In Cina, il budget delle Forze armate aumenta ma non stupisce - Limes

Quest’anno le spese militari della Cina saranno pari a 150 miliardi di dollari, un aumento del 10.1% rispetto al 2014, quando queste ammontavano a 132 miliardi (+ 12.2% rispetto al 2013). Si tratta del risultato più basso degli ultimi cinque anni. Tale dato rispecchia in parte il rallentamento del tasso di crescita del pil del paese, che nel 2015 dovrebbe essere del 7%, 0.4 punti percentuali in meno rispetto al 2014 e 0.7 in meno rispetto al 2013.

A prescindere dalla flessione registrata, la pubblicazione delle spese militari di Pechino ha attirato (come ogni anno) l’attenzione dei suoi avversari regionali. Tra questi vi sono Giappone, Vietnam, Filippine, che ne temono la crescente assertività nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, e gli Usa, unico vero antagonista in grado di contenere l’ascesa militare ed economica dell’Impero del Centro.

Il governo cinese sostiene che l’aumento del budget militare non rappresenta una minaccia per agli altri paesi. Il general maggiore Chen Zhou, deputato del Congresso nazionale del popolo e ricercatore presso l’Accademia delle Scienze Militari dell’Epl, afferma che l’aumento delle spese militari è “moderato e ragionevole. Nonostante negli anni passati il tasso di crescita abbia superato quello del pil, il budget militare nel 2015 rappresenta l’1.3% del prodotto interno lordo, ben al di sotto della media mondiale, che va dal 2 al 4%”.

È pur vero che il budget militare della Rpc (Repubblica popolare cinese) non brilla per trasparenza. Infatti, non include una serie di voci, tra cui quelle relative al settore ricerca e sviluppo e alla polizia paramilitare. Ad ogni modo, le cifre rese note bastano per collocare la Cina al secondo posto dopo gli Stati Uniti per denaro speso nel potenziamento del proprio arsenale. Nel 2014, il budget di base del dipartimento della Difesa Usa è stato pari a circa 527 miliardi di dollari.

Come ha affermato il premier Li Keqiang, tra le priorità di Pechino vi è l’informatizzazione delle Forze armate cinesi. Questa include il miglioramento delle capacità cibernetiche e della tecnologia satellitare. Già lo scorso anno, il presidente cinese Xi Jinping aveva sottolineato che la Rpc deve impegnarsi per diventare una “potenza cibernetica” e impedire che minacce esterne (vedi il ciberspionaggio reciproco con gli Usa) e interne destabilizzino il paese.

Altra priorità è la modernizzazione dell’arsenale navale, necessaria per affermare la propria sovranità nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. Il motivo è chiaro: la costa orientale, lunga più di 14 mila chilometri, è l’area geografica più vulnerabile, militarmente ed economicamente, dell’Impero del Centro. Pechino lo ha appreso a cominciare delle invasioni via mare subite dalle potenze occidentali e dal Giappone, dalle “Guerre dell’Oppio” (1839-1842) in poi. La strada per diventare una “potenza navale” è ancora lunga. Basti pensare che al momento l’Epl ha una sola portaerei, la Liaoning, acquistata nel 1998 dall’Ucraina ed entrata in servizio nel 2012. Una seconda sarebbe in costruzione.

Corruzione, spionaggio e antiterrorismo

Nonostante l’aumento del budget militare, la modernizzazione dell’esercito cinese è tutt’altro che agevole. Tre notizie aiutano a capire perché.

La prima. Pochi giorni fa, nell’ambito della campagna anti-corruzione lanciata da Xi Jinping per colpire “le tigri e le mosche” (ed eliminare i suoi avversari politici) 14 generali dell’Epl sono stati posti sotto inchiesta o condannati. Tra di loro spicca Guo Zhenggang, figlio di Guo Boxiong, ex vice segretario della Commissione militare centrale. La sua presenza tra gli indagati potrebbe indicare che suo padre sarà la prossima “tigre” a finire nella gabbia di Xi Jinping. Negli ultimi tre anni, la politica del presidente cinese ha preso di mira personaggi illustri come Bo Xilai, capo del Pcc a Chongqing, Zhou Yongkang, “zar” dei servizi segreti cinesi, Ma Jian, viceministro del ministero per la Sicurezza dello Stato e Xu Caihou, vicesegretario della Commissione militare centrale, come Guo Zhenggang.

Da gennaio 2013, circa 4 mila funzionari (inclusi 82 generali) sono stati indagati. Di questi, 242 sono stati puniti.

La seconda notizia è che, pochi giorni fa, due operai della base militare di Dalian sono stati arrestati per aver venduto segreti militari a spie straniere, incluse centinaia di foto della portaerei Liaoning. In altre occasioni, il controspionaggio cinese ha mostrato le proprie vulnerabilità e per questo motivo il governo ha adottato recentemente una nuova normativa per colpire i cinesi che collaborano con organizzazioni o individui stranieri che conducono attività di intelligence.

La terza notizia: a breve sarà approvata la prima vera legge antiterrorismo della Rpc. Questa è stata preceduta da diversi strumenti legali, come una lista delle organizzazioni terroristiche, un regolamento amministrativo e una “Decisione” su tale argomento, composta di soli otto articoli.

È l’aumento degli attentati nella Rpc ad aver spinto Pechino prima a lanciare una campagna antiterrorismo (iniziata lo scorso anno) e poi a voler adottare la legge. Il governo cinese accusa frange estremiste della minoranza degli uiguri (turcofoni di religione musulmana) di condurre attacchi dentro e fuori il Xinjiang, regione ricca di petrolio, hub verso l’Asia Centrale e loro “patria”. Inoltre, ritiene che queste siano in contatto con al Qaida e che circa 300 uiguri siano nelle fila dello Stato Islamico. Una cellula tornata dalla Siria sarebbe stata smantellata pochi giorni fa dalle autorità cinesi. Il pugno di ferro di Pechino al momento non sta dando i risultati sperati. Anzi, l’inasprimento del rapporto tra il governo e gli uiguri rischia di aumentare la tensione della regione.

La nuova legge in fase di approvazione non riguarderebbe solo le operazioni antiterrorismo sul suolo nazionale. L’articolo 76 dovrebbe infatti consentire ufficialmente la conduzione di missioni all’estero, con il consenso del “paese in questione”. Una simile disposizione suggerirebbe che Pechino è pronta ad assumere un ruolo più attivo nella lotta al jihadismo in Medio Oriente e Africa, da cui proviene la maggior parte delle risorse energetiche che alimentano la crescita della Cina. Sarebbe un grande cambiamento nella politica estera mandarina, sin qui contraddistinta da un atteggiamento apparentemente passivo e dal rispetto formale del principio di non ingerenza negli affari interni degli altri paesi.

Pare chiaro che le Forze armate cinesi sono impegnate in un’intensa fase di modernizzazione, che fa i conti non solo con la necessità di sviluppare l’arsenale militare (notevolmente inferiore rispetto a quello Usa), ma anche con i problemi legati alla corruzione interna e alla falle del controspionaggio. A ciò si aggiunga che l’approvazione della legge sul terrorismo potrebbe segnare l’inizio di una fase più interventista della Cina in regioni lontane dai confini nazionali. Alla luce di tutto ciò, l’ennesimo aumento del budget militare è una notizia meno clamorosa del previsto.