Disciplina e Illuminazione
Assieme ai Veda e ai due poemi epici Sanscriti, i Tantra forniscono le fonti più
ricche riguardo la fenomenologia della possessione religiosa nell'India
premoderna e, con il Mahabharata, le fonti più importanti per la sua analisi.
Infatti, è evidente che i Tantra, in particolar modo quelli delle sette Shaiva e
Shakta del Kashmir e dell'India nord orientale che si svilupparono attorno alla
svolta del primo millennio C. E., confrontano la questione e la problematizzano
più concretamente che altrove nella letteratura sanscrita.
Entrambi i Tantra dello Shaiva Siddhanta dualistico e delle sette non
dualistiche del Kashmir Trika e Pratyabhijna, affrontano la possessione
praticamente e filosoficamente, addomesticandola ritualmente e conferendole
credibilità filosofica, apparentemente sensibile alla sua prominenza storica
quale modalità popolare e legittima di esperienza ed espressione religiosa.
Estraendo dai Tantra settentrionali e nord-orientali (in maggior parte non
pubblicati) dall'ottavo al dodicesimo secolo C. E., Alexis Sanderson descrive
gli iniziati Tantrici, con teschio e tridente in mano, mormoranti invocazioni
precisamente dove gli iniziati erano nel più grande pericolo di possessione:
sulle montagne, nelle grotte, sulla riva dei fiumi, nelle foreste, ai piedi di
alberi isolati, in case abbandonate, agli incroci, nei templi delle Dee Madri
nelle giungle ma soprattutto nei campi di cremazione… (Questi iniziati) si sono
spostati dal dominio maschile di autonomia e responsabilità idealizzato dai
Mimansaka al visionario mondo di permeabile consapevolezza dominato dal
femminile e dal teriomorfico.
Inoltre, le loro pratiche spirituali erano intensamente focalizzate sulla
“possessione liberatoria” di divinità femminili feroci conosciute come Shakti di
Shiva.
Partendo dal presupposto della centralità di una affermazione in un testo
Kapalika, rappresentante una setta Kashmira di specialisti del rituale del campo
crematorio (Shmashana Sadhana), nella quale la possessione deve essere stata
prominente (come rilevato da Sanderson), i testi settari sia del Shaiva
Siddhanta (saiddhantika) e dello Shivaismo non-duale del Kashmir
(non-Saiddhantika), capovolgono il concetto di possessione, almeno
filosoficamente. Il non-Saiddhantika (o Atimarga) Kapalika Shaivaparibhasa, di
Shivagrayogin, dichiara succintamente, “I Kapalika ottengono l'equilibrio
(Samyan – Illuminazione) attraverso Samavesha. Proprio come gli spiriti (Grahah)
posseggono (Avishanti) le persone nella vita ordinaria, allo stesso modo quelli
con gli attributi del Signore (Shiva) posseggono (Avishanti) quelli che sono
liberati. Questa posizione è attaccata dagli Shaiva Saiddhantika per “la sua
pericolosa rassomiglianza della possessione per mezzo degli spiriti maligni e
della perdita d'identità e autonomia del soggetto.” Come correzione al punto di
vista Kapalika, i testi Shaiva propongono una possessione sfaccettata. Qui, tre
aspetti possono essere identificati: primo, Avesha o Samavesha quale pratica
spirituale, da una meditazione non assistita a una iniziazione assistita;
secondo, come un tipo di conoscenza speciale; e, terzo, come uno stato di
illuminazione. Siccome i testi non trattano di questi separatamente, e poiché
sono semplicemente evidenti dai discorsi, non è necessario separarli come se
fossero categorie distinte. I testi qui principalmente consultati sono
Ishwarapratyabhijnakarika di Utpaladeva, i due commentari di Abhinavagupta di
questo testo, chiamati Vimarshini (sullo stesso testo) e Vivrtivimarshini
(sull'auto-commento perso di Utpaladeva), il grande Tantraloka di Abinavagupta e
il Pratyabhijnahrdayam di Ksemaraja.
Riguardo alla pratica, Samavesha è identificato da Abhinavagupta, nel suo
Vimarshini riguardo il non-dualista Ishwarapratyabhijnakarika di Utpaladeva,
come Abhyasa, pratica yogica e spirituale. Attraverso questa disciplina, dice
Abhinavagupta, il/la praticante può realizzare la sua identità con il Signore
Supremo, persino se questa identità è condizionata o limitata dal corpo umano,
il quale ha la capacità di realizzare i poteri divini del Signore solo
parzialmente. Samavesha non è solo la pratica, comunque; è anche la meta. Come
Luise Finn dice senza ambiguità, citando un commentario sul Tantra Vamakeshwara,
“nello Shivaismo del Kashmir la liberazione è raggiunta non attraverso il
Samadhi ma attraverso Samavesha.” Questo è coerente con il tenore del pensiero
dello Shaiva non-siddhantika, nel quale Moksha è vista come uno stato di
possessione o Samavesha in quanto è determinato da livelli di iniziazione, i
quali sono a loro volta verificati da sintomi di Shaktipata, riconosciuti come
un genere di Avesha. Questa Shaktipata è energia divina trasmessa o dal proprio
Guru o da un Siddha che, apparentemente, può non essere necessariamente il
proprio Guru.
Abhinavagupta presenta una quadruplice classificazione dei Siddha: celibi
(Urdhvareta), eroi (Vira) che sono sul cammino del Kula (Kulavartman),
non-celibi, e “Siddha non-fisici che sono Guru non-fisici (senza corpo fisico).”
(Tantraloka 29.41-43). Jayaratha dice che questi Guru disincarnati possono
entrare (Pravesha) nei corpi dei praticanti durante il Rito Kaula. Shaktipata
provoca all'iniziato la possibilità di divenire posseduto (Avesha); i sintomi
sono convulsioni (Ghurni, Kampa) e perrdita di coscienza (Nidra), rivelando con
la loro intensità il grado di possessione (Tivra). Quindi l'obiettivo era
“l'immersione (Samavesha) nel corpo della consapevolezza; nel rendere la
possessione, o lo sradicamento dell'individualità, permanente.
In accordo con i testi Shaiva non-duali, Samavesha, come Abhyasa o pratica
spirituale, conduce il praticante a Samavesha quale stato ontologico, qui
considerato come il “quarto stato” (Turya) delle Upanishad. In seguito,
attraverso Samavesha durante lo stato iniziale di liberazione, entra in uno
stato “oltre il quarto” (Turyatita). Abhinavagupta lo spiega in diversi modi.
Egli dichiara nel Vivrtivimarsini che Samavesha indica un completo e perfetto
accesso nella propria vera natura.
Liberamente tratto da Deity and Spirit Possession in South Asia di Frederick M.
Smith




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