08 Giugno 2010
Un incendio cova sotto la Turchia
L’omicidio di monsignor Padovese, la rottura con Israele e l’asse con Teheran segnalano la marcia di allontanamento di Ankara dall’Occidente. Una deriva che incoraggia gli islamisti. E ha già reso più concreta la minaccia di un Iran atomico
di Marta Ottaviani
Dove va la Turchia? Se lo chiedono in molti, soprattutto fuori dal paese. Il 3 giugno scorso monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, da tutti unanimemente riconosciuto come uomo della pace e del dialogo, stimato e tenuto in grandissima considerazione dall’esecutivo islamico-moderato al potere, è stato ucciso a Iskenderun, l’antica Alessandretta, nella parte sud-orientale a un passo dal confine con la Siria, da sempre terra di crocevia di culture diverse. Un gesto brutale, che sembra aver dato la spinta finale al paese per farlo cadere in una voragine dalla quale potrebbe non uscire più. Bisogna sottolineare subito che nel momento in cui questo articolo è stato scritto, tanto le autorità turche quanto i rappresentanti della Chiesa locale non ritenevano si potesse assimilare questo omicidio all’assassinio di don Andrea Santoro a Trabzon (2006) o alla strage dei tre presbiteriani di Malatya (2007), che prima di morire furono torturati per ore. Anche la stampa turca, che comunque ha dedicato poco spazio alla notizia, ha sposato la tesi secondo la quale a porre fine alla vita di monsignor Padovese sarebbe stato il gesto di un folle, ma non un folle qualsiasi. L’assassino è niente meno che Murat Altun, 26 anni, autista di fiducia del prelato da quasi cinque. Descritto da tutti come allegro e solare, Murat si era convertito al cristianesimo, e monsignor Padovese lo trattava come uno di famiglia: lo aveva aiutato e lo stava aiutando anche poco prima di essere ucciso. Il ragazzo, infatti, da alcune settimane soffriva di una forma molto grave di depressione. Il 28 maggio, praticamente alla vigilia dell’assassinio, era anche andato all’ospedale, dove avevano compilato un rapporto sul suo stato psichico precario. Pochi giorni dopo, accompagnato da suo fratello in motorino, si è recato a casa di Padovese e lo ha ucciso. Stando alle prime ricostruzioni dei fatti tutto si è consumato in pochi minuti. Il vescovo quel giorno aveva fatto sapere che sarebbe rimasto alla residenza estiva, a pochi minuti a piedi dal vicariato. Negli ultimi tempi Murat era strano. Era irascibile, non stava bene. Anche monsignor Padovese era preoccupato per lui. Ma nessuno poteva credere che sarebbe successa una cosa del genere. E sicuramente non ci credeva nemmeno l’uomo di Chiesa quando ha aperto il cancello del giardino a quel giovane che vedeva quotidianamente. Eppure in pochi minuti Murat ha preso il coltello con cui monsignor Padovese stava affettando la frutta e gli ha inferto quegli otto colpi mortali.
Menti deboli a rischio
Non è la prima volta che uno squilibrato assale un uomo di fede in Turchia. Già a Smirne e Samsun si erano verificati episodi di violenza, che però per fortuna non avevano portato ai risultati tragici di Iskenderun. La Turchia non è un paese intollerante e quanto avvenuto contrasta con clima di generale miglioramento delle condizioni delle minoranze religiose. Un clima cui ha direttamente contribuito l’azione dell’attuale governo. Proprio pochi giorni prima dell’assassinio, la gazzetta ufficiale turca aveva pubblicato – ed è una novità assoluta – un memorandum sui diritti delle minoranze religiose in Turchia, fortemente voluto dal premier Recep Tayyip Erdogan che lo ha firmato personalmente. Però l’unico paese della Mezzaluna a vocazione europea attraversa un momento molto particolare della sua storia e in un momento come questo è facile che le istanze più eversive e conservatrici prendano il sopravvento sulla popolazione meno colta e quindi più influenzabile ed esposta al fanatismo. Si tratta di uno scompenso che cresce all’insaputa o contro la volontà del governo, e che tuttavia può essere favorito anche da alcune scelte che l’attuale esecutivo ha compiuto di recente nella sua politica estera, atti che finiscono per avvicinare la Turchia più al mondo arabo che all’Unione Europea.
L’asse Lula-Erdogan-Ahmadinejad
Da circa tre anni, infatti, i rapporti di Ankara con lo Stato di Israele sono pessimi, mentre quelli con l’Iran diventano sempre più idilliaci. Non è un caso che proprio nelle scorse settimane la turchia e il Brasile abbiano firmato con Teheran un accordo sul nucleare, che prevede lo scambio di uranio leggermente arricchito con combustibile e che vedrebbe nella Turchia una sorta di Stato garante. L’accordo è definito dalla stampa nazionale “storico”, mentre all’esterno è stato percepito come un passo insufficiente per risolvere una volta per tutte il problema del nucleare iraniano. Pochi giorni prima, alla Bbc il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva ricordato che in Medio Oriente ci sono già paesi che possiedono armi militari, con evidente riferimento a Israele.
Sì perché lo Stato ebraico negli ultimi tempi sembra essere diventato la principale cura dell’esecutivo al potere. In pochi anni la Turchia si è trasformata da alleato storico a principale accusatore, forse addirittura “nemico particolare” di Israele. Il governo islamico moderato di Erdogan sarà ricordato per aver distrutto, in poco più di tre anni, uno dei rapporti più strategici e importanti nel Medio Oriente, quello fra la Turchia a vocazione europea, esempio di laicità nel mondo islamico, e lo Stato ebraico. Da questa frattura emerge subito un dato importante. Il grande seguito che ha ottenuto il primo ministro turco nelle sue critiche a Tel Aviv negli ultimi mesi dimostra che poche cose come l’antisionismo riescono a compattare una nazione piena di contrasti come la Turchia. Il paese della Mezzaluna è diviso su tutto. Eppure quando c’è di mezzo Israele, almeno negli ultimi tempi, si superano tutte le differenze e le categorie che da sempre contraddistinguono questa terra. Laici e filo-islamici, turchi e curdi, pro e contro Erdogan. L’ultima frattura tra Ankara e Tel Aviv, in ordine di tempo, si è aperta con l’assalto della marina israeliana alla Mavi Marmara, che stava portando aiuti umanitari a Gaza ed era sponsorizzata dall’Ihh, una Ong turca sulla quale però all’estero sono stati sollevati pesanti dubbi.
Il problema è che l’azione del premier ha avuto come conseguenza da una parte l’allontanamento della Turchia da Israele, ma soprattutto l’avvicinamento del paese a quel club mediorientale che procura più di una preoccupazione agli osservatori di affari internazionali e che è composto da Iran, Siria, Arabia Saudita e tutti quegli altri Stati per cui la Turchia vuole diventare un modello e una guida. La conseguenza ultima di questo andazzo, il rischio più pericoloso di tutti, è che oltre alla politica estera finisca per “virare” anche la popolazione. Non solo la minoranza fanatica che dopo la sparatoria sulla Mavi Marmara è scesa in piazza invocando la morte di Israele, ma anche tutte quelle decine di migliaia di turchi che, pur sapendo di essere nati in uno Stato laico, si sentono sempre più divisi fra Oriente e Occidente e che, con gli stimoli opportuni, potrebbero scegliere il primo.
Un incendio cova sotto la Turchia | Tempi
Nell'articolo, quindi, si parte dalla politica estera di Erdogan per arrivare a considerazioni preoccupate sull'allontanamento della Turchia dall'Occidente.




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ostridicolo:
