Internet non è mai stato un salottino buono dell’alta società. L’anonimato che il web spesso consente porta giorno dopo giorno a un inasprimento del linguaggio utilizzato in rete. I forum e le sezioni commenti delle riviste online traboccano di attacchi immotivati agli utenti, opinioni personali spacciate per verità assolute e frasi gridate in capslock. In questa terra di nessuno che troppo spesso è il web interagiscono frequentemente, da un lato, persone che si battono per mantenere un grado di civiltà minimo negli spazi digitali che occupano (e di cui si occupano), e, dall’altro, un gruppo che ha fatto del torpiloquio online, della diffusione di informazioni senza alcun fondamento e del presidio quasi militare degli spazi di discussione online un affilato e preciso strumento politico; sono i membri della “brigata web” a disposizione del governo russo.
I commissari politici di internet, i troll di Putin, il G team, la pattuglia virtuale del Cremlino, tutti nomi utilizzati per definire la medesima categoria: cittadini russi (e in rari casi di altre nazionalità) stipendiati più o meno indirettamente dal governo russo per fare propaganda sui siti e forum del mondo occidentale spacciandosi per normali utenti.
Nel giugno 2014 il sito web di news e intrattenimento statunitense BuzzFeed pubblicò un lungo articolo in cui affermava di aver ricevuto da un collettivo di hacker russi, Anonymous International (un’organizzazione indipendente che si rifà all’operato del ben più noto gruppo Anonymous), una serie di email riservate, inviate tra il novembre 2010 e il dicembre 2011, che dimostravano l’esistenza di un piano russo volto a influenzare l’opinione pubblica occidentale, e in particolare statunitense, intervenendo nelle sezioni commenti dei siti web di diverse testate americane come l’Huffington Post, Politico, The Blaze e Fox News, e mostrando supporto per le politiche di Putin sui maggiori social networks.
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