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    Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa - Il Post





    Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    5 maggio 2015
    10







    Approvato l’Italicum, col suo premio di lista senza possibilità di apparentamenti, è già chiaro quale sarà il tormentone della prossima stagione renziana e antirenziana: quando, come e con chi il Partito democratico si trasformerà nell’ormai mitologico Partito della Nazione, dando corpo secondo i critici più accesi all’intento del premier di snaturare il Pd trasformandolo in un catch-all-party, un partito prendi-tutto disposto a imbarcare elettori e ceto politico d’ogni provenienza, col che si instaurerebbe in Italia una sorta di monopartitismo imperfetto.
    Dato atto ad Alfredo Reichlin di aver posto in più occasioni e in modo preciso il tema, è evidente come la versione corrente del PdN come partitone unico divoratore di spazi e di pluralismo sia una notevole distorsione dell’idea iniziale. Direi di più: una improbabile caricatura.
    Senza andare lontani nel tempo, abbiamo validi esempi da usare come confronto, perché ci sono stati casi di catch-all-party che per un periodo più o meno lungo hanno interpretato il ruolo di “partito della Nazione” in democrazie che ciò nonostante erano saldamente bipolari, anzi bipartitiche.
    Altro che la «melassa neo-democristiana» di cui si scrive. Altro che il tradimento delle origini lamentato dalle opposizioni interne a Renzi.
    I repubblicani di Reagan, i democratici di Clinton, i Tories della Thatcher e i nuovi laburisti di Blair – per citare solo i casi più noti – sono stati tutt’altro: partiti sulla cui identità non era lecito nutrire dubbi, capaci però di esercitare un’egemonia non solo elettorale ma anche culturale e in definitiva ideologica sulle rispettive società perché veniva loro riconosciuto di interpretare un interesse “nazionale” appunto, oltre la partigianeria. Realizzando così quello che i politologi anglosassoni chiamano un realignment del sistema e costringendo anche gli avversari – rimasti assolutamente tali – a modificarsi e a incorporare parti del pensiero e della linea vincenti.
    Di fronte a questa descrizione (molto vicina, credo, all’interpretazione di Reichlin), dovrebbe essere evidente che, se in Italia non c’è rischio di melassa neo-democristiana, è purtroppo anche vero che non si sta costruendo alcun partito della Nazione, non è in corso alcun realignment e non si sta affermando alcuna egemonia politico-culturale. Al di là del concetto (sacrosanto) che l’Italia è bella e «ce la farà», non si sta imponendo una particolare idea-forza sul tipo di società e/o di Stato che dovremmo diventare.
    Più semplicemente, una leadership forte approfitta dello sgretolamento dei concorrenti e compie tentativi di sfondamento di equilibri di potere consolidati fino alla pietrificazione.
    Per quanto un assalto all’establishment sia sicuramente salutare e necessario al Paese, la leadership renziana rimane distante dallo sforzo ideativo e dalla capacità di penetrazione nella coscienza collettiva (e nella storia) delle esperienze citate. Le epoche di Reagan, Clinton e Blair, che sono state raccontate come post-ideologiche, sembrano quasi dottrinarie in confronto alla totale proiezione sul presente dell’avventura di Renzi, il quale infatti non vuole dotarsi di alcun apparato ideale che sia di supporto (o magari, nei suoi timori, di freno) alla sua straordinaria capacità di interpretare e cogliere gli umori popolari e il momento politico.
    Non si realizza così neanche l’effetto collaterale positivo dell’affermarsi di un vero PdN, ovvero l’obbligatorio rimodellarsi degli avversari su una sfida a chi risponde meglio agli interessi collettivi, senza fughe estremiste, che è esattamente ciò che servirebbe al centrodestra italiano per uscire dalla propria attuale crisi e così rendere un buon servizio alla democrazia.
    Esiste anche un sondaggio, di un istituto tra quelli compulsati da Renzi, che indirettamente conferma l’inverosimiglianza del tanto temuto progetto Partito della Nazione.
    Non riguarda le intenzioni di voto (che continuano a essere buone per il Pd, anche in proiezione regionale), bensì la potenzialità di Renzi di attrarre consensi trasversali. Che era forte, all’apparire sulla scena dell’attuale premier, ed è adesso molto più limitata. Quasi inesistente. In altre parole: per gli italiani da qualche mese Renzi è tornato a essere “semplicemente” un leader di sinistra, ancorché più apprezzato di qualsiasi suo predecessore, oltre che coraggioso nello sfidare conformismi e conservatorismi della propria base.
    I sondaggi elettorali confermano il dato delle rilevazioni cosiddette “qualitative”: a parte alcune sparute élites intellettuali, non si vedono frange di elettorato di centrodestra in transito verso il Pd, il che incoraggerà le sparse truppe ex berlusconiane a rimettersi insieme solo per obbligo di Italicum, senza particolari revisioni, con l’obiettivo minimo di una rivincita provvisoria.
    Sarà molto difficile che questa rivincita venga e Renzi, anche grazie alla nuova legge elettorale, ha probabilmente davanti a sé un periodo lungo di predominio sulla scena politica e di governo. Più ancora delle elezioni regionali, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale (l’anno prossimo) gli darà la spinta decisiva verso il lavacro delle elezioni politiche. Nel frattempo, il Pd attrae e attrarrà pezzi di ceto politico eterogeneo, come già capita in maniera incontrollata e molto discutibile in periferia.
    Ma tutti questi eventuali successi non daranno automaticamente a Matteo Renzi lo status di eroe eponimo di una duratura stagione di egemonia e di cambiamento. E per ora, dovendo proprio farlo, il premier andrebbe criticato per il motivo opposto a quello di moda: non perché stia edificando il partito della Nazione, ma perché non lo sta facendo abbastanza.


    TAG: italicum, matteo renzi, partito della nazione, partito democratico, PdN
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  2. #2
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    "Per quanto un assalto all’establishment sia sicuramente salutare e necessario al Paese, la leadership renziana rimane distante dallo sforzo ideativo e dalla capacità di penetrazione nella coscienza collettiva (e nella storia) delle esperienze citate. Le epoche di Reagan, Clinton e Blair, che sono state raccontate come post-ideologiche, sembrano quasi dottrinarie in confronto alla totale proiezione sul presente dell’avventura di Renzi, il quale infatti non vuole dotarsi di alcun apparato ideale che sia di supporto (o magari, nei suoi timori, di freno) alla sua straordinaria capacità di interpretare e cogliere gli umori popolari e il momento politico.
    Non si realizza così neanche l’effetto collaterale positivo dell’affermarsi di un vero PdN, ovvero l’obbligatorio rimodellarsi degli avversari su una sfida a chi risponde meglio agli interessi collettivi, senza fughe estremiste, che è esattamente ciò che servirebbe al centrodestra italiano per uscire dalla propria attuale crisi e così rendere un buon servizio alla democrazia."
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  3. #3
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Questa è, più che un'analisi, un'intuizione molto interessante, e meriterebbe di essere sviluppata.
    Volendo osare una risposta al perché Renzi non sia in realtà in grado (o ancora in grado) di stimolare una vera e propria fase di realignment degli avversari, si potrebbe suggerire che l'anacronismo di Renzi rispetto agli esempi anglosassoni (nel senso che è arrivato con un certo ritardo, in un momento che appare o "appariva" fuori tempo massimo) ha un peso non indifferente nella capacità di penetrazione sull'immaginario collettivo; cioè, detto in parole povere e come amano dire i suoi oppositori, non poi così a torto, quella di Renzi sembra ai più (ai non "allineati") una minestra riscaldata.
    Il fatto che poi abbia ugualmente successo, paradossalmente è da ritrovarsi nel suo stesso difetto: sarà pure una minestra riscaldata, ma è evidentemente l'unica cosa politicamente "commestibile" per la maggioranza degli elettori.
    Probabilmente perché, archiviato Berlusconi e lo sterile e maldestro libertinismo del ventennio berlusconiano,
    le ambizioni lepeniste della Lega di Salvini appaiono piuttosto insipide; mentre le giravolte di Grillo, capace al contempo di allearsi in europa con antiimmigrazionisti e ultranazionalisti, ed in Italia di rivendicare un grado di parentela con Tsipras, da un lato marciando per il reddito di cittadinanza e dall'altro aggredendo ferocemente la libertà di espressione all'interno del movimento, danno un senso di nausea anche ai più robusti di stomaco, e risultano, seppur in ripresa, ancora alquanto indigeste.

  4. #4
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Buona risposta, ma occhio che il "mancato realignment" è solo una parte del problema sollevato da Menichini
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  5. #5
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    questa cosa del partito della nazione è la più grossa montatura della cronaca politica italica
    espressione usata da renzi per indicare un PD (e sottolineo PD) che supera i vecchi sbarramenti che tenevano il pd inchiodato al 25-28%, parlando a più segmenti sociali e generazionali, viene usata strumentalmente per indicare un nuovo partito che mira a fare ora la nuova dc un giorno o il nuovo pnf un altro giorno...

    tra l'altro c'è una palese contraddizione quando si accusa renzi di leaderismo e decisionismo e al contempo gli si dà del democristiano, dato che la dc era in antitesi con quei fattori.
    c'è molta più cultura politica democristiana nella minoranza pd, con i suoi tavoli, associazionismo (spesso peloso), concertazioni, mezze misure che scontentano tutti....
    Ultima modifica di zlais; 06-05-15 alle 15:32
    Il coro del Bunga Bunga:
    Silvio: ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪fa ♪re ♪sol ♪do
    I ministri: ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do ♪mi ♪fa ♪fa ♪re ♪sol ♪do
    Le ministre: ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do ♪si ♪la ♪do
    Il giudice: ♪si ♪fa ♪la minore ♪si ♪fa ♪la minore

  6. #6
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Buona risposta, ma occhio che il "mancato realignment" è solo una parte del problema sollevato da Menichini
    Cioè quale? La confusione a destra che non riesce a contrapporsi?

  7. #7
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Citazione Originariamente Scritto da zlais Visualizza Messaggio
    questa cosa del partito della nazione è la più grossa montatura della cronaca politica italica
    espressione usata da renzi per indicare un PD (e sottolineo PD) che supera i vecchi sbarramenti che tenevano il pd inchiodato al 25-28%, parlando a più segmenti sociali e generazionali, viene usata strumentalmente per indicare un nuovo partito che mira a fare ora la nuova dc un giorno o il nuovo pnf un altro giorno...
    Questo è sicuramente vero, il problema è che l'intuizione del PdN è giusta ed interessante, ma è stata sviluppata più a livello polemicamente retorico dagli oppositori di Renzi che da Renzi stesso.

    E' proprio qui che Renzi manca, rimane troppo schiacciato sul presente e poco in grado di costruire quel "Partito della Nazione" che poteva essere un progetto interessante.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Citazione Originariamente Scritto da Chinasky Visualizza Messaggio
    Cioè quale? La confusione a destra che non riesce a contrapporsi?
    No, questo:

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    "Per quanto un assalto all’establishment sia sicuramente salutare e necessario al Paese, la leadership renziana rimane distante dallo sforzo ideativo e dalla capacità di penetrazione nella coscienza collettiva (e nella storia) delle esperienze citate. Le epoche di Reagan, Clinton e Blair, che sono state raccontate come post-ideologiche, sembrano quasi dottrinarie in confronto alla totale proiezione sul presente dell’avventura di Renzi, il quale infatti non vuole dotarsi di alcun apparato ideale che sia di supporto (o magari, nei suoi timori, di freno) alla sua straordinaria capacità di interpretare e cogliere gli umori popolari e il momento politico."

    ovvero l'assenza di una elaborazione teorica che possa sostenere nel medio periodo, anche con l'attenuarsi della carica innovativa e dirompente di Renzi, il progetto di partito democratico come grande forza interclassista. Mancano le fondamenta teoriche, manca un progetto di società a medio-lungo termine in cui incastonare le diverse riforme, dando un idea di percorso. Manca anche una cultura politica che possa trasformare il PD e formare le nuove generazioni, cosa che invece avevano a loro modo la Terza Via di Blair e il liberalismo di Reagan....Renzi ha imposto concetti come "rottamazione" nella società, ma non sta facendo passare delle idee forza come invece i primi due fecero, la lotta all'establishment non può bastare.

    Insomma, se il renzismo rimanesse così com'è, tra 10-15 anni non avrebbe lasciato molto nella cultura politica del csx ( i liberali tali erano prima, tali sono ora e tali sarebbero, solo potrebbero rivendicare di aver avuto la maggioranza nel pd e nel paese) e pochi potrebbero dire quali erano le sue coordinate come invece fanno in UK coloro che si sono formati con la terza via. Mi piacerebbe vedere dei renziani che si collochino dietro a Renzi non solo per vicinanza/simpatia/stima per l'uomo o per lontananza/antipatia/disistima verso la minoranza PD ma anche per adesione ad un progetto chiaro di società.
    Ultima modifica di Gdem88; 06-05-15 alle 16:28
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  9. #9
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Uhm concordo, Renzi ha costruito il suo successo non su una ideologia ma su delle parole d'ordine portate avanti da una personalità carismatica. E' una specie di populista buono che parla di rottamazione e di cambiamento senza essere inquietante come Grillo o Salvini e quindi ha avuto successo. Mentre le fondamenta ideologiche sembrano mancare, come d'altronde mancano al PD che non si capisce bene cosa sia ora che i vecchi socialdemocratici sono in via di rottamazione.

    La terza via era anche l'ideologia dell'Ulivo che poi all'atto pratico significava essere dei liberali compassionevoli o dei socialisti liberali non so se mi spiego... Ai tempi di Clinton infatti i nostri commentatori parlavano di "Ulivo Mondiale". Ovviamente Clinton non si considerava ulivista né aveva preso le idee dell'Ulivo ma era una semplificazione giornalistica per far capire l'evoluzione internazionale del progressismo che percorreva strade più o meno simili nei vari paesi.

    Il compito di Renzi è in effetti quello di dare un'identità al PD, identità che in realtà non ha mai avuto perché la vecchia classe dirigente era la sommatoria dei socialisti DS e dei democristi di sinistra: ognuno aveva la sua di identità e ci teneva pure perché dialogava con un pezzo di elettorato.
    Renzi è il primo "post" DS e post Margherita e quindi deve avere il compito della costruzione ideologica del partito perché le idee di base e identitarie contano, anche se in un grande partito sono giocoforza un po' edulcurate.
    "la Le Pen col 40% avrà incassato una grande vittoria" (Candido)


  10. #10
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    Predefinito Re: Il Partito della Nazione? Purtroppo Renzi non lo fa

    Una solida fondazione ideale e culturale si ha quando ci sono idee e cultura. Renzi non ne ha, nel senso che non ha una corrente economica preferita, un'organica visione dell'economia, di cui non è competente e di cui del resto non vuole essere competente.
    Preferisce dire cosa non è, per esempio un vecchio socialista, e poi cerca per il resto di applicare quello che a livello internazionale va un po' più di moda, rimanendo comunque nell'alveo della sinistra, vedi sì al Jobs Act ma solo per i nuovi assunti, mentre all'estero non si è mai visto che una importantissima nuova riforma si applicasse solo ai nuovi, oppure l'idea che la crescita viene solo dalla domanda, e la domanda è quella dei dipendenti che hanno già uno stipendio.
    In fondo è un'insalata mista che piace perchè l'italiano medio non è appassionato di economia, spizzica solo slogan e allo stesso tempo magari solo per questioni di narrazione internazionale è contrario alla vecchia sinistra, ma rimane lontanissimo dal vero liberalismo.
    In fondo è sempre stato così anche per il centrodestra.
    Against all odds

 

 
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