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    Predefinito ECONOMIA - ROBOT: Allarme Lavoro

    In Australia nasce il robot muratore che costruisce una casa in 2 giorni


    Si chiama Hadrian e può posare 1000 mattoni l'ora. Anche gli Stati Uniti si muovono nella stessa direzione con il robot Sam


    La rivoluzione tecnologica mette a rschio anche uno dei mestieri più antichi: quello di muratore. Una macchina completamente automatizzata, sviluppata da una compagnia di Perth in Australia, può costruire la struttura di mattoni di una casa in soli due giorni. Il robot chiamato Hadrian può posare 1000 mattoni l'ora, con il potenziale di costruire 150 case in un anno.
    Disegno computerizzato calcola posizione dei mattoni - L'inventore Marc Pivac, direttore tecnico della Fastbrick Robotics, ha spiegato che un disegno tridimensionale computerizzato della struttura calcola la posizione di ciascun mattone e utilizza un programma per ordinare alla macchina di caricare, tagliare e piazzare i mattoni in sequenza usando un braccio telescopico di 28 metri. L'estremità del braccio depone la malta o un adesivo su ogni mattone posizionato.
    Il progetto è costato 5 milioni di euro - Lo sviluppo del robot ha impiegato 10 anni a essere completato, a un costo pari a 5 milioni di euro. Ora la compagnia di investimenti DMY Capital Ltd ha annunciato l'acquisto di Fastbrick Robotics e il lancio di Hadrian su larga scala. "Siamo stati subito conquistati da questa opportunità e vediamo un enorme potenziale, sia domestico che globale", ha detto il presidente della DMY, Gabriel Chiappini.

    Nome del robot omaggio al Vallo di Adriano - Il nome Hadrian è stato scelto come omaggio al Vallo di Adriano, la fortificazione in pietra fatta costruire dall'imperatore Adriano lungo il confine tra la provincia romana della Britannia e la Caledonia (l'attuale Scozia) - può posare 1000 mattoni l'ora, con il potenziale di costruire 150 case in un anno.

    Il rivale di Hadrian si chiama Sam della Construction Robotics - Fastbrick Robotics non è l'unica realtà che si sta muovendo verso l'automatizzazione del settore delle costruzioni. Un progetto simile è stato presentato anche dall'azienda americana Construction Robotics che ha creato il robot Sam (Semi-Automated Mason). A differenza di Hadrian, Sam non sostituisce completamente il muratore ma lavora al suo fianco facendosi comunque carico della posa dei mattoni.






    In Australia nasce il robot muratore che costruisce una casa in 2 giorni | News | tiscali.tecnologia
    Ultima modifica di emv; 17-07-15 alle 17:00
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    Predefinito Re: Economia - allarme lavoro

    Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

    L’invasione dei robot (scelgono anche la frutta e preparano aperitivi)

    Le macchine occupano quasi tutti gli spazi lavorativi. Perciò si moltiplicano gli allarmi, come quello di Martin Ford: lo spettro è un mondo neofeudale con pochi ricchi e masse che faticano a sopravvivere



    Non solo Bancomat al posto del bancario, robot in fabbrica (in Cina è in costruzione il primo stabilimento totalmente privo di operai) e auto che si guidano da sole: nelle campagne arrivano le macchine che raccolgono la frutta con delicatezza, dotate di sensori capaci di scegliere solo quella matura. In ospedale accanto al robot-chirurgo spunta anche il robot-anestesista. E a San Mateo, in California, si è appena tenuta una gara tra inventori che hanno presentato i loro «bartender» digitali: robot capaci di preparare un Cosmopolitan, un Daiquiri e una quindicina di altri cocktail.
    L’automazione spinta, evocata fin dalla metà del secolo scorso come la forza che avrebbe cambiato radicalmente le nostre vite, ha preso a galoppare negli ultimi anni dopo decenni di promesse mancate. Accade sotto i nostri occhi, al tempo stesso ammirati e spaventati: le meraviglie di un nuovo mondo pieno di opportunità e l’incubo di una società con poco lavoro. Con i professionisti delle attività intellettuali, assai distratti fino a quando i robot saldavano scocche delle auto, divenuti improvvisamente attenti ora che le macchine hanno cominciato a sostituire i radiologi nella lettura delle radiografie, i commercialisti nella compilazione della dichiarazione dei redditi e anche i giornalisti, visto che gli articoli scritti dai computer di Narrative Science vengono già pubblicati da riviste come «Forbes».
    Le analisi di segno opposto si susseguono, ormai, da parecchio tempo, come ben sa chi segue «la Lettura», che di questo si è occupata spesso. All’inizio di questo lungo dibattito i pessimisti erano stati relegati in un angolo: dai luddisti in poi, troppe volte in passato i profeti di sventura sono stati smentiti dal dinamismo di un’innovazione che, mentre faceva sparire i vecchi mestieri, creava opportunità di lavoro numerose e ben retribuite in settori totalmente nuovi.
    Da qualche tempo a questa parte, però, l’esercito dei profeti di una nuova era di prosperità si è assai assottigliato, mentre si moltiplicano le analisi allarmate sui trend tecnologici. Analisi serie, dati difficilmente contestabili. Con un difetto: l’unica terapia significativa per la carenza di lavoro, alla fine, è quella di un ritorno all’intervento pubblico in economia. Tasse per redistribuire la ricchezza prodotta con la tecnologia e una sorta di salario minimo universale che Martin Ford definisce «dividendo di cittadinanza» in Rise of the Robots, il saggio che ha appena pubblicato negli Stati Uniti con Basic Books.
    Fa discutere il libro di Ford, che riprende le analisi di accademici come David Autor, Robert Gordon e gli autori di Race Against the Machine e The Second Machine Age, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, e le sviluppa fino a giungere a conclusioni alquanto sconfortanti. C’è chi lo critica perché chiama in causa la politica e rispolvera strumenti come le reti di protezione sociale, anziché cercare nella stessa tecnologia le risposte ai problemi che nascono dall’evoluzione del mondo digitale. Ma i più apprezzano l’immediatezza e l’onestà delle analisi di un personaggio che non è un cattedratico né un giornalista, ma un imprenditore del software, cioè uno del mestiere.
    Non c’è nulla di sorprendente o rivoluzionario nelle tesi di Ford. Come lui stesso ricorda, già nel 1949 il matematico Norbert Wiener pronosticò una «rivoluzione industriale di grande crudeltà con le macchine che sostituiranno gli uomini in tutte le funzioni» non intellettualmente qualificate. Una profezia che si sta avverando mezzo secolo dopo. Solo che allora tutti immaginavano che avremmo avuto le tasche piene, una settimana lavorativa cortissima e molto tempo libero in più per la cultura e gli svaghi.
    Non è andata così: il lavoro pagato è sempre di meno, ma proprio per questo molti sono costretti a cercare l’integrazione di una seconda o terza occupazione part-time. E, comunque, viviamo vite più difficili che impongono impegni supplementari: le scuole chiedono ai genitori di seguire la preparazione dei figli molto più di quanto non accadeva in passato. Poi ci sono le mille attività filantropiche non retribuite (dal volontariato in parrocchia a quello sui campi sportivi e nei parchi) e il lavoro digitale domestico: ore a smaltire email e a prenotare treni e alberghi, visto che l’agente di viaggio non c’è quasi più. È quello che Craig Lambert, ex direttore editoriale dell’«Harvard Magazine», chiama lavoro-ombra nell’omonimo saggio, Shadow Work, appena pubblicato negli Usa da Counterpoint.
    Rise of the Robots e Shadow Work sono solo le avanguardie di una cascata di libri dedicati al problematico futuro del lavoro e anche al nostro rapporto con le macchine che fa ormai temere a molti, da Stephen Hawking a Elon Musk, che un’intelligenza artificiale, straordinariamente più potente della nostra, possa arrivare un domani a distruggere l’intera umanità. Senza arrivare a scenari così apocalittici, Nicholas Carr descrive in The Glass Cage (ora disponibile anche in italiano: La gabbia di vetro, Raffaello Cortina Editore) come l’automazione stia facendo perdere a tutti noi la capacità di svolgere funzioni complesse, ormai delegate alle macchine. Con il risultato che, se il Gps smette di funzionare durante un viaggio, siamo perduti.
    Non c’è solo il filone editoriale catastrofico: Ashlee Vance racconta di un futuro pieno di sorprese e sfide affascinanti nel suo libro dedicato a Elon Musk (un nome che è anche il titolo del volume, edito da Ecco) mentre tra poco arriverà dall’Asia China’s Disruptors nel quale Edward Tse racconta come un esercito di 12 milioni di imprenditori, da Jack Ma di Alibaba a Lei Jun di Xiaomi, stia rivoluzionando il modo di fare affari in Asia e, ormai sempre di più, anche nel resto del mondo. Peter Diamandis, scienziato tecno-entusiasta, ha poi pubblicato insieme a Steven Kotler Bold (Simon & Schuster), dedicato agli imprenditori capaci di ragionare in termini di crescita esponenziale e non lineare e di cavalcare le rivoluzioni dei giorni nostri: dalla digitalizzazione alla disruption, la demolizione dei vecchi modelli, fino alla dematerializzazione dell’economia e alla demonetizzazione della finanza. E il capo dell’Aspen Institute, Walter Isaacson, autore di The Innovators, un libro dedicato alle avventure di pionieri dell’informatica, come Alan Turing e Tim Berners-Lee, e di tycoon dell’universo digitale, come Bill Gates, Larry Page di Google e Jimmy Wales di Wikipedia, condanna senza appello i pessimisti e i neoluddisti, sostenendo che 200 anni di rivoluzione industriale sono lì a dimostrare che la tecnologia aumenta la produttività, fa crescere la ricchezza e crea nuovi tipi di lavoro: «L’economia delle app, che sette anni fa non esisteva, nel 2014 ha raggiunto il valore di 100 miliardi di dollari, più dell’intera industria cinematografica».
    Tutto molto affascinante, ma questi saggi ruotano attorno alle avventure di un pugno di personaggi particolarmente brillanti: di compatibilità economiche e di tenuta dei sistemi politici e del tessuto sociale si parla assai poco. Argomenti ardui ma ineludibili: quelli al centro di No Ordinary Disruption, un’immersione nelle forze che stanno cambiando l’economia mondiale firmata da Richard Dobbs, James Manyika e Jonathan Woetzel, tre esperti del McKinsey Global Institute basati rispettivamente a Londra, San Francisco e Shanghai (editore PublicAffairs). Non capiremo mai fino in fondo i fenomeni che ci travolgono e non troveremo le terapie adatte, se non ci convinceremo dell’ineluttabilità di quattro forze che stanno rivoluzionato trend che consideravamo, sbagliando, eterni, scrivono gli esperti McKinsey.
    In primo luogo lo spostamento dell’asse del mondo verso Sud e verso Est, che procede a una velocità stupefacente: tra dieci anni la metà delle grandi imprese mondiali avrà sede in Paesi che ancora oggi consideriamo emergenti, mentre la metà della crescita mondiale verrà da un pugno di città ancora sconosciute, da Santa Caterina, in Brasile, a Hsinchu, nell’isola di Taiwan. In secondo luogo l’invecchiamento della popolazione e il crollo della fertilità che, dopo Europa, Giappone e Usa, comincia a interessare anche la Cina e presto raggiungerà l’America Latina. Poi la straordinaria accelerazione del cambiamento tecnologico, che non dà più tempo alle imprese di stabilizzarsi, e l’enorme complessità degli scambi internazionali con i vecchi flussi lineari del free trade sostituiti da una ragnatela inestricabile di affari, accordi e compromessi bilaterali, mentre le frontiere del mondo sono attraversate ogni anno da un miliardo di persone (cinque volte il numero del 1980).
    Come uscirne? Di ricette credibili se ne vedono poche: Ford convince quando dimostra che l’età dell’oro dell’aumento della produttività e dei salari è finita nel 1973 e spiega perché le tecnologie digitali non riescono a far nascere nuovi settori produttivi. A differenza delle rivoluzioni del vapore e dell’elettricità, stavolta la disruption colpisce tutti i settori, mentre il crollo dei redditi medi apre falle enormi nella domanda dei consumatori. Difficile credere che una simile emergenza si possa risolvere con un sussidio generalizzato di 10 mila dollari l’anno. Ma non si può nemmeno stare a guardare: con i sofisticati robot industriali low cost dei cinesi, presto in vendita a 10 mila dollari, l’automazione farà un altro balzo in avanti. Lo spettro agitato da Ford è quello di un mondo neofeudale, con pochi ricchi asserragliati nelle loro cittadelle (protette da robot), mentre le masse faticano a conquistare il minimo per la sussistenza: uno scenario che dovrebbe preoccupare in primo luogo chi ha a cuore la sopravvivenza del capitalismo e la tenuta dei sistemi democratici.
    Massimo Gaggi
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    Predefinito Re: Economia - allarme lavoro


    Volkswagen: "Sostituiremo gli uomini con robot, costano molto meno" - Il Fatto Quotidiano

    Il capo del personale della casa tedesca, Horst Neumann: "Nei prossimi 15 anni andranno in pensione 32mila persone e un sostituto meccanico costa 5 euro l'ora"







    La competitività tedesca passerà anche attraverso la sostituzione del personale umano con deirobot. A parlarne è stato il capo del personale di Volkswagen, Horst Neumann, che punta a sostituire sempre più dipendenti con lo sviluppo della robotica. E’ quanto ha scritto lo stesso manager in un intervento per la Sueddeutsche Zeitung. Nei prossimi 15 anni andrà in pensione un numero di dipendenti molto superiore alla media, i figli del boom economico del dopoguerra, circa32mila persone.
    “Per questo abbiamo la possibilità di sostituire le persone con i robot e ciononostante di assumere giovani ai livelli attuali”, ha spiegato Neumann. Per il capo del personale è una soluzione necessaria: “Non potremmo sostituire tutti questi lavoratori con altri assunti”, perché occorrecontenere i costi. “Nell’industria automobilistica tedesca il costo del lavoro è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est sono 11, in Cina 10”, scrive Neumann: “Oggi il costo di un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica si aggira intorno ai cinque euro. E con la nuova generazione di robot diventerà presumibilmente ancora più economico. Dobbiamo essere in grado di sfruttare questo vantaggio economico”, ha considerato.
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    Predefinito Re: ECONOMIA - ROBOT: Allarme Lavoro

    http://lettura.corriere.it/solo-lidraulico-battera-il-robot/

    Solo l'idraulico batterà il Robot
    Commercialisti addio, resistono i mestieri manuali. ma la politica non capisce lo "automation tsunami"


    «I nuovi lavori del futuro? Ci saranno ma non so dire quali. Con la rapidità e le dimensioni dei cambiamenti in atto, chi fa previsioni a dieci anni mente agli altri e a se stesso. L’unica cosa certa, quella che abbiamo toccato con mano nel nostro viaggio nell’universo digitale dal Mit alla Silicon Valley, è che con la crescita esponenziale della tecnologia aumenterà anche il numero di mestieri e professioni inghiottiti dall’automazione. Chi vuole difendersi dai robot deve puntare su lavori nei quali l’essere umano ha ancora un grosso vantaggio sulle macchine: quelli che richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione. Mestieri nei quali si devono motivare le persone, assisterle con sensibilità umana, ma anche ruoli per i quali serve capacità di leadership. O professioni che ruotano attorno a valori etici o di altra natura: tutti campi che un’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non riesce a padroneggiare. Ancora».

    Erik Brynjolfsson ha appena finito di discutere del suo nuovo libro, The Second Machine Age (W. W. Norton & Co Inc.), con una ventina di giovani nell’ufficio di New York della New America Foundation e si ferma volentieri a parlare delle reazioni suscitate dalle tesi sue e del suo coautore Andrew McAfee. Il loro è il libro del momento: oggetto di molte analisi — da quelle di Martin Wolf sul «Financial Times » a David Brooks sul «New York Times» —, il saggio sul futuro dell’automazione e del lavoro ha ispirato anche una recente copertina dell’«Economist». I due accademici del Mit di Boston dicono di voler restare ottimisti perché la tecnologia comunque migliora le nostre vite e, nel lungo periodo, farà nascere nuovi prodotti e servizi che creeranno nuovo lavoro. Ma avvertono che la transizione sarà lunga. E per molti dolorosa: la distruzione di posti di lavoro continuerà e, anzi, si farà sempre più incalzante. In assenza di correttivi, le diseguaglianze sociali cresceranno ulteriormente. Dobbiamo prepararci come individui, adeguandoci ai cambiamenti del mercato del lavoro, e come collettività, spingendo la politica ad affrontare questa sfida epocale.
    Siete proprio sicuri che i lavori che evaporano e la polarizzazione dei redditi nelle nostre società dipendano dalla tecnologia? Molti incolpano soprattutto la globalizzazione e altri fattori come l’aggressività del mondo della finanza o le politiche fiscali pro-ricchi dell’era Bush.
    McAfee: «Siamo davanti a fenomeni complessi, certo, ma alcuni numeri sono chiari: l’America per anni ha lamentato l’emorragia di posti di lavoro trasferiti dalle sue aziende in Cina. L’esodo c’è stato, è chiaro, ma se poi guardiamo meglio, vediamo che dalla fine degli anni Novanta a oggi la Cina ha perso ben 20 milioni di posti di lavoro nell’industria, nonostante l’aumento dei suoi volumi produttivi. Evidentemente, più che spostarsi dagli Usa alla Cina, il lavoro passa sia dagli Usa che dalla Cina ai robot».

    Per non essere spazzati via dalle macchine dovremo creare lo scudo di un’elevata scolarizzazione o sopravviveranno anche molti mestieri «low-tech»?
    Brynjolfsson: «Nelle professioni intellettuali i numeri dicono che la spunta più facilmente chi ha un titolo di studio di livello superiore. Meglio governare le macchine che esserne governati. Ma hanno un futuro anche molti lavori che comportano un’attività fisica. Per i computer è più facile risolvere problemi di enorme complessità che conferire a un robot la capacità di muoversi in modo non ripetitivo, di orientarsi in una stanza, di trovare la porta. Anche in questo campo della robotica si cominciano a fare passi da gigante grazie a tecnologie tipo il sistema Kinect di Microsoft, ma ci sono mille lavori, da quelli degli artigiani agli infermieri negli ospedali, che per ora sono al sicuro. In altri campi, come i trasporti, le cose cambieranno: l’auto che si guida da sola prima o poi farà sparire gli autisti. Quelli più a rischio sono i mestieri intellettuali di livello intermedio basati su modelli replicabili. Prenda i commercialisti: Turbo Tax, il programma informatico che ti aiuta a compilare le dichiarazioni fiscali, è ormai popolarissimo, è stato pubblicizzato in tv anche durante il Superbowl. Per i professionisti del ramo è difficile spuntarla su un software che costa appena 39 dollari. Risultato: in America in pochi anni il numero dei consulenti fiscali si è ridotto del 17%».

    Le altre professioni più a rischio?
    Brynjolfsson: «Ho parlato della consulenza fiscale, ma cose simili stanno avvenendo, come lei sa bene, nel campo dei media, nella musica, nella finanza, nei supermercati, nelle fabbriche: il software si sta mangiando il mondo o almeno un pezzo di mondo. Centinaia di milioni di posti di lavoro a rischio: prepariamoci allo tsunami dell’automazione. Abbiamo tutti sottovalutato l’impatto della crescita esponenziale della capacità di calcolo, la legge di Moore. Per un po’ di anni questa moltiplicazione è stata solo sorprendente. Da un certo punto in poi i numeri sono diventati da capogiro. Per cercare di spiegarlo, nel libro abbiamo usato la parabola dell’inventore degli scacchi».

    Scusate, ma allora il vostro ottimismo su che cosa si basa?
    McAfee: «La tecnologia ci aiuta a vivere meglio e prima o poi anche il mondo del lavoro ritroverà un suo equilibrio. Certo, ce ne vorrà. E nel frattempo non puoi usare i poteri regolamentari per bloccare l’evoluzione delle applicazioni scientifiche. Tim O’Reilly, un guru delle tecnologie, dice che dobbiamo decidere se proteggere il futuro dal passato o cedere alla tentazione di difendere il passato dal futuro: ha ragione. Questo non significa assistere passivamente: possiamo ancora scegliere il nostro futuro. Ma dobbiamo fare delle scelte. Abbiamo la democrazia: usiamola».

    Come?
    Brynjolfsson: «Siamo esperti di tecnologia, non politici. Ci vuole umiltà, come nel predire il futuro. Ma se guardiamo al passato, all’esperienza della rivoluzione industriale, due cose sono chiare: le nuove tecnologie che hanno alimentato i grandi processi di industrializzazione, il vapore, il motore a combustione interna, l’elettricità, hanno avuto bisogno di parecchi decenni per maturare, per il necessario adattamento ai processi produttivi. Ci vorrà tempo anche ora. Magari l’idea giusta per creare nuove attività, nuovo lavoro, verrà dal crowdsourcing. Secondo punto. Nell’Ottocento e nel primo Novecento l’industrializzazione portò a profonde innovazioni politiche e sociali: la scolarizzazione di massa, le grandi reti di infrastrutture. Oggi siamo davanti a cambiamenti altrettanto epocali».

    Martin Wolf vede rischi di tecno-feudalesimo.
    Brynjolfsson: «Beh, comunque siamo davanti a mutamenti che richiedono una forte iniziativa politica. Qui, invece, la politica è distratta, si occupa d’altro, non capisce cosa sta accadendo: anziché guidare, Washington va a rimorchio», nota Brynjolfsson. Secondo il quale dobbiamo prepararci a rivoluzionare quasi tutto: dall’insegnamento alle statistiche, il modo nel quale oggi misuriamo il benessere. In scuole e università perde importanza la capacità di memorizzare, mentre diventa essenziale saper ricercare, analizzare in fretta, contestualizzare, aggiornate continuamente la propria formazione. Quanto ai numeri dell’economia, «bisogna creare un parametro diverso dal Pil che — aggiunge Brynjolfsson — è un indice obsoleto. È stato inventato negli anni Trenta del secolo scorso, ai tempi della prima rivoluzione industriale. Serviva a Franklin Delano Roosevelt che aveva bisogno di un’unità di misura per capire se le sue terapie funzionavano: un mondo che non c’è più, quelle statistiche sono da reinventare. Dobbiamo imparare a calcolare anche i benefici in termini di qualità della vita che vengono dall’utilizzo delle tecnologie digitali».

    A proposito di anni Trenta e di rischi di tecno-feudalesimo, in un celebre saggio pubblicato proprio nel 1930, John Maynard Keynes, immaginando il mondo dei suoi nipoti, scrisse che il reddito a disposizione dei cittadini si sarebbe moltiplicato molte volte mentre gran parte del lavoro sarebbe stato fatto dalle macchine. Visione azzeccata, salvo che Keynes aveva anche previsto che l’uomo, liberato dalla fatica, avrebbe lavorato 15 ore alla settimana, tre al giorno, scoprendo per il resto le gioie del tempo libero. Il mondo di oggi, invece, è diviso tra gente che lavora anche 60 ore a settimana, guadagnando spesso moltissimo, ed eserciti di disoccupati o sottoccupati: dove ha sbagliato?
    Brynjolfsson: «Credo che Keynes abbia sbagliato nell’illudersi che la gente avrebbe usato il reddito aggiuntivo per godersi la vita come i lord inglesi. Più gaudenti che avidi, tazze di tè e caccia alla volpe. Invece la gente tende a lavorare di più per guadagnare e consumare di più: vuole grandi tv al plasma, vuole viaggiare. Riflettiamo su questo: quello che siamo diventati, quello che vogliamo essere. La politica non può risolversi nei Tea Party che inveiscono contro la corruzione di Washington e in Occupy Wall Street che criminalizza la finanza. C’è qualcosa di più profondo, di più fondamentale: dobbiamo cercare di cambiare la conversazione dominante nel nostro Paese».

    Massimo Gaggi
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    Predefinito Re: Economia - allarme lavoro


    “Il posto fisso non c’è più”. Tutta la polemica sulla frase pronunciata dal premier Matteo Renzi si è concentrata sull’aggettivo, “fisso”. Sarebbe opportuno preoccuparsi di più del sostantivo: la scomparsa dei posti. Intere categorie professionali hanno le stesse prospettive di un triceratopo nel Cretaceo: l’estinzione. Secondo uno studio molto citato (anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco) firmato da Carl Benedikt Frey e Michael Osbornedell’università di Oxford, il 47 per cento dei lavori che conosciamo svanirà nei prossimi due decenni. Magari il numero è impreciso, ma possiamo scommettere che nel 2034 non ci saranno più bigliettai al cinema o sui treni (basterà uno smartphone), spariranno gli impiegati delle Poste e i bancari allo sportello (a che servono con l’e-banking?), i vigili agli angoli delle strade a fare le multe (telecamere e microchip), gli operatori dei call center non disturberanno più con le loro telefonate promozionali.
    Ma vista la crescita esponenziale della capacità di elaborazione dei software nell’era dei big data, anche i traduttori cominciano a temere la concorrenza di Google Translator, così come i professori che si dedicano solo alla didattica stanno scoprendo le inquietanti potenzialità dell’e-learning: non quello dei nostri diplomifici di provincia, ma quello che permette a un indiano con una connessione Internet di seguire i migliori docenti di Harvard invece che un mediocre insegnante locale. Un solo professore bravo (guardate su Youtube la superstar della filosofia Michael Sandel) può rendere esuberi decine di docenti mediocri.
    Da duecento anni sappiamo che i timori di Ned Ludd sono infondati: i telai per produrre calze si sono affermati nonostante le proteste dei “luddisti”, ma la disoccupazione non è esplosa. La tecnologia produce aumenti di produttività che generano profitti, quindi un aumento della domanda che fa nascere la necessità di nuovi posti di lavoro in settori diversi da quello stravolto dall’innovazione. La “disoccupazione tecnologica” non esiste. Una certezza durata per un paio di secoli che ora comincia a vacillare. Lo studio di Oxford e l’Economist concordano: spariranno i lavori intermedi, quelli oggi svolti dai colletti bianchi, rimarranno quelli altamente qualificati e creativi (ingegneri, programmatori, stilisti, scrittori) e quelli che richiedono scarse competenze ma non possono essere delocalizzati o affidati a una app o a un robot (dagli spazzini ai barbieri alle badanti). In generale: resisteranno i lavori che richiedono discrezionalità e interazione tra persone. Ma con conseguenze sulle retribuzioni poco piacevoli, visto che crescerà la competizione per entrambi gli estremi ma ne soffriranno di più i lavoratori poco qualificati che vedranno ridursi ancora i compensi.
    Se non cerchiamo di anticipare questi cambiamenti, presto dovremo porci il problema della scomparsa dei posti tout court. Fissi o variabili.
    Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2014
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    Predefinito Re: ECONOMIA - ROBOT: Allarme Lavoro

    shadohttp://www.corriere.it/economia/14_ottobre_10/soluzione-choc-volkswagen-robot-posto-pensionati-b9ae03b8-5087-11e4-a586-66de2501a091.shtml



    La soluzione-choc di Volkswagen «Robot al posto dei pensionati»


    Il direttore delle risorse umane Horst Neumann al “Suddeutsche Zeitung”:
    «Così tagliamo il costo del lavoro»


    di FABIO SAVELLI50









    «Non bisogna rimpiangerli, se ci sono alternative migliori». La sentenza (senza appello) è arrivata qualche giorno fa dal direttore delle risorse umane di Volkswagen Horst Neumann. Il capo del personale della casa automobilistica ha espresso la sua opinione sul quotidiano «Suddeutsche Zeitung» sostenendo senza mezzi termini che il turn-over (e il passaggio generazionale tra anziani e giovani) nel campo dell’automazione industriale è di fatto finito. Perché al posto di coloro che stanno andando in pensione «prenderemo i robot». La ratio è ovviamente ispirata alla necessità di contenere le spese: «Non potremo rimpiazzare tutti i lavoratori con altri assunti perché il costo del lavoro in Germania è superiore ai 40 euro all’ora, nell’Europa dell’est è a undici, in Cina siamo persino sotto i 10», ha scritto Neumann. Mentre il costo relativo a un sostituto meccanico per lavori di routine in fabbrica sarebbe pari a cinque euro, soglia che potrebbe scendere ulteriormente con la nuova generazione dei robot che promette un tasso di produttività da far impallidire anche il migliore operaio specializzato.


    Lo scritto di Ricardo

    La fabbrica senza operai (e le macchine a sostituirne il lavoro) è realtà tema atavico, se si ricorda persino uno scritto risalente a 1813 in cui David Ricardo profetizzava la cancellazione di posti di lavoro a seguito dell’automazione dei processi. Ecco perché non occorre forse abbandonarsi al pessimismo. La scelta dei vertici di Volskwagen sarebbe in realtà soltanto orientata all’innovazione di processo (alla base di quella di prodotto) e l’uso di bracci meccanici etero-diretti (o auto-diretti) significa soltanto che per attutire la concorrenza asiatica (e impedire una delocalizzazione strisciante) è necessario salire di livello nella catena di montaggio. Converrebbe però fare un conto di quanti siano gli operai del gruppo tedesco attualmente impegnati in produzione. Secondo Neumann sarebbero circa la metà dell’intera forza lavoro del gruppo tedesco. Ergo: la metà degli addetti è sostituibile già da ora con robot altamente ingegnerizzati in grado persino di “cucire” una serie di attività all’interno della vettura finora esclusivo appannaggio dell’uomo. L’ipotesi ventilata da Neumann (e indirizzata ai babyboomers) significa in filigrana l’esclusione dei giovani millennials dai processi di automazione industriale, non soltanto circoscrivibili all’automotive ma anche nell’industria degli elettrodomestici. Secondo l’economista Patrizio Bianchi tuttavia non bisogna farsi prendere dallo scoramento, anzi semmai le affermazioni di Neumann suggeriscono che «anche la Germania sta prendendo in considerazione l’idea di far crescere ulteriormente l’automazione industriale, tendenzialmente più bassa rispetto a quella nostra, anche per un maggiore potere ostativo dei sindacati teutonici attenti alla conservazione dell’umanizzazione dei processi». Piuttosto la sortita di Neumann - secondo Bianchi - può leggersi come l’effetto anticipatario della recessione che sta cominciando a diventare un incubo anche per i tedeschi: «Il ricorso maggiore ai robot -dice - può significare che anche «Volvswagen veda dietro l’angolo una maggiore pressione competitiva sui prezzi, nonostante la straordinaria varietà di marchi e modelli del gruppo, come Audi, Skoda, Seat, Porsche, Lamborghini».



    I lavori tech e la copertina dell’Economist

    A ben vedere si può sovrapporre a questo anche il tema contiguo - ripreso recentemente dall’Economist - della (presunta) incapacità dell’economia digitale di creare posti di lavori tali da compensare la riduzione di taglia del old economy basata sul manifatturiero. Altro che distruzione creatrice di schumpeteriana memoria.
    Ultima modifica di emv; 17-07-15 alle 17:37
    "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" Mt 28, 19

    "Eva fu creata dalla costola di Abramo"

    Giordi


 

 

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