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    Predefinito Stendhal: la letteratura La politica, gli amori, la musica




    Stendhal al secolo Marie-Henry Beyle (1783-1842) è uno degli autori che ho letto e riletto per tutta la mia giovinezza e che ancora rileggo ancora di tanto in tanto. Il primo libro che lessi che è forse anche il più bello, fu la Certosa di Parma, probailmente il capolavoro di Stendhal, meraviglioso affresco di vita italiana di un piccolo regno durante la Restaurazione dell'ancien régime dopo la caduta di Napoleone.. Il libro mostra attraverso il personaggio di Fabrizio Del Dongo, l'attaccamento del suo autore alla figura di Napoleone (di cui scrisse anche una biografia). Anche per questo forse mi affezionai subito a Stendhal, poiché Napoleone è stato ed è uno dei miei personaggi storici favoriti, fin dalla quinta elementare quando ne studiai le gesta per la prima volta e fu davvero, da parte mia un amore a prima vista, anche se poi col tempo imparai a vederne i lati incoerenti, le debolezze, la sua eccessiva sicurezza in se stesso e e nei propri mezzi, l'esagerata ambizione, ma anche a riconoscere che fu, insieme a Giulio Cesare, il più grande genio militare della storia dell'occidente. Nella "certosa" c'è la figura affascinante della Sanseverina che è la quintessenza della femminilità, con la sua sviscerata passione per il bel nipote, Fabrizio, passione mai consumata, ma che li legherà fino alle estreme conseguenze. Raramente un uomo riuscì a pennetrare così profondamemnte i sentimenti e l'emotività di una donna. La descrizione stendhaliana della Sanseverina è lo specchio di una passionalità tipica del romanticismo di cui l'autore scrivendone si innamora, come se fosse di carne.

    Altro libro bellissimo è Il Rosso e il Nero, tragico apologo dell'ambizione di un piccolo precettore presso famiglie nobili, in ascesa sociale tramite le avventure amorose cone le nobildonne di cui istruisce i figli, ma che finirà purtroppo tragicamentesotto la ghigliottina pèer colpa di una società ipocritamente ingiusta e corrotta essa stessa. Altro libro che ho amato moltissimo sono le "Cronache Italiane", storie popolari raccolte dall'autore, spesso truculente, con rapimenti, complotti, e uccisioni, storie di brigantaggio e di amori contrastati, quasi sempre e con finali tragici. Stendhal amò appassionatamente l'Italia, con un sentimento di coinvolgimrento assoluto, condiviso da pochidei nostri cugini francesi, sempre portati allo sciovinismo, siano essi scrittori che non. Visse prevalentemente fra Parigi e Milano, ma conobbe bene Roma Firenze e Napoli, altro suo grande amore, tanto da scrivere che l'Europa aveva solo due capitali, Parigi e Napoli. Stendhal conobbe Milano per la prima volta, quando vi soggiornò fra il 1800 e il 1802, ancora giovane diciassettenne, aiutante di campodelle truppe napoleoniche. Era un ragazzo timido, un po' goffo ed introverso, non precisamemte bello, ma affascinato dal bel mondo milanese e soprattutto catturato dal fascino delle sue donne E poi c'è altra sua grande passione che lo lega all'Italia, la musica. Siano in epoca dellaprima fioritura del melodramma (fra Settecento e primo Ottocento), che Stendhal conosceva già attraverso le opere di Cherubini, molto rappresentate a Parigi. Durante il viaggio verso Milano si ferma a Novara, dove assiste alla rappresentazione de “Il Matrimonio Segreto” di Cimarosa e dirà poi: “«vivere in Italia e ascoltare musica come quella divenne la base di tutti i miei ragionamenti»... In Effetti a Milano il bel mondo fa capo alla Scala, dove l'aristocrazia, l'alta borghesia e l'intellettualità milanese trascorrono le loro serate, intessendo intrighi amorosi e spettegolando, dove non si disdegna l'arte e la letteratura. Quel mondo, un po' colto e un po' fatuo, sarà la palestra dei primi anni della gioventù di Henri Beyle. Inizieranno anche per lui storie amorose, non sempre facili e non sempre di amori ricambiati, se non superficialmente. Egli oscilla curiosamente fra avventure galanti a sfondo sentimentale e i rapporti con prostitute. Nel 1802 quando torna in Francia è diventato un giovane uomo, che continuerà a fare la spola fra Parigi e l'Italia, sempre al servizio delle truppe napoleoniche. E ogni volta che è a Milano, tornano le serate alla Scala, gli amori fugaci e il suoi diari che ci raccontano tutto (o quasi) della sua vita militare e mondana. Ma Stendhal amava tutto dell'Italia non solo società e la sua dolcezza di vita che egli vi conduceva. Era un innamorato dell'arte italiana, sei suoi poeti della sua cultura, dei suoi pittori, in particolare dell'età del Rinascimento. A riprova di ciò resta famosa quella che i posteri hanno chiamato "la sindrome di Stendhal", ovvero quel complesso di malesseri fisicii (tachicardia, vertigini nausea, confusione mentale) in soggetti messi al cospetto di opere d'arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati, ovvero la troppa bellezza che sconvolge tanto la psiche da generare quasi una malattia, anche se di breve durata, fenomeno che egli descrisse in uno dei suoi libri "Roma, Napoli e Firenze" durante il suo "Gran Tour" per la penisola alla scopera delle citta Italiane, nel 1817.

    Con la caduta di Napoleone si disintegrano le speranze politiche di Beyle, ma resta comunque nell'esercito, continuando a scrivere critiche musicali durante i suoi soggiorni italiani e anche francesi e nasconi i romanzi. A Milano conoscerà gli esponenti del romanticismo italiano quali Berchet e il Pellico e avrà persino occasione di approcciare personalmente George Byron, di passaggio a Milano, di cui è fervente ammiratore. Sempre facendo la spola fra Francia ed Italia, inizia a scrivere la biografia di Napoleone. Le donne e la musica e l'attacamento a Napoleone occuperanno la maggior parte del suo tempo e dei suoi interessi, insieme al continuo scrivere. Da quel grande irrequieto viaggiatore che è, Stendhal viaggia molto anche attraverso la Francia. Con la pubblicazione dei romanzi e racconti, arriva anche la notorietà e i viaggi in Italia continuano. Soggiorna, più meno brevemente ad Ancona, a Trieste e Civitavecchia. Tuttavia, dopo la caduta di Napoleone, Beyle non è ben visto nell'esercito, nel quale ha fatto comunque carriera come ufficiale di cavalleria, poiché si conoscono le sue simpatie napoleoniche e nel 1833 si congeda dall'esercito, ma prima vuole rivedere la sua Milano, e poi anche Roma. Nel 1835, riceve la legion d'onore per i suoi meriti letterari. Nel suo costante pendolarismo fra Francia e Italia contiuano anche le sue opere letterarie. Sarà un'ultima volta a Firenze presso la sua ultima amante Giulia Rinieri, ma senza mai tralasciare altre avventure galanti più o meno passeggere. Ma gli anni e la vita sregolata lo hanno appesantito: soffre di gotta, di calcoli renali. di pressione alta e ha soventi attacchi di vertigini. S'imbarca un'ultima volta da Civitavecchia per la Francia. Muore a Parigi per un infarto il 22 marzo del 1842. all'età di 59 anni. Contrariamente a quanto da lui desiderato, da quell'epicureo che era sempre stato, ebbe un funerale religioso, venendo poi tumulato nel cimitero di Montmartre.

    Molti dei suoi scritti furono pubblicati postumi, come il romanzo incompiuto Lucien Lewen, che ricalca in parte la storia de “il Rosso e il Nero”, anche se il protagonista non è un abate precettore, ma un ufficiale dell'esercito. Alcuni suoi scritti furono ritrovati e pubblicati addiritttura negli 30/40 del Novecento. Moltissime sono le sue recensioni musicali, e c'è anche una “VIta di Rossini” di cui fu sempre appassionato ammiratore, scritta quando il musicista aveva solo 32 anni, ma che corrisponde assai poco alle reale vita del musicista. Donne, musica e letteratura, insieme alla sua fede napoleonica mai tradita, furono il suo nutrimento e in definitiva la sua costante di vita, insieme al suo amore per l'Italia che conobbe assai bene. Una volta aveva confidato ad alcuni amici, durante uno dei suoi soggiorni a Milano, che avrebbe voluto scritto sulla tomba “Hery Beyle milanese”, ma neanche in questo caso le sue voltontà furono rispettate.





    Ultima modifica di Xenia888; 31-05-15 alle 20:18
    Non bisogna mai farsi ricattare dalla stupidità altrui.
    (Umberto Eco)

 

 

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