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    Predefinito Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Le origini del Fascismo.

    (...) esso è nato come espressione spontanea dell'istinto e del sentimento nazionale. Le prove degli anni della mortificazione nazionale determinarono il nazionalismo; le prove epiche della grande guerra, e quelle tristi del dopo guerra, hanno determinato il fascismo. Nel 1919 il fascismo è ancora un movimento romantico, genericamente nazionale, al pari del nazionalismo del 1910: costituito da alcuni interventisti di sinistra, in parte antichi socialisti e sindacalisti disgustati della viltà e dell'odio antinazionale dominante nelle varie frazioni del socialismo, esso assunse un carattere pseudo-democratico e pseudo-rivoluzionario che, se rispondeva a certe abitudini mentali dei suoi dirigenti, constrastava chiaramente col profondo sentimento nazionale che ispirava la loro azione. Da questa contraddizione derivò la paralisi del movimento e la vita stentata che condusse durante il 1919 e i primi mesi del 1920. Questo anno, anno di prove supreme per la nazione, che resterà scritto a caratteri d'infamia nella storia italiana, fu decisivo per il fascismo. La reazione antinazionale imperversante, la distruzione morale e politica della vittoria consumata, l'autorità dello Stato sparita, l'esistenza stessa della patria e della civiltà messe in pericolo, resero necessaria, urgente l'azione. Mentre lo Stato crollava, la nazione dovette difendersi da sé. E la difesa fu organizzata, attuata, diretta dalle sole forze vive che la nazione possedesse, il nazionalismo e il fascismo, nelle cui file la rinnovata coscienza nazionale aveva condotto la parte migliore dei combattenti e le schiere dei giovanissimi le quali, troppo tardi cresciute per la lotta contro i nemici esterni, si offrivano volenterose nella guerra contro il nemico interiore. In questa battaglia il fascismo ebbe una parte decisiva. Nuovo alla vita politica, era immune dagli odi e dalle diffidenze che dieci anni di diffamazione socialdemocratica e le tremende responsabilità assunte durante la neutralità e durante la guerra avevano accumulato sul capo del nazionalismo. Prodotto immediato del risveglio dell'istinto nazionale, senza rigide direttive dottrinali, aperto a uomini di tutti i partiti, nella stessa indeterminatezza dei suoi principii, poté inquadrare quelle masse che erano attratte all'ideale nazionale dall'impulso del sentimento più che da una volontà precisa e consapevole. Così accadde, come ha dovuto confessare lo stesso Presidente del Consiglio on. Bonomi, che la società italiana la quale non trovava più alcuna difesa nello Stato, si stringesse principalmente attorno ai fasci di combattimento.

    L'evoluzione fascista

    Lanciato ogni giorno, ogni ora nella più dura e pericolosa guerra, la quale ha avuto a migliaia i morti e i feriti, come una vera guerra guerreggiata, il fascismo si è temprato e si è rinnovato profondamente. Milizia volontaria a difesa dell'ordine sociale e nazionale contro il socialcomunismo distruttore, il fascismo ha perduto rapidamente il carattere pseudo-rivoluzionario che aveva contrassegnato i suoi inizi. Scuola di ardimento e di sacrificio, virtù proprie della parte più eletta del popolo, comprese ben presto l'errore e l'inganno del mito democratico che aveva divinizzato la folla ignorante, imbelle ed egoista. Così lo stesso carattere eminentemente nazionale della sua funzione pratica, contribuiva potentemente a liberare il fascismo dalle sue scorie pseudo-rivoluzionarie e pseudo-democratiche. L'ultima concessione fatta dal fondatore del fascismo on. Mussolini, alla vecchia mentalità, la "tendenzialità repubblicana" dei primi giorni che seguirono le elezioni generali del 1921, era oramai, dal punto di vista democratico, una formula vuota di contenuto. La repubblica, a cui Mussolini accennava, non era più la repubblica democratica del suffragio universale, ma una repubblica aristocratica governata da élites nazionalmente consapevoli; non era più, insomma, l'antitesi del principio di autorità rappresentato dalla monarchia, ma l'antitesi del disordine demagogico, di cui la monarchia democratica e parlamentare non aveva potuto o voluto impedire l'avvento.
    Concetto contro il cui valore pratico tutte le obiezioni sono possibili, ma di cui non si può negare la linea teorica profondamente antidemocratica.
    E dell'atteggiamento antidemagogico e quindi antirivoluzionario ed antidemocratico del fascismo dopo le elezioni del 1921, sono prova tanto il primo discorso pronunziato dall'on. Mussolini alla Camera nella discussione sulla politica del Ministero Giolitti, quanto il fatto altamente significativo e di vera portata storica, che i trentacinque deputati fascisti, appena eletti, andassero a sedere all'estrema destra della Camera, mescolandosi completamente all'ingrossato manipolo nazionalista, che, solo e deriso, vi sedeva oramai da due legislature. A questo punto si inizia la fase riflessa del movimento fascista. Il fascismo da istinto e sentimento, come era ancora il nazionalismo del 1910 e del 1911, tende a diventare dottrina e volontà. E, a mano a mano che questa tendenza si delinea e si precisa e si intensifica lo sforzo dei primi teorici del movimento, Mussolini, Marsich, Massimo Rocca, De Stefani, per dare al fascismo, non già un programma-centone, come è la moda di tutti i partiti italiani, ma un'idea fondamentale e un sistema di principi, da cui dedurre, volta a volta, secondo le varie contingenze, le singole applicazioni programmatiche, il fascismo tende, ogni giorno di più, ad identificarsi col nazionalismo. Identificazione fatale, che ha potuto e potrà trovare ostacoli e remore nello stato rudimentale della cultura politica in Italia, nel decennale travisamento e nella decennale diffamazione che prima della guerra e soprattutto durante la guerra la parola "nazionalismo" ha subito, e in parte anche nelle vecchie abitudini mentali che non si sradicano ad un tratto, ma il cui processo - bisogna constatarlo - è stato finora rapidissimo. Favorita certamente dalla più che decennale elaborazione nazionalista, la concezione nazionale della società e dello Stato, e dei rapporti fra lo Stato, gli individui e le classi, è penetrata profondamente nel fascismo. Ed è naturale. Il fascismo è istinto nazionale, è sentimento nazionale, è volontà nazionale. Ricondurre a principi, a ideologia questo istinto, significa niente altro che risalire dall'azione nazionale alla dottrina nazionale, fare cioè del nazionalismo. E del puro e semplice nazionalismo ha fatto e farà sempre il fascismo, ogni qualvolta vorrà desumere dalla pratica della sua azione nazionale un sistema di principi, e ogni qualvolta vorrà far discendere da questi principi una norma rigidamente logica di azione. Come non vi è che una verità nazionale, così non vi è che un nazionalismo.

    Fascismo nazionalista

    Noi che abbiamo conquistato, attraverso aspre lotte ed un diuturno travaglio interiore, questa verità, vediamo non solo senza invidia, ma con infinita letizia che essa va illuminando i nostri più giovani compagni di lotta e di fede. E constatiamo con gioia che la nostra fatica non è stata vana, perché la conquista che della verità nazionale va facendo il fascismo è anche più rapida della nostra, come è naturale ed è giusto. Quel cammino, che noi abbiamo percorso in quattro anni, il fascismo l'ha percorso in non molti mesi. Nel programma del partito nazionale fascista, uscito dal Convegno di Firenze, è già tutta la concezione nazionalista della Società, considerata come un organismo che riassume in sé la serie indefinita delle generazioni, e di cui gli individui sono gli elementi infinitesimali e transeunti, in contrapposto alla concezione liberale-democratico-socialista, che considera la società come somma degli individui viventi. E' già la concezione della società fine e dell'individuo organo e mezzo, in contraddizione alla dottrina liberale-democratico-socialista, che fa della società il mezzo e dell'individuo e delle classi, somme d'individui, il fine.
    E' già la concezione nazionalista dello Stato, organizzazione giuridica della nazione, dello Stato nazionale, quindi, che ha per compito di conservare e sviluppare tutti i valori nazionali, di provvedere alla vita e di adempiere la missione di quel grande organismo storico che è la nazione. Vi è, pertanto, completa e perfetta, l'idea-centrale del nazionalismo, che contrappone fatalmente la dottrina nazionalista a tutte le dottrine politiche dominanti, ferrea idea, alle cui logiche conseguenze non è possibile sottrarsi e che fa di tutti coloro che l'accettano altrettanti sacerdoti di un'unica religione. (...) il fascismo, accettando e diffondendo la concezione nazionale della Società e dello Stato, incontra le stesse ostilità e la stessa incomprensione, di cui è stato vittima il nazionalismo. E' talmente scarsa la cultura politica in Italia, che, di fronte a una dottrina, la quale si contrappone a tutte le ideologie dominanti, dal liberalismo al socialismo, e rappresenta, nella storia moderna del pensiero politico, una rivoluzione inversa, ma per importanza analoga a quella operata, nel secolo XVIII, dalla dottrina del diritto naturale e dalla filosofia degli enciclopedisti, si continua correntemente a dire che non vi è nulla di nuovo nella concezione politica che ad essa si ispira, e che il nazionalismo e il fascismo, soli fra tutti i partiti italiani, pongono a base della loro azione!
    Così abbiamo letto nel Corriere della Sera una curiosa identificazione tra fascismo e liberalismo e nel Messaggero una non meno strana identificazione tra fascismo e democrazia. Come se non si fosse ripetuto, e da noi, e dagli autori del programma fascista, che noi rinneghiamo in blocco la filosofia della rivoluzione francese, da cui il liberalismo, la democrazia, e lo stesso socialismo, come dottrine politiche, discendono. La verità è che il liberalismo e la democrazia rappresentano, nel pensiero politico italiano, il nulla e quindi (salvo le eccezioni a cui abbiamo sopra accennato) nella pratica, non illuminata da alcun principio, l'opportunismo, la transazione e la dedizione ai nemici della nazione. Il nostro orgoglio maggiore, la nostra soddisfazione più profonda è di esserci, finalmente, sottratti a questa anarchia spirituale, che consente tutti i compromessi e tutti gli errori, e di avere, a guida di tutta la nostra azione politica, il faro luminoso, non solo di un grande sentimento, ma di una grande idea e di un grande, compiuto sistema di principii e di dottrine.

    "Il Fascismo verso il nazionalismo", Alfredo Rocco, L'Idea nazionale, 6 gennaio 1922, tratto da "Scritti e discorsi politici di Alfredo Rocco. La lotta contro la reazione antinazionale (1919-1924)".
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    E' curioso notare come la Sinistra riesca sempre a produrre i suoi stessi nemici (nazionalismo, fascismo, leghismo).

  3. #3
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Con la prolusione padovana del novembre 1920 la dottrina nazionalista di Rocco può dirsi sostanzialmente compiuta. Essa si presenta come un impianto solido e compatto nelle sue componenti politiche, giuridiche ed economiche, saldamente fondato sull'idea del primato dello Stato-nazione sugli individui e i gruppi sociali e articolato in un insieme di elementi omogenei e reciprocamente coerenti, quali la concezione dello "Stato forte" come alternativa al regime liberal-democratico, il trinomio produttivismo-monopolismo-protezionismo come antitesi ai principi del libero scambio e della libera concorrenza, il sistema corporativo come negazione delle libertà sindacali e come antidoto ai conflitti sociali. Si tratta di un corpus dottrinale coeso ed organico, la cui unità interna è assicurata dalla costante presenza dello Stato come "nume tutelare" dell'intera vista sociale, come soggetto in grado di organizzarne tutti i singoli aspetti e momenti in vista del raggiungimento di quei superiori obiettivi nazionali (...). Uno Stato che egli immagina ad ampia base sociale (grazie all'inquadramento delle masse nelle organizzazioni economico-professionali da esso direttamente controllate), ma con una struttura di potere quanto mai ristretta e verticistica, ruotante attorno alla figura del presidente del Consiglio quale effettivo titolare della funzione di indirizzo politico e organo di punta dell'apparato governtivo e amministrativo. Ma una volta messo a punto il suo progetto di trasformazione dello Stato e di ridefinizione dei rapporti Stato-società in senso rigorosamente autoritario non può non riproporsi, agli occhi di Rocco, il problema della forza politica disposta ad accogliere tale progetto (almeno nei suoi elementi portanti), e soprattutto forte del consenso necessario per convertirlo in un programma di governo dotato di concrete prospettive realizzative. Era infatti proprio la carenza di consenso il limite più evidente dell'Associazione Nazionalista, che nonostante l'assiduo impegno propagandistico dei suoi maggiori esponenti e l'attivismo e la buona organizzazione dei gruppi locali rimaneva una formazione sostanzialmente élitaria, priva di un'autonoma base sociale e incapace di costruire quell'organico collegamento con gli strati della piccola e media borghesia che era sempre stato tra le maggiori ambizioni dei principali ideologi nazionalisti. In definitiva, a dispetto delle speranze di Rocco circa un progressivo allargamento della base elettorale dell'ANI, il nazionalismo italiano restava un "partito di minoranza" (...). E' proprio dunque la constatazione dell'endemica esiguità di consensi dell'ANI, unita all'ostinata volontà di veder realizzate le proprie idee in tema di riforma dello Stato e di regolamentazione dei rapporti di lavoro, a far riemergere in Rocco il progetto di una "grande Destra" nazional-conservatrice, capace di riunire in un'unica formazione - o quanto meno in una coalizione sufficientemente stabile e compatta - tutte le forze antisocialiste e antiriformiste sulla base di un programma di rafforzamento dell'autorità statale, di rilancio dell'economia agricola e industriale e di energica espansione coloniale. Era la stessa idea che aveva ispirato il progetto di partito "nazionale liberale" a larga base illustrato dal giurista subito dopo le elezioni del 1913: promuovere la nascita di una forza politica in grado di monopolizzare il consenso della piccola e media borghesia avvalendosi del sostegno del grande capitale industriale e finanziario, in modo da costituire un solido blocco borghese contro l'avanzata del partito socialista e del movimento sindacale. Di questo blocco di Destra i nazionalisti avrebbero dovuto rappresentare "l'anima e la vita" (per usare le parole dello stesso Rocco alla vigilia delle elezioni del maggio 1921): la punta estrema, l'avanguardia trainante dal punto di vista ideologico e organizzativo, in virtù dell'esperienza acquistata nella lotta contro il socialismo sia sul piano dell'elaborazione dottrinale che su quello della concreta attività politico-propagandistica. L'occasione propizia per realizzare questo progetto sembra delinearsi, agli occhi del giurista napoletano, con la costituzione dei "blocchi nazionali" in vista delle consultazioni elettorali del 1921. Nella formazione di liste comuni tra liberali, fascisti e nazionalisti, incoraggiata da Giolitti per frenare l'avanzata dei socialisti e dei popolari in quei collegi del centro-nord dove maggiori erano le possibilità di una loro vittoria, Rocco scorge infatti "la prima affermazione di un nuovo grande partito che si va creando in Italia", rallegrandosi soprattutto per l'alleanza tra nazionalisti e fascisti, vista come la logica conseguenza di un incontro maturato sul terreno della difesa armata "dell'ordine nazionale e sociale", prima ancora che sul versante strettamente politico. A tal proposito, egli non esita a definire "nazional-fascismo" quell'insieme di forze che si erano opposte militarmente alla "dissoluzione bolscevica", identificata nell'ondata di scioperi e di disordini del biennio 1919-20. Era un esplicito riferimento alle azioni squadristiche condotte fianco a fianco, durante il "biennio rosso", dalle milizie fasciste e da quelle nazionaliste, dalle "camicie nere" dei Fasci di combattimento e dalle "camicie azzurre" dei "Sempre Pronti per la Patria e per il Re", unite nell'offensiva armata contro partiti, giornali e sindacati di Sinistra. Un'offensiva giustificata da Rocco in termini di necessaria reazione contro quel pericolo bolscevico che gli era parso materializzarsi dietro i conflitti sociali del periodo post-bellico, dietro quella condizione di "anarchia" e di "difesa privata", di "disgregazione dello Stato" e di "disorganizzazione di tutti i pubblici servizi", le cui cause erano imputabili, a suo giudizio, alla debolezza e alla vera e propria paralisi del regime liberale, prima ancora che alle aspirazioni rivoluzionarie della componente massimalista del partito socialista. Ma la formula "nazional-fascismo" impiegata da Rocco sin dal maggio 1921 (...) non intende solo designare quella sorta di alleanza militare tra le squadre fasciste e le milizie nazionaliste che si era formata nel dopoguerra contro il comune nemico socialista. Al contrario, essa mira soprattutto a prefigurare una possibile convergenza tra le due forze politiche sul piano teorico-programmatico: convergenza realizzabile, secondo Rocco, solo attraverso la progressiva acquisizione del bagaglio ideologico nazionalsita da parte del movimento mussoliniano, solo cioè con la graduale "identificazione" del fascismo nel nazionalismo, e quindi con la ricezione fascista della dottrina politica dell'ANI qual'era uscita dal congresso di Milano del 1914 e dal convegno di Roma del 1919. (...) Rocco si dichiarava convinto non solo della necessità, ma anche dell'ineluttabilità di un approdo del fascismo alle posizioni ideologiche del nazionalismo, ritenendo che l'evoluzione in atto nel movimento mussoliniano avrebbe condotto fatalmente a un simile risultato. Animato inizialmente da confuse aspirazioni sovversive e antiborghesi, dovute alla provenienza di buona parte dei suoi esponenti dalle file del socialismo massimalista e del sindacalismo rivoluzionario, il movimento fascista era venuto perdendo, secondo Rocco, loriginario "carattere pseudo-democratico e pseudo-rivoluzionario" per effetto della lotta via via più aspra e accanita contro le forze social-comuniste, finendo per assumere la fisionomia di "milizia volontaria a difesa dell'ordine sociale e nazionale". Il suo elemento qualificante dopo le iniziali pulsioni sovversive andava dunque rintracciato nell'attivismo antisocialista e antisindacale, teso a ripristinare con la forza e sul piano dell'azione privata l'ordine pubblico e la disciplina sociale, in mancanza di un intervento "per le vie legali" a causa della debolezza del potere costituito. (...) L'imminente fusione tra le due forze politiche viene dunque interpretata da Rocco (...) in termini di colonizzazione ideologica del movimento mussoliniano ad opera degli intellettuali nazionalisti. Il travaso dei concetti-chiave della dottrina nazionalista ("Stato", "ordine", "gerarchia") nel capiente involucro del pragmatismo sansepolcrista era infatti all'origine - secondo il futuro guardasigilli - del faticoso processo di chiarificazione ideologica del fascismo, in virtù del quale "da mero istinto" esso era diventato "pensiero", "volontà", coscienza riflessa dell'agire politico. Sul piano dell'elaborazione teorico-programmatica risulta dunque evidente, per Rocco, il debito contratto dal fascismo nei confronti del nazionalismo. Tale debito sarebbe stato saldato - secondo le sue previsioni - sul versante nevralgico del consenso sociale e del radicamento popolare. Al giurista napoletano non sfugge la peculiarità del fascismo quale movimento di massa piccolo-borghese, a base largamente reclutata. In effetti, l'infaticabile proselitismo mussoliniano, sorretto dalla martellante propaganda de "Il Popolo d'Italia", mostrava una crescente capacità di penetrazione tra gli strati intermedi della popolazione urbana e rurale, sollecitando la progressiva trasformazione del fascismo da movimento "antipartitico" in moderna organizzazione politica, articolata in sezioni territoriali e unita da solidi vincoli verticali. Nell'espansione organizzativa del movimento mussoliniano Rocco intravede il costituirsi di quella base di massa compatta e organizzata, militarmente inquadrata per la lotta contro le forze "dissolvitrici" e "antistatali" della "social-democrazia", che il nazionalismo aveva tentato di reclutare sin dai mesi della "crisi bosniaca" e della mobilitazione propagandistica per l'intervento in Libia, andando però incontro a successi parziali e di corto respiro. Con la fusione nazional-fascista il "cervello" autoritario dell'intellettualità nazionalista avrebbe potuto impiantarsi sul "corpo" popolare della massa piccolo-borghese, sempre più sensibile alle sollecitazioni "antisovversive" dell'attivismo mussoliniano e incline a scorgere le proprie fortune nella sconfitta del movimento operaio, maturata a partire dall'autunno 1920 col fallimento dell'occupazione delle fabbriche e il conseguente ripiegamento del proletariato industriale. (...) Agli occhi di Rocco, la via della "controrivoluzione preventiva" rappresenta il tramite attraverso cui pervenire a un mutamento radicale di élite dirigente, al di fuori di qualsiasi procedura democratica di reclutamento della classe politica. Il ricorso all'azione di forza è giustificato dal giurista come necessario atto di rimozione della classe politica liberale, le cui fortune erano saldamente legate, a suo giudizio, a quel meccanismo perverso di "selezione a rovescio", che costituiva il portato dell'"elezionismo democratico". In altri termini, l'insediamento di un governo forte e autorevole, capace di abbinare competenza tecnica ed energia decisionale, sarebbe stato possibile, secondo Rocco, solo attraverso un "moto violento", teso a spezzare il "cerchio di impotenza" che - agli occhi di molti (si pensi ad esempio al Pareto della Trasformazione della democrazia) - pareva cingere la vita parlamentare italiana nel corso della crisi del primo dopoguerra. Aspirazioni tecnocratiche e richiesta di un immediato ripristino dell'ordine pubblico sembrano dunque convergere, nella mente di Rocco, in una sorta di lucida prefigurazione delo "colpo di Stato" mussoliniano, vaticinato dal giurista in termini di "ribellione" delle qualità tecniche sulla forza elettorale del "numero", trascinata alla vittoria dalla forza d'urto del ribellismo piccolo-borghese, militarmente inquadrato all'interno della struttura organizzativa dei Fasci di combattimento. La "rivoluzione nazionale" che il giurista auspica sin dal gennaio 1919 (...) non è vista soltanto come la rivolta dell'ordine contro il disordine, della gerarchia contro l'appiattimento egualitaristico, del realismo nazionalista contro il "demagogismo" internazionalista. Colorandosi di tinte modernizzatrici e di sfumature tecnocratiche, essa è presentata altesì come riscossa delle competenze contro il "politicantismo", dei produttori contro i "parassiti", dell'organizzazione economica contro l'"anarchia" del libero mercato. Ciò che Rocco propugna, in sostanza, è un drastico ribaltamento dei valori politici di riferimento e dei criteri di gestione della cosa pubblica, teso da un lato a potenziare il ruolo dello Stato quale garante dell'ordine sociale e interlocutore privilegiato del sistema produttivo, dall'altro a favorire l'immissione di criteri produttivistici e di rigorosa efficienza tecnica nell'esercizio dell'attività amministrativa, sulla base di un riordinamento complessivo delle funzioni pubbliche e dei meccanismi burocratici.

    "Costruire lo Stato forte. Politica, diritto, economia in Alfredo Rocco", Rocco D'Alfonso, ed. Franco Angeli.
    Ultima modifica di Giò; 01-02-15 alle 17:48
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  4. #4
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Alfredo Rocco: la bestia nera di Tommaso.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Alfredo Rocco: la bestia nera di Tommaso.
    può ringraziare che non deve misurarsi con un ortodosso e quadrato neo-fascismo allineato sulle dottrine di Rocco ma con una confusa destra radicale attraversata da fumosi aneliti su cui ritiene possibile fare leva per i propri scopi (ho comunque detto "ritiene")

  6. #6
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Condivisibile (tutto o in parte) o meno, il pensiero di Rocco emana geometrica ed ordinata potenza. Paolo Ungari definì lo Stato tratteggiato da Alfredo Rocco "un'armatura d'acciaio, che costringe in un vincolo di dura solidarietà (...) sotto una direzione autoritaria che sappia spegnere ogni genere di contrasto dialettico aperto".
    Ecco, credo che non si potrebbe concepire qualcosa di più radicalmente distante dal sentire e dal "pensiero" del nostro Tommaso.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    la presenza di Tommaso e il confronto col kronjurist Alfredo Rocco riescono a dimostrare che non è vero che le divagazioni antimoderne del dopoguerra sarebbero più "cattiviste" dell'ortodossia fascista come pretende la vulgata fasciobuona antievoliana
    Ultima modifica di Troll; 02-02-15 alle 13:59

  8. #8
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    I sindacati e le corporazioni come fattori di disciplina ed irreggimentazione delle masse lavoratrici nello Stato organico credo che sia una delle intuizioni migliori del giurista napoletano (per quanto ripresa da Santi Romano, che però la calava ancora nel contesto dello Stato liberale monarchico).
    Ultima modifica di Giò; 02-02-15 alle 14:02
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  9. #9
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Rocco diceva insomma di riconoscere diritti e garanzie ai lavoratori perché marciassero più compattamente e speditamente nell'interesse della "produzione nazionale" e dello Stato. Espellere la conflittualità sociale all'interno per portarla fuori all'esterno nella - inevitabile, a suo avviso - lotta tra le nazioni per il primato e la civiltà.
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  10. #10
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    Predefinito Re: Alfredo Rocco e le origini del Fascismo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    I sindacati e le corporazioni come fattori di disciplina ed irreggimentazione delle masse lavoratrici nello Stato organico credo che sia una delle intuizioni migliori del giurista napoletano (per quanto ripresa da Santi Romano, che però la calava ancora nel contesto dello Stato liberale monarchico).
    alla faccia della "società senza Stato" (persino il famigerato nazismo assegna più spazio alla comunità popolare - Volksgemeinschaft - collocata al di sopra dello Stato, il quale benché conservato un po' controvoglia le sarebbe subordinato)
    Ultima modifica di Troll; 02-02-15 alle 14:15

 

 
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