Rodotà: la solidarietà come dovere | Associazione Luca Coscioni

Il libro di Stefano Rodotà “Solidarietà, un’utopia necessaria” (Editori Laterza, 138 pagine, 14 euro) è talmente fitto di riferimenti costituzionali, italiani ed europei, di valutazioni giuridiche e morali, di riflessioni e di proposte che il solo modo per recensirlo in modo utile è sintetizzarlo per punti.

1) I primi tre articoli della Costituzione italiana non solo sono una base robustissima su cui poggiare i diritti, sociali e civili, ma imprimono ai principi di dignità, solidarietà ed uguaglianza un “carattere “trasformativo”, attraverso l’indicazione di comportamenti dinamici che devono essere tenuti da soggetti pubblici e privati. Articolo 1: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica,economica e sociale del Paese”.
2) Sottoponendo i diritti sociali alla condizione obbligante dell’esistenza dei mezzi finanziari necessari per renderli effettivamente operanti si fa una operazione culturalmente e politicamente regressiva perché l’innovazione istituzionale rappresentata dal principio di solidarietà e dai diritti sociali non ignora certo il problema delle risorse disponibili ma incide sulle modalità della loro distribuzione. Qui Rodotà riprende un tema di attualità del dibattito politico in corso: introdurre un reddito garantito, variamente articolato tra reddito minimo e universale, come il “revenu de solidarité active” introdotto nel 2009 in Francia. Ed avanza anche una proposta: “Stabilire per legge la riserva di una quota del PIL alla spesa sociale (con un minimo del 30%, per esempio)”
3) La solidarietà é affermata nel titolo IV della Carta dei diritti fondamentali della UE. Dunque, bisogna dire NO alla “Fortezza Europa”, al rifiuto dell’altro che si tinge di razzismo e xenofobia, dando spazio all’argomento che sottolinea la necessità di riservare le risorse disponibili ai soli cittadini dello Stato”. Qui la riflessione di Rodotà si fa molto coinvolgente. Dopo il richiamo al cristianesimo delle origini, che invita ad “amare lo straniero”, e la citazione di Habermas (solo la solidarietà può liberarci dall’odio fra paesi creditori e paesi debitori, che sta alla radice dell’attuale crisi europea), Rodotà ci richiama alla realtà dura dei migranti, che fuggono da luoghi dove sono loro negati cibo e lavoro ed è in gioco la loro stessa vita per le persecuzioni basate sulla etnia, la religione, le opinioni. Dunque, l’obiettivo deve essere l’inclusione, non l’esclusione.
4) La solidarietà deve animare di sé anche altre realtà. La famiglia non deve diventare ”un rifugio in un mondo senza cuore”, escludendo le unioni di fatto e ogni altra forma di organizzazione familiare, con una “solidarietà escludente”. (ndr: non a caso le norme sulle unioni civili in Francia vanno sotto il nome di PACS, Pacte Civil de Solidarité)
Ridurre il libro di Rodotà a questi punti - che a me sono apparsi i più importanti – è comunque fare un torto all’autore, perché si trascurano pagine bellissime sul nesso della solidarietà con lo stato sociale, la cittadinanza , la dignità.
L’autore non ritiene essenziale affiancare un elenco dei doveri a quello dei diritti, vista la forza con cui la Costituzione già definisce i doveri di solidarietà. Mi auguro tuttavia che il professor Rodotà trovi modo di richiamare con forza almeno il dovere previsto dall’articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. I 150 miliardi di evasione fiscale potrebbero, se devoluti alla spesa sociale, rispondere a tutte le esigenze inappagate di solidarietà, giustizia e dignità.