolo serbo, nella sua grande massa, non si è lasciato islamizzare, contrastando la forte attrattiva che esercitavano i privilegi che potevano acquisire i nuovi musulmani e che effettivamente hanno acquisito con abbondanza gli albanesi islamizzati a scapito della raja cristiana (la percentuale dei Serbi del Kosovo e della Metohija islamizzati e albanizzati non fu molto alta e, a dispetto delle grandi pressioni ed estorsioni, si attesta tra il 2 e il 3 %). Ciò significa che alcuni valori dello spirito, la dignità e la morale della persona e del popolo nella sua totalità, nella sua "collettività", pesavano di più di tutti i benefici terreni. E ciò vuol dire che erano più forti della morte stessa. Senza tutto questo, non sarebbe stata raggiunta la libertà nazionale nel XIX secolo. Non si sarebbe conservata l'identità nazionale del popolo serbo senza questa energia spirituale che la Chiesa alimentava con tutti i suoi insegnamenti sull'onestà e la giustizia, sull'umanità e le virtù dell'amore, della fede, della speranza, della saggezza e dell'autocontrollo.

    La Chiesa serba in Kosovo e nella Metohija accolse la liberazione nazionale del 1912 resistendo alle tentazioni di concepire questa libertà come un'occasione per una sua espansione, per un rafforzamento della fede cristiana ortodossa non fondato sulla libertà di coscienza. Ci ricordiamo i tentativi fatti a Pec nel 1913, sotto l'amministrazione montenegrina e su iniziativa del potere locale, per forzare i musulmani albanesi a ricevere il battesimo. Questo tentativo è stato stroncato sul nascere e condannato nel modo più severo possibile. Idee simili sono emerse dopo la prima guerra mondiale e tendevano, almeno in certi casi, a "reintrodurre" le condizioni di una volta, e "far tornare" il popolo tempo addietro islamizzato alla cristianità, all'Ortodossia, ed anche alla serbità. È proprio grazie all'atteggiamento della Chiesa serba che questi tentativi si sono scontrati con la condanna più severa e che sono stati sventati.

    Ciò che la Chiesa difendeva in questo modo non erano solo i diritti elementari dell'uomo e della sua libertà di coscienza, era anche la propria integrità spirituale che poteva essere più minacciata dall'interno che dall'esterno. Riguardo agli Albanesi, la Chiesa predicava "la pace, la tolleranza e la fraternità ", il perdono per le estorsioni e non la vendetta o la punizione. Essa rendeva omaggio alle buone azioni fatte, ed appoggiava gli esempi positivi di comportamento leale dei vojvode di Rugovo e di Decani nella difesa dei diritti dei beni dei monasteri e della popolazione, in conformità alle usanze e alle assicurazioni dei firmani dei sultani che una volta, e soprattutto nel corso del XVIII secolo, tentavano di assicurare da Costantinopoli la legalità e l'immunità della Chiesa e dei beni della Chiesa in Kosovo e nella Metohija.

    Con l'avvento della libertà nel 1918, le sciagure della Chiesa non sono purtroppo cessate in queste regioni. Il suo rinnovamento si scontrava con grandi difficoltà, con conflitti "permanenti" con i vicini albanesi, a motivo dei danni alle colture e alle foreste. I monasteri del Kosovo e della Metohija devono ora battersi contro l'incomprensione, la cattiva volontà e la corruzione del nuovo potere. Gli archivi di Decani, per esempio, sono pieni di documenti in cui si può vedere che le traversie non erano cessate, e che in certi momenti erano anche raddoppiate, quando la popolazione albanese era protetta, a danno della Chiesa, dalle autorità statali, locali o distrettuali, molto più spesso di quanto si potrebbe supporre.

    I vent'anni del Regno sono pieni di conflitti per la difesa dei diritti di proprietà elementari e dell'influenza della Chiesa serba in Kosovo e nella Metohija. Era pure necessario fare appello ai firmani dei sultani che, almeno formalmente, rispettavano i diritti elementari dei monasteri.

    La Chiesa si trovava, inoltre, esposta alle azioni terroristiche dei "Kacaki" albanesi fino al 1924, al punto che l'"alto Decani" doveva avere la sua guardia militare per respingere od impedire gli attacchi contro il monastero.

    Durante l'ultima guerra, l'espulsione dei Serbi e della Chiesa serba dal Kosovo e dalla Metohija ha assunto dimensioni notevoli. Gli incendi e le demolizioni delle chiese e dei monasteri ripresero, così come i saccheggi, le espulsioni e gli omicidi.

    Anche dopo la liberazione del Kosovo e della Metohija nel 1944, le sofferenze della Chiesa serba non sono purtroppo cessate. I proclamati principi di uguaglianza nazionale e di libertà di confessione avrebbero dovuto permetterle una ripresa pacifica e uno sviluppo nella libertà: la Chiesa serba è divenuta invece il bersaglio non solo dello sciovinismo albanese rinascente, ma anche di un comportamento fazioso da parte dei politici e degli organi del potere a tutti i livelli, da quello locale fino alle istanze superiori. Alle sciagure di sempre se ne sono aggiunte di nuove e ancora più gravi. Gli storici avranno il duro compito di studiare la situazione in Kosovo e quella della Chiesa serba nel periodo che segue il famoso "plenum" di Brioni del 1966. L'esperienza della Chiesa non fu positiva nel corso di questo periodo: in nessun caso si può dire che la Chiesa abbia goduto, in quanto istituzione del popolo serbo, di una qualunque protezione e soprattutto di un qualsivoglia privilegio. Al contrario, lo sradicamento dell'"egemonia grande-serba", che è stata proclamato come uno degli obiettivi principali della politica nazionale jugoslava dopo la guerra, presupponeva numerosi limiti alla vita e all'attività della Chiesa.

    Ma le vere e reali sofferenze sono iniziate dopo il 1966; non solo esse non sono state eliminate dopo il 1980, ma sono pure aumentate. La Chiesa è anche diventata il primo bersaglio dello sciovinismo albanese, esposta all'azione sorniona del nemico sul terreno, e al comportamento tutt'altro che benevolo, per non dire ostile, della autorità legali locali. Con i suoi rapporti, il vescovo della Raska e di Prizren informava con regolarità e senza veli il Sinodo dei Vescovi di tutte le forme di violenza cui la Chiesa fu esposta in questa eparchia.

    Ciò portò al passo che conosciamo, che la Chiesa intraprese rivolgendosi il 19 maggio 1969 al Presidente jugoslavo Josip Broz Tito. In una lettera ben documentata essa chiedeva la protezione del presidente della Repubblica. Il Concilio della Chiesa ortodossa serba constatava in quell'occasione che si era rivolto a più riprese per dei contenziosi agli organi competenti della Serbia ed anche al governo federale, ma che la situazione non era per nulla migliorata. "Talvolta queste violenze diminuiscono per rinascere altrove e in forma più acuta. Nel corso dell'ultimo anno ha assunto forme sempre più gravi. Non si tratta solo di distruzioni di semine nei campi o di distruzioni di foreste (dei monasteri di Devic, di Decani e di Gorioc vicino a Pec), di pietre tombali spezzate (Kosovska Vitina) ma anche di aggressioni contro persone, contro monaci e monache (nel monastero Binac vicino a Kosovska Vitina; a Musutiste vicino a Prizren; nel monastero di Devic, dove una ferita corporea grave è stata inflitta all'igumena dello stesso monastero; nel monastero di Decani dove è stato ferito con l'ascia un novizio; nel monastero di Gorioc, in cui si è colpito con una pietra in testa lo ieromonaco del monastero, ecc.), cosa che ha provocato l'esodo dei nostri fedeli da queste regioni."

    Nella sua risposta del 23 maggio 1969 Tito si rammarica per i gesti che sono stati citati nella lettera della Chiesa ortodossa serba e che "costituiscono una infrazione alla Costituzione della RSFJ". In quanto presidente della RSFJ, farà di tutto "affinché siano impedite le violenze e i crimini illegali, allo scopo di assicurare la vita libera e l'integrità di tutti i cittadini ed anche la tutela dei loro beni". Ragion per cui Tito ha fatto giungere al governo della RS di Serbia la lettera della Chiesa ortodossa serba con il suo punto di vista "sulla necessità di prendere delle misure drastiche per la difesa della legalità".

    Tuttavia non solo il resoconto dell'Assemblea fatto nel 1982 e pubblicato nel Glasnik n° 7/1982 (in cui si trova anche la corrispondenza scambiata con il Presidente della Repubblica), ma anche tutti i resoconti fatti fino ad oggi, ivi compresi molti articoli di giornali e l'informazione pervenuta direttamente dalla popolazione e dai credenti, sono ricchi di dati sulla persecuzione ed anche sull'escalation della violenza e sulle aggressioni messe in atto contro la Chiesa ed il clero. Il quadro che se ne ricava è questo: nulla rimane sacro, si profanano le tombe, si aggredisce fisicamente, si disonorano donne giovani ed anziane e soprattutto monache, vengono bastonati i preti, i seminaristi e anche l'arcivescovo di Raska e di Prizren, ci si scaglia non solo contro gli uomini e contro il popolo di Chiesa, ma perfino contro il bestiame delle Chiesa, contro i beni della Chiesa, dunque contro il cibo stesso senza il quale non si può sopravvivere.

    La crisi dei rapporti tra le etnie in Kosovo non è più un mistero, non lo è, soprattutto, per l'opinione pubblica jugoslava che non si chiede più quale sia la vittima di questo odio nazionale, dello sciovinismo e del genocidio. La vittima è il popolo serbo, che non invoca e non aspetta altro che l'uguaglianza e la libertà in uno Stato di popoli e di nazionalità libere ed eguali. È il popolo a chiedere la pace e l'uguaglianza. Non nutre spirito di vendetta, vuole solo avere il diritto di rimanere e di lavorare sulla terra dei suoi avi. Nonostante tutte le dichiarazioni fatte, la situazione in Kosovo non è migliorata fino ad ora; mancano, inoltre, le condizioni per una vita ed un lavoro pacifici dei Serbi e soprattutto per il ritorno degli "espulsi". La Chiesa condivide il destino del popolo ed il suo ruolo è particolarmente importante e delicato. È interessante notare che nelle informazioni che si danno e tra le conclusioni stereotipe che si traggono si sente sempre più spesso un apprezzamento negativo in ordine alla pretesa risurrezione del "clerical-nazionalismo" serbo. Sembra che siano sottovalutati gli sforzi onesti fatti dalla Chiesa per salvaguardare tra i Serbi del Kosovo la coscienza nazionale, la volontà di vivere e di sopravvivere sulla propria terra.

    Che cosa può e deve fare la Chiesa e quali sono le prospettive della sua azione in Kosovo e nella Metohija?

    (1) La Chiesa deve e può combattere per la sopravvivenza dei Serbi in Kosovo, contro le espulsioni.

    Essa deve esercitare la sua influenza sui fedeli ricordando loro i santi valori della tradizione e le forze spirituali di san Sava, essa deve incoraggiarli indicando loro le strade della speranza, quelle strade che nell'esperienza storica serba non sono mai state chiuse. Ma perché ciò possa essere realizzato su una base morale più solida, nell'attesa di un qualunque risultato, bisognerebbe ammettere che la questione della sopravvivenza dei Serbi in Kosovo non è una questione che riguarda solo i Serbi del Kosovo; che è una questione per tutti i Serbi. Bisogna che la Chiesa nel suo insieme, e non solo l'eparchia della Raska e di Prizren, operi in questo senso sviluppando la solidarietà, l'assistenza e la cooperazione di tutti i Serbi fuori del Kosovo con tutto quel popolo martire sottoposto alle violenze in questa regione. I Serbi resteranno in Kosovo solo se potranno godere, nella totalità della Serbia e della Chiesa serba, non solo della compassione ma anche di un reale sostegno sul piano morale o sociale e sotto tutti gli aspetti.

    (2) Ne deriva una esigenza importante: bisogna che la Chiesa ortodossa serba sia pienamente solidale con la sua eparchia della Raska e di Prizren; non bisogna ricadere in quei peccati di "feudalesimo confederale" di cui si parla molto e a ragione fuori della Chiesa. Il martirio della Chiesa e del popolo in Kosovo riguarda tutta la Chiesa serba e tutto il popolo serbo, e questo dovrebbe apparire non solo nelle parole, ma anche nei fatti e negli atti. Ecco perché mi permetto di far notare che al livello più alto della Chiesa si potrebbe fare molto più di quello che si è potuto fare e realizzare, molto più degli appelli individuali, per così dire privati, di gruppi di preti e di monaci della Chiesa ortodossa serba. La Chiesa può, e io penso deve, informare l'intera ecumene cristiana, e in particolar modo ortodossa, ed anche tutto il mondo civile, di quello che succede a lei ed al suo popolo, in Kosovo. Un "Libro bianco" sul genocidio potrebbe essere preparato con facilità e pubblicato in alcune lingue straniere. Dovrebbe essere rivolto a tutte le Chiese ortodosse e a tutte le confessioni cristiane, ed anche all'opinione pubblica mondiale in genere, per informarle ed ottenere il loro appoggio.

    (3) La Chiesa serba deve continuare a lottare per la completa verità sul Kosovo e per il diritto a questa verità. Non si tratta di politica, sfera in cui la Chiesa, in base alla Costituzione, non deve entrare; sono realtà elementari. La difesa di questa verità e la tutela di questi diritti del popolo serbo, e infine della stessa Chiesa di questo popolo, non costituiscono una "politicizzazione" né un "clerical-nazionalismo", ciò dovrebbe risultare chiaro una volta per tutte. Non si può permettere che i diritti esistenziali siano messi in questione, né che la Chiesa sia paralizzata nell'esercizio di questi diritti da condanne di cattivo gusto riguardo ad una pretesa "politicizzazione".

    (4) In avvenire la Chiesa serba dovrà, seguendo l'esempio di tutta la tradizione della confessione e del martirio cristiani, predicare l'amore e non l'odio, il perdono e non la vendetta. Nei suoi rapporti con il popolo albanese, essa si sforzerà ad ogni costo di evitare che il sentimento della giustizia e della umanità, della magnanimità e della dignità del popolo serbo mai e a nessun costo vengano spenti. Non è una questione di tattica, è una questione vitale per una Chiesa vera ed ortodossa. L'esempio che fornisce a questo riguardo il vescovo Pavle di Prizren, devo sottolinearlo, è un esempio per tutti noi: sereno come un confessore e come un martire, nella sua fede e nell'amore del prossimo, nella resistenza ma anche nella fermezza, egli difende "ciò che appartiene a Dio", cioè l'anima e la coscienza dell'uomo. Che non si veda in ciò l'espressione di una debolezza: si tratta invece di una grande forza spirituale. Riflettiamo dunque sul Kosovo e su noi stessi in Kosovo in questa condizione di spirito, perché è questo il Testamento di ogni santità serba che vive in Kosovo, anche se noi lo trascuriamo, se lo cancelliamo o lo offendiamo.

    Ho parlato della Chiesa nelle avversità del Kosovo. Ciò vuol dire che parlo del Corpo della fede e della santità, dello spirito e dell'eternità in Kosovo. Prima di tutto, la Chiesa, ma anche noi abbiamo bisogno di questa convinzione evangelica che le porte degli inferi non prevarranno, che non bisogna temere, anche se il gregge di Cristo è piccolo, perché, a dispetto di tutto, la vittoria appartiene a Dio.

 

 

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