Quasi un milione di prigionieri perirono per malnutrizione e malattie nei campi di concentramento statunitensi


di: Francesco Moricca

Ancora alla data del 1990 il numero dei soldati tedeschi catturati dagli Alleati era un segreto tenuto ben nascosto dalle autorità degli Stati Uniti, della Comunità Britannica e della Francia. Quanti di quei soldati erano stati rimpatriati dopo la fine della guerra e quanti erano invece morti in prigionia?
A tali quesiti diede una risposta un libro del canadese James Bacque, “Other Losses”, pubblicato in Canada dall’editore Stoddart e in Germania dalla Ullstein Verlag dopo che decine di case editrici statunitensi lo avevano rifiutato. Le ricerche di Bacque erano iniziate nel 1986 ed erano partite casualmente dal rinvenimento di alcuni documenti del fondo relativo a Raoul Laporterie, un eroe della Resistenza francese sul quale all’epoca Bacque stava scrivendo un saggio. Il contenuto di questi documenti lo spinse a interessarsi all’argomento di cui qui si tratta. Lo studioso alla fine raccolse una considerevole quantità di materiale, anche grazie alla collaborazione di Philip S. Lauben, già colonnello al quartier generale alleato in Germania e alle dirette dipendenze di Eisenhower.
Bacque appurò che, in particolare nei campi di concentramento americani situati nella valle del Reno, si era verificato un vero e proprio genocidio. Per denutrizione, maltrattamenti, malattie contratte a causa della mancanza di igiene, nei campi statunitensi e francesi morirono dal ‘45 in poi quasi un milione di prigionieri. Si accertò peraltro che, per ordine del comando alleato che non voleva in futuro inimicarsi la Germania, ogni prova venne distrutta. I prigionieri tedeschi erano in tutto 6 milioni; ne furono rimpatriati poco meno di 5 milioni. Precisamente 739.000 morirono nei campi americani, 167.000 in quelli francesi, uccisi, dice Bacque, “da uomini che per noi erano eroi” ma che “usarono segretamente il loro potere di morte contro altri uomini completamente alla loro mercè”. Lo studioso canadese accertò che nel corso degli anni Cinquanta gli archivi riguardanti i decessi verificatisi fra i prigionieri degli Statunitensi erano stati in massima parte distrutti per ordine del Pentagono e quelli che rimanevano erano largamente lacunosi. I dati forniti dallo studioso canadese furono dedotti per estrapolazione dai dati di un indagine condotta per 6 settimane dall’ US Army medical corps la cui documentazione era scampata all’incenerimento.
Subito dopo l’uscita del libro, si obiettò che il metodo statistico impiegato dall’autore non era scientificamente valido; e ancora, che non era possibile mettere a tacere la maggior parte dei sopravvissuti, quasi 5 milioni, i quali certamente avrebbero quanto meno diffuso la ‘diceria’ del genocidio se questo effettivamente si fosse verificato.
Peraltro, nei campi di concentramento situati negli Usa erano rinchiusi degli Italiani, alcune migliaia. Uno di questi, il giornalista e scrittore Gaetano Tumiati, a proposito dello sterminio denunciato da Bacque, scrive: “Mi sembra impossibile. Nel campo dove ero io, insieme con un altro migliaio di ufficiali italiani, si faceva la vita dei soldati americani coatti, e in tutto quel periodo (di due anni e mezzo) i morti, per cause naturali, si possono contare sulle dita di una mano. Vicino a noi c’era un campo di tedeschi, e la loro prigionia non era diversa dalla nostra. Non so quello che avvenne nei campi europei, e certo perdite notevoli ci sono state, perché alla fine della guerra tra i soldati tedeschi catturati, oltre ai vecchi e ai ragazzi mandati a combattere negli ultimi tempi, c’erano anche molti feriti e malati. Se sono finiti in campi in cui si faceva la fame… Ma mi chiedo come possa essere avvenuto che nessuno abbia mai parlato di tutto questo denunciandolo come un genocidio”.
A questa testimonianza però si possono affiancare altre due che mi sono state personalmente rilasciate anch’esse da due ufficiali del Regio Esercito e sulla cui veridicità non ho dubbio alcuno. Non faccio nomi per discrezione e li chiamerò sottotenenti X e Y, specificando che i due sono stati prigionieri in America, precisamente in Texas. Il primo fu preso in Tunisia dagli Inglesi e dopo la cattura fu ripetutamente esposto ai dileggi e agli sputi delle truppe di colore. Era un ufficiale di carriera e per lui i colleghi inglesi non ebbero alcun riguardo. Se la passò piuttosto male. La sua condizione migliorò notevolmente quando venne consegnato agli Americani. Nel campo del Texas gli fu chiesto se intendesse collaborare. Egli accettò e i suoi quasi tre anni di prigionia passarono tranquillamente. Assai diverso il trattamento riservato al sottotenente Y, ufficiale di complemento, fatto prigioniero ad El Alamein, anche lui dagli Inglesi ma che non ricevette maltrattamento alcuno. Consegnato successivamente agli Americani, fu rinchiuso in un campo del Texas e anche a lui fu chiesto se intendesse collaborare. Si rifiutò e automaticamente venne considerato “irriducibile fascista” e isolato nel campo assieme agli altri che come lui avevano detto no alla collaborazione. Di giorno, sorvegliati da guardie armate, erano costretti a qualsiasi genere di lavoro pesante anche fuori dal campo, spesso in aziende agricole. La notte si dormiva all’addiaccio. Qualcuno tornava sulle sue decisioni, il sottotenente Y no. Apparentemente stava bene in salute, ma qualche anno dopo il rientro in patria cominciò ad accusare periodicamente dolori alle giunture. Con gli anni i dolori finirono per bloccarlo a letto nei mesi invernali, per diverse settimane, e a volte si rendeva necessario il ricovero in ospedale. Era il padrino della prima delle mie due figlie e io andavo a trovarlo durante le sue degenze. Fu in una di queste visite che mi raccontò della causa della sua malattia. “Io – mi confessò – ero fascista come lo eravamo tutti allora in Italia. Non ero un fanatico, ma semplicemente un ufficiale e un galantuomo. Solo per questo gli Americani mi bollarono come ‘irriducibile fascista’. Non sono portato al rancore. Ma quello che mi hanno fatto me lo sono legato al dito. E non potrei altrimenti, ogni volta che mi trovo immobilizzato a letto”.
Queste due testimonianze spiegano tutto, anche le perplessità di Gaetano Tumiati.
Tornando alla questione della veridicità della tesi di Bacque, esistono diverse testimonianze di soldati tedeschi che furono internati in campi europei e che la confermano. Alcuni di loro si sono trasferiti in Canada e hanno trovato larga risonanza nella stampa durante le polemiche suscitate dalla pubblicazione di “Other Losses”. La “Gazette” di Montreal ha pubblicato fra l’altro la testimonianza di Willi Pohl, fatto prigioniero vicino ad Halle e internato in un primo momento nel campo di Hefta, a circa 165 chilometri da Berlino. Egli racconta che nei primi giorni si stava bene, ma che dopo sei settimane il cibo cominciò a scarseggiare tanto che veniva distribuito un piccolo pane da dividere in 7 persone: molti prigionieri “andavano a dormire la sera…e il mattino dopo non si muovevano più. Cercavo di scuoterli, di svegliarli. Ma non c’era nulla da fare, erano morti”. Pohl fu poi trasferito a Bad Hersfeld, a 115 chilometri da Francoforte, e ancora a Bad Kreuznach, a 65 chilometri dalla stessa città. In ognuno di questi campi erano raccolte circa 2000 persone e a Bad Hersfeld ne morirono un quarto. Le tombe erano fosse comuni scavate con le pale dai sopravvissuti, poi furono impiegati i bulldozer. Le sofferenze di Pohl ebbero termine quando venne trasferito a “Oklaoma City”, un campo americano nei pressi di Parigi dove potette recuperare buona parte dei chili in precedenza perduti.
Nel “Kitchener-Waterloo Record” di Toronto fu riportata la testimonianza di un altro prigioniero tedesco, Gunther Soegtrop. Quando nel marzo 1945 il gruppo di diverse centinaia di prigionieri in cui si trovava giunse nel campo di Rheinberg, trovò ad accoglierlo alla stazione ferroviaria due file di soldati americani armati di bastoni, cinturoni, cinghie di fucili. Fu un pestaggio di inaudita violenza. “Pensavamo – dice Soegtrop -, mio Dio, aveva ragione Goebbels, questi sono proprio gangster”. Al campo il cibo distribuito consisteva in una pagnotta, quattro biscotti, un cucchiaio da tè di polvere d’uovo e un pezzetto di sardina, da dividersi fra dieci uomini. “Leccavamo le pietre per avere il sale, e mangiavamo l’erba dei campi”. Nessuno si curava se qualcuno dei prigionieri fosse malato: “Perché preoccuparsene? Si supponeva che noi fossimo già morti!”.
Le testimonianze pervenute ai giornali canadesi dalla Germania non sono meno eloquenti. “ Dalla fine di aprile del 1945 – dichiarò Bernhard Gildemann – fui internato a Rheinberg, un famigerato lager Usa. Come testimone oculare posso assicurare che ogni giorno morivano decine di persone. Saremmo morti tutti, se il campo non fosse stato preso in custodia dagli Inglesi. In seguito infatti siamo stati trattati bene”.
Sul genere di esistenza riservato agli internati nel campo di Bad Kreuznach, si riferiscono le seguenti due testimonianze, rispettivamente di Halbrecht Henke e di Rudolf Bider.
Circa la vita che si conduceva nel lager, il primo sostenne che mai prima era vissuto peggio e che “gli unici che si comportavano umanamente con noi erano i soldati di colore, che si sentivano solidali con noi ma naturalmente non potevano far nulla (…). Un mattino una ragazza del luogo venne al recinto con un cesto di patate per i prigionieri. La sentinella americana scese dalla torre di guardia e scaraventò le patate in una grande fossa colma di urina, poi stette a guardare ghignando i prigionieri, che quasi pazzi per la fame, con le mani pescavano fuori dal liquame le patate per mangiarsele”.
Quanto a Bider, ecco la sua testimonianza: “Arrivai il primo maggio 1945, e a mano a mano furono riuniti più di 100.000 uomini. I primi quattro giorni non c’era assolutamente nulla da mangiare, al quinto avemmo patate, racimolate dalla popolazione locale. Le mangiammo crude e ci venne la dissenteria (…). Mangiavamo qualunque foglia verde crescesse lì intorno. Le guardie sparavano su tutto ciò che si muoveva vicino al reticolato, ma per noi era indifferente (…). Ogni giorno nel campo c’erano circa 200 morti”.
Alla fame perenne, alla brutale violenza delle guardie, alle pessime condizioni igienico-sanitarie si aggiungeva la mancanza di baracche per passarvi la notte, e, col sopraggiungere dell’inverno, i prigionieri si scavavano con le mani delle buche come ricovero. Moltissimi morirono assiderati.
Per formulare un giudizio il più obiettivo possibile su quanto accadde nei lager alleati, e in particolare in quelli americani, bisogna tener presenti alcuni dati forniti da Douglas Botting sulla situazione dell’Europa nell’immediato dopoguerra. I dati sono tratti dal suo libro “Tra le rovine del Reich”, pubblicato negli Usa nel 1985. L’autore riferisce che nel ‘45 in Europa la produzione di cibo era diminuita del 50%, che in Inghilterra si dovette ricorrere al razionamento del pane, che a Berlino la mortalità infantile era del 95%, che nella regione di Hesse, sotto occupazione americana, le razioni giornaliere di viveri pro capite per i civili si ridussero a 804 calorie contro le 4200 a disposizione dei soldati occupanti. Da considerarsi inoltre la dichiarazione di un ufficiale della Wermacht, Hans Bluhm, che fu prima prigioniero in patria ed ebbe a soffrire come gli altri detenuti di cui si è parlato, ma poi, trasferito nel campo francese di Attichy, si trovò assai meglio e non notò “alcun caso di morte”.
Bacque comunque afferma che i comandi alleati avevano preordinato la riduzione al minimo delle razioni alimentari, e in taluni casi di scendere al di sotto di questo livello, come avevano anche preordinato di riservare ai prigionieri un trattamento inumano. A sostegno di questa tesi infamante e “azzardata”, l’autore canadese riferisce che Eisenhower aveva ottenuto dal Combined Chief of Staff una riformulazione del concetto di “prigioniero di guerra” nei termini nuovi di “forze nemiche disarmate”, allo scopo di aggirare le garanzie sancite dalla Convenzione di Ginevra sui diritti umani dei prigionieri di guerra. Aveva successivamente impedito perfino alla Croce Rossa di entrare nei campi di concentramento alleati, e aveva chiuso a chiave nei magazzini 13.500.000 razioni approntate dalla Croce Rossa per i prigionieri tedeschi. Se fossero state distribuite, ad ognuno di essi si sarebbero garantite 1000 calorie giornaliere pro capite riducendo sensibilmente il tasso di mortalità.
Lo scrittore canadese punta il dito contro Eisenhower perché era il comandante in capo degli Alleati a partire dallo sbarco in Normandia, ma anche su Roosevelt, Churchill e De Gaulle che non potevano non sapere delle sue decisioni e non condividerle.
Perché un tale accanimento di Eisenhower contro i Tedeschi? La risposta è semplice: odio ideologico e conseguente volontà di sterminio di quanti fra loro erano ritenuti nazisti irriducibili.
Ma il generale si spingeva oltre, fino all’odio razziale: “il tedesco è una bestia”, aveva scritto in una lettera privata alla moglie Mamie del 1944. Nello stesso anno, davanti all’ambasciatore inglese a Washington, aveva detto che 3500 ufficiali della Wermacht avrebbero dovuto essere “sterminati”. Più in dettaglio, andavano liquidati tutti gli ufficiali superiori nazisti con responsabilità di comando militare e tutti i membri della Gestapo, per un totale di circa 100.000 persone. Non scandalizzino certe affermazioni; stanno a dimostrare che, al di là delle idee umanitarie sbandierate dai “liberatori”, la Seconda Guerra Mondiale, non è stata nient’altro che la più spaventosa delle Guerre di Religione, come ha sostenuto Nolte.
Per quanto esagerate possano essere sembrate a buona parte dei critici di “Other Losses” le stime che vi si trovano circa il numero dei morti nei lager alleati, resta il fatto che devono essere non proprio assai distanti dal vero, proprio in forza del carattere della guerra ideologica.
Quanto al trattamento riservato ai prigionieri alleati nei campi tedeschi, è da ricordare che Hitler, con esclusione dei Russi, non si stancava di raccomandare che venisse rigorosamente rispettata, nei limiti delle risorse disponibili, la Convenzione di Ginevra, per non offrire agli Anglo-Americani il pretesto per disattenderla nei confronti dei prigionieri tedeschi. Riguardo al trattamento “non equo” riservato ai prigionieri russi, è da dire che fu una conseguenza del fatto che questi russi combattevano per Stalin, i cui sistemi disumani contro gli oppositori interni, e non solo russi, erano tristemente noti e da molto tempo. John Thompson, dell’Istituto canadese di studi strategici, d’altra parte sostiene: “Dopo la battaglia di Stalingrado i sovietici catturarono 93.000 (ma alcune fonti sostengono che siano stati 102.000, se non addirittura 172.000) soldati tedeschi (…). Meno di 5.000 tornarono in patria, e gli ultimi di loro furono rilasciati nel 1955”. E aggiunge: “Dal 1944 in poi, il 25% della Wermacht era composto da ‘non tedeschi’, molti dei quali provenivano dall’Europa orientale (…). Le autorità britanniche, alla fine della guerra, trasferirono ufficialmente migliaia di russi che avevano indossato l’uniforme tedesca nelle mani del governo sovietico”. Gli Americani fecero la stessa cosa e furono però “estremamente reticenti”, sempre tacendo “sul numero dei prigionieri trasferiti all’Urss”.