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    Predefinito Recensione "Difesa dell'Italia" (1949) di Paul Gentizon

    PAUL GENTIZON - Difesa dell'Italia. Bologna, Cappelli, 1949, in 8°, pp. XXI-407. L. 950.

    Tra la più che abbondante messe di pubblicazioni intorno agli avvenimenti, che portarono quasi fatalmente i popoli alla seconda guerra mondiale, e alle responsabilità delle singole nazioni, occupa un posto a parte questo libro del Gentizon in difesa dell'Italia. L'A. non è un italiano, che per amor di patria scusi il proprio paese. E' un giornalista straniero, vissuto a lungo a Roma come corrispondente del parigino Temps, tenuto per qualche tempo sotto vigilanza per sospetto di antitalianità e persino colpito da mandato di bando, poi non eseguito. Egli, tuttavia, ha conservato una calda simpatia per l'Italia, che lascia visibilmente trasparire dalle pagine di questo libro. La tesi del Gentizon è lineare nei suoi termini e nel suo svolgimento in base ai dati storici. Le cause, che prepararono la rottura dell'equilibrio europeo, cominciarono ad agire dalla spedizione africana, con la quale l'Italia intendeva dare una soluzione al suo annoso problema demografico, aprendo nuovi sbocchi al lavoro dei suoi figli, pigiati entro un territorio povero di risorse naturali. Le nazioni europee, particolarmente la Francia e l'Inghilterra, invece di approvare l'apertura di questa valvola provvidenziale e l'espansione del lavoro e della civiltà in un territorio incolto e tra popolazioni semibarbare, si sollevarono a difesa del Negus e inscenarono contro l'Italia la commedia ginevrina delle sanzioni. L'Inghilterra imperialista, in modo particolare, mosse tutte le leve per strozzarla, non badando che, sommergendo nel ridicolo la Società delle Nazioni, rivelatasi apertamente uno strumento docile dell'egemonia anglo-francese, scardinava l'assetto mondiale e preparava i presupposti al sorgere della potenza militare germanica. I dirigenti della politica inglese non si rassegnarono allo scacco sofferto, ma continuarono indisturbati nel gioco infido, sostenendo il re spodestato e fuggitivo a Ginevra e ostinandosi a non riconoscere l'impero. Per tre anni la politica anglo-francese rimase in opposizione alla politica italiana, da parte della quale non mancarono i tentativi ripetuti per ricostituire il fronte di Stresa, riannodando relazioni amichevoli con le democrazie, rimaste sorde a ogni richiamo. Se l'Italia si volse verso la Germania e ad essa, suo malgrado, cominciò a legare i propri destini, si deve alla politica di rancore e di rappresaglia del gabinetto inglese, seguito dalla Francia, che la costrinse a cercare altri punti di appoggio per uscire dall'isolamento politico. In questa politica vanno ricercate le maggiori responsabilità verso la guerra. Essa rese fatale il collegamento dell'Italia con la Germania e la nascita dei due blocchi antagonistici delle potenze democratiche e delle potenze totalitarie, che divisero l'Europa e permisero al nazismo di mettere in opera il suo piano di egemonia continentale. Le pavide democrazie, così dure e intransigenti verso l'Italia, per avere conquistato una colonia al lavoro e alla crescente espansione demografica, si mostrarono passive o remissive dinanzi ai colpi di mano tedeschi, esasperando ancora di più l'animo del governo italiano, il quale credette di trovare la propria sicurezza concludendo il patto d'acciaio la fatale alleanza militare. Indubbiamente la tesi del Gentizon coglie il vero nella denunzia della politica britannica egoista e vendicativa. E tuttavia il quadro non si può dire compiuto, giacché gravissimi errori furono commessi anche da parte del governo italiano. Valutare come nettamente negativo il ventennio fascista, è stato il poco nobile compito di alcuni italiani, che hanno aggiunto all'umiliazione della sconfitta la più grave umiliazione della denigrazione della propria patria; ma scagionarlo quasi del tutto non è nemmeno conforme all'obiettività storica. Si deve, nondimeno, essere grati al Gentizon per molte verità dette con grande franchezza, che nessuno aveva fin qui osato dire, nemmeno fra gli italiani, e per la simpatia che ha conservato inalterata nell'animo verso l'Italia.

    "La Civiltà Cattolica", vol. I, 18 marzo 1950, p. 663.
    Ultima modifica di Giò; 30-05-15 alle 18:40
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