Europa contro Russia in Crimea, la prima volta - Limes




Un secolo e mezzo fa si combattevano per la prima volta dopo Napoleone (e per l’ultima prima della Grande Guerra) le principali potenze europee e l’impero zarista.

di Antonello Battaglia
Redazione Limes Italia, Russia, Russia e Csi
La Crisi d’Oriente del 1853-1856 fu il primo conflitto continentale successivo alle guerre napoleoniche e – eccettuando la Seconda Guerra d’Indipendenza (1859), la guerra austro-prussiana (1866) e quella franco-prussiana (1870), tutte circoscritte – fu l’ultimo scontro generalizzato prima della Grande Guerra. Tutti gli Stati europei, direttamente o indirettamente, vi furono implicati a titolo diverso.

Fu un momento storico di grande importanza per l’Europa, destinato a mutare definitivamente gli equilibri continentali sancendo una cesura tra “l’Occidente” e la Russia che a seguito della sconfitta militare si sarebbe isolata in un raccoglimento ventennale.

A partire da Pietro il Grande, l’obiettivo della politica internazionale russa era assicurarsi il controllo del Mar Baltico per accedere all’Atlantico e soprattutto entrare nel Mediterraneo. L’Impero di fatto era privo di uno sbocco sui mari caldi; gli unici porti a disposizione erano Arcangelo, Odessa e San Pietroburgo ghiacciati per buona parte dell’anno, ubicati a nord, praticamente inservibili e strategicamente irrilevanti. Allora come adesso, il porto di maggior importanza per la flotta russa si trovava in Crimea, a Sebastopoli. La potenziale funzione strategica era tuttavia vanificata dagli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli – dominio ottomano – che sorvegliavano e gestivano il passaggio tra Mar Nero e Mediterraneo orientale.

Il controllo turco di quell’area non consentiva alla Russia di inserirsi nei traffici commerciali più importanti dell’epoca e soprattutto ne neutralizzava la flotta, confinandola al Mar Nero settentrionale. Le manovre zariste miravano dunque a indebolire il già “grande malato d’Europa”, inserire San Pietroburgo nelle dinamiche mediterranee ed espandere l’influenza in area balcanica in linea con i principi slavofili e panslavisti.

Nel 1832 l’esercito ottomano fu duramente messo alla prova dalla rivolta del khedivè Mehmet Ali che minacciava la secessione egiziana, dilagava in Siria e invadeva i territori anatolici. Il sultano Mahmud II chiese l’aiuto delle potenze straniere e lo zar colse immediatamente l’appello inviando un contingente che si rivelò provvidenziale. Nicola I desiderava dare man forte con l’idea di farsi pagare a caro prezzo l’aiuto offerto. Il 20 febbraio 1833 una squadra navale giunse a Costantinopoli e alcune settimane dopo diecimila soldati russi sbarcarono sulla riva asiatica del Bosforo. Era la prima volta che lo zar giungeva al cuore della Porta. Nicola si intrometteva nella politica interna ottomana e imponeva come contropartita per l’appoggio militare l’apertura esclusiva degli stretti alle navi da guerra russe (Trattato di Hünkâr İskelesi, 1833). Le strategia diplomatica zarista preoccupava Francia e Inghilterra. La monarchia orleanista voleva riabilitare l’immagine francese dopo la débâcle napoleonica e mirava al controllo del Mediterraneo.

La possibilità che le navi da guerra russe potessero passare indisturbate gli Stretti era inquietante. Discorso simile per la Gran Bretagna, la cui leadership economico-commerciale si basava sull’antica e redditizia via delle Indie che aveva proprio nel Mediterraneo orientale e in Egitto uno snodo di fondamentale importanza. L’inserimento russo in questa rotta, parallelamente all’estensione in Persia, avrebbe compromesso il primato di Londra, permettendo l’ascesa dell’Impero zarista. Stante la grave minaccia, Francia e Inghilterra spinsero il sultano Abdul Mejid, successore di Mahmud II, a ridefinire gli accordi sugli Stretti. Il 13 luglio 1841 fu siglata la Convenzione di Londra che impediva in caso di conflitto il passaggio di navi da guerra attraverso Bosforo e Dardanelli. Il provvedimento danneggiava volutamente la Russia, la cui flotta tornava a essere isolata nel defilato Mar Nero. La condotta altalenante del sultano infastidì Nicola I, che iniziò a prendere in considerazione l’ipotesi di una guerra che avrebbe permesso al suo impero di estendersi fino a Costantinopoli. Lo zar doveva trovare soltanto il pretesto per dichiararla.

In questo contesto maturò la crisi dei luoghi santi che, seppur lontana nel tempo e nello spazio, costituì il casus belli del conflitto di Crimea. Venne alla ribalta la questione della gestione dei più importanti siti di culto: secondo gli antichi privilegi confermati alla fine del XV secolo a Francesco I di Valois, era la Francia ad avere il diritto di protezione di luoghi e fedeli cristiani. Le capitolazioni erano state rinnovate nel 1740 e ulteriormente confermate nel trattato di Küçük Kaynarca del 1774. Alla fine del XVIII secolo la Rivoluzione Francese aveva travolto la monarchia borbonica e la Francia, de facto, non aveva più esercitato le sue prerogative sui luoghi santi. Contestualmente era aumentata l’influenza ortodossa e con essa quella dell’Impero russo. Stante l’incremento del flusso di pellegrini di fede greca, lo zar aveva rivendicato per sé i privilegi soprattutto alla luce dell’escalation di risse tra monaci cattolici e ortodossi per l’amministrazione dei luoghi di culto.

All’inizio degli anni ‘50 dell’Ottocento, la politica estera francese divenne più aggressiva. Il presidente della Repubblica Carlo Luigi Napoleone Bonaparte (il nipote di Napoleone) voleva fare dell’Hexagone una grande potenza mondiale e sul solco di questo nuovo corso di grandeur denunciò la violazione dei privilegi da parte russa. A complicare ulteriormente la situazione, l’incerta politica del sultano che alternativamente rassicurava sia i diplomatici francesi sia quelli russi. Il negoziatore transalpino La Vallette fu ricevuto da Abdul Mejid l’8 febbraio 1852 e ottenne le chiavi della Chiesa di Betlemme e il diritto di officiare nella tomba della Vergine. Al ritorno a Parigi la missione fu accolta da tripudio, mentre il legato dello zar, Titov, otteneva dal sultano la revoca di quanto appena concesso ai francesi.

Nella Ville Lumière l’indignazione fu grande. «Chi vuol servire due padroni raramente evita noie e accuse da ambedue» commentava arguta «La Civiltà Cattolica». Alla nota ufficiale di protesta, il sultano rispose scusandosi e riaccordando i privilegi. Era questo il pretesto di cui aveva bisogno lo zar, un’impasse internazionale che incrinasse i rapporti con la Sublime Porta giustificando un’eventuale guerra. Nicola inviò il generale Alexander Sergeyevich Menshikov a Costantinopoli. Il 29 febbraio 1853 l’ufficiale giunse nella capitale ottomana saltando di proposito la visita di protocollo al ministro degli Esteri turco Fuad Effendi, notoriamente anti-russo. Il generale si presentò al cospetto del sultano in semplici abiti borghesi boicottando il cerimoniale della diplomazia internazionale. La visita della delegazione russa era volutamente provocatoria. Menshikov presentò al sultano le richieste dello zar: esclusività dei privilegi sui luoghi santi; sovranità su tutti i sudditi ottomani di fede ortodossa; placet sull’elezione del patriarca di Costantinopoli. Si trattava di condizioni volutamente inaccettabili. Se il sultano avesse aderito completamente alle richieste russe, avrebbe ceduto i propri diritti sovrani sui tre quarti della Turchia europea compromettendo l’esistenza stessa dell’Impero ottomano. Abdul Mejid fu spiazzato dalla risolutezza russa e, cosciente della netta inferiorità militare ottomana, cercò di stemperare la tensione sostituendo Fuad Effendi con il filo-russo Rifaat Pasha.

La mossa ebbe l’effetto opposto: palesò i timori ottomani confermando il servilismo nei confronti della Russia. La condotta era eccessivamente accomodante. Il 5 giugno 1853 Nicola I, nella sua spregiudicatezza diplomatica, ordinò a Balabine, primo segretario della legazione russa, di consegnare l’ultimatum. Se le pretese non fossero state accolte, l’esercito avrebbe invaso i principati ottomani di Moldavia e Valacchia. All’arrendevolezza del sultano, consapevole di non poter accettare il diktat russo e allo stesso tempo di non riuscire a contrastarlo militarmente, fece da contraltare l’immediata attività diplomatica di Inghilterra e Francia.

L’Impero ottomano aveva un’importanza strategica fondamentale. Nonostante l’inarrestabile decadenza era tenuto in vita perché copriva un territorio etnicamente variegato che fungeva da cerniera tra Occidente e Oriente e da baluardo difensivo per l’Europa. Un suo eventuale crollo avrebbe permesso alla Russia di espandersi minacciosamente verso ovest affermandosi come indiscussa potenza. Per Londra era indispensabile mantenere lo status quo e difendere Costantinopoli; per Parigi era l’occasione di cimentarsi in un conflitto e rilanciarsi come protagonista dello scacchiere internazionale. L’eventuale appoggio militare anglo-francese rassicurò Abdul Mejid rinvigorendo i toni della diplomazia ottomana. Dalla condotta arrendevole si passò al netto rifiuto dell’ultimatum e alla chiamata alle armi per lo Jihad. Ad arroventare la situazione, la morte del patriarca di Costantinopoli. Il sinodo bizantino si riunì ed elesse il successore: il sultano, violando le richieste russe, impose le sue prerogative e riconobbe per primo il nuovo patriarca. Nelle convulse trattative che precedevano la deflagrazione del conflitto, Nicola I cercò di ovviare all’alleanza tra inglesi, francesi e turchi chiedendo l’appoggio dell’Impero austriaco. Vienna aveva per lo zar un’importanza strategica fondamentale il cui sostegno avrebbe permesso di ridimensionare la coalizione filo-turca rilanciando le possibilità di vittoria russe.

D’altronde l’Impero asburgico era debitore dello zar perché nella stagione rivoluzionaria del 1848-‘49 aveva perso il controllo di Buda e Pest. Nonostante lo sforzo bellico, Francesco Giuseppe non era riuscito ad avere ragione della resistenza magiara ed era stato costretto a fare appello alla Santa Alleanza e richiedere l’intervento russo. Nicola I non aveva esitato a correre in aiuto e, dopo un sanguinoso assedio, aveva riconsegnato le città all’imperatore. Al divampare della Prima Crisi d’Oriente e alla vigilia dell’imminente guerra, lo zar poteva contare sulla riconoscenza asburgica e sulla consolidata alleanza. La posizione dell’Impero austriaco non era tuttavia semplice: Francesco Giuseppe, pur apprezzando il sacrificio russo, non aveva gradito il paternalismo di Nicola I e la sua palese attitudine a considerare Vienna una potenza subordinata.

A ciò si aggiungeva la tendenza russa a espandersi verso i Balcani, regione considerata dagli austriaci propria sfera di influenza. La paventata caduta ottomana avrebbe senza dubbio favorito la penetrazione zarista in quest’area. I calcoli di Nicola I sull’Austria erano dunque errati: Francesco Giuseppe non gli era ostile, ma certamente non sarebbe stato un suo alleato. l’Impero austriaco declinò dunque la proposta russa spiazzando lo sdegnato Nicola. A influenzare la scelta di Francesco Giuseppe era stata anche la posizione del papa. Pio IX infatti si scagliava contro lo zar per la sua accanita rivalità nei confronti dei cattolici. La questione dei luoghi santi aveva irritato il pontefice che in una eventuale vittoria russa vedeva il ridimensionamento dell’occidente, del cattolicesimo e il trionfo della Chiesa ortodossa. «La Civiltà Cattolica» lo chiamava “l’autocrate” e Pio IX non nascondeva la sua approvazione nei confronti di una lega anti-russa in grado di neutralizzare la minaccia. Guerra a una potenza ortodossa, ma paradossalmente alleanza con una islamica. La fede maomettana, a detta del papa, non costituiva più una minaccia ma un’opportunità di alleanza e d’intesa. Pio IX tuttavia, pur caldeggiando la guerra alla Russia, faceva consegnare una nota a Vienna in cui richiedeva che l’Impero austriaco rimanesse neutrale. L’Occidente avrebbe marciato ma non gli Asburgo. Questa esortazione era dettata dal timore che un invio delle truppe viennesi a est avrebbe sguarnito il fronte italiano permettendo al Regno di Sardegna e ai volontari di intraprendere una nuova campagna militare ai danni del Lombardo-Veneto.

La Penisola si sarebbe sollevata e con essa lo spauracchio repubblicano che nel ‘49 aveva spadroneggiato sull’Urbe. Stante la neutralità austriaca, francesi e inglesi proposero a Vienna di entrare nella coalizione filo-turca. La Hofburg declinò l’invito. Di contro gli anglo-francesi si rivolsero al Regno di Sardegna per un duplice motivo: dare uno schiaffo diplomatico agli austriaci, di cui il Piemonte era nemico, e allo stesso tempo dimostrare che la frontiera italiana sarebbe rimasta inviolata grazie alla partenza del contingente sabaudo. Nell’aprile del 1854 i delegati di Parigi e Londra si recarono a Torino dove furono ben accolti da Cavour.

Il primo ministro sabaudo non voleva perdere l’occasione di uscire dall’isolamento diplomatico e permettere al Piemonte di entrare nell’empireo delle grandi potenze continentali. Si disse disposto a intavolare una trattativa e impegnare l’esercito nella campagna militare. Molti esponenti politici sabaudi non erano d’accordo con la condotta precipitosa cavouriana. Le principali critiche riguardavano l’esoso sborso finanziario; l’alleanza del liberale Piemonte con l’autoritario Secondo Impero di Napoleone III; la partecipazione a una guerra senza tornaconti economici e per cause completamente estranee. Nonostante le accanite resistenze, ma con il tacito accordo del re, Cavour decise di procedere autonomamente e conchiudere l’accordo di alleanza mettendo il parlamento davanti il fatto compiuto. Il ministro degli Esteri Vittorio Dabormida si dimise per protestare contro una decisione che riteneva dittatoriale. Il Regno di Sardegna entrava in una guerra piena di incognite, priva di garanzie e soprattutto senza disposizioni precise per l’esercito. Alfonso La Marmora fu nominato comandante in capo e poco prima di imbarcarsi salutò Cavour chiedendo istruzioni. Lo statista sabaudo replicò: «Ingegnati!».

Non importavano gli ordini o le battaglie cui prendere parte: per Cavour l’obiettivo era stato già raggiunto e il Piemonte era entrato nell’alleanza con le blasonate Francia e Inghilterra. Nel contempo, il 27 febbraio le potenze occidentali avevano invitato lo zar ad abbandonare i principati recentemente occupati. Dinanzi all’ostinatezza di Nicola I che ordinava l’avanzata in Dobrugia, Francia e Inghilterra dichiararono guerra.

Il teatro del conflitto divenne fin da subito la Crimea. Parigi e Londra erano coscienti dell’importanza strategica della regione e decisero di giocare d’anticipo bloccando la flotta russa a Sebastopoli. Napoleone III commentava: «Semmai decideste di prendere la Crimea, sappiate l’origine dell’iniziativa non è vostra ma mia che già da tempo ho riconosciuto la sua importanza dal punto di vista strategico. La sua conquista è l’unico mezzo per portare un decisivo colpo alla Russia». Il 22 aprile 1854, cinque fregate inglesi e tre francesi bombardarono Odessa. L’assedio della piazzaforte consentiva di neutralizzare le azioni marittime russe relegando l’avanzata zarista alla mera guerra terrestre senza la possibilità di bloccare gli Stretti o bombardare Costantinopoli. Il 17 ottobre 1854 iniziava l’assedio di Sebastopoli. Le forze alleate non riuscirono ad accerchiare la roccaforte e si limitarono ad attaccare da sud respingendo, con grosse difficoltà, le sortite russe. L’8 settembre 1855, 60 mila francesi agli ordini di Mac-Mahon espugnarono la posizione fortificata di Malakoff infliggendo dure perdite al nemico. I russi abbandonarono le fortificazioni e si ritirarono. Il 9 settembre terminava l’assedio costato 4 mila morti allo zar e 16 mila alla coalizione tra vittime, feriti e prigionieri. In tutta la guerra la Russia patì 102 mila perdite, la coalizione 128.400 circa, tra cui 2050 piemontesi. Finiva la logorante Guerra di Crimea.

Gerusalemme e i suoi luoghi santi, casus belli, erano stati presto dimenticati e l’astio dell’Europa occidentale nei confronti del minaccioso espansionismo russo era deflagrato in tutta il suo vigore. Lo status quo era stato salvaguardato e con esso gli interessi di Londra che avrebbe voluto continuare a oltranza il conflitto per annichilire definitivamente il nemico. La via delle Indie era stata preservata e la leadership britannica garantita. Anche Parigi poteva dirsi soddisfatta. Napoleone III aveva profuso ingenti risorse e aveva perso molti uomini. Il Secondo Impero era riuscito ad affiancare l’Inghilterra e consacrarsi come arbitro delle controversie internazionali. Gli Stretti rimanevano ottomani e restavano chiusi alle navi da guerra.Pio IX era appagato: l’ortodossia era stata ridimensionata e “l’autocrate” era stato sconfitto. La supremazia spirituale di Roma e il primato del papa erano stati mantenuti. Allo stesso tempo non erano scoppiati disordini nella Penisola e la minaccia mazziniana era stata esorcizzata.

Anche Cavour esprimeva soddisfazione: il Piemonte era uscito dall’isolamento internazionale e si era seduto al tavolo delle grandi potenze. Il Congresso di Parigi ospitò anche la delegazione sabauda e Cavour prese parte all’importante summit perorando la causa piemontese. Prima della chiusura, i diplomatici anglo-francesi gli concessero la possibilità di presentare l’annosa questione italiana. Il Congresso terminò senza alcuna decisione in merito e Cavour tornò a Torino scoraggiato. Al contrario delle sue impressioni, fu accolto da una folla festante perché per la prima volta le cancellerie europee erano state messe davanti al problema italiano e ne avevano preso coscienza. L’Austria era rimasta impacciata nel suo cul de sac. Non era intervenuta a fianco dello zar decretando la fine della decennale Santa Alleanza ma allo stesso tempo, pur appoggiando la causa anglo-francese, aveva evitato di impegnarsi militarmente. Il suo prestigio ne avrebbe risentito negli anni a venire. Sarebbe stata sconfitta nella Seconda Guerra d’Indipendenza (1859) dall’asse franco-sabaudo e avrebbe perso l’influenza sulla Confederazione Germanica a seguito della grave sconfitta militare nella guerra austro-prussiana del ‘66. Estromissione dalla penisola italiana e perdita della preponderanza in area germanica: i due pilastri del grande impero asburgico sarebbero venuti meno e con essi l’influenza austriaca.

Dopo la guerra di Crimea, il nuovo concerto europeo si basava sull’asse anglo-francese, ma la crescente potenza prussiana avrebbe sovvertito questo equilibro a partire dalla metà degli anni Sessanta. L’Impero ottomano, seppure in crisi, aveva vinto la guerra. Francia e Inghilterra lo avevano protetto per salvaguardare i propri interessi. Non avrebbe risolto i gravi problemi e la sua decadenza si sarebbe protratta fino alla Grande Guerra. La Russia aveva perso il confronto diretto con le potenze europee e l’opportunità di assumere il controllo dell’Europa orientale e raggiungere gli agognati Stretti. San Pietroburgo, da protagonista al Congresso di Vienna, si ritrovò ostracizzata dal centro nevralgico di potere continentale e tagliata fuori dal nuovo concerto europeo. La Crimea, allora come oggi, aveva un’importanza strategica fondamentale perché unico porto servibile da impiegare a servizio della flotta. L’intento punitivo delle potenze occidentali fu chiaro e trapelò dagli atti della Conferenza di Pace allorché fu imposto il divieto di mantenimento di flotte militari nel Mar Nero. Questa decisione penalizzava più lo zar che il sultano.

La fragilità della Russia, prima ancora che militare, era economica e organizzativa. Era il paese più vasto e popoloso del mondo, ma era arretrato in ogni settore. L’economia era esclusivamente agricola, il 90% della popolazione era rurale, la produzione era notevole grazie alle estese aree coltivabili ma era relativamente scarsa se comparata allo sfruttamento intensivo del suolo praticato in Francia, Inghilterra e Paesi Bassi. Tecniche, tecnologie e rapporti sociali di tipo feudale erano all’origine della grave crisi, concretizzatasi nella disfatta militare. Per i detrattori dello zar, il fallimento della difesa di Sebastopoli era stato causato dall’inesistenza di adeguate vie di comunicazione e dalla scarsità di linee ferrate. Il carente approvvigionamento di uomini, munizioni e vettovagliamento non aveva consentito alla roccaforte di resistere all’assedio della coalizione nemica. Il successore di Nicola I fu Alessandro II.

Il nuovo zar avviò un’intensa stagione di riforme con l’obiettivo di modernizzare il paese. Nel 1861 firmò la controversa legge sull’abolizione della servitù della gleba, riformò l’amministrazione fiscale, l’università, l’esercito, l’amministrazione locale e promulgò la riforma dell’ordine giudiziario.

In politica estera la Russia di fatto uscì dalle dinamiche europee per circa un ventennio, spostando il suo baricentro in Asia, in particolare sul Caucaso. Da potenza pulsante europea, l’Impero era adesso “esiliato” a est. Lo spauracchio russo al momento era stato sconfitto e allontanato dall’Europa.