Intervista a Stefano Ciccone di "Maschile plurale".
Stefano Ciccone, biologo, è tra i promotori dell’Associazione “Maschile Plurale”.
L’iniziativa è partita con una forte presa di posizione contro la violenza alle donne in occasione dello stupro di piazza Dei Massimi. Un avvenimento che colpì molto l’opinione pubblica perché avvenne nel centro di Roma ad opera di ragazzi, tra virgolette, perbene. Lo stupratore non era né il maniaco, né l’immigrato, né l’ubriaco, né l’uomo nero, ma erano appunto giovani come noi che vivevano al centro di Roma, eccetera. Questo ci portò a riflettere su quanto la violenza contro le donne avesse delle radici in un immaginario condiviso anche da noi, cioè in un mondo che era la normalità e non la devianza.
A partire da questo abbiamo iniziato a riflettere.
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Dico subito che io sono uno di quegli uomini tipici “tronco di legno” che non balla a nessuna festa. L’unica volta che ho ballato veramente è stato con degli uomini a un gruppo di uomini, perché c’era un motivo politico.
Ora questa è una domanda interessante: perché mi fa problema un corpo maschile, un contatto intimo con un corpo maschile, se è uguale al mio corpo? Credo che questo disagio ci dica qualcosa del nostro corpo: qualcosa di potenzialmente invasivo, connotato da una dimensione bassa della sessualità che metto in gioco magari nelle mie fantasie erotiche con il femminile, e che però sento minaccioso quando mi misuro con un altro uomo.
D’altra parte -io lo dico sempre- l’educazione sentimentale di un paio di generazioni di uomini italiani si è basata sui film di Pierino, Renzo Montagnani, Lino Banfi, non so, “La liceale seduce i professori”, ecc. Questi film di nudo soft femminile con queste donne eteree, giovani e bellissime. Il fatto è che tu accedevi a quel nudo attraverso il personaggio maschile, che era Pierino, un soggetto orrendo, o Lino Banfi, insomma tutti uomini brutti, squallidi, ridicoli, sempre infoiati, che guardavano dal buco della serratura Gloria Guida che faceva la doccia, bionda e eterea, bellissima.
Allora quell’uomo in canottiera, grasso, che cosa mi rimanda dell’immagine del mio corpo?
Voi avete cercato di ragionare anche su quella che avete definito la “miseria” del corpo maschile. Puoi spiegare?
La miseria da un lato è data da un corpo connotato dall’essere portatore di bassi istinti, da un desiderio bestiale, non nel senso estremo, parlo banalmente del “basta che respiri”, per cui per l’uomo la sessualità è sfogo, scarico... Tutta la riflessione sulla prostituzione rimanda a questa idea di una sessualità di consumo, che non ha alcun nesso con la relazione. D’altra parte, il piacere maschile è semplice da raggiungere, non ha bisogno di atmosfera, non ha bisogno di nulla. Il piacere femminile è sempre qualcosa di misterioso, difficilmente raggiungibile, difficilmente interpretabile, che ha bisogno di tutto un terreno attorno, atmosfera, preliminari, relazione, mentre per gli uomini è una roba che si consuma in dieci minuti pagando trenta euro lungo la statale con una prostituta.
Noi abbiamo denunciato questa come una dimensione di miseria, non per colpevolizzare il maschile, ma perché questo immiserisce l’esperienza erotica degli uomini.
L’altro elemento di miseria è appunto quello della socialità maschile. Cioè questa percezione del corpo genera una miseria nelle relazioni tra uomini, perché non riesci a fare del corpo una risorsa di relazione.
A partire da questo abbiamo fatto una riflessione, per me importante, anche sulla paternità, cioè su quanto i nostri padri (ma sicuramente anche i padri dei nostri padri) avessero messo in gioco un’idea di paternità in cui il corpo non era una risorsa nella relazione con i figli. Il padre è quello che ti insegna ad andare in bicicletta, ti porta allo stadio, ti insegna come funziona il mondo. Ma in realtà è anche quello che non ti tocca mai e che proprio non toccandoti afferma la sua autorevolezza paterna, che è fondata sulla distanza, sulle regole.
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Il pater familias costruisce la propria autorità paterna nel momento in cui si preclude una relazione con i figli. Paradossalmente questo potere ha generato una miseria aggiuntiva, frutto di questa sovrapposizione di protesi. Più cresceva il nostro potere e più ci trovavamo impoveriti nelle nostre relazioni tra uomini.
Una rigidità, una inibizione che poi viene trasmessa al figlio…
Esatto, e secondo me questa inibizione rimanda a un altro elemento che è la precarietà della virilità. Cioè avendo costruito la propria identità quasi contro il corpo, un’identità astratta, culturale, sociale, l’uomo, il maschio da quando nasce fino a quando muore è costretto a dimostrare di essere tale.
La donna è corpo mentre tu uomo sei razionalità. Ora, la donna essendo condannata a questa dimensione della corporeità ha una sua identità sessuale certa. Quello che si mette in discussione della donna è più la sua autorevolezza, la sua autonomia, soggettività.
All’uomo invece viene messa in discussione proprio la sua identità maschile: non piangere se no sei una femminuccia, a scuola l’insulto è che sei un “finocchio”, se vai in motorino devi andare su una ruota sola e sfidare il pericolo oppure devi andare in guerra… Mia nonna diceva: “Chi non è buono per il re non è buono per la regina”, cioè se non vai a fare il militare e non ti emancipi dalle gonne di tua madre non diventerai mai un uomo.
Ecco, questa virilità rappresentata così forte e potente in realtà è sempre in bilico, sempre precaria. C’è anche qui una miseria: hai un corpo che non è capace di conferirti un’identità. Neanche sessualmente: sei un uomo se sei stato con un sacco di donne…
Noi, con un’operazione di inversione simbolica, abbiamo fatto di questo un elemento di scherno delle donne, diciamo che sono vittime delle loro emozioni, che sono impressionabili, condizionate dal loro ciclo ormonale, gravate dalla maternità. Io, invece, come uomo, sono libero, perché la mia razionalità non verrà mai condizionata né messa in discussione.
Il corpo delle donne riduce la loro autorevolezza. L’uomo invece è autorevole perché libero dal corpo, senza vincoli con esso.
Insomma, l’uomo ha costruito la sua identità sul silenzio di questo corpo rendendoselo così estraneo.
intervista a Stefano Ciccone di "Maschile Plurale"





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