Grazie all’arrendevolezza del gruppo dirigente della CGIL, il Jobs act è ormai una realtà. Dal primo di Marzo sono in vigore i primi decreti attuativi. Il governo negli ultimi mesi si è lanciato in una forte propaganda per dimostrare che questi provvedimenti hanno avuto un effetto positivo sull’economia italiana. Ogni volta che l’ISTAT emana un bollettino con i dati sulla disoccupazione assistiamo al classico balletto delle dichiarazioni, in cui ogni dato viene usato per sostenere la validità dei provvedimenti del governo, in primis appunto il Jobs act. Ma è vero? Quali sono stati realmente i suoi effetti sull’economia e sulla vita dei lavoratori italiani? Innanzi tutto i dati che l’ISTAT ha diffuso finora non dimostrano alcuna reale inversione di tendenza rispetto alla disoccupazione, che rimane stabile sopra il 12%, a cui va aggiunta quella giovanile, che resta sempre sopra il 40%. Anzi, ad una lettura attenta si vede come ci sia un incidenza ancora fortissima del contratti a tempo determinato (il 79% delle assunzioni nel primo trimestre 2015) e addirittura un ricorso sempre più frequente all’utilizzo dei voucher, aumentato di 40 volte negli ultimi 6 anni. Presentare le piccole oscillazioni registrate nelle statistiche come un’inversione della tendenza significa solo gettare fumo negli occhi e voler far passare per realtà i propri desideri. La verità è un’altra. Il Jobs act in effetti funziona, ma non come viene presentato dai mass-media. Per capire bene cosa succede bisogna tenere presente che l’ultima legge di stabilità ha introdotto da Gennaio la decontribuzione per i neo-assunti, che significa che i padroni che assumono nel 2015 con contratti a tempo indeterminato sono esonerati dal pagamento dei contributi previdenziali per i primi tre anni. Che vuol dire che chi oggi assume con il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs act, quindi con un contratto che permette il licenziamento in qualsiasi momento e con qualsiasi motivazione, ha un costo del lavoro ridotto grazie a un incentivo statale. Quanto sia velenosa questa accoppiata per i lavoratori è evidente. Leggendo questi provvedimenti, era facile immaginare che sarebbero partiti licenziamenti di massa per riassumere con i nuovi contratti e senza i contributi. E la realtà non si è fatta attendere. Ad Aprile, l’azienda Call&Call di Milano, un gestore di call center, ha annunciato la chiusura della sede milanese e il conseguente licenziamento di 186 operatori, per poi aprire una nuova sede al sud, assumendo nuovi operatori con nuovi contratti. E questa la vera tendenza innescata dal Jobs act, che poi è quella storica del padronato italiano, cioè approfittare delle risorse pubbliche per abbassare il costo del lavoro e garantirsi il profitto senza fare nessun investimento. Altro che rilancio dell’economia! A questo va aggiunto il discorso sul telecontrollo, su cui interviene sempre il Jobs act. Anche se manca il decreto attuativo i padroni stanno già mettendo avanti le mani. All’OBI di Piacenza è stato firmato un accordo aziendale che prevede l’introduzione di braccialetti elettronici per i dipendenti. Finmeccanica ha proposto di recente di introdurre dei chip nelle scarpe dei lavoratori. In un Autogrill di Bologna ai dipendenti del turno di notte è stato chiesto di indossare una cintura con un rilevatore gps. E sono solo alcuni esempi. Anche qua il fine è chiaro, ridurre i “tempi morti”, sfruttando fino all’ultimo minuto del nostro tempo, per abbassare il costo del lavoro e garantire il profitto di lorsignori. Non bisogna fare un grosso sforzo di immaginazione per capire il loro obiettivo, cioè avere il controllo totale delle nostre vite, con la sottomissione dei lavoratori attraverso una ricattabilità che non lascia margini ad alcuna iniziativa autonoma. Questa è la realtà velenosa che ci troviamo ad affrontare. E non lo possiamo fare rinunciando a una battaglia generale e rinviando il problema alla contrattazione, aziendale o di categoria, come ha proposto la Camusso. Del resto è una proposta che è già stata sconfitta sul campo. I rinnovi dei contratti nazionali del commercio e dei bancari, che non solo non hanno minimamente contrastato il Jobs act ma in parte lo hanno anche sostenuto, lo dimostrano chiaramente. Così come a livello aziendale. Alla Trelleborg di Tivoli, dove è stato firmato un accordo che manteneva l’Articolo 18, i padroni hanno subito chiarito di non essere disponibili ad alcun cedimento, e infatti l’azienda è stata immediatamente espulsa dall’Unione degli Industriali. Non possiamo e non dobbiamo permettere che questa realtà prenda il sopravvento. Dobbiamo organizzarci, dobbiamo attivarci per imporre una svolta al sindacato perchè rilanci una lotta generalizzata. Solo il protagonismo dei lavoratori può farlo, solo il nostro protagonismo, sviluppando un programma e dotandolo di un metodo, può indicare una strada concreta per una trasformazione radicale di questa società, mettendo fine a un sistema fondato sullo sfruttamento della maggioranza della popolazione per il profitto di una piccola cricca di parassiti.
Fonte : Manifestino.




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