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    Predefinito Il fachirismo fra dubbio e meraviglia

    DOLORE E PIACERE NEL FACHIRISMO E NEGLI STATI MEDITATIVO CONTEMPLATIVI DEGLI YOGI E DEI MISTICI
    I volti del misticismo in India. Aspetti tradizionali, spirituali e psico-fisiologici dei mistici indù

    di John Martin


    Tratto da ARCHEOMISTERI, I Quaderni di Atlantide - n°11 Settembre/Ottobre 2003


    Immagine tratta dal sito http://www.emiliosalgari.it

    Quando mi recai, in occasione di tre distinti viaggi, in India del Nord e Nepal, in India del Sud ed in Rajasthan (1), ebbi l’opportunità di assistere ad alcune interessanti e spettacolari esibizioni di fachirismo, durante le quali alcuni asceti si trafissero lentamente e più volte, diverse regioni del corpo con dei lunghi ed acuminati spilloni metallici, senza dare la minima impressione di avvertire dolore.
    A Bali (2), nota anche come l’Isola di Smeraldo, per la sua rigogliosa vegetazione tropicale, invece, partecipai alla famosa danza tradizionale Kecak (3), nel corso della quale alcuni uomini camminarono più volte su un tappeto di carboni ardenti allestito sul pavimento del cortile centrale di un tempio induista, anche in questo caso senza avvertire, almeno apparentemente, il minimo dolore.

    In Estremo Oriente, in particolare in India, anche gli yogi (4) in stato meditativo profondo sembrano non percepire alcun dolore quando vengono trafitti con degli spilli; la stessa sorprendente ed inesplicabile insensibilità al dolore, documentata, peraltro, in numerosi referti medici, compare anche in Occidente, in quei soggetti, i cosiddetti "mistici", che dichiarano di vedere e di colloquiare con Gesù, la Madonna o i santi.
    Sempre in India, specialmente nell’isola di Ceylon (5), vi sono fachiri e yogi che, dopo essersi trafitti la cute della schiena con degli uncini di ferro legati a delle corde, vengono sollevati ad una certa altezza, rimanendo appesi per diversi minuti.
    Escludendo tutti quei casi in cui tali performance sono rese possibili da trucchi mutuati dalla prestidigitazione e dall’illusionismo e quelli in cui si fa ricorso a particolari accorgimenti per rendere meno dolorosa l’esibizione, ne rimangono alcuni in cui sembra proprio che alcuni soggetti abbiano acquisito la capacità di alterare la percezione del dolore, agendo volontariamente, con modalità ancora in gran parte ignote alla biologia ed alla medicina, sul meccanismo o i meccanismi biofisici implicati nell’insorgenza fisiologica del dolore.
    Vi sono alcune evidenze sperimentali che suggeriscono la possibilità che alla base di queste pratiche estreme, ovviamente di quelle genuine, non mistificate, cioè, da trucchi e/o ingegnosi stratagemmi, vi sia uno stato di coscienza modificata che, nel caso dei fachiri indiani e dei danzatori balinesi, consiste probabilmente in una trance più o meno blanda; tale trance, nei piro-camminatori balinesi, ad esempio, viene indotta dall’ossessivo e monotono ritmo della musica suonata durante il Kecak. Nel caso degli yogi, invece, lo stato di coscienza modificata implicato nell’inibizione del dolore assume i connotati della meditazione trascendentale, mentre nei mistici occidentali la sensibilità al dolore viene soppressa quando essi si trovano in uno stato contemplativo che la neuropsichiatria definisce "transestatica mistica" e la cui induzione sembra essere indipendente dalla volontà.
    Sembrerebbe, quindi, che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata svolga un ruolo fondamentale nell’inibizione del dolore ma in che modo?
    Gli spilloni che i fachiri utilizzano per trafiggersi la cute di varie regioni del corpo provocano un tipico dolore nocicettivo acuto che viene percepito dal soggetto quando la stimolazione meccanica che lo induce ha un’intensità eguale o superiore ad un determinato valore "soglia"; in tal caso, lo stimolo dolorifico attiva le terminazioni libere specializzate di peculiari cellule nervose, dette nocicettori (6), presenti nella parte più interna della pelle o cute (7).
    La sollecitazione meccanica viene trasdotta dalle terminazioni libere dei nocicettori in impulsi elettrici, i cosiddetti Potenziali d’Azione (8) (P.d.A.), caratterizzati da una frequenza proporzionale all’intensità dello stimolo; quindi, maggiore è l’intensità di quest’ultimo, più elevata sarà la frequenza del P.d.A. evocato e più forte risulterà il dolore avvertito dal soggetto. L’impulso elettrico viene successivamente trasmesso dalle terminazioni libere al corpo del nocicettore e da questo al suo assone (9); quando il P.d.A. giunge all’estremità distale di quest’ultimo, detta "bottone presinaptico", vengono rilasciate, nello spazio sinaptico (10), delle molecole, dette neurotrasmettitori (11) o neuromediatori, che, nel caso specifico, sono la sostanza P ed amminoacidi eccitatori. Queste molecole, dopo essersi diffuse nella fessura sinaptica ed essere giunte sulla superficie di cellule nervose localizzate nel midollo spinale (12), interagiscono specificamente, mediante associazione fisica, con dei recettori molecolari accolti nello spessore della membrana plasmatica (13) di tali cellule. I recettori specifici per la sostanza P sono detti NK1 mentre quelli per gli amminoacidi eccitatori sono noti come AMPA. Il legame specifico tra i due neurotrasmettitori ed i rispettivi recettori di membrana induce l’insorgenza di impulsi elettrici che vengono inviati ai centri nervosi superiori, a livello dei quali viene generata la sensazione di dolore.
    La sensibilità o meglio, il grado di eccitabilità delle cellule spinali, tuttavia, è finemente modulato, per cui la loro attivazione e la conseguente generazione e conduzione degli impulsi elettrici dipendono dallo stato di eccitabilità in cui esse si trovano e dall’intensità e durata dello stimolo meccanico periferico. In condizioni fisiologiche, le cellule spinali trasmettono al cervello solo gli stimoli di intensità superiore ad una determinata soglia; tale meccanismo filtrante di modulazione è costituito da una via nervosa che, mediante l’incremento della soglia di eccitabilità di queste cellule, le mantiene parzialmente inibite. L’azione di questa via nervosa si esplica con il rilascio di alcuni neuromediatori, quali la noradrenalina (14), la serotonina (15), il GABA (16) (acido gamma-amminobutirrico), i cannabinoidi endogeni e soprattutto, le endorfine (17), che inibiscono le cellule neuronali sulle quali vanno specificamente a legarsi i farmaci oppioidi.
    La funzione delle endorfine e degli altri neurotrasmettitori inibitori, quindi, è quella di garantire, mediante la parziale inibizione delle cellule nervose localizzate a livello del midollo spinale, una selettività nella trasmissione degli stimoli dolorifici periferici ai centri nervosi superiori. Il grado di attivazione della via inibitoria e quello consequenziale di inibizione delle cellule spinali, tuttavia, variano da soggetto a soggetto e nell’ambito dello stesso individuo, potendo, difatti, dipendere dalle condizioni psico-fisiche, dallo stato mentale e dall’umore.
    È stato fatto notare come alla base dell’inibizione del dolore nei fachiri, negli yogi, nei bonzi (18) in stato meditativo e nei mistici occidentali in estasi, vi sia sempre uno stato di coscienza modificata ed è stato mostrato, inoltre, come vi sia anche un fine meccanismo fisiologico di regolazione della percezione del dolore che si esplica con l’attivazione di una via nervosa inibitoria che, a sua volta, incrementa la soglia di eccitabilità delle cellule spinali, cellule che, in questo modo, lasciano passare solo gli stimoli dolorifici di adeguata intensità, bloccando, invece, tutti quelli che hanno un’intensità inferiore ad un determinato valore "soglia".
    Alla luce di tali considerazioni, è lecito ipotizzare che il grado di attivazione della via nervosa inibente le cellule spinali sia modulato dall’instaurazione di uno stato di coscienza modificata a vari livelli. È possibile che tale meccanismo psiconeurofisiologico sia simile a quello implicato nell’azione analgesica dell’agopuntura, praticata da millenni nell’ambito della medicina tradizionale cinese e negli ultimi anni, presa in considerazione anche da quella occidentale.
    Alcuni recenti studi condotti sull’azione analgesica dell’agopuntura, difatti, suggeriscono la possibilità che la sollecitazione meccanica a cui varie regioni del corpo vengono sottoposte, mediante l’impiego di sottilissimi ed acuminati aghi, regioni a livello delle quali la medicina tradizionale cinese ritiene siano localizzati canali e punti energetici in cui scorre il fluido energetico vitale, il prâna, in realtà stimoli specifiche aree della corteccia cerebrale a produrre maggiori quantità di sostanze antiserotoniniche, determinando, in questo modo, un significativo innalzamento della soglia del dolore.
    Sempre più medici occidentali, difatti, ricorrono all’agopuntura per alleviare il dolore di pazienti affetti da disturbi non gravi e di varia natura. Le molecole principalmente implicate nell’inibizione delle cellule spinali e di conseguenza, nell’innalzamento della soglia del dolore, quindi, sono le endorfine; un’estensione dell’ipotesi di lavoro preliminare, a questo punto, potrebbe includere un’attenta valutazione della possibilità che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata determini un massiccio rilascio di endorfine, che, a loro volta, potrebbero svolgere una temporanea azione analgesica, innalzando la soglia del dolore mediante l’inibizione delle cellule spinali o altri meccanismi analoghi.
    Le endorfine, probabilmente, svolgono un ruolo fondamentale anche nel primo stadio delle N.D.E. (Near Death Experiences: letteralmente, esperienze vicine alla morte) o come vengono definite in Italia, EPM (esperienze di pre-morte), ossia di esperienze molto particolari e non del tutto spiegate dalla medicina, che un numero non trascurabile di pazienti vive quando si trova in uno stato comatoso più o meno profondo. Tali esperienze sono ancora erroneamente considerate, da alcuni parapsicologi, soprattutto da quelli di formazione spiritistica, la prova irrefutabile dell’esistenza della vita oltre la morte, di un diverso e superiore piano di esistenza, cioè, a cui gli esseri umani assurgerebbero nel momento della loro dipartita. Nell’ottica di questa falsa convinzione, dunque, i pochi fortunati che hanno vissuto una N.D.E. avrebbero effettuato una rapida incursione nel mondo dell’aldilà, per poi tornare di nuovo alla vita terrena.
    Nel 1980 Kenneth Ring, un medico statunitense dell’Università del Connecticut, individuò cinque distinte fasi nelle N.D.E.: una sensazione di pace e tranquillità, l’apparente separazione del soggetto dal proprio corpo fisico, l’ingresso nell’oscurità o più precisamente, in un tunnel buio, la visione di un’intensa luce in fondo a quest’ultimo e l’ingresso in tale luce. Le ultime quattro fasi esulano dall’oggetto di questa trattazione, per cui non verranno prese in considerazione mentre vale la pena, a mio parere, focalizzare l’attenzione sulla prima fase, in quanto può rivelarsi utile ai fini di un chiarimento del ruolo svolto dalle endorfine; tale stadio, difatti, è caratterizzato da una ovattata sensazione di pace, benessere e tranquillità e sempre più ricercatori ritengono che questa sensazione possa essere dovuta proprio ad un massivo rilascio di endorfine.
    È ipotizzabile che nell’ambito dello stato comatoso, talune volte, si instauri una sorta di temporaneo stato di coscienza modificata, anzi, per la precisione, alterata, in quanto, nel caso specifico, sussiste una condizione patologica che lo determina, presumibilmente la stessa condizione che è anche responsabile dello stato comatoso in cui il paziente è caduto. Questo peculiare stato di coscienza alterata potrebbe stimolare la produzione di una massiccia quantità di endorfine, responsabili della sensazione di pace e benessere sperimentata dai pazienti durante la prima fase di una N.D.E..
    Sono stati condotti alcuni studi i cui dati sperimentali sembrano confermare l’ipotesi secondo cui l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata sia responsabile dell’inibizione del dolore.
    Nel 1980, difatti, un team di ricercatori dell’Università di Tubinga, in Germania, si recò alla festa annuale di San Costantino, a Langadàs, nel nord della Grecia, per studiare il fenomeno della pirobazia, ossia la capacità che alcuni soggetti possiedono di camminare a piedi nudi su un tappeto di carboni ardenti senza avvertire dolore e senza riportare lesioni o ustioni alla pianta dei piedi. Mentre gli uomini che avrebbero dovuto camminare sui carboni ardenti si preparavano, cantando ed eseguendo danze rituali, i ricercatori predisposero svariati strumenti ed applicarono sulla testa degli officianti gli elettrodi di un elettroencefalografo. Gli studiosi appurarono che, durante la performance dei piro-camminatori, l’elettroencefalografo aveva registrato l’emissione di onde cerebrali di tipo teta (19). Il cervello umano è in grado di produrre quattro diversi ritmi cerebrali, che corrispondono a e determinano, altrettanti stati mentali. Ogni ritmo cerebrale è caratterizzato da una specifica attività bioelettrica cerebrale che genera correnti elettriche oscillanti di determinata frequenza, le cosiddette onde cerebrali.
    La medicina dispone di uno strumento, l’elettroencefalografo, in grado di registrare l’emissione dei deboli impulsi elettrici del cervello mediante una serie di elettrodi posizionati sul cuoio capelluto, elettrodi che, oltre a rilevare le correnti elettriche oscillanti generate dall’attività bioelettrica cerebrale, ne quantificano anche la frequenza; i segnali elettrici, successivamente, vengono amplificati e riportati in un tracciato elettroencefalografico.
    Quando un soggetto si trova in uno stato mentale caratterizzato da intensa attività cerebrale, ad esempio mentre lavora, pratica sport o legge, il ritmo cerebrale che determina tale stato è detto "beta" e le onde cerebrali ad esso associate hanno una frequenza compresa tra 30 e 13 Hz (20) mentre in un soggetto che si trova in uno stato mentale rilassato, a riposo quindi, il ritmo cerebrale è detto "alfa" e le onde cerebrali corrispondenti sono caratterizzate da una frequenza compresa tra 12 e 8 Hz.
    Lo stato di sonno superficiale, invece, è contraddistinto da un ritmo cerebrale, detto "delta", che si manifesta con la produzione di onde cerebrali di frequenza compresa tra 3 e 1 Hz; nello stato di sonno profondo ed in quelli di coscienza modificata, quali la trance, infine, il cervello genera onde cerebrali di tipo teta, caratterizzate da una frequenza compresa tra 7 e 4 Hz.
    Quando l’attività bioelettrica del cervello genera onde cerebrali di tipo beta, si ha lo stato di veglia vigile, nel quale la percezione dello stimolo dolorifico è soggetta a variazioni dipendenti dal grado di attivazione della via nervosa inibitoria presa in considerazione a inizio articolo, grado a sua volta determinato dallo stato mentale in cui, di volta in volta, il soggetto si trova.
    I fachiri, gli yogi ed i bonzi, evidentemente, sono in grado di modificare volontariamente la propria attività bioelettrica cerebrale, passando da quella che determina il ritmo beta a quella che produce il ritmo teta; quest’ultimo, a sua volta, potrebbe incrementare il grado di attivazione della via nervosa che inibisce le cellule spinali, alterandone l’eccitabilità ed innalzando, in questo modo, la soglia del dolore.
    Il caso dei mistici, ossia di quei soggetti psico-anomali che dichiarano di vedere Gesù, la Madonna e/o i santi e di colloquiare con essi e che dimostrano di essere insensibili al dolore quando vengono punti con degli spilli durante le loro visioni, si diversifica da quello dei fachiri, degli yogi e dei bonzi in quanto il passaggio dall’ordinario stato di veglia vigile a quello di transestatica mistica si verifica, almeno in apparenza, involontariamente e senza alcun controllo da parte del soggetto; anche alla base della transestatica mistica, quindi, potrebbe esservi il ritmo cerebrale teta ed il meccanismo neurofisiologico inibente il dolore potrebbe essere simile a quello ipotizzato per gli altri casi, potrebbe, cioè, essere mediato da un abbondante rilascio di endorfine. Il coinvolgimento di queste molecole, peraltro, giustificherebbe la profonda ed avvolgente sensazione di pace e beatitudine che, a detta dei mistici, accompagna le loro visioni.
    Le cause dell’alterazione dell’attività bioelettrica cerebrale nei soggetti psico-anomali che vivono esperienze di transestatica mistica non sono state ancora indagate a fondo dalla neurofisiologia e dalla neuropsichiatria, tuttavia, potrebbero risiedere in un dismetabolismo cerebrale e in un disequilibrio dello psichismo dovuti a qualche sindrome neuropsichiatrica non ancora ben definita.
    Ritengo, comunque, che la respirazione e la postura del corpo giochino un ruolo fondamentale nell’alterazione volontaria dello psichismo e dell’attività bioelettrica cerebrale ad opera dei fachiri, degli yogi e dei bonzi. I primi due, difatti, ricorrono frequentemente alle posizioni dello yoga (21), le âsanas (22), per promuovere uno stato di coscienza modificata mentre i terzi si avvalgono, per lo più, delle classiche posizioni del loto e del semiloto; tuttavia, indipendentemente dall’âsana adottata per l’induzione degli stati di coscienza modificata, tutti e tre si affidano al sapiente uso della respirazione, di cui sono dei veri maestri.
    Un’adeguata respirazione ed una corretta postura del corpo, quindi, potrebbero essere tra i fattori causali più importanti e più frequentemente implicati, nell’induzione di una modificazione volontaria dell’attività bioelettrica cerebrale dal ritmo beta a quello teta, quantunque, a tutt’oggi, non siano ancora noti i meccanismi fisiologici coinvolti in questo processo né le modalità con cui questi due fattori promuovono tale modificazione.
    Le molteplici posizioni codificate dall’antichissima tradizione orientale dello yoga sono state concepite, in tempi immemorabili, da ignoti sapienti, al fine di stimolare determinati organi, parti di organi e ghiandole del corpo umano, tuttavia, esiste anche la possibilità che tali posizioni siano le più idonee per agevolare l’adozione di un’appropriata respirazione e per mantenerla costante nel tempo. In tal caso, la respirazione e le âsanas agirebbero sinergicamente sullo psichismo del soggetto, alterandone la configurazione ordinaria e determinando, in questo modo, una modificazione dell’attività bioelettrica cerebrale tale da promuovere una variazione del ritmo cerebrale da quello di tipo beta a quello di tipo teta.
    Gli scarsi studi condotti sui fachiri e sugli yogi inducono ad avanzare l’ipotesi secondo cui il "segreto" della respirazione, come mezzo privilegiato con cui modificare volontariamente il ritmo cerebrale, risieda non solo nella sua ritmicità e costanza nel tempo ma anche e soprattutto, nel fatto che il praticante abbandona la respirazione di tipo toracico, che tutti noi, in condizioni normali, mettiamo in atto quotidianamente, per adottarne una di tipo diaframmatico o ventrale. Quest’ultima potrebbe notevolmente diversificarsi dalla respirazione di tipo toracico per la sua capacità di rifornire il sangue di una maggiore quantità di ossigeno, magari fin quasi alla saturazione.
    A riguardo, la tradizione yogica può contare su un gruppo di âsanas opportunamente sviluppate per garantire una ricca irrorazione di sangue al cervello ed ai vari tratti del midollo spinale (23).
    Alla luce di tali considerazioni, l’aumentato rifornimento ematico di ossigeno, dovuto alla respirazione diaframmatica e la ricca irrorazione di sangue al cervello, promossa da specifiche âsanas, potrebbero agire sinergicamente, determinando, in questo modo, un maggior afflusso di ossigeno e di glucosio alle cellule nervose.
    L’incremento della bio-disponibilità di ossigeno e glucosio potrebbe provocare un cambiamento del metabolismo cellulare e in corrispondenza di determinate aree cerebrali, tale alterazione metabolica potrebbe, a sua volta, attivare meccanismi neurobiochimici, a tutt’oggi ancora in gran parte ignoti, responsabili della modificazione dell’attività bioelettrica cerebrale e della conseguente instaurazione di uno stato di coscienza modificata (24).
    È doveroso, tuttavia, fare presente che l’insorgenza di uno stato di coscienza modificata non costituisce il solo fattore che rende possibile l’esecuzione di pratiche estreme quali trafiggersi con degli spilloni o appendersi a degli uncini; non bisogna dimenticare, difatti, che i fachiri e gli yogi vantano una conoscenza piuttosto approfondita dell’anatomia del corpo umano e grazie a tale conoscenza, essi sono in grado di evitare accuratamente gli organi vitali durante le loro esibizioni.
    Poiché le parti del corpo nelle quali vengono inseriti gli spilloni sono sempre le stesse ogni volta che i fachiri o gli yogi si cimentano con questa pratica, in corrispondenza di esse si forma un tessuto cicatriziale poco irrorato da vasi sanguigni e ciò rende conto, rispettivamente, della sorprendente facilità con cui la cute viene trapassata da oggetti appuntiti e della quasi assente emorragia.
    Alcuni ricercatori ritengono che la scarsa o addirittura nulla, emorragia delle parti del corpo interessate da questo tipo di sollecitazione meccanica possa essere dovuta ad una stimolazione della produzione di noradrenalina, un ormone che induce la vasocostrizione periferica e che quindi determinerebbe una notevole riduzione dell’afflusso di sangue nei distretti corporei trafitti dagli spilloni.
    Nel caso in cui, tuttavia, la parte del corpo sollecitata non presenti tessuto cicatriziale, riesce difficile pensare che l’emorragia venga contrastata, fino ad impedirla completamente, solo grazie ad un’aumentata produzione di noradrenalina e che quindi non intervengano sinergicamente altri fattori fisiologici; recentemente, difatti, è stata avanzata l’ipotesi secondo cui all’azione esercitata da questo ormone, che da solo, con ogni probabilità, non sarebbe sufficiente ad evitare totalmente l’emorragia, si affianchi l’attivazione, con modalità del tutto ignote, della via di coagulazione estrinseca del sangue, una complessa cascata di reazioni enzimatiche che esita in una rapida coagulazione ematica.
    Infine, nel caso dei fachiri che si trafiggono la cute della schiena con degli uncini, ai quali poi rimangono appesi per lungo tempo, un ruolo molto importante lo svolge anche la fisica, in quanto gli uncini vengono abilmente e meticolosamente distribuiti in modo uniforme sull’intera superficie della schiena, in modo da evitare che la cute, sotto il peso del corpo, si laceri, causando gravi lesioni tissutali.

    - BIBLIOGRAFIA:
    "Nuova Enciclopedia Universale Curcio - delle lettere, delle scienze, delle arti" - Armando Curcio Editore, 1968.
    "Dizionario Enciclopedico Multimediale di Medicina e Biologia di 'Le Scienze'"- Anatomia Umana, di autori vari. Edi - ermes, 1992.
    "Le Scienze" - Le sfide della medicina - N° 399 - Novembre 2001.
    "La scienza degli X-Files" - di Michael White. Rizzoli, 1996.
    "I Chakra" - di M. Albanese, G. Cella e F. Zanchi - Xenia Tascabili, 1996.
    "Il Tantrismo - Il gioco della dea" - di Marilia Albanese - Xenia Tascabili, 1996.
    "Corso di sanscrito" - di Carlo Della Casa - Edizioni CUEM - UNICOPLI Milano, 1998.
    "Grammatica sanscrita" - di Saverio Sani - Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1991.
    "Paranormale - Dizionario Enciclopedico" - Arnoldo Mondadori Editore, 1992.
    "Guide Apa - Indonesia" - di Eric Oey - Zanfi Editori, 1994.

    - Note:
    1. Rajasthan: Stato federato dell’India la cui capitale è Jaipur. Si estende nella parte nord-occidentale del paese, al confine con il Pakistan e si costituì a seguito dell’aggregazione degli antichi stati di Râjputâna, Jaipur, Jodhpur, Udaipur ed altri minori.
    2. Bali: delle 13.677 isole tropicali che compongono l’arcipelago indonesiano, questa è una delle più belle e suggestive. È un fazzoletto di terra lungo 120 Km e largo 90 Km in mezzo all’oceano pacifico, con capitale Denpasar.
    3. Kecak: secondo una moderna leggenda balinese, questa danza nacque nel villaggio di Batubulan; nel 1928, difatti, l’artista tedesco Walter Spies ed il barone von Messon, direttore del primo lungometraggio sull’isola di Bali, assistettero al Sanghyang Dedari, una danza tradizionale in cui chi vi partecipa balla in stato di trance. Ad un certo punto, uno dei danzatori improvvisò una Baris, ossia una danza di guerra essenzialmente femminile che magnifica la virilità del guerriero balinese vittorioso e questa esibizione fuori programma suggerì a Spies l’idea di elaborare una danza che accompagnasse il coro maschile del Sanghyang Dedari, perciò, assieme a Kathryn Myerson, creò il kecak per il lungometraggio del barone. La danza prevede la partecipazione di alcune danzatrici e di un coro che dovrebbe essere costituito da 100 uomini, i quali si dispongono in cerchi concentrici; i 100 uomini rappresentano l’esercito delle scimmie comandato dal re-dio Hanuman, con cui il mitico guerriero Râmâ, settima avatarâ (incarnazione) del dio Vishnu e simboleggiante, forse, la conquista da parte degli Aria - in sanscrito, i "Nobili" - dell’India meridionale e di Ceylon, si allea per sconfiggere il perfido dio del male e re di Ceylon, Rawana, il quale ha rapito e portato nel suo regno Sîtâ, la consorte di Rama. Le eroiche gesta di quest’ultimo e le circostanze in cui egli riuscì a liberare la sua amata, passando sul cosiddetto "Ponte di Adamo", sono narrate in uno dei più conosciuti poemi epici indiani, il Râmâyana - letteralmente, "Il viaggio di Râmâ" - scritto in sanscrito, costituito da 7 libri e 24000 strofe ed attribuito al poeta indiano Valmiki (secc. III - II a.C.) ma giunto ai nostri giorni in una redazione del II secolo d.C..
    4. Yogi: asceta che pratica una o più tecniche yogiche. Lo yogi ("yogin", se è di genere femminile) che abbia raggiunto un elevato livello di spiritualità e di consapevolezza, secondo la tradizione, può acquisire poteri soprannaturali o sviluppare facoltà paranormali, le cosiddette "siddhi" o "mahâsiddhi" (grandi poteri), distinte in otto differenti tipi:

    animâ (rimpicciolimento): la capacità di ridurre le dimensioni del proprio corpo fino a quelle degli atomi e di passare attraverso le barriere strutturali quali porte, mura, ecc.<
    laghimâ (leggerezza): la capacità di alleggerire il proprio corpo, facendogli assumere un peso inferiore a quello della lana; in parapsicologia tale fenomeno è noto come levitazione.
    garima (peso): la capacità di rendere il proprio corpo pesantissimo ed irremovibile.
    mahimâ: la capacità di toccare qualsiasi oggetto a qualunque distanza.
    prâkâmya (volontà irresistibile)
    içitva (predominio sui corpi e sulle menti)
    vaçitva (controllo assoluto degli elementi)
    kâmâvâsayitva (compimento dei desideri)

    5. Ceylon: isola dell’Oceano Indiano, conosciuta anche come Sri Lanka, situata a Sud-Est dell’India, da cui è separata dallo stretto di Palk. La capitale è Colombo.
    6. Nocicettore: recettore nervoso aspecifico, detto anche algocettore, algorecettore o recettore dolorifico, in grado di rispondere a stimoli di varia natura e di intensità tale da provocare un danno tissutale. I nocicettori, quindi, sono recettori caratterizzati da un’elevata soglia e la loro stimolazione genera sensazioni di dolore ed attiva riflessi protettivi finalizzati, quale, ad esempio, il riflesso flessorio.
    7. La cute è composta da due strati: lo strato esterno, superficiale, costituito dall’epidermide, a sua volta suddivisibile in cinque strati e lo strato interno sottostante, rappresentato dal derma. Nella porzione più profonda della cute è situato l’ipoderma, in cui è presente il tessuto adiposo che forma il cosiddetto pannicolo adiposo sottocutaneo. In questi strati più interni sono localizzati gli annessi cutanei, i dispositivi vascolari e le strutture nervose, tra le quali vi sono anche le terminazioni libere dei nocicettori.
    8. Potenziale d’Azione: depolarizzazione ed inversione della differenza di potenziale elettrico esistente tra il versante citoplasmatico e quello extracellulare della membrana plasmatica delle fibre eccitabili. Il potenziale d’azione insorge quando si verifica una rapida e transitoria diminuzione del potenziale di riposo (Vrest) fino ad un valore definito "soglia". Durante il potenziale d’azione, la membrana cellulare delle fibre nervose o muscolari subisce un’inversione della propria polarità, da un valore medio pari a circa - 70 mV (millivolts) a circa + 20 mV. Il potenziale d’azione ha luogo in seguito ad un selettivo e temporaneo incremento della permeabilità della membrana plasmatica nei confronti degli ioni sodio (Na+) e potassio (K+). Tali variazioni di permeabilità si verificano durante la conduzione dell’impulso elettrico lungo le fibre nervose o muscolari e si propagano in modo analogo ad un’onda.
    9. Assone: detto anche neurite, nevrasse o cilindrasse. Nella citologia del sistema nervoso, per assone si intende il prolungamento citoplasmatico di un neurone, sovente rivestito da una guaina mielinica e unico per ogni cellula nervosa. Tale prolungamento, dal quale possono staccarsi rami collaterali, in numero e lunghezza variabili, ha origine dal pirenoforo, il corpo del neurone, in corrispondenza di una struttura coniforme detta cono di emergenza. L’impulso nervoso, in un neurite, si trasmette in direzione centrifuga rispetto al pirenoforo. In genere, il nevrasse, in corrispondenza dell’estremità distale, termina con un’espansione di quest’ultima, detta bottone presinaptico, una struttura specializzata che si affaccia sulla fessura sinaptica e costituisce uno dei componenti della sinapsi (giunzione specializzata presente tra cellule nervose o tra cellula nervosa e cellula muscolare, costituita dal bottone presinaptico, lo spazio sinaptico ed il bottone postsinaptico). A livello del bottone presinaptico, il neurone rilascia dei mediatori chimici che migrano attraverso lo spazio sinaptico e vanno ad interagire con dei recettori di membrana specifici presenti sulla porzione dendritica di un altro neurone, ripristinando, a livello del bottone postsinaptico, l’impulso nervoso e garantendo, in questo modo, una continuità alla propagazione di quest’ultimo lungo le fibre eccitabili e quindi alla trasmissione nervosa.
    10. Spazio sinaptico: nell’ambito della sinapsi, il ridottissimo spazio, di circa 10 nm, compreso tra il bottone presinaptico e quello postsinaptico e nel quale diffondono i mediatori chimici liberati dalle vescicole presinaptiche, organuli subcellulari intracitoplasmatici membranati e specializzati, questi ultimi, presenti a livello del bottone presinaptico.
    11. Neurotrasmettitore: qualsiasi composto chimico rilasciato da una terminazione nervosa in risposta ad un impulso neuroelettrico ed in grado di trasmettere quest’ultimo attraverso la sinapsi.
    12. Midollo spinale: porzione allungata del Sistema Nervoso Centrale (S.N.C.) contenuta all’interno dello speco vertebrale, il canale interno della colonna vertebrale. Il midollo spinale costituisce con l’encefalo il S.N.C..
    13. Membrana plasmatica: per membrana plasmatica, detta anche membrana cellulare, membrana citoplasmatica o plasmalemma, si intende la complessa struttura cellulare che delimita esternamente il citoplasma (porzione della cellula delimitata dal plasmalemma con l’esclusione del nucleo, dotata di una struttura estremamente complessa e comprendente diversi tipi di organuli sub-cellulari immersi in una fase liquida, viscosa e non strutturata, detta ialoplasma o citosol o matrice citoplasmatica, caratterizzata dalla presenza di un reticolo di microtubuli e micro-filamenti, il citoscheletro, con funzioni di sostegno statico e/o dinamico) e svolge numerosi ruoli di estrema importanza, quali, ad esempio, garantire una permeabilità selettiva nei confronti delle sostanze extracellulari, regolare i rapporti intercellulari e quelli con i substrati, trasferire particelle relativamente voluminose da e per il citoplasma e promuovere l’integrazione con le molecole regolatrici o portatrici di segnali, a livello di specifici recettori. La struttura della membrana plasmatica e di tutti i sistemi di membrana endo e pericitoplasmatici, è descritta piuttosto bene dal modello del mosaico fluido che prevede la presenza di un doppio strato fosfolipidico, detto bilayer. La membrana plasmatica, tuttavia, presenta alcune peculiarità, rappresentate, ad esempio, da un rivestimento glicoproteico del versante esterno, il glicocalice, da alcune proteine intrinseche, probabilmente con funzione di recettori e infine, da proteine estrinseche e di natura contrattile dislocate sul versante citoplasmatico.
    14. Noradrenalina: detta anche norepinefrina o arterenolo. Molecola sintetizzata dall’organismo a partire dalla tirosina (un amminoacido essenziale) e dotata di molteplici attività fisiologiche. La noradrenalina è il principale neurotrasmettitore dei nervi adrenergici ed agisce sui vasi sanguigni, sul cuore, sulla muscolatura scheletrica volontaria, sull’occhio, sul rene, sulla trasmissione gangliare, ecc. Gli effetti fisiologicamente più rilevanti di questa sostanza si esplicano a livello dei vasi sanguigni, che subiscono una vasocostrizione che, a sua volta, porta ad un effetto ipertensivo sistemico e a livello del cuore, su cui esercita un’azione inotropa positiva, determinando, in questo modo, un incremento del battito cardiaco. La noradrenalina, congiuntamente all’adrenalina, agisce anche sul metabolismo, stimolando la glicolisi, la lipolisi e la liberazione in circolo di potassio da parte del fegato.
    15. Serotonina: detta anche 5-idrossitriptamina (5-HT), è un’amina biogena derivata dalla decarbossilazione del 5-idrossitriptofano e sintetizzata dalle cellule enterocromaffini della mucosa intestinale, oltre ad essere presente anche nel sistema nervoso, nella muscolatura liscia e nelle piastrine. Alcuni ricercatori annoverano la serotonina tra gli ormoni tissutali. È un potente vasocostrittore locale ed un efficace ipotensivo generale, inoltre svolge un ruolo importante nella emostasi, stimolando la riparazione dei vasi lesi.
    16. GABA: amminoacido non proteogenetico derivato dalla decarbossilazione in posizione alfa dell’acido glutammico ad opera della glutammico decarbossilasi. Nel tessuto nervoso subisce una transaminazione con l’acido-chetoglutarico, dando origine alla semialdeide succinica o acido 4-oxobutirrico e per ossidazione, all’acido succinico, successivamente metabolizzato attraverso il ciclo degli acidi tricarbossilici. Negli Artropodi e nei Vertebrati è stata dimostrata la sua funzione quale neurotrasmettitore di tipo inibitorio. È presente nel tessuto cerebrale dei Mammiferi, ove svolge un’azione inibitrice sulle vie riflesse, agendo come mediatore chimico a livello sinaptico.
    17. Endorfine: semplici molecole facenti parte di un gruppo di neuropeptidi oppioidi recentemente isolati dall’ipofisi o ghiandola pituitaria, in grado di legarsi ai recettori specifici per la morfina, mimando, in questo modo, l’azione analgesica e gli effetti determinati da quest’ultima (azione morfino-simile).
    18. Bonzo: termine specifico con cui in Estremo Oriente, in genere, è denominato il monaco buddista.
    19. È doveroso precisare, tuttavia, che l’instaurazione di uno stato di coscienza modificata, responsabile dell’attivazione di meccanismi neurofisiologici inibenti il dolore, non è il solo fattore ad essere implicato nella pirobazia ed a rendere possibile una sua esecuzione pratica; vi sono, difatti, numerosi altri fattori che svolgono un ruolo altrettanto importante e che consentono ai piro-camminatori di attraversare indenni un tappeto di carboni ardenti. Innanzitutto, in Estremo Oriente, molti di coloro che si cimentano con questa pratica estrema non indossano o indossano raramente, calzature, per cui, con il trascorrere degli anni, la pianta dei loro piedi viene interessata da un processo di ispessimento dell’epidermide che porta alla formazione di uno strato cutaneo termoisolante protettivo. Inoltre, non bisogna trascurare l’importante contributo apportato dal cosiddetto Effetto Leidenfrost, consistente nella formazione, sempre a livello della pianta dei piedi, di un sottile "cuscinetto" di vapore acqueo termoisolante, "cuscinetto" creatosi a seguito dell’evaporazione del sudore che l’ansia e la tensione, dovute alla performance, contribuiscono a far secernere in grande quantità, anche in virtù del fatto che in questa parte del corpo le ghiandole sudoripare sono abbondantemente presenti. Vi sono altri fattori, di ordine squisitamente fisico, che dovrebbero essere presi in attenta considerazione, se si vuole fare chiarezza, una volta per tutte, sul fenomeno della pirobazia, fattori, quindi, non meno importanti di quelli fisiologici; fa riflettere, ad esempio, il fatto che quando si misura la lunghezza di un tappeto standard di carboni ardenti, si scopre che questa risulta essere sempre inferiore ai 10 metri, una lunghezza tale, cioè, da mantenere il livello di dolore, causato dal calore emesso dai carboni ardenti, entro limiti ancora abbastanza accettabili da un essere umano ma al contempo, tale da conservare quella spettacolarità visiva che, qualora il tappeto fosse più corto, non potrebbe, forse, essere più garantita. Un astuto accorgimento che i piro-camminatori adottano consiste nell’attraversare il tappeto camminando piuttosto velocemente, se non, addirittura, correndo, in questo modo, difatti, il tempo in cui ciascun piede rimane a contatto con lo strato dei tizzoni ha una durata tale da limitare considerevolmente il dolore e la gravità di eventuali lesioni cutanee da ustione. Ritengo che, prima di chiudere questa breve parentesi esplicativa sui fattori di ordine fisico e fisiologico implicati nella pratica della pirobazia, debba essere espressa un’ultima considerazione sul materiale - i carboni ardenti - con cui vengono allestiti i tappeti attraversati dai piro-camminatori. Il primo aspetto da prendere in esame consiste nel fatto che ogni tizzone è in realtà costituito da due parti distinte: un nucleo interno incandescente alla temperatura di 400-500 °C ed una crosta superficiale a contatto dell’aria notevolmente più fredda. I piedi dei piro-camminatori, perciò, stando a contatto con lo strato superficiale e non con il nucleo incandescente, dei tizzoni, non riportano gravi ustioni. L’altro aspetto di fondamentale importanza che emerge dall’analisi delle proprietà termiche dei carboni ardenti consiste nella loro conducibilità termica, ossia nella capacità di trasmettere il calore ad un corpo più freddo. Ora, i tizzoni sono prevalentemente costituiti da carbonio, elemento, quest’ultimo, caratterizzato da una struttura atomica molto regolare ed una conducibilità termica piuttosto bassa, per cui la quantità di energia termica trasmessa ai piedi, nonostante la temperatura interna dei carboni si aggiri intorno ai 500 °C, è sorprendentemente bassa. Infine, vi sono vari trucchi a cui alcuni fachiri e piro-camminatori, sovente, ricorrono per agevolare la passeggiata sui carboni ardenti, quali il bagnarsi con acqua la pianta dei piedi poco prima dell’esibizione o il cospargersi con degli appositi unguenti termoisolanti.
    20. Hz: abbreviazione di Hertz, l’unità di misura della frequenza, pari ad 1 ciclo al secondo.
    21. Yoga: termine sanscrito derivato dalla radice "yuj", che significa legare assieme, mettere sotto il giogo, congiungere. La tradizione orientale considera questa pratica psico-fisica uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’antica India ed il suo obbiettivo finale consiste nel conseguimento della liberazione dal samsâra, il ciclo delle morti e delle rinascite. Secondo il grammatico indiano Patanjali, oltre allo yoga classico, vi è anche uno yoga popolare, detto "barocco", un altro ascetico, un altro ancora erotico, ecc. Per la Bhagavad-Gita, lo yoga costituisce un mezzo attraverso il quale consentire all’âtman, l’anima individuale, di fondersi con il "brahman", l’anima universale divina mentre per alcune sette consiste in un complesso sistema di pratiche magiche basato sul controllo della volontà e sull’autodisciplina. Uno dei primi obbiettivi che queste tecniche si prefiggono di conseguire è quello di distaccarsi da tutto ciò che è materiale; in seguito, le scuole di Bhakti-Yoga, lo yoga devozionale o mistico, consentiranno all’adepto di operare l’unificazione dell’"atman" con il "brahman". Il principale testo di yoga è lo Yoga-sutra o Aforismi sullo Yoga, del II - V secolo d.C. ed attribuito a Patanjali, il quale vi riportò, integrandole e classificandole, alcune pratiche ascetiche indiane preesistenti, la cui origine si perde nella notte dei tempi. L’opera si compone di quattro capitoli che trattano rispettivamente la concentrazione estatica (samâdhi), i mezzi per ottenerla (sâdhâna), le incredibili capacità che ne conseguono (vibh ti) ed il distacco dell’anima dalla materia ("kaivalya"). Nello Yoga-sutra, lo yoga è visto come la via da percorrere per acquisire la capacità di squarciare il velo illusorio della realtà, velo che avvolge tre tipi di esperienza sensoriale; il primo tipo annovera le illusioni derivanti dalle esperienze oniriche, dagli stati allucinatori e confusionali e dai disturbi dispercettivi, il secondo comprende le sensazioni e le percezioni ordinarie mentre il terzo è rappresentato dalle esperienze di natura paranormale, vissute occasionalmente ed involontariamente o grazie alle capacità individuali sviluppate con lo yoga stesso. Ora, la filosofia dello yoga considera fittizi i primi due tipi di esperienza sensoriale, in quanto frutto di illusioni create dalle molteplici manifestazioni della Realtà Ultima, unica ed indivisibile e dalla limitata percezione umana mentre il terzo tipo, quello delle esperienze paranormali, avvicinandosi di più a tale Realtà, gode di maggior credito, anche perché le esperienze paranormali precedono l’estasi, la samadhi, obbiettivo ultimo dello yoga e tappa fondamentale per raggiungere l’illuminazione. Per ottenere tutto ciò, lo yoga propone alcune pratiche psico-fisiche e spirituali, dette "anga", che, nello Yoga-sutra, sono 8:

    le astensioni (yama): il completo controllo di se stessi, del proprio corpo e della propria mente.
    le discipline (niyama): l’adempimento dei doveri religiosi che porta alla purezza spirituale.
    le posizioni (âsana): l’assunzione di determinate posizioni atte ad influenzare le attività fisiologiche.
    la respirazione (prânâyama): il controllo assoluto della respirazione che deve essere ritmica.
    il dominio dei sensi (pratyâhâra).
    la concentrazione (dhârana): stato mentale di assoluta attenzione finalizzata ed orientata su un’attività che allontana dalla mente le emozioni ed i desideri che normalmente la offuscano.
    la meditazione (dhyâna): forma di concentrazione assoluta sulle verità più alte e probabilmente, considerabile, da un punto di vista neurofisiologico, uno stato di coscienza modificata.
    la contemplazione o concentrazione suprema (samadhi): stato di coscienza modificata di livello ancora più elevato rispetto a quello della meditazione trascendentale e grazie al quale è possibile conseguire l’illuminazione e raggiungere, in questo modo, un superiore livello di consapevolezza della Realtà Ultima.

    Vi sono quattro principali tipi di yoga: il "mantra-yoga", lo "hata-yoga", il "laya-yoga" ed il "raja-yoga".
    Nel primo tipo, il fine ultimo dello yoga viene raggiunto grazie alla vocalizzazione di determinate parole ed alla recitazione di svariate formule mistiche, dette mantra mentre lo hata-yoga, il più diffuso e praticato in Occidente, attribuisce, invece, molta importanza al controllo ed alla stabilizzazione della respirazione e qualora venga eseguito correttamente e con costanza, determina effetti benefici sulle condizioni di salute del praticante. Il terzo tipo di yoga è stato specificamente concepito per "risvegliare" la kundalini, l’energia primigenia femminile che, in condizioni normali, è quiescente e localizzata, nella forma di un serpente arrotolato e sopito, a livello del "muladharachakra" (il chakra del "sostegno della base"), posto alla base dei genitali. Il raja-yoga, infine, porta al completo controllo dello spirito sulla mente e per questo è conosciuto anche come "la via regale". Gli ultimi tre tipi di yoga fanno parte del cosiddetto "Yoga Tantrico", in quanto si basano su tecniche fisiologiche.
    22. Âsana: in sanscrito, postura, ossia la posizione del corpo assunta dal praticante di yoga. Le principali âsanas, quelle, cioè, contemplate dall’Hatha-yoga, sono 84 e sono state concepite per agire sulle ghiandole endocrine e sui canali o meridiani energetici, le cosiddette "nadi" (in numero di 72.000, secondo la tradizione ma è sicuramente una cifra simbolica indicante la grande quantità di canali di cui il corpo umano sarebbe costituito), in cui, secondo il sistema filosofico estremo-orientale, scorre l’energia vitale, il prâna (in Cina è detto "chi", in Giappone, "ki"). La corretta e costante esecuzione delle âsanas mantiene il corpo in buone condizioni di salute, trasmette sicurezza e determinazione e sviluppa l’agilità e la resistenza.
    Le âsanas del Raja-yoga hanno, ad esempio, lo scopo di eliminare disturbi ed affezioni che affliggono il corpo fisico, creando, al contempo, uno stabile e resistente equilibrio psico-fisico. Alcune di queste posture hanno nomi di piante, quali, ad esempio, il loto (padma) mentre altre di pesci, di anfibi, rettili, uccelli e mammiferi; altre ancora si rifanno ad eroi mitici e leggendari, famosi saggi, potenti divinità del pantheon mitologico-religioso induista post-vedico, ecc.
    23. Alcune di queste posture sono: la posizione della candela (sarvangâsana), quella dell’aratro (halâsana), lo stiramento della schiena dalla nuca ai calcagni (pascimottânâsana), la posizione dell’arco (dhanurâsana), la semitorsione della colonna vertebrale (matsyendrâsana), ecc.
    24. Le due âsanas che meglio di tutte le altre favoriscono la meditazione trascendentale e quindi, la produzione di onde cerebrali teta sono quella del saggio (siddhâsana) e quella classica del loto (padmâsana).

    Dal sito http://www.enricobaccarini.com

  2. #2
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    Massimo Centini

    I FACHIRI




    Fakir significa «povero», come in effetti l'aspetto di questo strano e misterioso personaggio lascia chiaramente trasparire. È un mendicante per scelta religiosa, quasi un nemico del proprio corpo, al quale ha negato totalmente ogni benessere, ogni piacere che vada al di là della mera sopravvivenza.
    Nel loro ambiente, le strade di Madras, nei pressi degli antichi palazzi di Katmandu, sulle rive del Gange, nel Pakistan, in Sri Lanka, i fachiri esprimono una sapienza antica, creando stupore tra gli occidentali, che hanno di loro un'immagine un po' stereotipata e romantica. Non c'è dubbio che questi abili manipolatori delle leggi della natura, capaci di compiere prodigi sorprendenti, facciano parte dell'immaginario esotico e le loro esperienze risultino saldamente connesse al mito di un Oriente misterioso e impenetrabile. Tuttavia, vederli incantare temibili serpenti cobra, far salire le corde al cielo, seppellirsi per periodi impossibili sotto la sabbia, trafiggersi le carni con aghi o adagiarsi su letti di chiodi, lascia perplesso anche l'osservatore più scettico.
    Nelle loro quotidiane magie - la maggiore delle quali è senza dubbio costituita dalla capacità di sopravvivere nelle drammatiche condizioni in cui sono costretti — si scorgono le tracce per ipotizzare una concreta partecipazione del divino nell'esperienza di uomini votati a essere espressione concreta del soprannaturale, ma nello stesso tempo figli di una solitudine e di un isolamento che li purifica e li pone in risonanza con l'armonia del creato.
    Dal trono della sacralità, il fachiro subisce la prigionia dell'adorazione che lo circonda, rendendolo diverso, capace di profetizzare, ripercorrere le linee della reincarnazione, conoscere quanto è negato ai comuni mortali.

    Spesso il fachirismo assume forme di estrema automortificazione, di penitenza esasperata. La trance probabilmente contribuisce ad alienare il dolore fisico: si spiega così come sia possibile per i fachiri farsi trapassare guance e lingua con spilloni che apparentemente sembrerebbero determinare dolori insopportabili.
    Straordinario è anche il rito che si svolge nel santuario di Kataragama, in Sri Lanka, dove i fachiri si fanno appendere con ganci conficcati nella schiena davanti alle porte del tempio e quindi predicano il futuro ai fedeli che si accostano. Qualche studioso sostiene che le feste di Dioniso e di Iside, forse anche quelle di Apollo delfico, comprendevano esperienze rituali simili, in cui il rito si amalgamava a fenomeni «miracolosi» compiuti da uomini in diretta relazione con la divinità. Tra i fachiri di Kataragama vi sono certamente le esperienze più chiare dell'induismo: ma si tratta di un induismo ben lontano da quello compassato dei brahamani, in quanto qui si scorgono valenze simboliche e una potenza talmente trascinante da rimandare a una religione arcaica, idolatrica, misterica, di possessione.

    In queste pratiche, in cui il corpo diventa espressione concreta del fatto magico, è possibile scorgere tracce che consentono di leggere i fenomeni del fachirismo attraverso un'ottica razionale, in qualche modo interpretabile con gli strumenti della scienza. Nel nostro corpo esistono infatti zone sprovviste di memorecettori di stimoli dolorosi e quasi completamente prive di vasi sanguigni importanti: si tratta di aree che potrebbero essere utilizzate dai fachiri per le loro esperienze. Non sempre però è possibile ascrivere il tutto all'abile manipolazione e alle conoscenze del corpo. Alcune pratiche sono state seguite scientificamente, con strumenti sofisticati che non lasciano spazio all'inganno. Per esempio, un fachiro che si faceva trapassare il torace con spade fu radiografato e fu possibile constatare che l'arma attraversò numerosi organi vitali, senza però produrre fuoriuscita di sangue e, soprattutto, senza arrecare alcun danno all'uomo. Sull'attendibilità di questi esami, però, i pareri divergono e le posizioni degli scienziati non sono unilaterali.

    Un altro caso del genere è stato oggetto di studio da parte di un'équipe di ricercatori e ha prodotto una prova che può essere considerata importante per capire - almeno in parte - il fenomeno del fachirismo. Ecco il fatto. Alcuni anni fa, nella via di Benares, un fachiro cadde in trance davanti a un gruppo di studiosi occidentali: il medico dell'équipe fu colpito dallo stato fisico, fortemente alterato, del soggetto. Paresi, brividi e convulsioni scuotevano il povero corpo del fachiro. L'osservatore si avvicinò con apprensione, in quanto gli pareva che quell'uomo, in realtà, fosse vittima di spasmi tetanici. In effetti, appena fu rimosso il turbante, si scoprì che dietro le orecchie un'asticciola legava due placche di metallo arrugginito che comprimevano in corrispondenza dei due rigonfiamenti cranici. Questa strana «cuffia» aveva per anni bloccato i terminali nervosi, diminuendo il dolore fino a sopprimere la percezione. In questo modo, il fachiro era nella condizione di superare le prove fisiche più devastanti, senza risentire minimamente di alcuna forma di dolore.
    In questo stato, il fachiro vive un'esistenza al di sopra dell'umana sofferenza fisica: con l'ausilio delle placche metalliche (molti le utilizzano d'oro o d'argento, proprio per evitare di incorrere nel rischio di tetano) è nella condizione di non percepire più il dolore, ma nello stesso tempo è sprovvisto di quella reazione spontanea che si chiama «arco riflesso».
    L'arco riflesso è una reazione nervosa in grado di produrre impulsi involontari: alzare le mani per coprirsi il volto, chiudere gli occhi istintivamente quando ci si sente minacciati, ecc. Essendo privi dell'arco riflesso, i fachiri che fanno uso delle placche metalli-che sono più vulnerabili, in quanto privi della possibilità di difendersi da rischi di vario tipo.

    Sulla base di quanto chiarito dagli scienziati, certi atteggiamenti e movimenti tipici dei fachiri, così lenti e solenni, possono essere letti in modo diverso: il loro modo di essere avrebbe quindi cause fisiche ben precise, solo in parte determinate da quelle motivazioni iniziatiche e spirituali che contrassegnano questi uomini eletti posti al di sopra delle umane fragilità.


    Da La Magia di Massimo Centini (Xenia edizioni – pag. 75 e seguenti)

  3. #3
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    Il segreto dei fachiri sta in una mutazione genetica

    Da tale scoperta, effettuata da un team di ricercatori britannici, potrebbe derivare la realizzazione di farmaci antidolorifici senza effetti collaterali

    Il segreto dei fachiri starebbe tutto in un gene che impedisce al dolore di arrivare al cervello: è la scoperta fatta dall'Università di Cambridge, che ha studiato il caso di sette giovani pachistani incapaci di provare un qualsiasi genere di sofferenza fisica perché geneticamente ''diversi".
    La ricerca dell'istituto britannico si è concentrata sul caso di un artista di strada che riusciva a trafiggersi le mani con un coltello e camminare sui carboni ardenti senza sentire male. Il ragazzo, morto appena a quattordici anni dopo essere caduto da un tetto, non aveva però alcun problema di tatto, così come tutti i suoi sei parenti sottoposti a test.

    La scoperta è stata guardata con grandissimo interesse dal mondo scientifico, che già pensa a una nuova serie di farmaci antidolorifici senza effetti collaterali: i medicinali del futuro agirebbero infatti su quello specifico gene che ''accende'' e ''spegne'' gli stimoli del dolore proprio come un interruttore. Secondo John Wood, professore alla University College London e membro del gruppo di ricerca, ''tutti i soggetti esaminati non hanno mai sentito alcun dolore in nessuna parte del corpo".

    L'esperto mette però in guardia: ''Una vita senza provare sofferenze potrebbe suonare come una benedizione, ma non lo è''.
    Fra i giovani pakistani, parecchi hanno subito infortuni proprio perché non si rendevano conto di farsi del male: due di loro si sono morsi la lingua in modo così forte da mozzarne una parte. Altri, invece, in alcune situazioni, come nel caso delle partite di calcio, hanno imparato a simulare smorfie di dolore.

    28 dicembre 2006

    Dal sito http://newton.corriere.it/

  4. #4
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    LA QUARTA VIA
    (G. Gurdjieff)

    (Brano tratto da "Frammenti di un insegnamento sconosciuto" di P. D. Ouspensky)

    Vi e' un grandissimo numero di strade, piu' o meno lunghe, piu' o meno dure, ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa direzione, che e' quella dell'immortalita'. L'immortalita' non e' una proprieta' della quale l'uomo e'consapevole, ma una proprietà che puo' essere acquisita. Tutte le vie che conducono all'immortalita', quelle che sono generalmente conosciute e le altre, possono essere ripartite in tre categorie:

    1. La via del fachiro.
    2. La via del monaco.
    3. La via dello yogi.

    La via del fachiro e' quella della lotta con il corpo fisico, e' lunga, difficile e incerta. Il fachiro si sforza di sviluppare la volonta' fisica, il potere sul corpo. Egli vi riesce attraverso terribili sofferenze, torturando il corpo. Tutta la via del fachiro e' fatta di esercizi fisici incredibilmente penosi. Egli sta in piedi, nella medesima posizione, senza un movimento, per ore, giorni, mesi o anni; oppure siede con le braccia tese, su un nudo sasso, al sole, alla pioggia, alla neve; oppure si infligge il supplizio del fuoco o quello del formicaio in cui egli tiene le gambe nude, e cosi' via. Se non cade ammalato o non muore, si sviluppa in lui cio' che puo' essere chiamata' volonta' fisica ed egli raggiunge allora la possibilità di formare il quarto corpo. Ma le altre sue funzioni, emozionali e intellettuali, rimangono non sviluppate. Egli ha conquistato la volonta', ma non possiede niente cui applicarla, non puo' farne uso per acquistare la conoscenza o perfezionare se stesso. In generale, e' troppo vecchio per cominciare un lavoro nuovo.

    Ma dove vi sono scuole di fachiri, si trovano pure scuole di yogi. Generalmente gli yogi non perdono di vista i fachiri. E, allorche' un fachiro raggiunge cio' a cui aspirava, prima di essere troppo vecchio, essi lo prendono in una delle loro scuole, dove per prima cosa lo curano e ricreano in lui il potere di movimento, dopo di che incominciano ad istruirlo. Un fachiro deve imparare di nuovo a parlare e a camminare come un bimbo piccolo. Ma egli possiede ora una volonta' che ha superato difficolta' incredibili e che potra' aiutarlo a superare le difficolta' che l'attendono ancora nella seconda parte del suo cammino, quando si tratterà di sviluppare le sue funzioni intellettuali ed emozionali.

    Non potete immaginarvi le prove alle quali si sottomettono i fachiri. Non so se voi abbiate mai visto veri fachiri. Io ne ho incontrati molti; mi ricordo di uno di essi che viveva nel cortile interno di un tempio indiano; ho perfino dormito al suo fianco. Giorno e notte, per vent'anni, egli si era tenuto sulla punta delle dita dei piedi e delle mani. Non era piu' capace di raddrizzarsi, ne' di spostarsi. I suoi discepoli lo portavano a braccia, lo conducevano al fiume dove lo lavavano come un oggetto. Ma un tale risultato non si ottiene in un giorno. Pensate a tutto cio' che aveva dovuto superare, alle torture che aveva dovuto subire per raggiungere quel grado.

    E un uomo non diventa fachiro per sentimento religioso, o perche' egli comprenda le possibilita' e i risultati di questa via. In tutti i paesi d'Oriente dove esistono fachiri, il popolino ha l'usanza di votare ai fachiri un ragazzo nato dopo qualche avvenimento felice. Accade anche che i fachiri adottino degli orfani, o acquistino i figli di povera gente. Questi bambini diventano loro allievi e li imitano di buon grado, o vi sono costretti; alcuni lo fanno solo esteriormente, ma altri col tempo diventano realmente fachiri. Si aggiunga che altri seguono questa via semplicemente per essere stati colpiti dallo spettacolo di qualche fachiro. Accanto a tutti i fachiri che si possono vedere nei templi, si trovano persone che li imitano, sedute o in piedi, nella stessa posizione. Costoro non lo fanno a lungo, certamente, ma a volte per parecchie ore. E accade anche che un uomo, entrato per caso in un tempio in un giorno di festa, dopo aver cominciato ad imitare qualche fachiro che l'aveva particolarmente impressionato, non ritorni a casa mai piu', ma si aggiunga alla folla dei suoi discepoli; piu' tardi, col passare del tempo diventera' anche lui un fachiro. Capirete che io in questi casi non do piu' alla parola 'fachiro' il suo senso proprio. In Persia, la parola fachiro indica semplicemente un mendicante; in India. i giocolieri, i saltimbanchi sono soliti chiamare se stessi fachiri. Gli europei, soprattutto gli europei istruiti, danno molto spesso il nome di fachiro agli yogi, come pure a monaci erranti di diversi rdini. Ma, in realta' la via del fachiro, la via del monaco e la via dello yogi sono completamente differenti.

    Non ho parlato finora che dei fachiri.

    Questa e' la prima via.

    La seconda e' quella del monaco.

    E' la via della fede, del sentimento religioso e del sacrificio. Un uomo che non abbia fortissime emozioni religiose e una immaginazione religiosa molto intensa non puo' diventare un monaco, nel vero senso della parola. Pure la via del monaco e' molto dura e molto lunga. Il monaco passa degli anni, decine di anni a lottare contro se stesso, ma tutto il suo lavoro e' concentrato sul secondo corpo, ossia sui sentimenti. Sottomettendo tutte le altre emozioni a una sola emozione, la fede, egli sviluppa in se stesso l'unita', la volonta' sulle emozioni. Ma il suo corpo fisico e le sue capacità intellettuali possono restare non sviluppate. Per essere in grado di servirsi di cio' che egli avra' raggiunto, dovra' coltivarsi fisicamente e intellettualmente.

    Questo non potra' essere condotto a buon fine se non mediante nuovi sacrifici, nuove austerita', nuove rinunce. Un monaco deve ancora diventare uno yogi e un fachiro. Rarissimi sono coloro che arrivano cosi' lontano; piu' rari sono ancora coloro che superano tutte le difficolta'. La maggior parte muoiono prima o non diventano monaci che in apparenza.

    La terza via e' quella dello yogi.

    E' la via della conoscenza, la via dell'intelletto. Lo yogi riesce a sviluppare il suo intelletto, ma il suo corpo e le sue emozioni restano da sviluppare e, come il fachiro ed il monaco, egli e' incapace di trarre profitto da cio' che ha realizzato. Egli sa tutto, ma non puo' fare nulla.

    Per diventare capace di fare deve conquistare il dominio sul suo corpo e sulle sue emozioni. Per riuscirvi, deve rimettersi al lavoro ed egli non otterra' alcun risultato se non con degli sforzi prolungati. Pero' in questo caso ha il vantaggio di comprendere la sua posizione, di conoscere cio' che gli manca, cio' che deve fare e la direzione da seguire. Ma, come sulla via del fachiro e del monaco, rarissimi sono coloro che acquistano una tale conoscenza sulla via dello yogi, ossia raggiungono il livello in cui un uomo puo' sapere dove va. La maggior parte si arrestano ad un certo grado e non vanno oltre. Le vie si differenziano l'una dall'altra anche nella loro relazione con il maestro o guida spirituale. Sulla via del fachiro, un uomo non ha maestro nel vero senso di questa parola. Il maestro, in questo caso, non insegna, serve semplicemente da esempio. Il lavoro dell'allievo consiste nell'imitare il maestro. L'uomo che segue la via del monaco ha un maestro, e una parte dei suoi doveri, una parte del suo compito, e' di avere nel suo maestro una fede assoluta; egli deve sottomettersi assolutamente a lui, in obbedienza. Ma l'essenziale sulla via del monaco e' la fede in Dio, l'amore di Dio, gli sforzi ininterrotti per obbedire a Dio e servirlo, anche se nella sua comprensione dell'idea di Dio e del servizio di Dio puo' esservi una grande parte di soggettivita' e molte contraddizioni.

    Sulla via dello yogi senza un maestro non si puo' fare nulla e non si deve fare nulla. L'uomo che abbraccia questa via deve, all'inizio, imitare il suo maestro come il fachiro e credere in lui come il monaco. Ma, in seguito, diviene gradualmente il maestro di se stesso. Egli impara i metodi del suo maestro e si esercita gradualmente ad applicarli a se stesso.

    Ma tutte le vie, la via del fachiro, come le vie del monaco e dello yogi, hanno un punto comune: tutte incominciano da cio' che vi e' di piu' difficile:

    un cambiamento di vita totale, una rinuncia a tutto cio' che e' di questo mondo. Un uomo che ha una casa, una famiglia, deve abbandonarle, deve rinunciare a tutti i piaceri, attaccamenti e doveri della vita, e partire per il deserto, entrare in un monastero o in una scuola di yogi. Fin dal primo giorno, dai primi passi sulla via egli deve morire al mondo; soltanto cosi' egli puo' sperare di raggiungere qualcosa su una di queste vie.

    In una vita ordinaria, per quanto colma di interessi filosofici, scientifici, religiosi o sociali, non vi e' nulla e non puo' esservi nulla che offra le possibilita' contenute nelle vie. Infatti, esse conducono o potrebbero condurre l'uomo all'immortalita'. La vita mondana, anche la piu' riuscita, conduce alla morte e non potrebbe condurre a nient'altro. L'idea delle vie non puo' essere compresa, se si ammette la possibilita' di un'evoluzione dell'uomo senza il loro aiuto.

    Come regola generale, e' duro per un uomo rassegnarsi a quest'idea; essa gli pare esagerata, ingiusta e assurda. Egli ha una povera comprensione del senso della parola 'possibilità'. Si immagina che, se vi sono delle possibilita' in lui, debbano svilupparsi e che debbano pur esserci dei mezzi di sviluppo alla sua portata. Da un totale rifiuto di riconoscere in se stesso qualsiasi genere di possibilita', l'uomo, in generale, passa immediatamente a un'esigenza imperiosa del loro sviluppo inevitabile. E' difficile per lui abituarsi all'idea che non soltanto le sue possibilita' possono restare al loro stadio attuale di sottosviluppo, ma che esse possono atrofizzarsi definitivamente e che d'altra parte il loro sviluppo esige da lui sforzi prodigiosi e perseveranti. In generale, se noi consideriamo le persone che non sono ne' fachiri, ne' monaci, ne' yogi, e delle quali possiamo ffermare con sicurezza che non lo saranno mai, siamo in grado di affermare con certezza assoluta che le loro possibilita' non possono svilupparsi e non saranno mai sviluppate. E' indispensabile persuadersene profondamente per comprendere cio' che sto per dire.

    Nelle condizioni ordinarie della vita civilizzata, la situazione di un uomo, anche intelligente, che cerca la conoscenza, e' senza speranza, poiche' egli non ha la minima possibilita' di trovare attorno a se' qualcosa che somigli ad una scuola di fachiri o ad una scuola di yogi; quanto alle religioni dell'occidente, esse sono degenerate a tal punto che, da molto tempo, non vi e' iu' nulla di vivente in esse. Infine dall'occultismo o dallo spiritismo non c'e' altro da aspettarsi che qualche ingenua esperienza.

    E la situazione sarebbe veramente disperata se non esistesse un'altra possibilita': quella di una quarta via.

    La quarta via non richiede che ci si ritiri dal mondo, non esige la rinuncia a tutto cio' che formava la nostra vita. Essa comincia molto piu' lontano che on la via dello yogi. Cio' significa che bisogna essere preparati per impegnarsi sulla quarta via e che questa preparazione deve essere acquisita nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare parecchi aspetti differenti. Inoltre, un uomo che vuole seguire la quarta via deve riunire nella sua vita condizioni favorevoli al lavoro, o che in ogni caso non lo rendano impossibile. Infatti, bisogna convincersi che sia nella vita esteriore che nella vita interiore di un uomo, certe condizioni possono costituire per la quarta via barriere insormontabili. Aggiungiamo che questa via, contrariamente a quella del fachiro, del monaco e dello yogi, non ha una forma definita. Prima di tutto essa deve essere trovata. E' la prima prova. Ed e' difficile, poiche', la quarta via e' ben lontana dall'essere conosciuta quanto le altre tre vie tradizionali. C'e' molta gente che non ne ha mai sentito parlare ed altri che negano semplicemente la sua esistenza o anche la sua possibilita'.

    Tuttavia, l'inizio della quarta via e' ben piu' facile dell'inizio delle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. E' possibile seguire la quarta via e lavorare su di essa rimanendo nelle condizioni abituali di vita e continuando il lavoro usuale, senza rompere le relazioni che si avevano con la gente, senza abbandonare nulla. Anzi, le condizioni di vita nelle quali un uomo si trova quando inizia il lavoro - dove il lavoro, per cosi' dire, lo sorprende - sono le migliori possibili per lui, perlomeno all'inizio.

    Infatti, queste condizioni gli sono naturali. Esse sono quell'uomo stesso, poiche' la vita di un uomo e le sue condizioni corrispondono a cio' che egli e'. La vita le ha create sulla sua misura; di conseguenza ogni altra condizione sarebbe artificiale e il lavoro non potrebbe, in questo caso, toccare contemporaneamente tutti i lati del suo essere.

    La quarta via differisce dunque dalle altre in quanto la sua principale richiesta e' una richiesta di comprensione. L'uomo non deve fare nulla senza comprendere - salvo a titolo di esperienza - sotto il controllo e la direzione del suo maestro. Piu' un uomo comprendera' quello che fa, piu' i risultati dei suoi sforzi saranno validi. E' un principio fondamentale della quarta via. I risultati ottenuti nel lavoro sono proporzionali alla coscienza che si ha di questo lavoro. La fede non e' richiesta su questa via; al contrario, la fede di qualsiasi tipo costituisce un ostacolo. Sulla quarta via un uomo deve assicurarsi da se' la verità di cio' che gli viene detto. E fin quando non avra' acquisito questa certezza, non deve fare nulla.

    Il metodo della quarta via e' il seguente: mentre si lavora sul corpo fisico, bisogna lavorare simultaneamente sul pensiero e sulle emozioni; lavorando sul pensiero, bisogna lavorare sul corpo fisico e sulle emozioni; mentre si lavora sulle emozioni, occorre lavorare sul pensiero e sul corpo fisico.

    Cio' che permette di riuscire e' la possibilita', nella quarta via, di fare uso di un sapere particolare, inaccessibile nelle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. Questo sapere rende possibile un lavoro simultaneo nelle tre direzioni. Tutta una serie di esercizi paralleli sui tre piani: fisico, mentale ed emozionale, servono a questo scopo.

    Inoltre, nella quarta via e' possibile individualizzare il lavoro di ciascuno; vale a dire, ogni persona deve fare solo cio' che gli e' necessario e nulla che sia inutile per lui. Infatti, la quarta via fa a meno di tutto il superfluo che si e' mantenuto per tradizione nelle altre vie. Cosi', allorche' un uomo raggiunge la volonta' mediante la quarta via, egli puo' servirsene, poiche' ha acquistato il controllo di tutte le sue funzioni fisiche, emozionali ed intellettuali. Egli ha risparmiato, per giunta, molto tempo, con questo lavoro simultaneo e parallelo sui tre lati del suo essere.

    http://www.etanali.it/quarta_via.htm

    Dal sito http://www.etanali.it/ - ©2007 Etanali

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    Predefinito Re: Il fachirismo fra dubbio e meraviglia

    Paola Giovetti

    LE POTENZIALITÀ DELL'UOMO E LA SUA CREATIVITÀ





    Noi siamo abituati a porre limiti molto precisi - e abbastanza angusti - alle nostre possibilità e riteniamo di non poter andare, sia a livello fisico che psichico e intellettuale, oltre determinati confini. Certi fenomeni definiti paranormali, cioè nell'accezione popolare quasi miracolosi, mostrano invece che questi limiti possono essere enormemente dilatati e indicano potenzialità umane insospettate e ben più ampie di quanto avremmo mai potuto immaginare. Il loro significato non è tanto da individuarsi nei fenomeni in se stessi, quanto nel simbolo che essi rappresentano. Si conoscono per esempio certe prestazioni degli yogi e dei fachiri indiani, che pure sono uomini come noi, che possono apparire miracolose ma che rientrano nelle umane possibilità: mi riferisco a capacità da loro acquisite attraver¬so pratiche ascetiche, digiuni, mortificazioni corporali e lunghissimi training. Essi acquisiscono in questo modo una completa padronanza del proprio corpo e divengono capaci di un'incredibile resistenza a prove psichiche che ai comuni mortali non sembrerebbero possibili. Yogi e fachiri invece superano tutto con serenità e addirittura con indifferenza, a dimostrazione della superiorità della mente e dello spirito sul corpo.

    Lo yogi è in grado di operare il perfetto controllo delle proprie funzioni fisiologiche: si rivela insensibile al dolore, controlla l'attività respiratoria, il battito cardiaco, la circola¬zione del sangue. In altre parole, può ridursi a uno stato catalettico per molti aspetti simile al letargo invernale di certi animali, senza praticamente nutrirsi e senza subire radicali cali di peso. In tale stato catalettico lo yogi può effettuare il famoso esperimento del seppellimento, molto noto anche in Occi¬dente, dove è stata sovente offerta l'occasione di assistervi e di operare controlli. Nel 1951 yogi Ramananda si fece seppellire alla presenza di numerosi testimoni e rimase in stato di profonda catalessi per beri 28 giorni, al termine dei quali fu rianimato e riscaldato: era in buona salute e ben poco calato di peso. La drastica riduzione dell'attività cardiaca, respiratoria e circolatoria riduce infatti drastica¬mente anche necessità e consumi del corpo. Nel 1986 e 1987 lo yogi indiano Gyanander Kumar di New Delhi si è fatto seppellire nel corso di un congresso a Riva del Garda, rimanendo sotto terra, in strette condizioni di controllo, rispettivamente per 30 ore e 5 giorni. Un'altra straordinaria facoltà di yogi e fachiri è il cosiddetto "tapas", cioè la capacità di creare calore, di autoriscaldarsi, per cui possono restare immobili in medita¬zione ore e ore seduti sui ghiacciai.

    L'immagine tipica del fachiro è quella che lo mostra disteso su un letto di chiodi, prestazione resa possibile dall'insensibilità autoindotta attraverso le tecniche sopra descritte. Si tratta indubbiamente di forme religiose esaspe¬rate (ma in Calabria non abbiamo i cosiddetti «flagellanti», che è tuttora possibile vedere durante la settimana santa?), che mostrano tuttavia un totale e straordinario autocontrollo fisico e sensoriale. Vivere su un letto di spine o di chiodi significa per il praticante ascetismo, penitenza, padronanza del corpo, al fine di avvicinarsi alla divinità e meglio percepirla. L'insensibilità al dolore che i fachiri dimostrano durante tale pratica è prodotta - si presume - da una forma di autoipnosi che crea stati di anestesia o analgesia, ovvero la non percezione del dolore da parte della coscienza.

    Indipendentemente da tecniche e meccanismi, le capacità straordinarie di yogi e fachiri, che in ultima analisi sono persone come noi, dimostrano che il corpo umano cela in sé capacità insospettate, rare ma indubbiamente rientranti nella sfera naturale. «I miracoli» diceva Sant'Agostino «non avvengono in contrasto con la natura, ma con ciò che noi sappiamo della natura.»

    Paola Giovetti, I misteri intorno a noi (RCS Rizzoli 1988, pag. 159 e seguenti)

  6. #6
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    Predefinito Re: Il fachirismo fra dubbio e meraviglia

    Il fachirismo in letteratura...


    Emilio Salgari
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    FACHIRI E SADHU
    Fachiri e Sadhu - http://www.emiliosalgari.it
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 13-05-15 alle 02:36
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  7. #7
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    Predefinito Re: Il fachirismo fra dubbio e meraviglia

    Nell'India settentrionale il termine Fakir, usato nella lingua Urdu, è equivalente all'Hindi Sadhu. I due vocaboli sono interscambiabili.
    Quello che invece si intende in occidente con fachirismo non è altro che un espediente usato dai Sadhu, o Fakir, per richiamare il volgo e racimolare soldi.
    Queste esibizioni possono essere inscenate da appartenenti a diverse correnti dell'Induismo.
    Il trafiggersi con spilloni, camminare sui carboni ardenti, giacere su letti di chiodi e alcune rappresentazioni di illusionismo non sono però da accomunare a pratiche di mortificazione corporea tipiche di alcune scuole come il tenere un braccio alzato o restare in piedi su un solo piede fino all'anchilosamento, sedere all'interno di un cerchio di fuochi con un braciere ardente sulla testa, rimanere nell'acqua per lungo tempo o sotto il sole cocente.

 

 

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