C’è un Libro nell’AT che sembra dar ragione a chi non crede nella presenza di un Dio creatore: Qohelet o Ecclesiaste, che poi è sempre la stessa cosa.
Questo Libro inizia con una frase che già di per se stessa è dissacrante “Tutto è vanità in questo mondo. Vanità delle vanità.Tutto è vanità”, queste parole sono attribuite a Qohelet, figlio di Davide re di Gerusalemme, un personaggio che potrebbe anche non essere esistito peraltro,e allora, perché questo Libro nell’AT?
Dice un commentatore noto dell’AT “Il linguaggio diQohelet è un linguaggio sapienziale. E’ la più tragica consapevolezza dell’insufficienzae della vacuità dell’ordine sacro e la più completa rottura del suo orizzonte.,traduce il linguaggio violento dei rpofeti nel nulla assoluto. Tutto è noioso e risaputo, la Creazione non è la magnifica opera di Dio (Gn 1,31) ma tutto è una squallida monotononia che scorre verso la morte." Che cosa è accaduto che gli occhi del fedele vedano adesso così diversamente, così dolorosamente il mondo?E perché questo Libro che sembra assolutamente estraneo al lingiaggio dell’AT,è nell’AT? Qohelet in pratica dice al fedele di essersi sempre illuso, quando dietro ad ogni accadimento della vita, della noiosa vita, aspettava istante per istante di di veder apparire la tenerezza del Signore. Si accettava la mortedel vecchio perché era giusta, davanti al Signore, e la morte del giovane, perchéil Signore certamente aveva altri progetti per lui, si andava al tempio per scontare i peccati di ogni giorno, e se qualche problema ci affanna, malattie,miseria, calamità naturali, tutto è racchiuso nelle misericordiose mani del Signore e ha sempre un significato che gli uomini non possono capire.
Il significato di questo Libro ha richiamato molti teologi, filosofi o semplici intellettuali a discutere. Un vecchio rabbino ormai morto da tempo ha scritto in un libro una sua spiegazione che io mi sento di accettare, e di condividere.
Dice: mentre Giobbe gridava a Dio nella speranza che intervenisse nelle disgrazie che Lui stesso gli aveva mandato, dimostrando con questo di credere in Lui, Qohelet non grida, ma si rassegna. Qohelet non chiede niente a Dio perché, misurandolo sulla vita che ci è stata data, ha perfino il dubbio della Sua esistenza. Nella migliore delle ipotesi Dio si rivela, in Qohelet, come un immobile e inscrutabile mistero di universale condanna. Qohelet si sforza di accettare la morta, si sforza di accettare il suo Dio assurdo che lo fa camminare in strade che non portano in nessun luogo, perché in fondo al suo cammino altro non c’è che la morte. La morte è il supremo male, ed è orribile pensare che il Creatore l’abbia voluta, dice Qohelet.
Conclude il rabbino: Qohelet è Israele, il popolo ebreo. La vecchiaia che Qohelet vede sopraggiungere inesorabilmente per l’uomo è la stessa che il rabbino vede per il popolo di Dio, di quel Dio che dopo averlo voluto lo ha nei fatti abbandonato.
Secondo me, dal punto di vista di un rabbino ebreo, mi sembrano parole che c’entrano il mistero di questo Libro.




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