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Discussione: Il Picco Montségur

  1. #1
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    Predefinito Il Picco Montségur

    Montségur ed i Catari: in cerca del Graal

    ..."Sfiora le pietre del picco di Montségur
    si dice ci sia ancora un trovatore
    con un liuto ed un sorriso
    ancor le antiche gestes
    piangendo forse piano canterà"...

    Le parole di una vecchia canzone ci accompagnano nella visita all'ultima roccaforte del catarismo. E' un itinerario ai margini dei circuiti turistici: in quest'angolo dei Pirenei, nel distretto dell'Ariège, a guidare il visitatore è soprattutto la curiosità di confrontarsi con le suggestioni del mito.
    La base di partenza è Foix, antico borgo posto tra i primi contrafforti pirenaici. Ma prima di affrontare le montagne, è d'obbligo una visita a Carcassonne, dove tra la possente cinta di mura medievali (in gran parte ricostruita), si conservano la memoria e le spoglie di Simon de Montfort, il condottiero della crociata contro gli eretici, i catari, gli albigesi. Una crociata contro il Graal, secondo il tedesco Otto Rahn.
    Nel 1933 Rahn scrisse un libro (Dreuzzug gegen den Gral) che raccoglieva tutte le leggende fiorite intorno alla sfortunata resistenza degli albigesi, sulla spiritualità dei catari, sui loro legami occulti con le antiche tradizioni celtiche e con i Templari. L'autore di "Crociata contro il Graal" sosteneva una tesi originale: i Catari erano i custodi di un Graal pirenaico e Montségur sarebbe stato il castello del Graal. Ma qual era il Graal di cui parlava Rahn?. Lo studioso tedesco si rifaceva al Parzival di Wolfram von Eschenbach, identificando il Munsalvaesche, il Montsalvat del poema con lo stesso Montségur. Un'altra analogia, secondo Rahn, sarebbe costituita dal fatto che, al tempo della sua caduta, Montségur era custodito da Raymond de Perehile, che in latino suonerebbe Perilla, ovvero lo stesso nome che Eschenbach attribuisce al custode del castello del Graal.
    Si trattava comunque di un Graal pagano, non della coppa che la tradizione vorrebbe essere stata usata per raccogliere il sangue di Cristo morente in croce. Il Graal dei catari si collegherebbe dunque a quello della tradizione precristiana, celtica. Non una coppa, ma una pietra, centro di culti solari. Nessun testo cataro conforta però questa interpretazione. Restano le leggende sulla fuga degli ultimi catari, sul loro tesoro, sul loro ascetismo, sul loro ritirarsi all'interno delle tante grotte dell'Ariége, a pregare…o a raccogliere le energie della terra, come facevano gli antichi druidi?
    Alla base del picco di Montségur, un semplice cippo reca una scritta in occitano con la dedica ai "Puri", ai catari che per ultimi si piegarono all'assedio delle preponderanti forze cattoliche francesi e pontificie. Preso per fame Montségur, alcune centinaia di sopravvissuti si rifiutarono di abiurare la loro fede catara. Vennero bruciati vivi proprio nel luogo dove ora c'è il cippo e dove ancora qualcuno lascia dei fiori.


    La storia del movimento cataro è oggi un elemento dell'identità occitana. Lungo le strade si leggono i cartelli di benvenuto nel "Pays Cathare", mentre sui muri qualcuno traccia scritte inneggianti all'autonomia dell'Occitania.
    E proprio la volontà di affermare la propria autonomia spinse i signori e anche alcuni vescovi della regione tra il XII ed il XIII secolo ad appoggiare l'eresia, contrapponendosi alla Corona di Francia e alla chiesa cattolica. Da queste ragioni "politiche" nacque l'epopea dei catari, che vide come protagonisti nobili condottieri, come Raimon Roger Trencavel, Pierre Roger de Mirepoix, trovatori, sacerdoti, vescovi e molta gente semplice che credette nei valori del catarismo e li difese fino alla morte.
    Non resta che salire l'angusto sentiero che porta alla cima del picco.
    Colpisce, una volta giunti all'interno delle mura, l'esiguità degli spazi, ma anche la posizione dominante, davvero sospesa tra terra e cielo.
    In un recente articolo Luigi Pirrotta spiega che le strutture murarie che oggi restano in piedi a Montségur non sono quelle del periodo dell'assedio. Si tratta piuttosto della roccaforte fatta costruire proprio dai vincitori dei catari, alla fine del XIII secolo e all'inizio del XIV. Gli eretici, probabilmente, disponevano di un baluardo ancor meno fortificato, la cui capacità di resistenza era dovuta tutta all'asprezza del luogo, più che alle strutture militari. Tra realtà e leggenda, resta il fascino di questo picco, abitato fin dalla preistoria proprio per la sua posizione strategica e utilizzato, probabilmente, anche come luogo di culto in età precristiana. Il Graal, chissà se c'era veramente…di certo Montségur è un luogo dello spirito.


    Immagine dal sito GITE DE BOYER BAS

    Dal sito Terre Verdi, Embrace the Planet, Embrace Yourself. - Terreverdi © 2006 | Registrazione del Tribunale di Terni N° 4/2004
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 24-11-16 alle 05:52

  2. #2
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    Arroccata a un'altezza impossibile, l'antica fortezza di Montségur è ormai un ammasso di rovine, ma qui, ancora oggi, si possono incontrare insoliti personaggi alla ricerca di misteriose reliquie appartenute all'ordine cataro e nascoste, non si sa dove, prima della tragedia.


    I Catari professavano una dottrina gnostica e dualista. "Dio è molto buono. Eppure nel mondo nulla è buono. Significa che Dio non ha fatto nulla di ciò che esiste nel mondo": questo il sillogismo espresso da Pierre Garsias, un cataro trascinato davanti al tribunale dell'Inquisizione e arso vivo a Montségur.

    Di fronte a una dottrina capace di esprimere un concetto così estremo, e per di più in grado di dar vita a un movimento organicamente strutturato e dotato di gerarchia e liturgia proprie, la reazione della Chiesa fu fortissima, probabilmente proporzionata al terrore che l'eresia catara potesse mettere in crisi l'intera istituzione cattolica.

    Per estirpare il "cuore ribelle di Francia", Papa Innocenzo III scatenò una vera e propria crociata, che si trasformò in un massacro, appoggiato e "autorizzato" dalla Corona francese, che non era riuscita ad estendere il suo dominio militare e politico sulla Linguadoca. Dopo aver sterminato tutti gli abitanti del centro di Béziers, i francesi si accanirono contro la fortezza di Montségur, cinta d'assedio il 13 Maggio 1242. Montségur resistette quasi due anni prima che i duecento Catari barricati all'interno si arrendessero.

    La sera del 16 Marzo 1244, gli inquisitori fecero allestire un enorme rogo pubblico alla base della montagna dove sorge la fortezza. Si vide allora scendere da Montségur una lunga fila di uomini e donne che, tenendosi per mano, cantavano inni di lode a Dio: duecento persone, che salirono sul rogo senza esitazione, proteggendo i segreti custoditi dai Catari.

    Secondo la tradizione esoterica, alcune reliquie sarebbero state portate in salvo nella notte tra il 15 e il 16 marzo da alcuni catari che, in modo rocambolesco, si sarebbero calati con l'aiuto di corde lungo le pareti a strapiombo di Montségur, facendo in seguito perdere le proprie tracce nell'entroterra francese. Questa azione fu l'estremo tentativo di preservare il "tesoro" cataro: forse il Santo Graal (una pietra di smeraldo?), forse documenti che avrebbero potuto riscrivere, stravolgendola, tutta la storia del Cristianesimo.

  3. #3
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    Montségur

    CITTADELLA DELL'ERESIA

    Simbolo della resistenza catara a Crociati e Inquisitori, il castello di Montsegur domina da un picco scosceso le verdi vallate dell’Ariege. Fu nel 1204 che il signore di Pereille, aderendo alla richiesta della Chiesa Catara,costrui’ in questo luogo, sulle rovine di precedenti fortezze, un nuovo castello. Quando nel 1209 il primo esercito crociato investi’ la regione Montsegur divenne il principale rifugio non solo per I “perfetti” e I credenti, ma anche per tutti I signori locali spodestati dagli invasori del Nord. Nel 1932, il vescovo cataro Guilhabert de Castres ne fece ufficialmente la “sede e capitale” della sua chiesa perseguitata. Ma Montsegur, abbastanza stranamente, per lunghi decenni non fu investito da nessun esercito crociato. Le cose cambiarono nel 1242, quando alcuni cavalieri partiti da Montsegur , probabilmente su richiesta del Conte di Tolosa Raimondo VII, scesero ad Avignonet per massacrare un gruppo di inquisitori. Allora il siniscalco di Carcassonne, accompagnato dal vescovo di Narbonne e da 6000 uomini, pose l’assedio a Montsegur. Dopo 10 mesi di resistenza, I difensori trattarono la resa. Era il 2 marzo 1244. Vi fu una tregua di due settimane, durante la quale si dice che alcuni uomini riuscirono a lasciare il castello portando con se’ quanto la chiesa catara aveva di piu’ prezioso : scritti sacri o monete d’oro ? il mistero perdura. Al termine della tregua tutti I difensori di Montsegur ebbero salva la vita, fuorche’ coloro che si riconobbero eretici e rifiutarono di abiurare. E il 17 marzo 1244 almeno 215 persone scelsero di salire sul rogo: uomini e donne, nobili e plebei, e tutta la gerarchia della chiesa catara morirono fra le fiamme.


    MITI, MISTERI… E SCAVI ARCHEOLOGICI

    Il castello oggi visibile non e’ quello di allora, che fu probabilmente distrutto dai Crociati in quanto contaminato dall’eresia. Lo costruirono I Levis-Mirepoix, nobili del Nord fedelissimi di Re Luigi IX che da lui lo ebbero in feudo. Secondo lo storico Michel Roquebert “anche se il castello odierno segue, nel suo piano generale, le linee del castello cataro, si tratta di una fortezza largamente rimaneggiata, databile a qualche decennio dopo l’assedio.”Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce I resti del villaggio , aggrappato intorno al castello, che aveva certamente ospitato I catari, perfetti e credenti, e I loro difensori. Era disposto in semicerchio a nord e a ovest della fortezza, su piccole terrazze, ed era costituito essenzialmente di piccole case di legno , poco piu’ che capanne. Poco resta delle fortificazioni piu’ esterne: lembi di mura persi nella macchia insieme con numerosi proiettili di pietra che risalgono ai mesi dell’assedio. Resta invece una grossa torre quadrata addossata al muro occidentale, cui si accedeva da una rampa di legno che la collegava al cammino di ronda. Visibile anche una grossa cisterna per l’acqua piovana e una sala munita di finestre a feritoia. Intorno alla disposizione di queste finestre sono fioriti molte ipotesi, di sapore piu’ o meno esoterico: ancor oggi vi e’ chi aspetta a Montsegur il primo raggio di sole solstiziale, e che legge nell’orientamento dei muri il riflesso di una geografia celeste di cui il catarismo avrebbe avuto il segreto.


    Immagine dal sito http://www.clic-nature.fr/


    IL PRATO DEL MARTIRIO

    Scesero in processione dall’alta roccia, quel 17 marzo, uomini e donne che avevano scelto la morte per non rinnegare la loro fede. Un grande rogo era stato eretto per loro ai piedi della fortezza, in un luogo che oggi ancora si chiama “lo prat dels cremats”, il prato dei bruciati. Erano piu’ di duecento e di molti si conoscono I nomi dai registri dell’Inquisizione che interrogo’ I superstiti. Si dice che scesero cantando, verso la morte che per loro era un Ritorno al luogo dello Spirito. Per decenni quella fortezza protesa verso il cielo aveva rappresentato la loro nostalgia di anime imprigionate nella carne. Monsegur si vede di lontano: lo vedevano da Toulouse, dalla Montagna Nera, fin da Beziers, I perseguitati, I fuggiaschi, I torturati e I cavalieri “faidits” che si battevano per la loro terra e che per anni ancora continuarono a battersi . Ma il rogo di Montsegur non ebbe nemmeno ragione dell’eresia, che sopravvisse nella clandestinita’, fra Languedoc e Italia Settentrionale, fino all’ultimo martirio: quello di Belibaste, bruciato a Villerouge Termenes 60 anni dopo.

    *** *** ***

    IL CENTRO DELLA CHIESA CATARA

    Alto sul suo picco roccioso, Montségur fu il centro della chiesa càtara e della resistenza occitana. Centro strategico, e centro spirituale, visibile come un faro da tutta la piana , fin da Béziers e da Tolosa. Cadde nel 1244, e quasi duecento eretici furono arsi nel prato che stende ai suoi piedi. La fine di Montségur determinò l’esodo massiccio dei catari e dei loro protettori verso l’Italia del Nord. Ha ispirato infinite storie e leggende, ed è ancora meta di mistici pellegrinaggi. Così lo canta il Félibrige di Provenza Prosper Estieu :

    « O castel de Mount-Segur
    Inspiro me un cant venjaire
    Countro l’Nord ensannejaire
    E lous amics de l’Escur ! »

    ( Trad. : Ispirami o Montségur
    Un canto vendicatore
    Contro il Nord massacratore
    E gli amici dell’Oscuro ! »)

    http://www.viaoccitanacatalana.org/z...p?IDrecord=111
    http://www.viaoccitanacatalana.org/p...p?IDrecord=180
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 24-11-16 alle 05:53

  4. #4
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    2.3.4. Le origini della lirica provenzale fra eresia catara e mistica araba

    Gruppo di lavoro costituito da Eleonora Cantini e Lorenzo Fantechi con la collaborazione del docente di religione, Roberto Spennati

    Origini della lirica provenzale ed eresia catara

    Nel saggio di Denis de Rougemont L’amore e l’Occidente (pp. 118-155) ci è posto un interessante interrogativo riguardo all’origine dell’amor cortese e della lirica provenzale che, come sappiamo, è stata il punto di partenza per la nascita della poesia europea.
    Fra la fine del secolo XI e i primi due decenni del XIII si colloca la fioritura della poesia dei trovatori, che aveva come tema di fondo l’esaltazione dell’amore infelice: essa era spesso una continua successione di lamenti a causa di una dama che diceva ogni volta di no. Si tratta inoltre di una lirica fortemente codificata, sia riguardo all’impianto verbale e musicale che a proposito della fonte di ispirazione del poeta, costituita da una passione amorosa assoggettata a regole fisse (leys d’amors). L’amore era di tipo extraconiugale, perché il matrimonio era concepito come l’unione dei corpi, mentre l’Amor era «l’Eros supremo, il balzo dell’anima verso l’unione luminosa, al di là d’ogni amore possibile in questa vita»(de Rougemont, p. 119). Ecco perché all’amore era legato il concetto di castità. L’amore presupponeva poi il rituale del vassallaggio amoroso (domnei), che constava in primo luogo dell’inginocchiamento del trovatore seguito dal giuramento di eterna fedeltà e, in secondo luogo, del dono dell’anello da parte della dama con annesso bacio sulla fronte che suggellava il patto: adesso erano vincolati dalle leggi della cortesia, quali il segreto, la pazienza e la misura. L’uomo era dunque il “servente” della donna, che dominava e si trovava in una posizione di superiorità.
    Il primo problema che si pone è che questo innalzamento della figura femminile sul piano letterario si verificò in una sola ventina d’anni, senza alcun riscontro nella realtà sociale del tempo, e dette vita a una lirica fissata in forme complesse e raffinate, che non ha alcun preciso modello nella letteratura classica. Allora la poesia provenzale è solo frutto di un’ispirazione improvvisa e collettiva? E, se così fosse, perché si è introdotta in quel tempo e luogo ben definiti? Le risposte fornite da alcuni studiosi (Diez parlava di somiglianze formali fra la lirica araba e quella provenzale, Wechssler ipotizzava influenze religiose, neoplatoniche e cristiane, travisate) sono state oggetto di aspre critiche. A questo punto de Rougemont sottolinea l’identità di spazio e di tempo fra lo sviluppo del lirismo del domnei e la diffusione dell’eresia catara e ricerca i possibili punti di contatto.
    L’eresia catara o “albigese”, carica dell’eredità derivata dalle dottrine di Mani (III sec. d.C.), si distingue dall’ortodossia in primo luogo per una diversa interpretazione del problema del male (problema che, ricordiamo, assillò anche Agostino). I Catari predicavano infatti un’assoluta distinzione fra il mondo del bene, o ultraterreno, e il mondo del male, o terreno, poiché, secondo il loro credo, Dio è amore e non può essere stato il Creatore di un mondo oscurato dalla malvagità e dal peccato; il ruolo di demiurgo spetta allora a Lucifero, l’angelo ribelle che, dopo la creazione, avrebbe attirato gli angeli o anime sulla terra sia con promesse di libertà che attraverso la bellezza sfolgorante di una donna, separandoli dal loro spirito celeste e imprigionandoli in un corpo materiale. Da allora le anime, soggette ad appetiti terreni, si trovano separate dal loro spirito che permane nei cieli, anche se, alla fine di un ciclo comportante parecchie vite, potranno tornare in cielo. Questo dualismo e il rifiuto del dogma dell’Incarnazione (sostituito dalla convinzione che Cristo abbia preso solo l’apparenza di uomo) facevano sì che i Catari costituissero un grave pericolo per la Chiesa del tempo. Ma veniamo a quel che più ci interessa: il sacramento del consolamentum o battesimo dello Spirito consolatore, che consacrava i semplici credenti al rango di “perfetti”. Esso consisteva nella semplice imposizione delle mani da parte dei vescovi e nel bacio della pace scambiato fra i fratelli. In tal modo i puri si assoggettavano a tutti i precetti della morale esoterica, come le mortificazioni corporali e lo scioglimento da tutti i legami mondani (tra l’altro si dovevano astenere da ogni contatto con la moglie, se erano sposati).
    Come possiamo allora collegare i Catari, che condannavano qualsiasi piacere terreno, con i trovatori, che sembravano gioire pienamente della presenza delle dame e della mondanità? Una cosa è sicura: è praticamente impossibile che persone che vivono nelle stesse regioni, nel medesimo tempo, non si scambino neppure una parola solo per motivi religiosi.
    Consideriamo ora l’inizio di una canzone di Peire Vidal:
    Il mio cuore gode della primavera così piacevole e dolce, e del castello di Fanjeaux, che mi sembra il Paradiso; perché vi dimorano amore e gioia, e tutto quello che conviene all’onore, e sincera e perfetta
    cortesia (de Rougemont, p. 129).
    Sembra che non vi sia in questi versi alcun riferimento al catarismo; eppure il castello di Fanjeaux era una delle più famose case madri dei Catari, dove la stessa Esclarmonde de Foix, la più grande dama dell’eresia, ricevette il consolamentum. Nel seguito del poema Peire Vidal enumera le case che lo hanno ospitato (Laurac, Gaillac, Saissac, Montréal e le contee dell’Albigeois e del Carcassès) e che risultano essere stati noti centri dell’eresia: alla luce di queste affermazioni è impossibile negare il contatto fra lirica provenzale e catarismo.
    Si riscontrano poi significative analogie fra le due realtà: l’esaltazione della castità, il rito del bacio di iniziazione, la derisione dei vincoli del matrimonio, l’elogio della vita nomade. Se si analizzano più accuratamente i testi, si trovano altri temi comuni, quali quello della morte, preferita ai doni del mondo (Aimeric de Belenoi: «Più mi è gradito dunque morire che gioire di gioia volgare perché la gioia che volgarmente sazia non ha potere né diritto di piacermi tanto», de Rougemont, p. 132); la dama che dice sempre di no sarebbe un simbolo della Chiesa d’Amore (Chiesa albigese) o della parte spirituale dell’uomo, che l’anima prigioniera nel corpo desidera ardentemente ritrovare (Arnaut Daniel: «L’amo e la cerco con tanta brama che, per eccesso di desiderio, credo che mi libererò da ogni desiderio, se si può perdere qualcosa a forza d’amare. Perché il suo cuore sommerge il mio, tutt’intero, con un’onda che non svapora più», de Rougemont, p. 135). Si comprende allora la preoccupazione da parte dei trovatori di non tradire il segreto della passione, come se in realtà si trattasse di una fede di iniziati.
    De Rougemont è consapevole del fatto che la sua tesi si presta a diverse obiezioni, che vengono da lui stesso illustrate e a cui fornisce un’adeguata risposta:
    1. la religione dei Catari è ancora poco nota;
    2. i trovatori non hanno mai dichiarato esplicitamente di averla seguita;
    3. l’amore dei trovatori non è così ascetico come quello dei Catari;
    4e dei simpatizzanti della Chiesa d’Amore: l’uomo del Medioevo non pensava affatto che i simboli, per essere ritenuti validi, dovessero essere spiegati in modo razionale.
    All’obiezione posta da alcuni, che è difficile capire come sia potuta emergere una poesia regolata da una retorica ben precisa, da un substrato religioso e culturale così vario e complesso come quello dell’eresia catara.
    Riguardo al punto 1, è da rilevare che la maggior parte dei libri di culto e dei trattati dottrinali dei Catari fu distrutta dall’Inquisizione e le testimonianze degli interrogatori non risultano del tutto attendibili; tuttavia la dottrina dell’eresia è nota nel suo complesso attraverso alcune fonti dirette (de Rougemont p. 123). Del resto, nella retorica cortese, non bisogna cercare per forza una perfetta trascrizione del dogma religioso, ma piuttosto un’influenza di quest’ultimo sia a livello sentimentale che formale.
    A proposito dell’obiezione 2, si può affermare che i trovatori non hanno mai manifestato apertamente il catarismo, semplicemente per il fatto che l’uomo medievale non sentiva la necessità di enunciare il significato dei simboli che adopera. Inoltre la coscienza religiosa delle moltitudini non aveva bisogno di prove intellettuali in materia di fede. In altre parole, il “segreto” dei trovatori aveva un’evidenza simbolica agli occhi degli iniziati impossibile che un qualche cataro, poi convertito al cattolicesimo, non abbia denunciato i trovatori come divulgatori di un’eresia, si può rispondere che i trovatori non erano dei religiosi o dei predicatori, ma tutt’al più dei “credenti” (imperfecti contrapposti ai perfecti) o dei simpatizzanti.
    L’obiezione 3 nasce dalla concezione che l’amor cortese sarebbe un’idealizzazione dell’amore carnale e perciò non potrebbe assolutamente esser messo in relazione con quello dei Catari che è del tutto spirituale. Così il Jeanroy, in risposta al Wechssler, che vede nell’amor cortese un’espressione del sentimento religioso dell’epoca, evidenzia che nei trovatori la manifestazione del desiderio carnale è così viva da non lasciare dubbi sulla natura della loro ispirazione; ma, d’altra parte, non può fare a meno di riconoscere, per giustificare il misticismo di certe espressioni cortesi, che le idee religiose di un’epoca finiscono per influire anche sulla sua concezione dell’amore.
    Ci si chiede allora perché deve essere per forza accettata la tesi secondo cui i poemi dei trovatori comportano notazioni realistiche e precise descrizioni della donna amata, quando invece ci sono esempi eclatanti che dimostrano pienamente la natura simbolica delle espressioni poetiche: a questo proposito Jaufré Rudel arriva chiaramente a dire che la sua donna è solo una creazione del suo spirito, che svanisce con l’alba; gli stessi epiteti che sembrerebbero descrivere una figura femminile reale di solito ricorrono identici nella maggioranza dei testi dei trovatori.
    Tuttavia, come non si può dire che l’amor cortese è unicamente un’idealizzazione del desiderio sessuale, non si può neppure affermare che esso è sempre guidato da un ideale mistico: è possibile che qualche eccesso di lussuria sia esistito, sia nei Catari che nei loro “discepoli” trovatori, ma tale

    fenomeno è circoscritto sicuramente a casi isolati. Si può ricordare in proposito il parere di un domenicano che, frugando negli archivi del Sant’Uffizio, afferma di non aver trovato niente che potesse accusare gli eretici di eccessi di sensualità (de Rougemont, pp. 146-147).
    In conclusione, tutte queste considerazioni portano a pensare che il lirismo cortese fu perlomeno ispirato dall’atmosfera religiosa del catarismo.
    Quanto all’obiezione 4, essa merita una trattazione particolare, anche allo scopo di definire meglio le varie componenti culturali e religiose che confluiscono nella poesia provenzale, come vedremo nel prossimo paragrafo.

    La lirica provenzale fra eresia catara e mistica araba

    L’origine dell’eresia catara può essere ricercata nelle sette neomanichee dell’Asia minore e nella setta dei Bogomili di Dalmazia e Bulgaria (quest’ultima, diffusa in Tracia già dal secolo IX, sosteneva posizioni che hanno diversi punti di contatto con il catarismo, fra cui il dualismo fra lo spirituale e l’eterno, creato da Dio, e il contingente e il corporale, opera del demonio, l’ascetismo riguardo agli appetiti terreni, il rifiuto del dogma dell’Incarnazione di Cristo e del sacramento del matrimonio). Accanto a questo influsso orientale è però collocabile un’altra componente religiosa e culturale, sempre derivante dall’Oriente, ma passata attraverso il mondo arabo fino alla Spagna e da lì alle regioni oltre i Pirenei. Nell’Islam è infatti attiva fin dal secolo IX e nei secoli successivi una scuola di poeti mistici che cantavano l’amore per Dio attraverso un simbolismo ispirato a un amore terreno (tra l’altro la religione islamica non ammetteva il fatto che una creatura finita come l’uomo possa amare l’Infinito); alcuni di essi, come al Hallaj (martirizzato a Baghdad nel 922) e Suhrawardi (morto nel 1191, sostenitore di un neoplatonismo fortemente influenzato da rappresentazioni mitiche iraniche, quali l’opposizione Luce-Tenebre), saranno accusati di manicheismo camuffato e condannati a morte come eretici.
    Nella poesia mistica araba sono individuabili alcuni temi che presentano significative analogie con l’amor cortese; se ne forniscono di seguito alcuni esempi, utilizzando i testi di de
    di de Rougemont e Gabrieli citati nella bibliografia.
    1. Omar ibn al- Faridh, egiziano (1181-1235), descrive in questi versi l’amore che lo perseguita:
    I miei concittadini, stupiti nel vedermi schiavo, hanno detto: – Perché questo giovane è stato preso da follia?
    E che posson dire di me se non ch’io m’occupo di Nou’m? Sì, in verità, io mi occupo di Nou’m. Quando Nou’m mi delizia d’uno sguardo, mi è indifferente che Sou’da non sia compiacente.
    (de Rougemont, p. 152).
    Il nome convenzionale Nou’m che indica la donna amata, ma che in realtà rimanda a Dio, può richiamare il senhal usato dai trovatori per la loro dama, di cui veniva celata l’identità.
    2. Suhrawardi chiama gli amanti mistici con l’appellativo di Fratelli della verità; sembra che essi costituiscano una comunità come la Chiesa d’Amore dei Catari.
    3. Nei mistici arabi è ricorrente l’invito a custodire il segreto dell’amore divino e a guardarsi dagli “indiscreti”, sospettati di denunciare gli amanti all’autorità ortodossa; tali indiscreti compaiono spesso nei poeti provenzali con il nome di losengiers.
    4. Il tema della morte per amore è poi il leitmotiv del lirismo mistico degli arabi, in quanto la fine della vita segna la comunione con l’Essere assoluto e l’unione dell’anima e dell’amata.
    5. In particolare, lo spagnolo Ibn Hazm (994-1064), grande teologo, giurista, storico e politico, scrisse in gioventù un trattatello (Collare della colomba) in cui si elabora una specie di teoria dell’amor cortese arabo. Fra i temi significativi si riscontrano l’unione delle anime che si realizza nell’amore, l’esaltazione della fedeltà e la necessità di contenere la sensualità.
    6. È infine da rilevare che anche nella poesia araba erotica non a sfondo mistico (ad esempio nei poeti Giamìl, morto nel 701, e Abbàs ibn al-Ahnaf, morto nell’810) compare una concezione fortemente idealizzata dell’amore, con significative analogie con la poesia dei trovatori (la morte per amore, il malevolo che semina discordia fra gli amanti, la donna-schermo, il poeta “servo d’amore”, l’amore come forza nobilitante). Inoltre in Spagna, nei secoli X e XI, si diffuse una poesia suddivisa in strofe con varie combinazioni di rime, che potrebbe aver influito sullo schema metrico della canzone provenzale.
    È allora possibile formulare un’ipotesi conclusiva: la poesia provenzale nascerebbe dall’incontro fra «una grande corrente religiosa manichea, che era nata nell’Iran e risale attraverso l’Asia minore e i Balcani fino all’Italia e alla Francia» (de Rougemont, p. 155), e temi e forme della poesia araba, mistica e non, giunti anch’essi da Oriente, ma passati oltre i Pirenei attraverso la Spagna.

    Forse un poco OT ma tratta della visione Catara in un contesto più ampio.

  5. #5
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    Predefinito Re: Il Picco Montségur

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    Predefinito Re: Il Picco Montségur

    La chiesa cattolica chiede perdono per la strage di Montségur

    Prima tappa di un mea culpa generale sul periodo dell’Inquisizione?


    Lapide commemorativa posta nel 1960
    Immagine dal sito https://viaggiaconluca.com/

    Claudio Geymonat

    Si tratta di un’iniziativa locale e a carattere personale, la cui eco rischia di giungere fino alle porte o all’interno del Vaticano.

    Siamo in Francia, nella regione del Midi-Pirenei, tra Tolosa, Perpignan e Montpellier, i luoghi delle epopee ugonotte e catare. Monsignor Jean-Marc Eychenne, vescovo cattolico della cittadina di Pamiers, diocesi suffraganea di quella di Tolosa, ha infatti deciso di chiedere perdono per una delle terribili stragi che insanguinarono questo lembo di terra oramai otto secoli fa, ai tempi delle persecuzioni contro quelle che venivano considerate delle eresie. E lo farà con una cerimonia il prossimo 16 ottobre nella chiesa di Montségur, dove sorge l’omonimo castello, uno dei luoghi simbolo delle guerre di religione transalpine.

    L’anno è il 1244 e sono i Catari a fare i conti per primi con la ferocia repressiva degli inviati papali che verrà replicata tante volte nei tempi successivi. Il castello di Montségur è stato costruito nel 1204 come estremo rifugio per la resistenza, duramente provata dalla crociata bandita da papa Innocenzo III. Il picco con il maniero resta per anni un bastione inattaccabile, fino appunto al 16 marzo 1244, dopo oltre un anno di assedio, periodo di lunghezza incredibile se si pensa alle esigue dimensioni del luogo e all’impossibilità di rifornirsi di cibo dato l’accerchiamento in corso. In 222 rifiutano di abiurare e di avere in questo modo salva la vita e per questo vengono bruciati vivi in quello che da allora si chiama Prat dels cremats, il prato dei bruciati.

    Si trattò dell’ennesima strage da quando la crociata contro gli Albigesi venne indetta, nel 1209. Fu uno degli ultimi episodi, fra quelli più efferati che più contribuirono alla diaspora catara, con una significativa presenza giunta infine in Nord Italia e anche qui vessata e combattuta.

    L’iniziativa personale del vescovo Eychenne si inserisce nel quadro delle celebrazioni dell’anno della Misericordia indetto da papa Bergoglio. Nel testo di presentazione della giornata si legge “Noi chiediamo perdono al Signore per aver partecipato con alcuni dei nostri membri a degli atti contrari all’insegnamento evangelico. Vangelo che contiene le parole d’amore per il prossimo che il nostro Signore ci ha lasciato e che troppe volte sono state disattese”. Un atto di pentimento forte che supera i secoli per farsi attuale, in un’epoca dove ancora in nome di Dio si perpetuano crimini e violenze. Al termine della cerimonia tutti insieme si marcerà verso il prato che fu il presumibile luogo dell’eccidio, accompagnati dalla splendida voce della soprano Muriel Batbie, una delle muse della musica occitana francese.

    Si tratta di una prima tappa importantissima, di un percorso che potrebbe riservare ulteriori sviluppi. Nel 2017 o nel 2018 papa Francesco dovrebbe recarsi in visita pastorale proprio in Francia, e in molti si augurano che quella possa essere l’occasione per una richiesta di perdono per le morti e le sofferenze causate nei secoli bui dell’Inquisizione.

    Una via tracciata da Bergoglio il 22 giugno 2015 con il mea culpa per le persecuzioni ai danni dei Valdesi.

    Non a caso forse l’attuale papa ha preso il nome di colui che negli stessi anni del 1200 si trovava a combattere la propria personale battaglia di fronte alla curia romana, anche se con esiti diversi

    La chiesa cattolica chiede perdono per la strage di Montségur | riforma.it
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 

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