Le origini del Fascismo.
(...) esso è nato come espressione spontanea dell'istinto e del sentimento nazionale. Le prove degli anni della mortificazione nazionale determinarono il nazionalismo; le prove epiche della grande guerra, e quelle tristi del dopo guerra, hanno determinato il fascismo. Nel 1919 il fascismo è ancora un movimento romantico, genericamente nazionale, al pari del nazionalismo del 1910: costituito da alcuni interventisti di sinistra, in parte antichi socialisti e sindacalisti disgustati della viltà e dell'odio antinazionale dominante nelle varie frazioni del socialismo, esso assunse un carattere pseudo-democratico e pseudo-rivoluzionario che, se rispondeva a certe abitudini mentali dei suoi dirigenti, constrastava chiaramente col profondo sentimento nazionale che ispirava la loro azione. Da questa contraddizione derivò la paralisi del movimento e la vita stentata che condusse durante il 1919 e i primi mesi del 1920. Questo anno, anno di prove supreme per la nazione, che resterà scritto a caratteri d'infamia nella storia italiana, fu decisivo per il fascismo. La reazione antinazionale imperversante, la distruzione morale e politica della vittoria consumata, l'autorità dello Stato sparita, l'esistenza stessa della patria e della civiltà messe in pericolo, resero necessaria, urgente l'azione. Mentre lo Stato crollava, la nazione dovette difendersi da sé. E la difesa fu organizzata, attuata, diretta dalle sole forze vive che la nazione possedesse, il nazionalismo e il fascismo, nelle cui file la rinnovata coscienza nazionale aveva condotto la parte migliore dei combattenti e le schiere dei giovanissimi le quali, troppo tardi cresciute per la lotta contro i nemici esterni, si offrivano volenterose nella guerra contro il nemico interiore. In questa battaglia il fascismo ebbe una parte decisiva. Nuovo alla vita politica, era immune dagli odi e dalle diffidenze che dieci anni di diffamazione socialdemocratica e le tremende responsabilità assunte durante la neutralità e durante la guerra avevano accumulato sul capo del nazionalismo. Prodotto immediato del risveglio dell'istinto nazionale, senza rigide direttive dottrinali, aperto a uomini di tutti i partiti, nella stessa indeterminatezza dei suoi principii, poté inquadrare quelle masse che erano attratte all'ideale nazionale dall'impulso del sentimento più che da una volontà precisa e consapevole. Così accadde, come ha dovuto confessare lo stesso Presidente del Consiglio on. Bonomi, che la società italiana la quale non trovava più alcuna difesa nello Stato, si stringesse principalmente attorno ai fasci di combattimento.
L'evoluzione fascista
Lanciato ogni giorno, ogni ora nella più dura e pericolosa guerra, la quale ha avuto a migliaia i morti e i feriti, come una vera guerra guerreggiata, il fascismo si è temprato e si è rinnovato profondamente. Milizia volontaria a difesa dell'ordine sociale e nazionale contro il socialcomunismo distruttore, il fascismo ha perduto rapidamente il carattere pseudo-rivoluzionario che aveva contrassegnato i suoi inizi. Scuola di ardimento e di sacrificio, virtù proprie della parte più eletta del popolo, comprese ben presto l'errore e l'inganno del mito democratico che aveva divinizzato la folla ignorante, imbelle ed egoista. Così lo stesso carattere eminentemente nazionale della sua funzione pratica, contribuiva potentemente a liberare il fascismo dalle sue scorie pseudo-rivoluzionarie e pseudo-democratiche. L'ultima concessione fatta dal fondatore del fascismo on. Mussolini, alla vecchia mentalità, la "tendenzialità repubblicana" dei primi giorni che seguirono le elezioni generali del 1921, era oramai, dal punto di vista democratico, una formula vuota di contenuto. La repubblica, a cui Mussolini accennava, non era più la repubblica democratica del suffragio universale, ma una repubblica aristocratica governata da élites nazionalmente consapevoli; non era più, insomma, l'antitesi del principio di autorità rappresentato dalla monarchia, ma l'antitesi del disordine demagogico, di cui la monarchia democratica e parlamentare non aveva potuto o voluto impedire l'avvento.
Concetto contro il cui valore pratico tutte le obiezioni sono possibili, ma di cui non si può negare la linea teorica profondamente antidemocratica.
E dell'atteggiamento antidemagogico e quindi antirivoluzionario ed antidemocratico del fascismo dopo le elezioni del 1921, sono prova tanto il primo discorso pronunziato dall'on. Mussolini alla Camera nella discussione sulla politica del Ministero Giolitti, quanto il fatto altamente significativo e di vera portata storica, che i trentacinque deputati fascisti, appena eletti, andassero a sedere all'estrema destra della Camera, mescolandosi completamente all'ingrossato manipolo nazionalista, che, solo e deriso, vi sedeva oramai da due legislature. A questo punto si inizia la fase riflessa del movimento fascista. Il fascismo da istinto e sentimento, come era ancora il nazionalismo del 1910 e del 1911, tende a diventare dottrina e volontà. E, a mano a mano che questa tendenza si delinea e si precisa e si intensifica lo sforzo dei primi teorici del movimento, Mussolini, Marsich, Massimo Rocca, De Stefani, per dare al fascismo, non già un programma-centone, come è la moda di tutti i partiti italiani, ma un'idea fondamentale e un sistema di principi, da cui dedurre, volta a volta, secondo le varie contingenze, le singole applicazioni programmatiche, il fascismo tende, ogni giorno di più, ad identificarsi col nazionalismo. Identificazione fatale, che ha potuto e potrà trovare ostacoli e remore nello stato rudimentale della cultura politica in Italia, nel decennale travisamento e nella decennale diffamazione che prima della guerra e soprattutto durante la guerra la parola "nazionalismo" ha subito, e in parte anche nelle vecchie abitudini mentali che non si sradicano ad un tratto, ma il cui processo - bisogna constatarlo - è stato finora rapidissimo. Favorita certamente dalla più che decennale elaborazione nazionalista, la concezione nazionale della società e dello Stato, e dei rapporti fra lo Stato, gli individui e le classi, è penetrata profondamente nel fascismo. Ed è naturale. Il fascismo è istinto nazionale, è sentimento nazionale, è volontà nazionale. Ricondurre a principi, a ideologia questo istinto, significa niente altro che risalire dall'azione nazionale alla dottrina nazionale, fare cioè del nazionalismo. E del puro e semplice nazionalismo ha fatto e farà sempre il fascismo, ogni qualvolta vorrà desumere dalla pratica della sua azione nazionale un sistema di principi, e ogni qualvolta vorrà far discendere da questi principi una norma rigidamente logica di azione. Come non vi è che una verità nazionale, così non vi è che un nazionalismo.
Fascismo nazionalista
Noi che abbiamo conquistato, attraverso aspre lotte ed un diuturno travaglio interiore, questa verità, vediamo non solo senza invidia, ma con infinita letizia che essa va illuminando i nostri più giovani compagni di lotta e di fede. E constatiamo con gioia che la nostra fatica non è stata vana, perché la conquista che della verità nazionale va facendo il fascismo è anche più rapida della nostra, come è naturale ed è giusto. Quel cammino, che noi abbiamo percorso in quattro anni, il fascismo l'ha percorso in non molti mesi. Nel programma del partito nazionale fascista, uscito dal Convegno di Firenze, è già tutta la concezione nazionalista della Società, considerata come un organismo che riassume in sé la serie indefinita delle generazioni, e di cui gli individui sono gli elementi infinitesimali e transeunti, in contrapposto alla concezione liberale-democratico-socialista, che considera la società come somma degli individui viventi. E' già la concezione della società fine e dell'individuo organo e mezzo, in contraddizione alla dottrina liberale-democratico-socialista, che fa della società il mezzo e dell'individuo e delle classi, somme d'individui, il fine.
E' già la concezione nazionalista dello Stato, organizzazione giuridica della nazione, dello Stato nazionale, quindi, che ha per compito di conservare e sviluppare tutti i valori nazionali, di provvedere alla vita e di adempiere la missione di quel grande organismo storico che è la nazione. Vi è, pertanto, completa e perfetta, l'idea-centrale del nazionalismo, che contrappone fatalmente la dottrina nazionalista a tutte le dottrine politiche dominanti, ferrea idea, alle cui logiche conseguenze non è possibile sottrarsi e che fa di tutti coloro che l'accettano altrettanti sacerdoti di un'unica religione. (...) il fascismo, accettando e diffondendo la concezione nazionale della Società e dello Stato, incontra le stesse ostilità e la stessa incomprensione, di cui è stato vittima il nazionalismo. E' talmente scarsa la cultura politica in Italia, che, di fronte a una dottrina, la quale si contrappone a tutte le ideologie dominanti, dal liberalismo al socialismo, e rappresenta, nella storia moderna del pensiero politico, una rivoluzione inversa, ma per importanza analoga a quella operata, nel secolo XVIII, dalla dottrina del diritto naturale e dalla filosofia degli enciclopedisti, si continua correntemente a dire che non vi è nulla di nuovo nella concezione politica che ad essa si ispira, e che il nazionalismo e il fascismo, soli fra tutti i partiti italiani, pongono a base della loro azione!
Così abbiamo letto nel Corriere della Sera una curiosa identificazione tra fascismo e liberalismo e nel Messaggero una non meno strana identificazione tra fascismo e democrazia. Come se non si fosse ripetuto, e da noi, e dagli autori del programma fascista, che noi rinneghiamo in blocco la filosofia della rivoluzione francese, da cui il liberalismo, la democrazia, e lo stesso socialismo, come dottrine politiche, discendono. La verità è che il liberalismo e la democrazia rappresentano, nel pensiero politico italiano, il nulla e quindi (salvo le eccezioni a cui abbiamo sopra accennato) nella pratica, non illuminata da alcun principio, l'opportunismo, la transazione e la dedizione ai nemici della nazione. Il nostro orgoglio maggiore, la nostra soddisfazione più profonda è di esserci, finalmente, sottratti a questa anarchia spirituale, che consente tutti i compromessi e tutti gli errori, e di avere, a guida di tutta la nostra azione politica, il faro luminoso, non solo di un grande sentimento, ma di una grande idea e di un grande, compiuto sistema di principii e di dottrine.
"Il Fascismo verso il nazionalismo", Alfredo Rocco, L'Idea nazionale, 6 gennaio 1922, tratto da "Scritti e discorsi politici di Alfredo Rocco. La lotta contro la reazione antinazionale (1919-1924)".




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