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Discussione: Antologia della morte

  1. #1
    sempre soccombente
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    Arrow Antologia della morte

    Antologia della morte

    Mi piacerebbe, con l'ajuto di tutti gli utenti della P.O.L., dare vita (è proprio il caso di dirlo) ad una piccola "antologia-forumistica" sul tema della morte nella letteratura e in altre arti.

    Principierei, come sempre, dal Conte di San Leopardo.


  2. #2
    sempre soccombente
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    Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch

    Sola nel mondo eterna, a cui si volve
    Ogni creata cosa,
    In te, morte, si posa
    Nostra ignuda natura;
    Lieta no, ma sicura
    Dall'antico dolor. Profonda notte
    Nella confusa mente
    Il pensier grave oscura;
    Alla speme, al desio, l'arido spirto
    Lena mancar si sente:
    Così d'affanno e di temenza è sciolto,
    E l'età vote e lente
    Senza tedio consuma.
    Vivemmo: e qual di paurosa larva,
    E di sudato sogno,
    A lattante fanciullo erra nell'alma
    Confusa ricordanza:
    Tal memoria n'avanza
    Del viver nostro: ma da tema è lunge
    Il rimembrar. Che fummo?
    Che fu quel punto acerbo
    Che di vita ebbe nome?
    Cosa arcana e stupenda
    Oggi è la vita al pensier nostro, e tale
    Qual de' vivi al pensiero
    L'ignota morte appar. Come da morte
    Vivendo rifuggia, così rifugge
    Dalla fiamma vitale
    Nostra ignuda natura;
    Lieta no ma sicura,
    Però ch'esser beato
    Nega ai mortali e nega a' morti il fato.


    (G.L., Coro dei morti - Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, in Id., Operette morali)

  3. #3
    sempre soccombente
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    Morte, dolore e piacere


    Morto - Poco fa sulla mezza notte appunto, si è compiuto per la prima volta quell'anno grande e matematico, di cui gli antichi scrivono tante cose; e questa similmente è la prima volta che i morti parlano. E non solo noi, ma in ogni cimitero, in ogni sepolcro, giù nel fondo del mare, sotto la neve o la rena, a cielo aperto, e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno cantato come noi quella canzoncina che hai sentita.

    Ruysch - E quanto dureranno a cantare o a parlare?

    Morto - Di cantare hanno già finito. Di parlare hanno facoltà per un quarto d'ora. Poi tornano in silenzio per insino a tanto che si compie di nuovo lo stesso anno.
    […]
    Ruysch- Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perché il tempo è corto, e non lascia luogo a scegliere, datemi ad intendere in ristretto, che sentimenti provaste di corpo e d'animo nel punto della morte.

    Morto- Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.

    Gli altri morti- Né anche noi.

    Ruysch- Come non ve n'accorgeste?

    Morto - Verbigrazia, come tu non ti accorgi mai del momento che tu cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre.

    Ruysch - Ma l'addormentarsi è cosa naturale.

    Morto- E il morire non ti pare naturale? mostrami un uomo, o una bestia, o una pianta, che non muoia.

    Ruysch - […] Io mi pensava che sopra questa faccenda della morte, i vostri pari ne sapessero qualche cosa più che i vivi. Ma dunque, tornando sul sodo, non sentiste nessun dolore in punto di morte?

    Morto- Che dolore ha da essere quello del quale chi lo prova, non se n'accorge?

    Ruysch - A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento della morte sia dolorosissimo.

    Morto - Quasi che la morte fosse un sentimento, e non piuttosto il contrario.

    Ruysch - E tanto quelli che intorno alla natura dell'anima si accostano col parere degli Epicurei, quanto quelli che tengono la sentenza comune, tutti, o la più parte, concorrono in quello ch'io dico; cioè nel credere che la morte sia per natura propria, e senza nessuna comparazione, un dolore vivissimo.

    Morto - Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri: se l'uomo non ha facoltà di avvedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o minor parte, gli restano non più che interrotte, o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si avvedrà di quello in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuo? Oltre di ciò, come può essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? anzi, che la stessa morte sia per propria qualità un sentimento vivo? Quando la facoltà di sentire è, non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e si annulla, credete voi che la persona sia capace di un sentimento forte? anzi questo medesimo estinguersi della facoltà di sentire, credete che debba essere un sentimento grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di mali acuti e dolorosi, in sull'appressarsi della morte, più o meno tempo avanti dello spirare, si quietano e si riposano in modo, che si può conoscere che la loro vita, ridotta a piccola quantità, non è più sufficiente al dolore, sicché questo cessa prima di quella. Tanto dirai da parte nostra a chiunque si pensa di avere a morir di dolore in punto di morte.
    […]
    Ruysch - Dunque che cosa è la morte, se non è dolore?

    Morto- Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l'addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono più o meno, e maggiori o minori, secondo la varietà delle cause e dei generi della morte. Nell'ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell'uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell'uomo sono capaci di piacere anche presso all'estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza e piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, e piacere per se medesima. Sicché il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l'uomo da maggior patimento. Per me, se bene nell'ora della morte non posi molta attenzione a quel che io sentiva, perché mi era proibito dai medici di affaticare il cervello; mi ricordo però che il senso che provai, non fu molto dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando.

    Gli altri morti - Anche a noi pare di ricordarci altrettanto.

    Ruysch - Sia come voi dite: benché tutti quelli coi quali ho avuta occasione di ragionare sopra questa materia, giudicavano molto diversamente: ma, che io mi ricordi, non allegavano la loro esperienza propria. Ora ditemi: nel tempo della morte, mentre sentivate quella dolcezza, vi credeste di morire, e che quel diletto fosse una cortesia della morte; o pure immaginaste qualche altra cosa?

    Morto - Finché non fui morto, non mi persuasi mai di non avere a scampare di quel pericolo; e se non altro, fino all'ultimo punto che ebbi facoltà di pensare, sperai che mi avanzasse di vita un'ora o due: come stimo che succeda a molti, quando muoiono.

    Gli altri morti - A noi successe il medesimo.

    Ruysch - Così Cicerone dice che nessuno è talmente decrepito, che non si prometta di vivere almanco un anno. Ma come vi accorgeste in ultimo, che lo spirito era uscito del corpo? Dite: come conosceste d'essere morti? Non rispondono. Figliuoli, non m'intendete? Sarà passato il quarto d'ora. Tastiamogli un poco. Sono rimorti ben bene: non è pericolo che mi abbiano da far paura un'altra volta: torniamocene a letto.


    (G.L.d.S.L., Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, in Id., Operette morali)

  4. #4
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    Introitus

    Requiem aeternam dona eis, Domine;
    et lux perpetua luceat eis.

    Te decet hymnus, Deus, in Sion,
    et tibi reddetur votum in Ierusalem.

    Exaudi orationem meam;
    ad te omnis caro veniet.

    Requiem aeternam dona eis, Domine;
    et lux perpetua luceat eis.

  5. #5
    sempre soccombente
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    La morte agognata

    ... io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. [...] Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant'anni, quanti mi sono minacciati dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa io rabbrividisco.
    [...] In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell'avvenire, ch'io fo, come accade, nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero d'esser vissuto invano, mi turbano più, come solevano. Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null'altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.


    (G.L.d.S.L., Dialogo di Tristano e di un amico, in Id., Operette morali)

  6. #6
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    Funere mersit acerbo

    O tu che dormi là su la fiorita
    collina tosca, e ti sta il padre a canto;
    non hai tra l’erbe del sepolcro udita
    pur ora una gentil voce di pianto

    È il fanciulletto mio, che a la romita
    tua porta batte: ei che nel grande e santo
    nome te rinnovava, anch’ei la vita
    fugge, o fratel, che a te fu amara tanto

    Ahi no! Giocava per le pinte aiole,
    e arriso pur di vision leggiadre
    l’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

    vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l’adre
    sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
    ei volge il capo ed a chiamar la madre.




  7. #7
    sempre soccombente
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    Mi dispiace. Ho scelto una data sbagliata per dare inizio a questo tread.

  8. #8
    Imperturbabile
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    'A livella



    Ogn'anno,il due novembre,c'é l'usanza
    per i defunti andare al Cimitero.
    Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
    ognuno adda tené chistu penziero.
    Ogn'anno,puntualmente,in questo giorno,
    di questa triste e mesta ricorrenza,
    anch'io ci vado,e con dei fiori adorno
    il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

    St'anno m'é capitato 'navventura...
    dopo di aver compiuto il triste omaggio.
    Madonna! si ce penzo,e che paura!,
    ma po' facette un'anema e curaggio.

    'O fatto è chisto,statemi a sentire:
    s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
    io,tomo tomo,stavo per uscire
    buttando un occhio a qualche sepoltura.

    "Qui dorme in pace il nobile marchese
    signore di Rovigo e di Belluno
    ardimentoso eroe di mille imprese
    morto l'11 maggio del'31"

    'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
    ...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
    tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
    cannele,cannelotte e sei lumine.

    Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
    nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
    abbandunata,senza manco un fiore;
    pe' segno,sulamente 'na crucella.

    E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
    "Esposito Gennaro - netturbino":
    guardannola,che ppena me faceva
    stu muorto senza manco nu lumino!

    Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
    chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
    Stu povero maronna s'aspettava
    ca pur all'atu munno era pezzente?

    Mentre fantasticavo stu penziero,
    s'era ggià fatta quase mezanotte,
    e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
    muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte.

    Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
    Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
    Penzaje:stu fatto a me mme pare strano...
    Stongo scetato...dormo,o è fantasia?

    Ate che fantasia;era 'o Marchese:
    c'o' tubbo,'a caramella e c'o' pastrano;
    chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
    tutto fetente e cu 'nascopa mmano.

    E chillo certamente è don Gennaro...
    'omuorto puveriello...'o scupatore.
    'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
    so' muorte e se ritirano a chest'ora?

    Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo,
    quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
    s'avota e tomo tomo..calmo calmo,
    dicette a don Gennaro:"Giovanotto!

    Da Voi vorrei saper,vile carogna,
    con quale ardire e come avete osato
    di farvi seppellir,per mia vergogna,
    accanto a me che sono blasonato!

    La casta è casta e va,si,rispettata,
    ma Voi perdeste il senso e la misura;
    la Vostra salma andava,si,inumata;
    ma seppellita nella spazzatura!

    Ancora oltre sopportar non posso
    la Vostra vicinanza puzzolente,
    fa d'uopo,quindi,che cerchiate un fosso
    tra i vostri pari,tra la vostra gente"

    "Signor Marchese,nun è colpa mia,
    i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
    mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
    i' che putevo fa' si ero muorto?

    Si fosse vivo ve farrei cuntento,
    pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
    e proprio mo,obbj'...'nd'a stu mumento
    mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".

    "E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
    che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
    Se io non fossi stato un titolato
    avrei già dato piglio alla violenza!"

    "Famme vedé..-piglia sta violenza...
    'A verità,Marché,mme so' scucciato
    'e te senti;e si perdo 'a pacienza,
    mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...

    Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
    Ccà dinto,'o vvuo capi,ca simmo eguale?...
    ...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
    ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".

    "Lurido porco!...Come ti permetti
    paragonarti a me ch'ebbi natali
    illustri,nobilissimi e perfetti,
    da fare invidia a Principi Reali?".

    "Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!!
    T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
    che staje malato ancora e' fantasia?...
    'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.

    'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
    trasenno stu canciello ha fatt'o punto
    c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
    tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

    Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
    suppuorteme vicino-che te 'mporta?
    Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
    nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"


    audio clip

  9. #9
    fui lsu
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    Canzone per una amica
    (Francesco Guccini )

    Lunga e diritta correva la strada
    l'auto veloce correva
    la dolce estate era gia' cominciata
    vicino lui sorrideva.
    Forte la mano teneva il volante
    forte il motore cantava
    non lo sapevi che c'era la morte
    quel giorno che ti aspettava.
    non lo sapevi che c'era la morte
    quando si e' giovani e' strano
    poter pensare che la nostra sorte
    venga e ci prenda per mano.
    Non lo sapevi ma cosa hai pensato
    quando la strada e' impazzita
    quando la macchina e' uscita di lato
    e sopra a un'altra e' finita.
    Non lo sapevi ma cosa hai sentito
    quando lo schianto ti ha uccisa
    quando anche il cielo di sopra e' crollato
    quando la vita e' fuggita.
    Dopo il silenzio soltanto e' regnato
    tra le lamiere contorte
    sull'autostrada cercavi la vita
    ma ti ha incontrato la morte.
    Vorrei sapere a che cosa e' servito
    vivere amare e soffrire
    spendere tutti i tuoi giorni passati
    se presto hai dovuto partire.
    Voglio pero' ricordarti com'eri
    pensare che ancora vivi
    voglio pensare che ancora mi ascolti
    e che come allora sorridi.

  10. #10
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    Andrò a vederla un dì

    1. Andrò a vederla un dì,
    in cielo patria mia,
    andrò a veder Maria,
    mia gioia e mio amor.
    Rit. Al ciel! Al ciel! Al ciel!
    Andrò a vederla un dì. (bis)

    2. Andrò a vederla un dì,
    è il grido di speranza,
    che infondemi costanza
    nel viaggio e fra i dolor.
    Rit.

    3. Andrò a vederla un dì,
    lasciando questo esilio;
    le poserò qual figlio
    il capo sopra il cuor.
    Rit.

    4. Andrò a vederla un dì,
    le andrò vicino al trono,
    ad ottenere in dono
    un serto di splendor.
    Rit.


    (Canto mariano)

 

 
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