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Discussione: spigolature...

  1. #261
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    Predefinito Re: spigolature...

    PICO DELLA MIRANDOLA - LA DIGNITA' DELL'UOMO


    Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare al meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine; Puoi degenerare alla bestialità o elevarti alla divinità. Gli animali ottengono dal corpo della loro madre tutto quel che è loro necessario a vivere, e gli spiriti più alti sono - fin dall'inizio o immediatamente dopo di esso - qualsiasi cosa decidano di essere per tutta l'eternità. Ma l'essere umano è colui al quale il Padre dona, al momento della nascita, i semi ed i germi di qualsiasi caratteristica della vita, quegli stessi semi e germi che egli coltiva, fa crescere dentro di sé e trasforma in frutti.

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  2. #262
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    Predefinito Re: spigolature...

    Da UTOPIA di Tommaso Moro


    SUL LAVORO


    [i""]Eliminate queste pericolose aberrazioni, create leggi per cui quelli che hanno distrutto i villaggi siano costretti a ricostruirli, oppure la proprietà dei terreni passi nelle mani di chi s'impegna a farlo. Non permettete ai più ricchi di comprare tutte le terre e controllare monopolisticamente il mercato. Fate che non vi siano così tante persone mantenute nell'ozio, ridate fiato all'agricoltura e all'artigianato della lana affinché chi è ridotto in povertà dalla mancanza di lavoro, o chi si da all'ozio e al vagabondaggio, possa guadagnarsi da vivere onestamente: in caso contrario, prima o poi, diventeranno tutti ladri. Se non risolverete questi enormi problemi sarà inutile appellarsi a una giustizia severa, perché questa è più spettacolare che giusta o efficace. Far su che i vostri giovani crescano nell'ozio e nella corruzione, permettendo che fin dalla più tenera età siano avvelenati a poco a poco dal vizio, per poi volerli punire quando sono adulti, non è forse, ti domando, come crescerli ladri per poi impiccarli?""
    [/i]

    Commento a cura di Alessandra Benenati

    La mancanza di lavoro è un problema che ha da sempre caratterizzato la maggior parte dei Paesi e, come afferma Moro nella sua Utopia, questo dilemma è il primo e importante sintomo di un malfunzionamento nell’organizzazione dello Stato; bisogna che il governo si occupi seriamente di inserire ogni individuo nel mondo del lavoro, a partire dai giovani, educandoli a faticare per guadagnarsi da vivere e impedendo loro che intraprendano strade sbagliate. Chiaramente, è necessaria anche la volontà del singolo cittadino per far sì che questo piano vada a buon fine, per cui collaborazione tra Stato e popolo diventa un binomio inscindibile. La conquista del lavoro deve quindi diventare una garanzia, per assicurare all’uomo la conquista della propria dignità, poiché un uomo senza lavoro è in balia dei vizi e degli ozi; quella dignità che conduce tutti a rispettare le regole propinate dai governi, in quanto il popolo gode della situazione di benessere collettivo in cui si trova, senza ricorrere ad atti di delinquenza o vandalismo per crearsi uno spazio ideale. Del resto, anche la Costituzione Italiana, nel suo primo articolo, sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, lavoro che diventa sia un dovere, per risollevare le sorti di uno Stato, che un diritto, che garantisce al cittadino di ottenere un’esistenza serena fondata sul benessere e sulla legalità.

    ""“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.”" _Thomas More

  3. #263
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    Predefinito Re: spigolature...

    LE COSE CHE HO IMPARATO NELLA VITA Paulo Coelho

    Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
    - Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà... E per questo, bisognerà che tu la perdoni
    - Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla
    - Che la pazienza richiede molta pratica
    - Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo
    - Non cercare le apparenze, possono ingannare
    - Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia
    - - Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare
    - Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice
    - Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così
    - Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino



    Di mio ci aggiungo
    -Essere gentili ed educati ti sorprenderà e ti farà sentire uno tra le eccezioni
    ma resisti e continua ad esserlo.


  4. #264
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    Predefinito Re: spigolature...

    La strada della CORTESIA

    C’era una volta un principino superbo e maleducato. Un giorno si perse in un bosco. Incontrò una vecchina curva sotto il peso di un sacco e le gridò sgarbatamente: “Vecchia, qual è la strada della reggia?”
    La vecchina si strinse nelle spalle, allungò il mento, socchiuse gli occhi e rispose: “Non saprei. Chiedilo al gatto, che sa tutto”.
    “Gatto” disse il principino “Voglio tornare alla reggia. Insegnami la strada!”
    “Domandalo al cane, che ha girato tanto.”
    “Cane, qual è la strada della reggia?”
    “Domandalo allo scoiattolo, ce vede tutto”
    “Scoiattolo, voglio sapere la strada della reggia”
    “Chiedilo allo scricciolo, che ode tutto”
    “Scricciolo, insegnami la strada della reggia”
    Lo scricciolo volò sulla spalla del principe e gli sussurrò all’orecchio: “Principe, se vuoi ritrovare la reggia, prendi la strada della cortesia e comincia col domandare le cose -per piacere-”.
    Il principe capì la lezione e subito disse: “Per piacere, mi potresti insegnare la via?”
    Lo scoiattolo scese dall’albero e lo accompagnò fino a una radura dov’era il cane.
    “Cane, per piacere mi accompagni verso la reggia?”
    Il cane lo guidò fino al bivio dov’era il gatto.
    “Gatto, per favore, mi dici dov’è la reggia?”
    Il gatto, scodinzolando, lo condusse fino la limite del bosco. Qui era ad aspettarlo la vecchina.
    “Nonnina, per gentilezza, mi dite dov’è la reggia?”
    La vecchina lo prese per mano e lo condusse fino alla porta del palazzo reale.
    “Entrate, per favore” disse il principino cortesemente.
    “Grazie, caro. Sono contenta, perchè vedo che hai imparato la strada della gentilezza. D’ora in poi non ti perderai più”.

    (P. Bargellini)

  5. #265
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    Predefinito Re: spigolature...

    L'IMPORTANZA DELL'ASCOLTO

    Molti anni fa, in Cina, vivevano due amici.
    Uno era molto bravo a suonare l’arpa.
    L’altro era dotatissimo nella rara arte di saper ascoltare.
    Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva:
    “Vedo la montagna come se l’avessimo davanti”.
    Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva:
    “Sento scorrere l’acqua fra le pietre”.
    Ma un brutto giorno, quello che ascoltava si ammalò e morì.
    Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.
    Esistiamo veramente se qualcuno ci ascolta.
    Il dono più grande che possiamo fare ad una persona é di ascoltarla “veramente”.

  6. #266
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    Predefinito Re: spigolature...

    Dicono che la natura ci abbia fornito un paio di orecchie, ma una lingua soltanto, per costringerci ad ascoltare di più e parlare di meno.


    Così Plutarco (46-127 d.C.) al giovane Nicandro, in un’epistola esortativa tratta dai Moralia, miscellanea di interventi vari, a carattere etico-filosofico. Il primo brano, dedicato a L’arte di ascoltare, parte da considerazioni generiche sull’importanza dell’udito, il più discreto e sottovalutato dei sensi: quello che più ci dispone all’attenzione e al rispetto verso gli altri, ma che necessita di essere educato, per filtrare con oculatezza le parole che lo raggiungono, spesso inutili, fuorvianti, dannose. Soprattutto i giovani devono concentrarsi sull’ascolto silenzioso e meditativo dell’insegnamento di interlocutori saggi, evitando la presunzione e la polemica a cui spesso l’impulsività li induce.

    Nell’eloquio si annidano inganni tutte quelle volte che lo si applichi ai fatti in maniera abbondante e carezzevole, non scevro di una certa alterigia e affettazione.

    Fondamentale è un corretto allenamento all’oratoria e al dibattito, non inteso come un gareggiare nell’abilità espositiva, ma come capacità di arricchire il prossimo attraverso un’argomentazione ponderata ed essenziale, priva sia di adulazione e falsità, sia di provocazione aggressiva. Il giovane che partecipi a un dibattito, dovrebbe evitare di porre troppe domande, di chiedere precisazioni e o di intervenire con petulanza, ma disporsi a un ascolto educato, senza eccedere nell’assenso entusiastico o nella critica malevola.
    In che maniera, quindi, è opportuno ascoltare?

    Schiena dritta e postura composta, occhi rivolti a chi parla e atteggiamento vivamente interessato, viso che abbia un’espressione chiara, da cui non traspaiano soltanto supponenza o fastidio, ma anche pensieri e occupazioni di altra natura.

    Nel secondo intervento, L’arte di tacere, Plutarco mette in guardia dai fanfaroni, dai logorroici, che vanno evitati perché producono noia e perdita di tempo, sono futili, vanesi e irriflessivi.

    Il silenzio è qualcosa di profondo e religioso, qualcosa di sobrio… Non c’è parola detta che abbia giovato quanto le molte taciute: c’è sempre modo, infatti, di dire ciò che si è taciuto, ma non di tacere ciò che si è detto e che ormai è già fuoriuscito e va diffondendosi.

    Sono numerosi gli esempi che Plutarco trae dalla storia romana e greca o dalla vita di uomini celebri per indicare quanto la chiacchiera e i pettegolezzi possano nuocere a livello personale e politico; altrettanto frequenti le citazioni e gli aforismi riportati, alcuni illuminanti e saggi, altri decisamente comici.
    Sul valore del silenzio si sono scritte molte pagine, dalla Sacre Scritture (Pr 10,19; Is 30, 15; Mt 12,36…) ai poeti contemporanei. Forse basta ricordare l’epigrafe che Salvator Rosa incise alla base del suo famoso autoritratto: “Aut tace, aut loquere meliora silentio”, lapidaria e ironica nella sua severa ammonizione.

  7. #267
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    Predefinito Re: spigolature...

    BENI DELLA VITA SON DONO DELLA PAZZIA

    Erasmo da Rotterdam
    da Elogio della pazzia

    (..) lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunatore di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli Dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento tutti gli Dèi, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir il vero, con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.

    E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più esplicita, secondo il mio costume? È forse con la testa, col volto, col cuore, con la mano, con l’orecchio (parti considerate tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza ridere. Quello è il sacro fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non la tetrade pitagorica. E, ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto, e i fastidi di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al matrimonio, e il matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che dovete a me. D’altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe riprovarci, se non ci fosse ad assisterla la presenza di Letes? Venere medesima, protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l’aiuto della mia divinità la sua forza sarebbe insufficiente e inutile. Perciò è da quella nostra ebbrezza giocosa che sono nati i filosofi severi, a cui ora sono subentrati quelli che il volgo chiama monaci, e i re ammantati di porpora, i pii sacerdoti, i pontefici, tre volte santissimi. E infine anche tutto quel consesso degli Dèi dei poeti, così affollato che a stento può contenerlo l’Olimpo, pur vasto che sia.

    Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita, se non dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch’esso un mio dono. E che cos’è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo bene, io, che nessuno di voi era così saggio, anzi così folle - no, è meglio dire saggio, da non andare d’accordo con me. Del resto neppure questi stoici disprezzano il piacere, anche se dissimulano con cura e se, di fronte alla gente, rovesciano sul piacere ingiurie sanguinose; in realtà solo per distogliere gli altri e goderne di più, loro stessi. Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno".(..)

  8. #268
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    Predefinito Re: spigolature...

    Il garibaldino che fece il Corriere della Sera
    Scritto da: Massimo Nava


    Questa è la storia del fondatore del Corriere della Sera e del mio nuovo libro, edito da Rizzoli,



    Nella gloriosa spedizione alla conquista del Regno delle due Sicilie, Giuseppe Garibaldi ebbe al seguito un inviato speciale d’eccezione, Alessandro Dumas. Lo scrittore aveva deciso di raggiungere l’eroe dei due mondi per raccontarne le gesta. Gaudente quanto famoso, si era fatto accompagnare da una bellissima attrice, di quarant’anni più giovane. Dumas poteva sembrare suo nonno, ma l’amante, durante la guerra, gli avrebbe dato una figlia. Garibaldi, forse sollecitato nell’orgoglio, affidò a Dumas la scrittura delle memorie e la fondazione di un giornale - L’Indipendente – con la missione di infondere nell’opinione pubblica lo spirito dell’unità italiana. Il foglio, per quanto redatto in gran parte da Dumas, doveva essere stampato in italiano. Per questo lo scrittore cercò un interprete che gli desse una mano. A Napoli, fece la conoscenza di un ragazzo che parlava perfettamente la sua lingua.

    Cominciò così - con un lavoro che oggi si definirebbe precario – l’avventura nel giornalismo di Eugenio Torelli Viollier. Al servizio di Dumas fu traduttore, segretario, estensore, confidente. Figlio di un avvocato oppositore dei Borbone e di madre francese, dalla quale prese il cognome Viollier, si era arruolato con i garibaldini e aveva combattuto sui monti dell’Irpinia. Fra lui e lo scrittore sbocciò un lungo sodalizio di lavoro e amicizia che proseguì anni dopo a Parigi, dove il giovane napoletano si era trasferito per seguire Dumas, una volta conclusa l’esperienza all’Indipendente.

    Nella capitale francese, in pieno sviluppo economico sotto l’imperatore Napoleone III, Torelli Viollier frequentò il bel mondo dei salotti culturali, entrò in contatto con famosi giornalisti ed editori, coltivò le sue passioni per la letteratura e il melodramma, scrisse corrispondenze per giornali italiani, fino a quando l’editore Sonzogno gli propose di venire a Milano per dirigere due riviste dell’epoca, l’Illustrazione Universale e l’Emporio Pittoresco. Nella Milano post unitaria, che aspirava a diventare capitale economica e morale, frequentò gli ambienti della Scapigliatura, versione lombarda dello spirito bohémien parigino, strinse rapporti con i nuovi capitani d’industria, cercò il successo letterario, ebbe cocenti delusioni personali, si lasciò coinvolgere in roventi polemiche politiche e culturali che sfociarono addirittura in duelli. Fino a quando cominciò ad accarezzare il sogno di un giornale tutto suo, che avesse nei cromosomi lo spirito d’autonomia e indipendenza di giudizio della sua prima esperienza e che al tempo stesso rispecchiasse la sua visione del Paese da costruire e le sue idee, riconducibili in estrema sintesi nel pensiero di Cavour e nella destra che a quel tempo governava la giovane Italia. Così, nella prima domenica di Quaresima del 1876 nacque il Corriere della Sera.

    Eugenio Torelli Violler disponeva di un capitale modesto e poteva contare su una pattuglia di amici, precari come lui e come lui animati da passione civile e spirito garibaldino. La redazione fu organizzata nella Galleria Vittorio Emanuele, da poco inaugurata : due sole stanzette, ma un indirizzo prestigioso, a due passi dalla Scala, nel cuore della Milano mondana che, uscendo dai teatri e dagli eleganti caffè, avrebbe sentito subito gli strilloni annunciare l’uscita del giornale.

    La storia del Corriere della Sera, giornale della nascente classe dirigente del nord, s’intreccia in modo indissolubile con la storia dell’unità d’Italia ed è abbastanza nota e ricostruibile negli archivi del giornale e nelle biblioteche universarie. Così come sono abbastanza noti e documentati i criteri che guidarono Torelli Viollier nell’impostazione e nello sviluppo del giornale e che, a ben vedere, rispecchiano ancora oggi l’identità del quotidiano di via Solferino : l’autonomia e l’indipendenza della direzione, la sacralità della notizia, la libertà di giudizio. “La differenza fra un grande e un piccolo giornale - diceva – è che il grande giornale pubblica anche le notizie che dispiacciono. S’intende - aggiungeva – la notizia che ci dispiace la si commenta come più ci piace.”

    In gran parte sconosciuti sono invece aspetti personali e familiari della figura del fondatore del Corriere, la sua personalità, il rapporto con Dumas, i vasti interessi che andavano dalla storia antica allo spiritismo, dai libretti d’opera al collezionismo d’arte. Nel lavoro di ricostruzione (e libera interpretazione) di tante vicende e curiosità di una vicenda così intensa mi sono chiesto quali fossero, al fondo, le sue vere ambizioni e passioni : il giornalismo, il Corriere che diresse per oltre vent’anni con brevi interruzioni, oppure l’impegno per fare un’Italia migliore, libera, giusta, nel solco delle grandi potenze europee che ammirava oppure ancora, nel fondo del cuore, il sogno di una consacrazione letteraria che non sarebbe mai arrivata?

    Di certo, cercando di interpretare le tracce vaghe e controverse della sua vita, si scopre un intellettuale schivo e riservato, mai davvero di parte, al punto da rischiare spesso l’isolamento. Come quando, negli ultimi anni, si oppose alla repressione dei moti milanesi ordinata a colpi di cannone dal generale Bava Beccaris e fu costretto a lasciare la direzione del Corriere. Era un uomo d’ordine, ma disgustato dal vedere calpestate la legalità e le ragioni di una protesta sociale : “L’arbitrio sostituisce la legge (...) A vedere trattata così la libertà di stampa mi sento ferito nel più intimo della mia coscienza di cittadino”, scrisse.

    Torelli Viollier non era una persona facile e fu raramente sereno e felice. Anche la vita privata fu segnata da un matrimonio combattuto, non allietato da figli, che si concluse in un drammatico divorzio. La moglie - la Marchesa Colombi, scrittrice di successo già all’epoca e prima giornalista del Corriere della Sera - si rivelò una donna più importante per il giornale e per la letteratura che per lui :

    Torelli morì nella sua grande casa milanese all’inizio del Novecento, quasi in solitudine, con accanto l’unica persona che gli fu vicina tutta la vita, la sorella Luisa. Morì senza vedere l’Italia nuova che aveva sognato e lasciando il Corriere nelle mani di un giovane che avrebbe portato il giornale a un grande sviluppo : Luigi Albertini. Ma le prime intuizioni e le basi per questo sviluppo furono sue e non sempre riconosciute. Torelli fu il primo a volere un giornale che non fosse di parte, il primo a importare in Italia mentalità e tradizioni del giornalismo anglosassone, il primo a volere corrispondenti dall’estero e inviati speciali, il primo a negoziare la propria autonomia con la proprietà. Eppure, l’inquitudine interiore non lo abbandonò mai : “Vivo in un ordine d’idee che sarebbe inteso a dir molto da venticinque lettori, ma mi sforzo di continuare a credere che gli altri ventimila o centomila vogliano capirmi.”


  9. #269
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    Predefinito Re: spigolature...

    Misurare le parole


    Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione. Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.
    Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «negri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo. Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.
    Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella. Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.
    E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

    G.Cosenza

  10. #270
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    Predefinito Re: spigolature...

    "Questa vita è tua"

    Prendi la forza di scegliere
    cosa ne vuoi fare
    e fallo bene.

    Prendi la forza
    di amare ciò che vuoi nella vita
    ed amalo onestamente.

    Prendi la forza
    di camminare nella foresta
    ed essere parte della natura stessa.

    Prendi la forza
    di controllare la tua vita.
    Nessun altro può farlo per te.

    Prendi la forza
    di rendere la tua vita felice

    Susan Polis Shutz

 

 
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