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Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    真 善 忍
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    Predefinito liberalismo ed indipendenza

    Destra e sinistra insieme in Catalogna. Quale lezione per noi?


    È una calma apparente quella che regna in Catalogna. Presto si voterà (il 24 maggio, per le elezioni comunali), ma non si tratterà affatto di un appuntamento cruciale. Al contrario, tutta l’attenzione è per ormai per il 27 settembre, un giorno che per Madrid segna soltanto il rinnovo dell’amministrazione regionale, ma che secondo Barcellona coinciderà invece con un vero e proprio referendum.

    L’accordo tra i due secessionisti catalani Artur Mas e Oriol Junqueras, tra il leader del centro-destra moderato e quello della sinistra radicale, è ormai cosa fatta. La volontà di salvare il progetto di una Catalogna indipendente ha avuto la meglio sugli egoismi di partito e sui contrasti ideologici. Il risultato è che quanti a settembre andranno alle urne sanno che non sceglieranno soltanto chi entrerà nella Generalitat, perché in caso di successo dello schieramento catalanista il voto sarà interpretato come un autentico referendum. Ciò che la Spagna post-franchista ha negato lo scorso anno, la Catalogna democratica intende prenderselo in questo modo tra pochi mesi.

    La mossa è astuta, perché se il potere centrale ha potuto impedire – Costituzione alla mano – la consultazione referendaria dello scorso anno, non può certo negare ai catalani di leggere politicamente un semplice rinnovo amministrativo come una scelta eminentemente istituzionale tra “status quo” e indipendenza.

    Dalla Catalogna giunge una chiara lezione a tutti gli indipendentisti. Se si vuole davvero affermare il principio che i confini sono mobili e devono essere cambiati rispettando la volontà degli elettori, esiste la maniera (pacifica, legale, democratica) perché ciò avvenga anche in presenza di governi ostili all’autodeterminazione dei popoli e pure quando vi sono ostacoli di natura legale. È sempre possibile trovare il modo di far manifestare a una popolazione la sua voglia di uscire da un ordinamento nazionale per dare vita a qualcosa di nuovo.

    Come si può tradurre tutto ciò da noi? Non è facile.
    I sondaggi, infatti, segnalano che vi sono aree (il Veneto, in particolare) in cui l’aspirazione all’indipendenza è prevalente, ma poi mancano altre condizioni essenziali. Non solo non ci sono molte forze chiaramente schierate a difesa del diritto di voto, ma anche quanti – in un modo o nell’altro – si richiamano a tali principi in realtà dispongono di un bacino elettorale inferiore a quello della maggioranza che vuole lasciarsi Roma alle spalle. Perfino in Veneto, insomma, la Lega e i movimenti indipendentisti sono ben lontani dall’incassare tutti i voti di quanti vorrebbero distaccarsi dall’Italia.

    Il motivo è che quanti sostengono le ragioni dell’indipendenza non sono necessariamente di destra, o xenofobi, o nostalgici di un passato in vario modo idealizzato, o schierati a difesa di questa o quella corporazione parassitaria. Di solito sono persone comuni, divise tra destra e sinistra (e poi cattoliche e no, progressiste e conservatrici, ecc.), che sarebbero felici di poter vivere un Veneto lontano da Roma, ma al tempo stesso non hanno alcuna intenzione di sposare posizioni populiste e demagogiche. Molti di loro pensano che la battaglia per un Veneto libero abbia poco a che fare con i rom o gli insulti ad altri gruppi etnici.

    Se il cinismo post-bossiano è un serio handicap per tutto il mondo variamente leghista e se quanti sposano le ragioni indipendentiste sono assai più aperti e liberali dei leader politici che hanno monopolizzato tali temi, è chiaro che c’è un urgente bisogno di più concorrenza e di voci nuove.

    C’è insomma la necessità che emerga un indipendentismo diverso, che ponga al centro il tema della libertà dei popoli e non si limiti a usarlo strumentalmente: confondendolo con mille altre cose, che possono essere utili a portare a casa voti e seggi, ma che sono dannose per il progetto indipendentista.

    Destra e sinistra insieme in Catalogna. Quale lezione per noi? ? il Blog di Carlo Lottieri

    tanto per sapere cosa succede nel mondo..


    Ultima modifica di Indra88; 23-04-15 alle 22:22

  2. #2
    Giusnaturalista
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    Predefinito Re: liberalismo ed indipendenza

    Il decentramento del potere è la battaglia Liberale per antonomasia. Le forze decentratrici sono uno dei due motori della storia. L'altro motore è combinato dalle forse accentrtrici di potere. Il primo è il bene, il secondo è il male.
    Tu ne cede malis, sed contra audentior ito, quam tua te Fortuna sinet.


  3. #3
    真 善 忍
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    Predefinito Re: liberalismo ed indipendenza

    ma poi il bello è che i socialistoidi sono convinti dell' esatto opposto! che la concorrenza, la differenza, il decentramento, siano il male assoluto! ci vogliono regole uniche mondiali, fisco unico mondiale, scuola pubblica unica mondiale in cui tutti vengono indottrinati allo stesso modo! la dittatura suprema!

    roba che manco nelle distopie horror-fantascientifiche..

  4. #4
    真 善 忍
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    Predefinito Re: liberalismo ed indipendenza

    La Corte Costituzionale non interrompe Alessio Morosin. A sorpresa una memoria dell’avvocatura di Stato dove si parla di rischio della “chiamata alle urne”. Roma, 28 aprile 2015 - “Prendo la parola in questo consesso e sento che tutto mi è contro tranne la vostra personale cortesia”. Inizia con Alcide de Gasperi, l’avvocato Alessio Morosin, citando l’attacco del discorso alla Conferenza di Pace di Parigi, datato 10 agosto 1946. Dei cinque minuti concessi, Morosin ne ha strappati alla Corte più di una decina: “Ho dovuto stravolgere il mio intervento dopo aver scoperto nella mattinata che – malgrado ci avessero detto che non c’erano memorie – in realtà l’avvocatura di Stato ne aveva depositata una. Dopo averla recuperata in cancelleria, ho deciso di cambiare il mio intervento, perchè mi sono sentito offeso: nero su bianco, mi trovo a leggere che un movimento democratico come il nostro rappresenta un rischio della “chiamata alle urne”!”. “Devo abbandonare il mio schema di pensiero dopo aver letto che l’avvocatura dello Stato, nella sua memoria, ha prospettato un rischio quando la "libertà di opinione ...diventa chiamata alle urne..." - ha proseguito Morosin rivolgendosi alla Corte - sento questo concetto troppo grave: se le urne adesso sono un rischio, vuol dire che il concetto di democrazia non è tutelato”. Quello che doveva essere un intervento in diretta streaming (sarà visibile entro tre giorni al link Corte costituzionale della Repubblica italiana), diventa il racconto di chi si è presentato in aula con un intervento “ad opponendum”: “Ho parlato con passione, i cinque minuti concessi sono diventati più di dieci e non mi hanno fermato. Anzi, ho colto parecchia attenzione. In ogni caso è stato un intervento “compresso”, perché avevo molto da dire e poco tempo. Mi sono espresso senza contestazioni forti, bensì argomentando il diritto di manifestare il mio pensiero. Il tono passionale mi è stato riconosciuto anche dall’avvocato dello Stato. Il collega Cacciavillani, alla fine, si è alzato e mi ha stretto la mano. Sentire la relatrice parlare di “Indipendenza Veneta” è stata un’emozione, amplificata dal fatto che, ad assistere, c’era una delegazione di studenti di Treviso al terzo e quarto anno di giurisprudenza, accompagnata dal loro docente. Indubbiamente è una giornata storica...comunque vada”.

    La Corte Costituzionale non interrompe Alessio Morosin Indipendenza Veneta

  5. #5
    真 善 忍
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    Predefinito Re: liberalismo ed indipendenza

    I media non amano parlare delle elezioni venete e del ruolo che la proposta indipendentista potrebbe giocare: per due chiare ragioni.
    In primo luogo perché informazione e politica vivono in simbiosi, e certamente l’assetto di potere attuale è schierato con lo status quo. Destra e sinistra non vogliono confrontarsi con novità fastidiose e sperano che, se i riflettori resteranno spenti, la diversità veneta verrà alla luce solo in maniera molto attenuata. Conservatori e progressisti si oppongono su molti punti, ma certo non vogliono mettere in discussione l’asse destra-sinistra.


    Per giunta, e questo è il secondo motivo, da tempo il Veneto è una sorta di periferia variamente ignorata e fraintesa. Sotto vari punti di vista le terre venete sono una sorta di Trieste dilatata, tanto belle quanto remote, agli estremi confini di un’Italia molto nazionalizzata e romanizzata. Si tratta di un universo che l’Italia malsopporta e disistima, che non rispetta e non conosce, che osserva con fastidio e supponenza. Sono in tanti a essere prigionieri di quei luoghi comuni secondo cui il veneto medio abusa nel consumo di alcol (anche se beve assai meno di un tedesco medio), non conosce l’italiano (anche se sono veneti alcuni dei più grandi autori anche degli ultimi decenni: basti pensare alla formidabile poesia di un Andrea Zanzotto), sia refrattario agli studi e ostile alla cultura (sebbene l’università di Padova abbia laureato la prima donna della storia e Venezia sia tuttora una delle capitali universali dell’arte con la Biennale e del cinema con il Festival).


    Il Veneto è ignorato e confinato in una dimensione “locale”. Per questo non bisogna stupirsi se magari la questione indipendentista verrà percepita soltanto a urne aperte.


    Resta il fatto che, in Veneto, il tema è ben vivo e i politici locali lo sanno. Non è un caso che il candidato del Movimento Cinquestelle, Jacopo Berti, poche settimane fa abbia accettato un confronto pubblico con i candidato di Indipendenza Veneta, Alessio Morosin. Gli adepti locali di Grillo e Casaleggio sanno bene, anche senza leggere i sondaggi di Ilvo Diamanti, che da Verona a Treviso la richiesta di un voto popolare sull’indipendenza è molto sentita. E questo spiega anche perché quasi tutti i sei candidati alla presidenza del Veneto hanno costruito liste e listarelle in vario modo autonomiste e/o indipendentiste a proprio sostegno. La speranza di Luca Zaia, Alessandra Moretti e Flavio Tosi è riuscire a intercettare almeno una parte della spinta centrifuga.

    Per giunta la Corte costituzionale si appresta a bocciare la richiesta la legge elaborata proprio da Indipendenza Veneta e successivamente approvata dal Consiglio regionale. Si tratta di una legge che ha istituito un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto e che subito il governo Renzi ha impugnato. La Consulta dirà che ai veneti non è permesso di votare. Lo farà dopo il voto del 31 maggio, molto probabilmente, ma è difficile che i veneti apprezzino che un falso plebiscito nel 1866 li abbia incatenati all’Italia e che ora un vero plebiscito non dia loro la possibilità d’andarsene.


    Secondo la maggior parte degli analisti, ad ogni modo, dal voto regionale dovrebbe uscire una conferma del centro-destra nazionale guidato da Zaia. In una situazione molto complicata come è quella del mondo moderato, il messaggio di Matteo Salvini ha una sua riconoscibilità e difficilmente una candidata piuttosto scialba come la Moretti potrà permettere ai progressisti di vincere. Un Veneto che sceglie la sinistra post-comunista non è impossibile, ma resta improbabile. E se Zaia può essere un po’ disturbato da Tosi (ma nemmeno tanto), molto più danno alla candidata del Pd possono fare il M5S e anche l’estrema sinistra.


    Se Zaia sembra insomma destinato a essere riconfermato quale candidato dell’area berlusconiana, può anche darsi che la sua vittoria alla fine risulti un po’ amara. Infatti, se la novità che uscirà dalle urne saranno gli indipendentisti a Palazzo Ferro Fini, le attuali ambiguità leghiste (ben riconoscibili in un linguaggio che continua a confondere autonomia e indipendenza) dovranno essere in qualche modo sciolte. In Veneto la quasi totalità dell’elettorato leghista sogna un Veneto los von Rom, che smetta di essere solidale con il resto d’Italia e costruisca proprie istituzioni: al tempo stesso venete e aperte al mondo. La maggior parte sa bene che il vero problema non sono gli immigrati, ma l’Italia.


    La scelta italiana e di centro-destra della Lega – non va dimenticato – ha aperto un’autostrada a chi in Veneto rigetta lo schema destra-sinistra e punta tutto, invece, sull’asse Roma-indipendenza. E così, mentre la Lega si spostava a occupare gli spazi lasciati liberi dalle formazioni moderate in difficoltà, l’indipendentismo si trova ora a presidiare aree elettorali un tempo in qualche modo occupate dalla Lega, ma che ora sono state lasciate libere. Senza contare che ora a parlare di libertà e secessione non c’è più uno sguaiato e volgare Umberto Bossi, ma invece una pluralità di soggetti che rigettano ogni forma di razzismo e che vantano pure una leadership tanto ben preparata quanto gentile.


    Prima delle elezioni, Zaia avrebbe potuto allearsi con gli indipendentisti di Morosin, che però esigevano un posizione netta in tema di referendum. Ha preferito non fare accordi e ora spera che i fautori di un Veneto indipendente, che hanno raccolto senza troppi problemi le 20 mila firme necessarie e hanno un loro candidato alla presidenza, non raggiungano il 3%. Potrebbe invece ritrovarseli in consiglio regionale come una costante spina al fianco: una pressante richiesta di linearità e coerenza a difesa del diritto dei veneti a votare sul loro futuro.


    Things can happen

    Le elezioni venete e una possibile sorpresa: l?indipendentismo ? il Blog di Carlo Lottieri


 

 

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