"(...) la dottrina del Fascismo non può rinunciare al concetto costruttivo di una "personalità dello Stato"; ma tale concetto assume non già nello schema logico della corrispondente nozione giuridica, ma nella pienezza del significato morale, politico, economico, vale a dire "spirituale", indicato dalla Carta del Lavoro (...). A tal fine, occorre ben fissare che la personalità dello Stato ha valore integrale e totalitario: intendendo così, prima di tutto, affermare che la reale esistenza dello Stato stesso ha valore "metagiuridico"; ossia che lo Stato è una realtà metagiuridica; vale a dire una realtà irreducibile agli schemi di una costruzione meramente intellettualista, condotta coi mezzi della logica giuridica. Nel senso extragiuridico e metagiuridico, la nozione di "personalità" è molto antica ed è un motivo costante della civiltà europea nella sua interpretazione mediterranea. La Chiesa nella sua dottrina si è sempre reputata una persona morale, senza fare alcun riferimento per tale definizione a concetti giuridici (corpus mysticum). E Mussolini ha detto: "Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del popolo". Anche rispetto all'uomo, il diritto romano aveva svolto il concetto degli status con senso positivo. E la scolastica cattolica ha sempre rivendicato alla sua Chiesa il carattere di "persona", nel senso morale, non in quello giuridico. Vedremo che la ricognizione della "personalità morale", così per lo Stato come per l'uomo, è un canone della nostra dottrina, la quale postula tra l'uno e l'altro un rapporto di compenetrazione morale, e non già un rapporto di alterità giuridico. La nozione della "personalità", nel senso "morale" della parola, così rispetto allo Stato come rispetto all'uomo, è una conseguenza del rigetto della versione atomista, per la quale l'uomo si riduce a "individuo", cioè a un soggetto isolato nella vita, avente la sua ragione di essere in sé e per sé, senz'alcun riguardo al carattere "sociale", ossia "civile", della sua destinazione. E per l'appunto il carattere morale della personalità dell'individuo emerge dal riconoscimento della trascendenza della personalità dello Stato rispetto all'individuo; il che è quanto dire dal riconoscimento delle ragioni sociali dell'esistenza umana. Avvertasi però subito che, quando si parla della "realtà metagiuridica" dello Stato, non si vuole affatto sostenere che lo Stato sia una "sostanza", nel senso materiale della parola. Possiamo ripetere col De La Bigne: "Realtà incorporale, immateriale, invisibile, imponderabile, che non esiste se non nel mondo delle relazioni umane, ma realtà tuttavia...; realtà di cui non conosciamo l'essenza, come del resto non conosciamo l'essenza della vita, ma la concepiamo come la vita medesima e che è la causa di manifestazioni che noi possiamo percepire". Al riguardo è opportuno tener presente l'interpretazione per la quale tutti gli oggetti della conoscenza "sono ritenuti oggetti reali, transoggettivi, che lo spirito rivela a se medesimo". A differenza dei raggruppamenti o gruppi, che si chiamano anche "società", degli animali, i quali sono determinati esclusivamente dall'istinto, lo Stato è il risultato delle attitudini intellettive e sentimentali dell'uomo. Esso ha per presupposto la "volontà umana", cioè la "personalità" dell'uomo. Ma è indiscutibile che, nonostante il loro libero arbitrio, gli uomini non possono fare a meno dello Stato o, genericamente, di una formazione sociale (tenendo conto delle forme semplici di società), anche se nel loro cuore può fermentare talvolta l'odio contro lo Stato. A rigore qualunque forma di vita associata autonoma è uno Stato. E ben si osserva che inesattamente si è sostenuta e si sostiene la teoria che lo Stato sia qualche cosa di "sopravvenuto" e che si possa ammettere una esistenza "prestatale" dell'umanità. D'altronde, la esistenza, oltreché la consistenza, dello Stato ed in genere di una formazione sociale, non possono ottenersi senza la immanente attività degli individui, ancorché in certi casi lo Stato possa reclamare l'olocausto della loro stessa vita.
Sicché la personalità dello Stato e la personalità dell'individuo sono interferenti e interdipendenti, pur essendo distinte, sì da non potersi pensare l'una senza dell'altra e pur dovendosi riconoscere che la natura dello Stato è diversa da quella dei singoli che vivono in esso; senza di che lo Stato non potrebbe avere una "propria realtà", distinta da quella dell'individuo ed anzi di una natura trascendente e sopraordinata a questa. Ne risulta che la dottrina fascista professa un concetto individualista, per altro corretto da una nozione morale della personalità, "quanto ai mezzi" di attuazione dello Stato, che sono dati dall'iniziativa individuale; mentre rifiuta ogni considerazione individualista "quanto ai fini" dello Stato che hanno valore organico e si riassumono nel bene comune della nazione.
Dalla dottrina fascista vengono, dunque, respinte tutte le proposizioni che tendono ad identificare lo Stato con l'individuo e che riproducono la posizione "monista" del pensiero; la quale ogni realtà riduce al pensiero stesso e tutta la realtà risolve nell'uomo, cioè nel soggetto pensante. Lo Stato non può identificarsi con "l'individuo popolo", più che non possa con "l'individuo principe".
Talune di siffatte proposizioni moniste furono poste avanti nella letteratura nostrana da qualche travisatore neoidealista, con la conseguenza di conclusioni perfettamente bolsceviche; quali appunto devono attendersi da ogni raffigurazione "monista" della vita. Può ben dirsi in modo categorico che simili teorie reggono soltanto su "definizioni dogmatiche", che ne affermano senza alcuna distinzione (acriticamente) e spesso in forma volutamente oscura, come i responsi delle sibille, l'assoluto valore: "lo Stato è la realtà dell'idea etica; lo Stato è la sostanza etica consapevole di sé; l'essenza dello Stato è l'universale in sé e per sé, la razionalità del volere, ecc.". Peraltro, si deve, ad uguale titolo, rifiutare la teoria che, insistendo sulla riduzione giuridica dello Stato, questo presenta come: "Non altro che un punto di riferimento di tutte le determinazioni giuridiche che necessariamente, sotto le categorie del lecito e dell'illecito, dominano tutte quante le espressioni della vita". E per vero, in tal modo, lo Stato si concreterebbe solo nella "sintesi giuridica della personalità umana" e risulterebbe l'"organo dell'uguale autonomia dei suoi componenti", subordinato ai diritti dell'uomo, perché "in tanto veramente esiste in quanto accoglie, consacra e riafferma i diritti medesimi". La confusione dei termini è evidente tanto nella prima quanto nella seconda impostazione. E i risultati sono analoghi ed equivalenti, sia che si postuli lo scioglimento dell'individuo nello Stato, sia quello dello Stato nell'individuo.
La concezione fascista è "dualitaria", in una conclusione unitaria, secondo la tradizione del pensiero mediterraneo, e soprattutto latino; perché è una concezione dinamica, quale risulta dal senso della vita, come lotta, come superamento, come conquista, come responsabilità. Essa respinge così il monismo razionalista come il monismo sociologico. E, peranto, implica il riconoscimento delle contraddizioni e delle antitesi, escludendo la possibilità delle identificazioni; nonché quella delle sintesi assolute, definitive, eterne, universali, che vanno relegate nel novero delle utopie. Lo Stato per la dottrina fascista, come si è già detto, esiste in sé e per sé in quanto nazione, ossia comunità nazionale. E, pur avendo a fondamento l'uomo e la natura umana, nella sua determinatezza storica e quindi nazionale, esiste in condizione dialettica rispetto a ciascun singolo, governante o governato, al quale s'impone come un'entità superiore. Tale è la "dualità fondamentale" della nostra dottrina che non determina né una giustapposizione, né un equilibrio meccanico, né un compromesso o una transazione tra i suoi due termini, l'individuo e la comunità; ma una coordinazione articolata che risulta ad una sintesi virtuale. Sia pure partendo da una impostazione del problema del tutto diversa dalla nostra, il conflitto che qui si rileva fu espresso da taluno nei due elementi della "coscienza collettiva", che egli chiamò "la coscienza del noi" e "la coscienza dell'io". La prima sarebbe la coscienza dell'appartenenza al gruppo; la seconda la coscienza della dipendenza dal gruppo. E' superfluo aggiungere che, quando parliamo in detto senso dello Stato, intendiamo parlare dello Stato in quanto "comunità popolare" o "nazionale" (...); vale a dire in quanto "nazione", e non come "governo", o "complesso dei poteri pubblici". Nel secondo caso veramente si verrebbero a consacrare tutte le tirannidi; laddove l'idea dello Stato nel suo valore morale trascende e domina tutti gli individui in qualunque grado sociale essi siano costituiti. Il contrasto e la lotta sono la fatale condizione della vita umana. La quale si esaurisce nel perseguimento di un ideale che su questa terra non potrà mai raggiungere e per la quale ogni soluzione "definitiva" e "assoluta" di equilibrio o di quiete implicherebbe la fine, cioè la morte. "Il giorno in cui più non si lottasse, sarebbe giorno di malinconia, di fine, di rovina". Tale è il mistero che si riproduce in tutti i momenti della nostra vita e fin anche nell'ambito delle relazioni fra i sessi ("Nec tecum nec sin te"). E' un mistero che nessuna scienza, né tampoco la scienza giuridica, può pretendere di spiegare. E' la necessità di avere un ideale che ci supera, ci si rivela e ci si impone per un fenomeno d'intuizione, col valore di una interpretazione soggettiva, di cui è in ultima analisi incontestabile il carattere artistico e quindi "ultrarazionale". "Noi abbiamo creato il nostro mito", ha scritto il Duce del Fascismo; "Il mito è una fede e una passione. E' una realtà, per il fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio. Il nostro mito è la nazione".
Ma è appunto l'interpretazione dello Stato come realtà che costituisce l'animus, cioè il contenuto vitale dello Stato stesso.
Se si può anche dire che la realtà dello Stato è una "verità di fede", bisogna aggiungere che tale verità però non contraddice affatto alla ragione e che noi possiamo giustificarla alla stregua dell'esperienza e coi mezzi dell'intelletto, soprattutto in base all'esigenza spirituale non di un "uomo" astratto ed universale, ma dell'uomo che vive in un dato popolo e in un dato tempo. Veramente, solo attraverso la ricognizione dello Stato come realtà superiore della vita, entità autonoma dai destini individuali, regola suprema dei valori umani, un popolo raggiunge la sua massima capacità di potenza e il più alto grado di ordine morale. Perché lo Stato è nella sua realtà una "unità di ordine" che si svolge in "unità di potenza". Tale unità lo Stato consegue attraverso la disciplina delle sue singole parti, in subordine al risultato unitario che esso medesimo esprime e che costituisce, di per sé, il "bene comune" dei singoli, ancorché non coincida sempre e qualche volta contraddica al loro interesse particolare (...)".
Carlo Costamagna, Dottrina del Fascismo, edizioni Ar 1991, vol. I, cap. XII "La realtà dello Stato", paragrafi 66-68.




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