Due sono gli appellativi che in altri tempi venivano affibbiati ai perugini “Mangiafagioli” e “Mangialasche”. Del primo fa fede una strofetta popolare. un tempo assai nota. che recitava così: “Perugin mangiafagioli, più ne magna e più son boni, più ne mette nel pignatto, perugino mezzo matto!” Probabilmente l'origine di questo vecchio soprannome si doveva alla faclità di coltivazioene nelle nostre campagne di svariate qualità di tale legume, che magari accompagnato da una buona razione di pasta, o meglio ancora dalla saporita cotenna di maiale, costituiva un nutriente e assai appetitoso pastro proletario. La qualifica di “mezzo matto” non sappiamo a cosa si riferisse, forse al fatto che amando così tanto i fagioli ne andava addirittura matto... La fame atavica del popolo minuto, senza grandi risorse, si placava davanti alla sostanziosa delizia dei legumi stufati. D'altra parte, chi di noi non ha gustato, ancor oggi nelle fredde sere invernali, la voluttà ristoratrice di un abbondante piatto di “fagioli co' le cotiche” serviti in un bel coccio fumante? E' davvero piacevole lasciarsi scaldare lo stomaco, e un po' anche il cuore, da questa rustica e saporosa delizia che ci riporta alle antiche radici gastronimiche della nostra terra, e se lo nonne moderne che sappiano cucinare a dovere questa semplice pietanza cominciano a scarseggiare, per fortuna ci sono trattorie caratterstiche che ci servono un piatto di fagioli, buono proprio come quelli d'un tempo.

Per quanto concerne l'appellativo di “Mangialasche” esso, fin dai tempi più remoti, fu legato strettamente ai perugini che con questo nomignolo erano famosi in tutta l'Italia centrale. In effetti questo pesce, di cui il nostro popolo era evidentemente assai ghiotto, abbondava da sempre nel Lago Trasimeno, la cui vicinanza a Perugia rendeva facile il reperimento e a buon mercato l'acquisto. Il lago Trasimeno era noto, anche sulle antiche mappe, come il Lago di Perugia. La lasca è un pesce d'acqua dolce molto comune, piuttosto saporito, attualmente considerato come poco pregiato rispetto ad altri pesci più ricercati come il luccio, la regina e il persico. Quando i pescatori sportivi si scambiano notizie sul loro bottino di pesca, non è infrequente sentire discorsi come questo: “Ch'è preso stamatina? Ma sta zitto, che 'l pesce 'nn aboccava manco po' sbajo! Ho arportato giusto du laschine, porelline...” Come a dire roba da niente e pensare che nei tempi andati l'aver pescaro delle lasche era considerata una fortuna!

Il nome di questo pesce gli deriva nientemeno che dal longobardo “laska” che a suo volta aveva origine dal germanico “asche” col significato di “cenere” alludendo al colore grigio della sua pelle. Per distinguere una persona in ottima salute anticamente si usava dire “sano come una lasca” poiché la vivacità di questo pesce nelle acque lacustri faceva pensare ad una forma fisica perfetta. Persino Dante Alighieri cita questo pesce nella Divina Commedia, riferendosi alla costellazione dei Pesci che egli chiama la “celeste lasca”. Per restare ancora in ambito culturale, nel Cinquecento il letterarto Anton Francesco Grazzini, che fu fra i fondatori dell'Accademia della Crusca, si fregiò dello pseudonimo di Lasca, anche se nulla ebbe a che vedere con il territorio perugino. Per tornare ai nostri paraggi con il dialetto perugino, ormai sempre più desueto, si diceva “ce senti che lasche?!..” alludendo non ad una bella magiata di pesce, ma a sonori schiaffoni, dati di piatto e a dita strette. Pur essendo un tipo di pesce comune a molti specchi d'acqua dolce, pare che le lasche del Trasimeno fossero le più squisite d'Italia e pare che anticamente molti mercanti venissero dai territori circonvicini a comperare le lasche dai nostri pescatori e che o papi mandassero i loro emissari per imbandfire le tavole in Varicano per le importantu cene di magro come quella ad esempio del Giovedì Santo. Papa Leone X de' Medici, godereccio come solo i papi rinascimentali seppero essere, venne una volta a Castiglione del Lago, trattenedovisi alcuni giorni per pescare e magiare pesce a sazietà affermando poi che la lasca del Trasimeno, che egli appellava “la lasca perugina” era il boccone più ghiotto del mondo. In effetti, alcuni naruralisti sia italiani che stranieri, che vennero a studiare il nostro territorio, sostenevano che la delicatezza delle nostre lasche dipendeva dalle particolari alghe del Trasimeno di cui i pesci si cibavano e che davano alle loro carni un sapore speciale. E' quindi chiaro che una volta la lasca del lago era anche un affare commercialmente assai lucroso che portava ai laghigiani entrate assai cospicue.

Ripercorrendo a ritroso il cammino della storia fino al medioevo, vediamo che Perugia, tradizionalenete di fede guelfa come Firenze di cui fu sovente alleata, dovette spesso guerreggiare con città ghibelline come Todi, Città di Castello, Foligno, Spoleto, Siena ed Arezzo. Una particolare più spiccata rivalità tuttavia ci fu sempre con gli aretini che come si dice, non si potevano vedere... Fu durante una sfortunata scherrmaglia con Arezzo, che nel 1335, vennero catturati alcuni soldati perugini. Come accadeva spesso secondo l'usanza cruda di quei tempi, i malcapitati vennero impiccati sulla pubblica piazza e come estrema ignominia, essendo essi perugini, venne loro messa al collo una infilata di lasche. Non v' è dubbio che la vendetta non tardò a manifestarsi, viste le abitudini sanguinare dell'epoca, comunque alla notizia della sconfitta e dell'oltraggio ai suoi soldati, la cittadinanza di Perugia reagì bruciando in Piazza del Comune le bandiere di guerra strappate agli aretini in battaglie precedenti. Più o meno allo stesso periodo appartiene un episodi per fortuna più ameno, sempre a proposito di lasche.

Il popolo perugino sempre devoto ai suoi tre santi protettori, San Lorenzo, San Costanzo e Sant'Ercolano, era particolarmente affezionato alla figura di quest'ultimo, che alla metà del VI° secolo, fu vescovo della città durante l'invasione dei Goti di Totila, che assediarono lungamente la città, incoraggiando con preghiere e processioni il suo popolo a resistere, fino all'invitabile capitolazione e quando Il re barbaro entrò a Perugia, per prima cosa fece fu di decapitare il vescovo che aveva incitato tanto a lungo i perugini a resistere. L'esecuzione ebbe luogo sulle mura della città e tale fu il colpo dela scure del boia che la testa del povero vescovo schizzò di sotto. Nella Galleria Nazionale dell'Umbria che ha sede nell'antico palazzo dri Prori c'è tutt'ora una sala che conserva alcune parti di un bell'affresco del pittore quattrocentesco Benedetto Bonfigli, che raffigura proprio il momento della decapitazione di Sant'Ercolano. Successivamente all'evento, nel punto dove cadde il capo del vescovo martire, i perugini edificarono la chiesa di Sant'Ercolano che si appoggia proprio alle antiche mura. La cittadinanza usava ricordare nel giorno del martirio del suo santo prediletto ogni primo di marzo, giorno della sua morte, e in quel giorno in cui si svolgeva in città una festa solenne in onore del santo patrono. Per ricordarlo meglio, ad un certo punto, i perugini tramite i priori, ordinarono al pittore fiorentino Buonamico Buffalmacco un affresco per la facciata della chiesa intitola a Sant'Ercolano. Si trattava proprio del famoso Buffalmacco amico del Boccaccio, suo compagno di bagordi e di burle, che insieme ad un certo Bruno, viene più volte citato in alcune novelle del Decamerone, per le beffe ai danni del povero sciocco Calandrino. Anche in questa occasione Buffalmacco non smentì la sua fama di “toscanaccio”, sarcastico e buontempone.

Il pittore per applicarsi alla sua opera in tutta tranquillità aveva fatto coprire il palco su cui lavorava con tavole e cannicci, che nascondevano completamemte l'affresco alla vista dei passanti. Alcuni incaricati del Comune, che aveva fretta di vedere terminato il lavoro per la festa del patrono, non potendo vedere a che punto erano le pitture, pressavano giornalmente Buffalmacco per sapere a che punto fosse il lavoro. Inoltre la completa copertura della facciata della chiesa aveva suscitato una certa curiosità anche fra la gente e molti perugini usavano sostare davanti alla chiesa per chiedere al pittore o ai suoi garzioni, intenti a pestare i colori nei mortai, quando sarebbe stato pronto il lavoro. Al che Buffalmacco rispondeva “Sarà finito quando sarà finito!” Tale pressione doveva aver infastidito non poco il fiorentino, che decise in cuor suo di giocare un bello scherzo ai perugini troppo petulanti.
Or bene, l'affresco doveva rappresentare la glorificazione di Sant'Ercolano e la sua nobile figura vescovile doveva avere intorno alla testa un'aureola dorata che ne simboleggiasse la santirà, come era d'uso nelle pitture. Tale aureola doveva essere di stucco a rilievo, ricoperta di foglie d'oro battuto. Quando Buffalamacco ebbe finalmente terminata la sua opera, raccomandò che la copertura non venisse smontata per almeno tre giorni dopo che egli aveva finito il lavoro poiché, disse, il vento o la pioggia avrebbero portuto danneggiare lo stucco ancora fresco. Intanto il pittore andava in Municipio a finire di riscuotere la somma pattuita per l'opera, in moneta sonante, per poi tornarsene e tranquillo alla volta di Firenze. Passati i tre giorni raccomandati, i priori si recarono a scoprire finalmente l'affresco e trovarono con meraviglia prima, e disappunto poi, che il pittore aveva messo intorno alla testa del santo, in stucco e in rilievo una bella aureola dorata... fatta di lasche del Trasimeno. Così il salace fiorentino si era beffato della curiosità dei perugini “mangialasche”. E' un vero peccato che i tanti rifacimenti della chiesa che si trova tutt'ora alla confluenza fra Corso Cavour e viale Indipendenza, proprio sotto la cinta delle mura medioevali, alla base di quella che era detta allora la salita di Sant'Ercolano, poi trasfornata in una una lunga scalinata, non ci abbiano consentito di ammirare l'affresco della gloria del santo, opera di Buffalmacco, anche se non più con la corona di lasche, che fu prontamente rimossa e sostituita da una tradizionale aureola da santo normale...
Saputo tutto questo, perché non andare in riva a al Trasimeno, in uno dei tanto ristoranti tipici che offrono pesce fresco del lago e chiedere di assaggiare qualche lasca e verificare la bontà di questo cibo povero, oggiogiorno forse a torto, così poco apprezzato? Vale la pena di provare... per credere... Poi magari sappiatemi dire.