
Originariamente Scritto da
Giò
Putin vuole entrare nella guerra all'Isis, ecco perché
A marzo il presidente russo Vladimir Putin incontrerà Matteo Renzi per parlare di terrorismo islamico, di Isis, di jihad. Si tratta di un'ulteriore passo da parte di Mosca per ritagliarsi uno spazio nel mondo arabo alle prese con la grave crisi libica e siriana. Non appena saputa la notizia dell'uccisione dei 21 cristiani egiziani Putin ha porto le condoglianze per il massacro al nuovo alleato, il presidente Abdel Fatth al Sisi con un messaggio che detta la linea: "La Russia è pronta a cooperare con l'Egitto nel modo più stretto contro tuttu gli aspetti della minaccia terroristica". Lo stesso giorno, ricorda il Foglio, la Russia presiedeva a New York la seduta dell'Onu dedicata alla tregua di Minsk e alla situazione in Libia e durante il suo intervento ha espresso "preoccupazione per l'espansione geografica delle attività terroristiche dello Stato islamico e più in generale dell'estremismo islamico".
I piani di Mosca e Roma - L'obiettivo di Putin, secondo il ragionamento di Daniele Raineri, è quello di un fronte finalmente non controverso mentre c'è uno stallo tesissimo in Ucraina e una missione contro la presenza dello Stato islamico in Libia lo è. Renzi, da parte sua, cerca appoggio sulla Libia perché la cooperazione internazionale finora ha stentato a manifestarsi. Il governo italiano, secondo il Foglio, cerca di ritrovare un ruolo nei grandi dossier esteri che per il momento è smarrito. La Libia è il posto giusto ed è pure più importante per l'interesse nazionale - potrebbe essere questo il ragionamento in corso - rispetto all' Ucraina dove la tedesca Angela Merkel e il francese François Hollande stanno ormai trattando in prima persona e hanno liquidato l'Italia, nonostante l'incontro organizzato a Milano il 17 ottobre 2014 tra Putin e il presidente ucraino Petro Poroshenko.
La Russia è determinata a non ripetere in Libia l'errore commesso nel 2011, quando diede il suo assenso a una generica missione di protezione dei civili libici e vide poi trasformarsi le operazioni Nato in un regime change dichiarato - ed è stato questo precedente ad azzerare in seguito ogni chance di cooperazione di Mosca con l'America e l'Europa in Siria e nelle relazioni con il presidente Bashar el Assad.
La sfida agli Usa - Il viceministro russo Bogdanov sta inserendo nel dossier libico la linea del Cremlino, che contiene implicitamente un elemento di sfida a Washington e all'atlantismo. Bogdanov dice che la Russia è pronta ad assistere Egitto e Libia nella lotta contro il terrorismo e ha contatti con entrambi i paesi, "specialmente con il governo libico del primo ministro Abdullah al Thani, che Mosca riconosce come quello legittimo" e cita la guerra in due riprese contro i militanti ceceni - che iniziò contro i ceceni separatisti negli anni Novanta e finì (se davvero finì) contro ceceni ormai affiliati ad al Qaida e sostenitori del cosiddetto Emirato del Caucaso. "Abbiamo esperienza di lotta al terrore, nel nostro paese ci sono state manifestazioni dolorose di terrorismo. Comprendiamo il pericolo, è una minaccia universale. Lo Stato islamico è come un cancro, che si metastatizza e cresce in ogni direzione". Quello che il vice ministro Bogdanov non dichiara è il sostegno russo al Partito di Dio in Libano (sciiti che combattono in nome del jihad) e la protezione strategica concessa all'Iran, che a sua volta appoggia Hamas nella Striscia di Gaza - anche questo un gruppo armato, perdipiù sunnita, che combatte in nome del jihad.
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