Le tasse sono di destra o di sinistra? | Il Garantista

Abbassare o alzare le tasse non è, di per se, una cosa di destra. Né di sinistra. Il problema è quali tasse si abbassano e in quale modo si finanzia questa riduzione. Le tasse sono lo strumento principale della politica economico-sociale. Sono la leva attraverso la quale lo Stato finanzia le sue iniziative, le sue politiche, e realizza, entro i limiti consentiti, una modesta redistribuzione della ricchezza.
Il principio della progressività delle tasse (per la verità raramente applicato in modo rigoroso) si fonda esattamente su questa idea: che le tasse possano servire a levare qualcosa ai più ricchi favorendo gli strati più poveri. Perciò non significa niente dire: la sinistra non deve essere più lo schieramento delle tasse.
E’ ovvio che la sinistra più della destra conta sullo strumento fiscale, perché nei programmi politici della sinistra, e nel suo Dna, c’è l’obiettivo della redistribuzione della ricchezza, e cioè dell’equità sociale. La destra è molto meno sensibile a questo tema, dal momento che i suoi ideali sono soprattutto di tipo liberista, e dunque considerano la concorrenza ( e di conseguenza anche un certo livello di squilibri sociali) il motore essenziale dello sviluppo.
È normale che in una società moderna la sinistra e la destra si fronteggino sulla base di queste due idee fondamentali e fondamentalmente alternative (è meno normale che si scontrino di solito solo su quanto potere lasciare ai giudici, quanto aumentare le pene, e quali limiti possano essere fissati per la sessualità dei leader politici….).
È così anche in un paese mercatista e liberale come l’America, dove lo scontro sulle tasse è sempre stato uno dei terreni principali della lotta tra conservatori e progressisti, e tra i due principali partiti politici. Lo è stato negli ultimi decenni. Alla fine degli anni 90 Steve Forbes (multimilionario e candidato alla nomination repubblicana per la Casa Bianca) propose la cosiddetta Flat Tax, la “tassa piatta”, cioè la tassa uguale per tutti, ricchi e poveri, lavoratori e possidenti, privati cittadini e società. La propose al 15 per cento. Cioè chiese la fine del principio della progressività delle tasse e l’affermazione di un diverso principio (per la verità piuttosto vecchio) che assegna alle tasse non più il compito di determinare un certo grado di giustizia sociale ma esclusivamente il compito di raccogliere i soldi necessari per finanziare le attività dello Stato. Così, Frobes voleva rendere flessibili non i livelli dell’imposizione fiscale, ma i limiti dell’impegno dello Stato. Tot di tasse, non modificabile, e impegni dello Stato compatibili con questo tot. Se mancano i soldi si riduce l’iniziativa dello Stato (scuole, strade, ospedali).
Forbes fu battuto. Anche i repubblicani dissero di no. Oggi il tema torna attuale con il Tea Party. Nel frattempo la Presidenza Bush abbatté le tasse sui ricchi (senza tuttavia arrivare alla Flat Tax) e la Presidenza Obama ha ripristinato il livello precedente delle tasse sui ricchi. L’idea di Bush – che però non ha avuto successo – è che favorendo i ricchi si consente l’accumulazione di nuovi capitali che poi verranno investiti e produrranno sviluppo. Invece ci fu la crisi. L’idea di Obama è che levando un po’ di soldi ai ricchi si può finanziare il welfare. E, ad esempio, realizzare la riforma della sanità. Per le stesse ragioni i repubblicani si oppongono all’aumento del salario minimo, perché temono che possa danneggiare l’impresa e dunque lo sviluppo.
I democratici invece sono favorevoli, e il salario minimo fu aumentato sotto Clinton e ora sotto Obama. Da noi? Renzi ha proposto di abbassare le tasse. Ha detto che intanto abbasserà la tassa sulla casa (cioè una tassa sulla proprietà) e poi nel 2018 riformerà l’Irpef.
E’ di destra o di sinistra abbassare la tassa sulla casa? Sicuramente è una misura popolare perché la maggioranza delle famiglie italiane possiede una casa e un certo numero di famiglie possiede più di una casa. Renzi ha detto che toglierà le tasse a tutti i proprietari di casa. Milioni di persone ne trarranno un vantaggio. Milioni, ma non tutti. Esistono circa 15 milioni di cittadini italiani (senza contare gli stranieri) che non posseggono una casa. Recentemente l’Istat ha contato il numero di poveri in Italia: ha detto che tra poveri assoluti e relativi sono circa 12 milioni. E’ molto probabile che tra questi 12 milioni si possano contare sulla punta delle dita i proprietari di casa.
Dunque, senza aver studiato statistica, possiamo dire con una certa sicurezza che l’abolizione delle tasse sulla casa favorirà moltissime persone, escludendo soltanto i più poveri (e un certo numero di evasori fiscali). Questo non vuol dire che sia un provvedimento reazionario, anzi è decisamente popolare, perché favorisce un numero molto alto di famiglie del ceto medio che stanno vivendo una crisi economica drammaticissima.
Di certo però non è un provvedimento che va nella direzione della lotta alla povertà. I poveri non guadagneranno una lira, e anzi è probabile che ci rimetteranno. Perché l’abolizione dell’Imu costa molti miliardi e questi miliardi possono essere raggranellati soltanto o con nuove tasse per tutti (anche per i poveri) oppure riducendo il livello dei servizi sociali, o tagliando le pensioni o la cassa integrazione.
Perché Renzi non ha proposto subito una riforma dell’Irpef e non ha rinviato al 2018, quando forse ci saranno più soldi, l’abolizione dell’Imu? Forse perché la riforma dell’Irpef richiede di scoprire le carte. Puoi riformarla alleggerendo le aliquote più basse, e necessariamente alzando le più alte, o viceversa. Puoi cioè incrementare il valore della “progressività” (come per esempio ha fatto Hollande, e come negli anni cinquanta, ai tempi di Vanoni, faceva persino la Democrazia Cristiana che portò fino al 70 per cento l’aliquota per i ricchi) o viceversa puoi tendere vero la Flat Tax e le idee di Forbes. E puoi compensare eventualmente una perdita di getto fiscale con tasse più forti sulle rendite (riducendo invece le tasse sul lavoro) oppure puoi stabilire che per evitare la fuga dei capitali devi alleggerire le rendite. La riforma dell’Irpef ti costringe a schierarti o a destra o a sinistra.
Renzi è di destra? Possiamo dire con una certa oggettività che finora le sue scelte politiche sono tutte organiche alle politiche tradizionali della destra. Del resto lui stesso ha spiegato, all’assemblea del Pd, che spingersi a sinistra serve solo a perdere consensi. La domanda vera è: Renzi, sostituendosi alla destra, riuscirà a frenare le spinte più reazionarie che vengono dalla società italiana e dai grandi poteri, e ad affermare una politica moderata e non socialmente devastante in una fase storica nella quale la sinistra è scomparsa dalla scena? O viceversa il suo attivismo liberista aprirà una nuova fase, ancora più feroce, di neotaccerismo?