Nella giornata di oggi i dipendenti dello stabilimento Fiat di Pomigliano hanno votato per dire Si o No all’accordo tra azienda e sindacati. Se prevarrà il No la Fiat non riporterà la produzione della Panda qui in Italia e gli operai rimarranno in Cassa integrazione.
I termini dell’accordo? Eccoli qui di seguito:
1. annullamento degli accordi precedentemente presi;
2. introduzione orario lavorativo con turnazione a ciclo continuo;
3. incremento delle ore di straordinario dalle 40 previste dal CCNL a 120, in deroga allo stesso CCNL;
4. introduzione della franchigia dei tre giorni non pagati in caso di astensione dal lavoro per malattia con tasso di assenteismo anomalo, con verifica della condizione affidata a un comitato interno paritetico sindacati-azienda;
5. clausola di responsabilità, tale per cui ogni attività sindacale – collettiva o individuale – volta a rendere inesegibili le condizioni contrattuali stabilite con questo accordo determinano la immediata risoluzione dell’accordo medesimo.
Sul blog Yes, Politica un’analisi approfondita sugli eventuali profili incostituzionali dell’accordo.
Personalmente credo che per “chiunque vinca stasera” gli sconfitti sono e rimarranno sempre i dipendenti. Sotto ricatto, da parte della impresa. Costretti a scegliere tra due opzioni. Triplicare gli orari di straordinario mensili vedendosi privati di alcuni diritti oppure rinuciare al lavoro. Una vera e propria” bomba” quella di Pomigliano.
Con un governo che punta a riformare l’articolo 41 dando mano libera alle imprese rispetto alla protezione sociale dei lavoratori, l’asse con la Fiat sembra perfetto. Il governo mina la pace sociale e la azienda torinese apre la “breccia” nello statuto dei lavoratori. Se, come penso, passerà il Si al referendum questo accordo diverrà l’archetipo da imitare per tutte le altre imprese. Una breccia fatta appunto per distruggere lo statuto e le norme della Carta Costituzionale che tutelano i lavoratori dai soprusi di certi imprenditori.
Sicuramente a Pomigliano ci sono stati casi di assenteismo, di mala gestione del lavoro. Ciò non giustifica l’arroganza dei dirigenti del Lingotto.
Se ci mettiamo nei panni di un operaio la scelta diventa quasi obbligata. Un lavoro è sempre un lavoro.
In tutto questo il solito, colpevole, silenzio del principale partito di Opposizione. Veltroni ha addirittura lodato Marchionne, i vertici del partito non esprimono un chiaro indirizzo. Non danno alcun segnale… mentre gli operai cominciano, lentamente, a perdere quelle poche tutele ottenute nei decenni passati.. sempre piu proiettati verso la Cina, il paese dello sfruttamento totale, sogno proibito di ogni impresa che mette al primo posto il profitto, trascurando la pace sociale ed il diritto alla felicità di tutti, non solo degli amministratori delegati o dei membri dei consigli di amministrazione che ogni anno ricevono stipendi a sei zeri. La felicità non dovrebbe essere garantita solo a loro, ma anche alle migliaia di persone che costituiscono la “forza” con la quale questi signori possono permettersi tali emolumenti, quelli che sono in fabbrica e che costruiscono, pezzo per pezzo, i successi di Marchionne, di Montezemolo o di tutti gli altri dirigenti delle migliaia di aziende di questo paese.
La felicità è di tutti. Se togliete la felicità, togliete il futuro. E senza futuro c’è solo disperazione e rabbia, due ottimi ingredienti per l’esplosione delle violenze, purtroppo.




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