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    Question Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    di Stefano D'Andrea

    Prendendo spunto dal caso Pomigliano, Luciano Gallino ha scritto recentemente su Repubblica: “La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s’intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello”.

    Ebbene, i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti non li possono cambiare né i nostri analisti, né gli industriali (nostri o stranieri), né i nostri politici. Gli agenti del cambiamento possono essere soltanto i lavoratori e i politici stranieri. Né possiamo fingere di ignorare che il passaggio che avvenisse, in uno stato straniero “in via di sviluppo”, da un regime di lavoro “da sole a sole” in cambio del mero sostentamento per la famiglia dell’operaio ad un regime di “dieci ore al giorno” per sei giorni a settimana, con salario dignitoso in relazione al basso costo della vita, potrebbe essere vissuto dagli operai di quello Stato come un evento epocale, che potrebbe soddisfarli per un paio di decenni. Quanto tempo sono durate le lotte operaie in Europa, per giungere allo Statuto dei lavoratori e ad altre leggi analoghe? Per quale ragione le lotte operaie in Cina, Messico, India o Tailandia dovrebbero avere una storia più breve? E se, almeno in alcuni stati, la storia fosse più lenta? E se, comunque, in linea di principio, fosse necessario oltre un secolo, come lo è stato in Europa?

    Al contrario la discesa di livello di salari e condizioni di lavoro degli operai italiani è, come riconosce il medesimo Gallino, una conseguenza necessaria della globalizzazione – ossia, mi sento di precisare, della distruzione dei singoli ordinamenti giuridico-economici statali sovrani e della contestuale costituzione di un ordinamento giuridico globale, tramite cessione di sovranità da parte degli ordinamenti giuridici statali o, meglio, mediante “spontanea” omogeneizzazione di rilevanti profili degli ordini giuridico-economici statali. Una volta stabilito che il capitale può circolare liberamente e delocalizzare, la Fiat ha la possibilità di ricattare gli operai di Pomigliano; punto e basta. Una possibilità che in caso contrario non avrebbe; punto e basta. Una volta stabilito che gli Stati europei non possono aiutare imprese pubbliche o private ma nazionali (il divieto di aiuti di stato), la politica perde uno strumento per impedire la delocalizzazione del capitale italiano nella misura in cui l’ordinamento giuridico statale consenta quella delocalizzazione; e perde la possibilità di proteggere capitale e lavoro italiani dalla concorrenza di imprese che producono in stati in cui il lavoro costa meno. E quando il capitale può ricattare gli operai, inseriti nella competizione globale da un politica cieca che ha perseguito la globalizzazione, il lavoro è merce – è merce punto e basta; è un fatto che può dispiacere ma le cose stanno così -, merce che, quindi, viene acquistata dal miglior offerente, ossia dai lavoratori di Stati in cui il salario è basso – in parte anche per il minor costo della vita – e le condizioni di lavoro meno gravose (per il capitale che acquista la merce).

    Se questa è l’analisi, alla sinistra che non voglia perseguire un “folle socialismo imperialista” – pretendere che lo Stato Italiano, alleandosi con altre potenze occidentali, invada gli stati stranieri “in via di sviluppo”, almeno per instaurare in essi un regime giuridico di tutela del lavoro che sconsigli al capitale di delocalizzare – resta soltanto la strada dello stato-sociale (welfare state), che era uno Stato nazionale sociale, appunto, e non uno Stato mondiale (un megastato sociale). Propugnare la sovranità nazionale; vietare la libera circolazione del capitale o comunque sottoporla a rigoroso controllo, proteggere alcuni beni e servizi prodotti in Italia. Questa deve essere la prospettiva dei comunisti e dei socialisti e in generale dei ceti popolari.

    Domandiamo. Negli anni in cui veniva costruito lo stato sociale italiano, l’ordinamento giuridico italiano prevedeva la libera circolazione dei capitali? No. Prevedeva la libera circolazione delle merci? Prevedeva la libera circolazione dei lavoratori? No. Conteneva norme che imponevano dazi e barriere all’ingresso delle merci? Si. Prevedeva aiuti di stato? Si. Consentiva o imponeva monopoli pubblici? Si. Imponeva la concorrenza? No. Prevedeva una moneta nazionale e una banca centrale (al 95%) pubblica? Si. concedeva la possibilità di svalutare la moneta per rendere più competitivo il sistema produttivo? Si. Tutte queste condizioni – che sono condizioni dello Stato sociale, anche se ciò non è chiaro nemmeno a illustri economisti – sono in gran parte venute meno. E gli ordinamenti giuridici europei che, sia pure con diversità di istituti e di graduazioni, hanno costruito lo Stato sociale, negli anni in cui lo costruivano, prevedevano limiti alla circolazione dei capitali, delle merci e del lavoro, la possibilità di monopoli pubblici e privati e una moneta nazionale? Pur non conoscendo i necessari dati normativi, credo che la risposta sia positiva.

    Sembrerebbe, dunque che esista un nesso storico e logico inscindibile tra sovranità nazionale e carattere sociale o addirittura socialista di un ordinamento giuridico.

    Chi attende che le riforme necessarie per tutelare il lavoro degli italiani vengano realizzate al livello mondiale è un imbecille. Chi attende che vengano realizzate al livello europeo ignora o finge di ignorare che tutti gli istituti che consentivano lo stato sociale italiano sono stati smantellati dall’Europa. L’Europa è libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro; cessione di sovranità da parte degli Stati; divieto di aiuti di stato; perdita della moneta nazionale e della possibilità d svalutare; terrore dell’inflazione; concorrenza e divieto dei monopoli; patto di stabilità e niente altro. L’Europa – quella che esiste, ossia il cosiddetto ordinamento giuridico europeo, non quella desiderata, che non esiste e che ancora taluni favoleggiano e addirittura invocano senza precisare che per edificarla servirebbero minimo altri trenta anni – è intrinsecamente e geneticamente antisociale e non potrebbe essere diversamente, perché essa è fondata sulle regole opposte a quelle che hanno consentito la costruzione dello Stato sociale europeo.

    Eppure l’idiosincrasia della sinistra per il concetto di Stato nazione è tale che essa da anni sostiene tesi incoerenti e, alla fine, come i fatti stanno a dimostrare, suicide. Un tempo avevamo il Partito social democratico Italiano, il Partito socialista Italiano e il Partito comunista Italiano. E quei partiti, assieme alla Democrazia Cristiana, hanno costruito lo Stato sociale, sviluppando in parte principi già affermati dal Fascismo Italiano. Oggi abbiamo la “Sinistra Europea”, quelli che vogliono “globalizzare i diritti” (presuntuosi che non si accorgono che essi stanno perdendo i diritti che avevano), i new global, che hanno rifiutato l’iniziale formula no global, i teorici della inesistente moltitudine e dell’impero diffuso, quelli che ci dicono che Marx è tornato, perché in Cina cominciano le lotte operaie (e noi dovremmo restare ad aspettare l’evoluzione di quelle lotte!), quelli che invocano una Europa che non esiste. Teorici senza l’analisi concreta della situazione concreta, sognatori, illusi, ingenui, stupidi e radical chic. Questa sinistra è fortemente antipopolare, gravemente antisocialista, singolarmente attratta dagli Stati Uniti che dovrebbe osteggiare.

    Per quale ragione abbiamo dovuto far morire la maggior parte delle aziende che componevano il distretto tessile di Prato? Uno scambio “emersione del sommerso dietro protezionismo” non era pensabile? E’ meglio che i cittadini italiani comprino a debito (posto che cominciano a perdere lavoro, a veder ridotti salario e pensione, e a dover acquistare servizi un tempo forniti dal welfare state) le merci prodotte all’estero, magari da capitale italiano libero di circolare in modo che possa valorizzarsi al meglio?

    Per quale ragione uno che si dice comunista o socialista ammette che il plusvalore estratto dal lavoro di lavoratori italiani anziché dover essere reinvestito in Italia (con tutto ciò che segue in termini di occupazione, imposizione, servizi pubblici) possa liberamente essere investito in altro stato? Vi sembra ammissibile che il plusvalore ricavato dalle piantagioni sudafricane, pagando ai lavoratori due euro al giorno, possa essere reinvestito nelle borse statunitensi o inglesi? Se siete favorevoli alla libera circolazione del capitale, delle merci e del lavoro non siete né comunisti né socialisti: siete filocapitalisti oppure ingenui. Se siete contrari alla libera circolazione del capitale, delle merci e dei lavoratori allora forse siete socialisti. Tutto il socialismo che abbiamo conosciuto fino ad ora, di qualsiasi genere e specie, è stato realizzato all’interno di Stati nazionali, tra l’altro, spesso, di dimensioni non grandissime. Il resto sono sogni, stupidità, illusioni e menzogne.

    Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla » Appelloalpopolo - E-zine Risorgimentale — Organo del partito che ancora non c'e'


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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Citazione Originariamente Scritto da Comunardo Visualizza Messaggio
    Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    di Stefano D'Andrea

    Prendendo spunto dal caso Pomigliano, Luciano Gallino ha scritto recentemente su Repubblica: “La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s’intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello”.

    Ebbene, i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti non li possono cambiare né i nostri analisti, né gli industriali (nostri o stranieri), né i nostri politici. Gli agenti del cambiamento possono essere soltanto i lavoratori e i politici stranieri. Né possiamo fingere di ignorare che il passaggio che avvenisse, in uno stato straniero “in via di sviluppo”, da un regime di lavoro “da sole a sole” in cambio del mero sostentamento per la famiglia dell’operaio ad un regime di “dieci ore al giorno” per sei giorni a settimana, con salario dignitoso in relazione al basso costo della vita, potrebbe essere vissuto dagli operai di quello Stato come un evento epocale, che potrebbe soddisfarli per un paio di decenni. Quanto tempo sono durate le lotte operaie in Europa, per giungere allo Statuto dei lavoratori e ad altre leggi analoghe? Per quale ragione le lotte operaie in Cina, Messico, India o Tailandia dovrebbero avere una storia più breve? E se, almeno in alcuni stati, la storia fosse più lenta? E se, comunque, in linea di principio, fosse necessario oltre un secolo, come lo è stato in Europa?

    Al contrario la discesa di livello di salari e condizioni di lavoro degli operai italiani è, come riconosce il medesimo Gallino, una conseguenza necessaria della globalizzazione – ossia, mi sento di precisare, della distruzione dei singoli ordinamenti giuridico-economici statali sovrani e della contestuale costituzione di un ordinamento giuridico globale, tramite cessione di sovranità da parte degli ordinamenti giuridici statali o, meglio, mediante “spontanea” omogeneizzazione di rilevanti profili degli ordini giuridico-economici statali. Una volta stabilito che il capitale può circolare liberamente e delocalizzare, la Fiat ha la possibilità di ricattare gli operai di Pomigliano; punto e basta. Una possibilità che in caso contrario non avrebbe; punto e basta. Una volta stabilito che gli Stati europei non possono aiutare imprese pubbliche o private ma nazionali (il divieto di aiuti di stato), la politica perde uno strumento per impedire la delocalizzazione del capitale italiano nella misura in cui l’ordinamento giuridico statale consenta quella delocalizzazione; e perde la possibilità di proteggere capitale e lavoro italiani dalla concorrenza di imprese che producono in stati in cui il lavoro costa meno. E quando il capitale può ricattare gli operai, inseriti nella competizione globale da un politica cieca che ha perseguito la globalizzazione, il lavoro è merce – è merce punto e basta; è un fatto che può dispiacere ma le cose stanno così -, merce che, quindi, viene acquistata dal miglior offerente, ossia dai lavoratori di Stati in cui il salario è basso – in parte anche per il minor costo della vita – e le condizioni di lavoro meno gravose (per il capitale che acquista la merce).

    Se questa è l’analisi, alla sinistra che non voglia perseguire un “folle socialismo imperialista” – pretendere che lo Stato Italiano, alleandosi con altre potenze occidentali, invada gli stati stranieri “in via di sviluppo”, almeno per instaurare in essi un regime giuridico di tutela del lavoro che sconsigli al capitale di delocalizzare – resta soltanto la strada dello stato-sociale (welfare state), che era uno Stato nazionale sociale, appunto, e non uno Stato mondiale (un megastato sociale). Propugnare la sovranità nazionale; vietare la libera circolazione del capitale o comunque sottoporla a rigoroso controllo, proteggere alcuni beni e servizi prodotti in Italia. Questa deve essere la prospettiva dei comunisti e dei socialisti e in generale dei ceti popolari.

    Domandiamo. Negli anni in cui veniva costruito lo stato sociale italiano, l’ordinamento giuridico italiano prevedeva la libera circolazione dei capitali? No. Prevedeva la libera circolazione delle merci? Prevedeva la libera circolazione dei lavoratori? No. Conteneva norme che imponevano dazi e barriere all’ingresso delle merci? Si. Prevedeva aiuti di stato? Si. Consentiva o imponeva monopoli pubblici? Si. Imponeva la concorrenza? No. Prevedeva una moneta nazionale e una banca centrale (al 95%) pubblica? Si. concedeva la possibilità di svalutare la moneta per rendere più competitivo il sistema produttivo? Si. Tutte queste condizioni – che sono condizioni dello Stato sociale, anche se ciò non è chiaro nemmeno a illustri economisti – sono in gran parte venute meno. E gli ordinamenti giuridici europei che, sia pure con diversità di istituti e di graduazioni, hanno costruito lo Stato sociale, negli anni in cui lo costruivano, prevedevano limiti alla circolazione dei capitali, delle merci e del lavoro, la possibilità di monopoli pubblici e privati e una moneta nazionale? Pur non conoscendo i necessari dati normativi, credo che la risposta sia positiva.

    Sembrerebbe, dunque che esista un nesso storico e logico inscindibile tra sovranità nazionale e carattere sociale o addirittura socialista di un ordinamento giuridico.

    Chi attende che le riforme necessarie per tutelare il lavoro degli italiani vengano realizzate al livello mondiale è un imbecille. Chi attende che vengano realizzate al livello europeo ignora o finge di ignorare che tutti gli istituti che consentivano lo stato sociale italiano sono stati smantellati dall’Europa. L’Europa è libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro; cessione di sovranità da parte degli Stati; divieto di aiuti di stato; perdita della moneta nazionale e della possibilità d svalutare; terrore dell’inflazione; concorrenza e divieto dei monopoli; patto di stabilità e niente altro. L’Europa – quella che esiste, ossia il cosiddetto ordinamento giuridico europeo, non quella desiderata, che non esiste e che ancora taluni favoleggiano e addirittura invocano senza precisare che per edificarla servirebbero minimo altri trenta anni – è intrinsecamente e geneticamente antisociale e non potrebbe essere diversamente, perché essa è fondata sulle regole opposte a quelle che hanno consentito la costruzione dello Stato sociale europeo.

    Eppure l’idiosincrasia della sinistra per il concetto di Stato nazione è tale che essa da anni sostiene tesi incoerenti e, alla fine, come i fatti stanno a dimostrare, suicide. Un tempo avevamo il Partito social democratico Italiano, il Partito socialista Italiano e il Partito comunista Italiano. E quei partiti, assieme alla Democrazia Cristiana, hanno costruito lo Stato sociale, sviluppando in parte principi già affermati dal Fascismo Italiano. Oggi abbiamo la “Sinistra Europea”, quelli che vogliono “globalizzare i diritti” (presuntuosi che non si accorgono che essi stanno perdendo i diritti che avevano), i new global, che hanno rifiutato l’iniziale formula no global, i teorici della inesistente moltitudine e dell’impero diffuso, quelli che ci dicono che Marx è tornato, perché in Cina cominciano le lotte operaie (e noi dovremmo restare ad aspettare l’evoluzione di quelle lotte!), quelli che invocano una Europa che non esiste. Teorici senza l’analisi concreta della situazione concreta, sognatori, illusi, ingenui, stupidi e radical chic. Questa sinistra è fortemente antipopolare, gravemente antisocialista, singolarmente attratta dagli Stati Uniti che dovrebbe osteggiare.

    Per quale ragione abbiamo dovuto far morire la maggior parte delle aziende che componevano il distretto tessile di Prato? Uno scambio “emersione del sommerso dietro protezionismo” non era pensabile? E’ meglio che i cittadini italiani comprino a debito (posto che cominciano a perdere lavoro, a veder ridotti salario e pensione, e a dover acquistare servizi un tempo forniti dal welfare state) le merci prodotte all’estero, magari da capitale italiano libero di circolare in modo che possa valorizzarsi al meglio?

    Per quale ragione uno che si dice comunista o socialista ammette che il plusvalore estratto dal lavoro di lavoratori italiani anziché dover essere reinvestito in Italia (con tutto ciò che segue in termini di occupazione, imposizione, servizi pubblici) possa liberamente essere investito in altro stato? Vi sembra ammissibile che il plusvalore ricavato dalle piantagioni sudafricane, pagando ai lavoratori due euro al giorno, possa essere reinvestito nelle borse statunitensi o inglesi? Se siete favorevoli alla libera circolazione del capitale, delle merci e del lavoro non siete né comunisti né socialisti: siete filocapitalisti oppure ingenui. Se siete contrari alla libera circolazione del capitale, delle merci e dei lavoratori allora forse siete socialisti. Tutto il socialismo che abbiamo conosciuto fino ad ora, di qualsiasi genere e specie, è stato realizzato all’interno di Stati nazionali, tra l’altro, spesso, di dimensioni non grandissime. Il resto sono sogni, stupidità, illusioni e menzogne.

    Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla » Appelloalpopolo - E-zine Risorgimentale — Organo del partito che ancora non c'e'


    Viva la Comune


    MI sembra un intervento ampiamente condivisibile nelle linee generali.
    Due sono in particolare gli spunti di riflessione:

    1- non esiste alcuna strategia rivoluzionaria coerente con i propri fini che possa eludere l'analisi concreta del quadro istituzionale in cui ci si muove, delle sue strutture di potere e della cornice entro cui la propria azione sociale, rivendicativa, rivoluzionaria o riformatrice che sia, deve agire. Questo purtroppo gran parte della sinistra lo ha dimenticata, dando spazio ad analisi fumose compiacenti in fin dei conti con le concezioni futuristiche da fine dello spazion nazionale, riduzione della sovranità come necessità intrinseca al sistema e via delireggiando....

    2- ogni strategia rivoluzionaria va pensata all'interno dello spazio territoriale-culturale e socio-economico in cui si sta. Fughe in avanti da questo punto di vista non sono permesse, né teorizzazioni iper-cosmopolitiche...

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Citazione Originariamente Scritto da Terraeamore Visualizza Messaggio
    MI sembra un intervento ampiamente condivisibile nelle linee generali.
    Due sono in particolare gli spunti di riflessione:

    1- non esiste alcuna strategia rivoluzionaria coerente con i propri fini che possa eludere l'analisi concreta del quadro istituzionale in cui ci si muove, delle sue strutture di potere e della cornice entro cui la propria azione sociale, rivendicativa, rivoluzionaria o riformatrice che sia, deve agire. Questo purtroppo gran parte della sinistra lo ha dimenticata, dando spazio ad analisi fumose compiacenti in fin dei conti con le concezioni futuristiche da fine dello spazion nazionale, riduzione della sovranità come necessità intrinseca al sistema e via delireggiando....

    2- ogni strategia rivoluzionaria va pensata all'interno dello spazio territoriale-culturale e socio-economico in cui si sta. Fughe in avanti da questo punto di vista non sono permesse, né teorizzazioni iper-cosmopolitiche...
    E se lo spazio culturale e quello economico oggi hanno assunto di fatto una dimensione globale?

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Citazione Originariamente Scritto da Henry Morgan Visualizza Messaggio
    E se lo spazio culturale e quello economico oggi hanno assunto di fatto una dimensione globale?
    PRima dovresti dimostrare questa ipotesi che a mio parere non è vera.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Citazione Originariamente Scritto da Henry Morgan Visualizza Messaggio
    E se lo spazio culturale e quello economico oggi hanno assunto di fatto una dimensione globale?
    Ti potrei rispondere che ciò non è affatto vero nella sostanza. La cosiddetta globalizzazione non è altro che il nome autocertificato dell'imperialismo nord-americano e dei sub-imperialismi europei.
    I capitalismi inoltre mantengono un forte carattere nazionale, malgrado l'innegabile liberalizzione dei capitali e del mercato dei beni accelerata nell'ultimo trentennio.

    E comunque, al di là di ciò resta il fatto che esistono strutture politiche, gli Stati, e realtà culturali e territoriali che non possono che essere la base da cui un'azione che voglia essere concreta dovrebbe sempre partire. E questo vale sia per le particolarità culturali di un popolo inteso politicamente e non in senso puramente etnico, sia per le effettive strutture istituzionali all'interno delle quali ci si trova ad agire e che permettono l'effettivo confronto-scontro politico.

    Aggiungo infine che è proprio la bufala ideologica della globalizzazione (dicasi imperialismo USA e imposizione del neo-liberismo su vasta scala) a impedire alle forze anticapitaliste di avere un approccio politico che faccia i conti con la propria realtà nazionale e statuale. Senza sovranità politica non c'è rivoluzione che tenga se non ipotetiche quanto inesistenti rivoluzioni mondiali.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Prendendo spunto dal caso Pomigliano, Luciano Gallino ha scritto recentemente su Repubblica: “La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s’intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello”.

    Ebbene, i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti non li possono cambiare né i nostri analisti, né gli industriali (nostri o stranieri), né i nostri politici. Gli agenti del cambiamento possono essere soltanto i lavoratori e i politici stranieri. Né possiamo fingere di ignorare che il passaggio che avvenisse, in uno stato straniero “in via di sviluppo”, da un regime di lavoro “da sole a sole” in cambio del mero sostentamento per la famiglia dell’operaio ad un regime di “dieci ore al giorno” per sei giorni a settimana, con salario dignitoso in relazione al basso costo della vita, potrebbe essere vissuto dagli operai di quello Stato come un evento epocale, che potrebbe soddisfarli per un paio di decenni. Quanto tempo sono durate le lotte operaie in Europa, per giungere allo Statuto dei lavoratori e ad altre leggi analoghe? Per quale ragione le lotte operaie in Cina, Messico, India o Tailandia dovrebbero avere una storia più breve? E se, almeno in alcuni stati, la storia fosse più lenta? E se, comunque, in linea di principio, fosse necessario oltre un secolo, come lo è stato in Europa?

    Non si puő fare analisi economica con dati di questo genere: la Polonia, tra il 1990 e il 2020, é passata dal 30% del PIL occidentale a una previsione del 70%. La Cina cresce ANNUALMENTE del 10% e ora si stanno rivolgendo al loro mastodontico mercato interno, quindi le condizioni di vita aumenteranno ulteriormente. Non a caso le aziende straniere iniziano ad andarsene dalla Cina stessa.

    Al contrario la discesa di livello di salari e condizioni di lavoro degli operai italiani è, come riconosce il medesimo Gallino, una conseguenza necessaria della globalizzazione – ossia, mi sento di precisare, della distruzione dei singoli ordinamenti giuridico-economici statali sovrani e della contestuale costituzione di un ordinamento giuridico globale, tramite cessione di sovranità da parte degli ordinamenti giuridici statali o, meglio, mediante “spontanea” omogeneizzazione di rilevanti profili degli ordini giuridico-economici statali.

    Non esiste un ordinamento giuridico globale, e non é nemmeno in costruzione.

    Una volta stabilito che il capitale può circolare liberamente e delocalizzare, la Fiat ha la possibilità di ricattare gli operai di Pomigliano; punto e basta. Una possibilità che in caso contrario non avrebbe; punto e basta. Una volta stabilito che gli Stati europei non possono aiutare imprese pubbliche o private ma nazionali (il divieto di aiuti di stato), la politica perde uno strumento per impedire la delocalizzazione del capitale italiano nella misura in cui l’ordinamento giuridico statale consenta quella delocalizzazione; e perde la possibilità di proteggere capitale e lavoro italiani dalla concorrenza di imprese che producono in stati in cui il lavoro costa meno. E quando il capitale può ricattare gli operai, inseriti nella competizione globale da un politica cieca che ha perseguito la globalizzazione, il lavoro è merce – è merce punto e basta; è un fatto che può dispiacere ma le cose stanno così -, merce che, quindi, viene acquistata dal miglior offerente, ossia dai lavoratori di Stati in cui il salario è basso – in parte anche per il minor costo della vita – e le condizioni di lavoro meno gravose (per il capitale che acquista la merce).

    Per i marxisti il lavoro É merce, e il capitalismo ha nella sua natura l espansione verso mercati sempre maggiori.

    Se questa è l’analisi, alla sinistra che non voglia perseguire un “folle socialismo imperialista” – pretendere che lo Stato Italiano, alleandosi con altre potenze occidentali, invada gli stati stranieri “in via di sviluppo”, almeno per instaurare in essi un regime giuridico di tutela del lavoro che sconsigli al capitale di delocalizzare – resta soltanto la strada dello stato-sociale (welfare state), che era uno Stato nazionale sociale, appunto, e non uno Stato mondiale (un megastato sociale). Propugnare la sovranità nazionale; vietare la libera circolazione del capitale o comunque sottoporla a rigoroso controllo, proteggere alcuni beni e servizi prodotti in Italia. Questa deve essere la prospettiva dei comunisti e dei socialisti e in generale dei ceti popolari.

    Vietare la libera circolazione del capitale in un solo paese, in questo momento in cui l economia reale é schiava di quella finanziatia, significa il collasso. Provvedimenti del genere vanno concordati a livello continentale per funzionare, e non a caso Silvio mette il veto nel nome della "sovranitá nazionale".

    Domandiamo. Negli anni in cui veniva costruito lo stato sociale italiano, l’ordinamento giuridico italiano prevedeva la libera circolazione dei capitali? No. Prevedeva la libera circolazione delle merci? Prevedeva la libera circolazione dei lavoratori? No. Conteneva norme che imponevano dazi e barriere all’ingresso delle merci? Si. Prevedeva aiuti di stato? Si. Consentiva o imponeva monopoli pubblici? Si. Imponeva la concorrenza? No. Prevedeva una moneta nazionale e una banca centrale (al 95%) pubblica? Si. concedeva la possibilità di svalutare la moneta per rendere più competitivo il sistema produttivo? Si. Tutte queste condizioni – che sono condizioni dello Stato sociale, anche se ciò non è chiaro nemmeno a illustri economisti – sono in gran parte venute meno. E gli ordinamenti giuridici europei che, sia pure con diversità di istituti e di graduazioni, hanno costruito lo Stato sociale, negli anni in cui lo costruivano, prevedevano limiti alla circolazione dei capitali, delle merci e del lavoro, la possibilità di monopoli pubblici e privati e una moneta nazionale? Pur non conoscendo i necessari dati normativi, credo che la risposta sia positiva.

    Con la libera circolazione di merci e lavoratori ci abbiamo fatto la nostra fortuna, dagli anni 60, in cui é stata introdotta: vi ricordo che all epoca NOI eravamo i cinesi d Europa, lavoravamo come negri, producevamo a bassi costi e bassi salari. E ci siamo sviluppati proprio grazie al mercato che avevamo a disposizione. Quanto alla lira e ai dazi, non vedo cosa ci sia da rimpiangere in un sistema grippato giá dagli anni 70 e che prima della svolta corporativa degli ultimi anni abbiamo cercato di modernizzare in senso capitalistico-competitivo. Non c é futuro per una economia SVILUPPATA che si mantenga in piedi solo grazie a dai e svalutazioni competitive.

    Sembrerebbe, dunque che esista un nesso storico e logico inscindibile tra sovranità nazionale e carattere sociale o addirittura socialista di un ordinamento giuridico.

    O corporativo, sarebbe meglio dire

    Chi attende che le riforme necessarie per tutelare il lavoro degli italiani vengano realizzate al livello mondiale è un imbecille. Chi attende che vengano realizzate al livello europeo ignora o finge di ignorare che tutti gli istituti che consentivano lo stato sociale italiano sono stati smantellati dall’Europa. L’Europa è libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro; cessione di sovranità da parte degli Stati; divieto di aiuti di stato; perdita della moneta nazionale e della possibilità d svalutare; terrore dell’inflazione; concorrenza e divieto dei monopoli; patto di stabilità e niente altro. L’Europa – quella che esiste, ossia il cosiddetto ordinamento giuridico europeo, non quella desiderata, che non esiste e che ancora taluni favoleggiano e addirittura invocano senza precisare che per edificarla servirebbero minimo altri trenta anni – è intrinsecamente e geneticamente antisociale e non potrebbe essere diversamente, perché essa è fondata sulle regole opposte a quelle che hanno consentito la costruzione dello Stato sociale europeo.

    Non é colpa dell Europa se metá dei nostri fondi sociali comunitari non vengono spesi e l altra metá viene dirottata per il ponte sullo stretto, le truffe clientelarprotezionistiche o le frodi. La Spagna, con quegli stessi fondi, é diventata un paese industrializzato moderno.

    Eppure l’idiosincrasia della sinistra per il concetto di Stato nazione è tale che essa da anni sostiene tesi incoerenti e, alla fine, come i fatti stanno a dimostrare, suicide. Un tempo avevamo il Partito social democratico Italiano, il Partito socialista Italiano e il Partito comunista Italiano. E quei partiti, assieme alla Democrazia Cristiana, hanno costruito lo Stato sociale, sviluppando in parte principi già affermati dal Fascismo Italiano. Oggi abbiamo la “Sinistra Europea”, quelli che vogliono “globalizzare i diritti” (presuntuosi che non si accorgono che essi stanno perdendo i diritti che avevano), i new global, che hanno rifiutato l’iniziale formula no global, i teorici della inesistente moltitudine e dell’impero diffuso, quelli che ci dicono che Marx è tornato, perché in Cina cominciano le lotte operaie (e noi dovremmo restare ad aspettare l’evoluzione di quelle lotte!), quelli che invocano una Europa che non esiste. Teorici senza l’analisi concreta della situazione concreta, sognatori, illusi, ingenui, stupidi e radical chic. Questa sinistra è fortemente antipopolare, gravemente antisocialista, singolarmente attratta dagli Stati Uniti che dovrebbe osteggiare.

    Per quale ragione abbiamo dovuto far morire la maggior parte delle aziende che componevano il distretto tessile di Prato? Uno scambio “emersione del sommerso dietro protezionismo” non era pensabile? E’ meglio che i cittadini italiani comprino a debito (posto che cominciano a perdere lavoro, a veder ridotti salario e pensione, e a dover acquistare servizi un tempo forniti dal welfare state) le merci prodotte all’estero, magari da capitale italiano libero di circolare in modo che possa valorizzarsi al meglio?

    Ma perché non pensare a una cosa tipo "investiamo nella formazione e nelle produzioni ad alto valore aggiunto", questi sconosciuti nell Italietta del distretto della piastrella ...

    Per quale ragione uno che si dice comunista o socialista ammette che il plusvalore estratto dal lavoro di lavoratori italiani anziché dover essere reinvestito in Italia (con tutto ciò che segue in termini di occupazione, imposizione, servizi pubblici) possa liberamente essere investito in altro stato? Vi sembra ammissibile che il plusvalore ricavato dalle piantagioni sudafricane, pagando ai lavoratori due euro al giorno, possa essere reinvestito nelle borse statunitensi o inglesi? Se siete favorevoli alla libera circolazione del capitale, delle merci e del lavoro non siete né comunisti né socialisti: siete filocapitalisti oppure ingenui. Se siete contrari alla libera circolazione del capitale, delle merci e dei lavoratori allora forse siete socialisti. Tutto il socialismo che abbiamo conosciuto fino ad ora, di qualsiasi genere e specie, è stato realizzato all’interno di Stati nazionali, tra l’altro, spesso, di dimensioni non grandissime. Il resto sono sogni, stupidità, illusioni e menzogne.

    Eccetto il fatto che si trattava di liberalismo keynesiano. Il problema non é dove si investe il plusvalore, ma chi lo possiede, altrimenti facciamo lo stesso percorso ideologico di un certo Cavalier-giornalista-bersagliere.
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  7. #7
    Chap Socialist
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    Predefinito Rif: Il socialismo è un carattere degli stati nazionali o non è nulla

    Questo é sicuro e sacrosanto, ma non si puő pensare di tornare all economia di fine 8öö inizio 9öö perché era piű facile fare lotta di classe.

    Citazione Originariamente Scritto da Terraeamore Visualizza Messaggio
    MI sembra un intervento ampiamente condivisibile nelle linee generali.
    Due sono in particolare gli spunti di riflessione:

    1- non esiste alcuna strategia rivoluzionaria coerente con i propri fini che possa eludere l'analisi concreta del quadro istituzionale in cui ci si muove, delle sue strutture di potere e della cornice entro cui la propria azione sociale, rivendicativa, rivoluzionaria o riformatrice che sia, deve agire. Questo purtroppo gran parte della sinistra lo ha dimenticata, dando spazio ad analisi fumose compiacenti in fin dei conti con le concezioni futuristiche da fine dello spazion nazionale, riduzione della sovranità come necessità intrinseca al sistema e via delireggiando....

    2- ogni strategia rivoluzionaria va pensata all'interno dello spazio territoriale-culturale e socio-economico in cui si sta. Fughe in avanti da questo punto di vista non sono permesse, né teorizzazioni iper-cosmopolitiche...
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