Nenni e Saragat

Per quel poco o quel molto che poteva, De Gasperi aveva contribuito ad attizzare le divisioni, in campo socialista, incitando Saragat a dar vita ad un partito “con cui alla Democrazia cristiana fosse possibile collaborare”. L’avventato Nenni agevolò gli sforzi della DC. Tentando di confondere le acque, e di far credere che nelle amministrative si fosse avuto un successo di sinistra – s’era avuto un successo comunista soltanto – lanciò uno dei suoi prediletti slogans “dal governo al potere”, lasciando trapelare il proposito di emarginare la DC in declino. Era quanto di meglio De Gasperi potesse aspettarsi per allarmare i moderati e legittimare ogni suo irrigidimento. Togliatti capì il pericolo insito nell’azzardata proposizione nenniana, e le diede una cauta “interpretazione autentica”, spiegando che non si doveva credere che la formula “dal governo al potere” significasse l’abbandono, da parte di comunisti e socialisti, del metodo democratico. “Se riusciremo a conquistare la maggioranza in Parlamento, noi intendiamo collaborare lealmente con la DC”.
Ma nello stesso momento in cui attenuava alcune impostazioni di Nenni, Togliatti approfondiva le fratture socialiste prendendo di mira ripetutamente, e con grande asprezza, Saragat e i suoi compagni di corrente. “Non è forse premio sufficiente alla fatica dell’onorevole Saragat – scriveva Togliatti sull’Unità – il fatto che (un suo articolo) gli abbia valso la simbolica concessione della tessera ad honorem del Movimento dell’Uomo Qualunque?” A questo punto, paradossalmente, gli scopi di De Gasperi e gli scopi di Togliatti coincidevano. La scissione socialista faceva comodo ad entrambi per ragioni di fondo identiche. Sia i comunisti, sia i democristiani, volevano avere al loro fianco, come alleato, un Partito socialista che fosse in posizione subalterna, indebolito, e affidabile. Per meglio controllare, nel Partito socialista, i settori “fusionisti”, il PCI vi aveva sparso degli “infiltrati”, comandati in missione. Lo hanno scritto Bruno Corbi e Fabrizio Onofri, due dirigenti comunisti (attingiamo le citazioni dalla Storia del dopoguerra di Antonio Gambino). Ha rivelato Corbi che “di tanto in tanto, quando un giovane particolarmente capace mostrava il desiderio di iscriversi al PCI, il consiglio che gli veniva dato dai dirigenti comunisti era invece di indirizzarsi verso i socialisti”. E Onofri: “La presenza del PCI all’interno del PSIUP era desiderata da coloro che si richiamavano alla linea Secchia. Per questi ultimi l’infiltrazione tra i socialisti era una delle tante mosse con cui ci si preparava all’ora X. Per Togliatti e per i togliattiani, che non credevano all’ora X, era invece solo un mezzo per garantirsi contro un slittamento socialdemocratico del PSIUP”.
Nel Congresso di Firenze le fazioni socialiste avevano raggiunto un compromesso faticoso e fragile, che resse dalla primavera all’autunno del ’46. Poi i contrasti divamparono. Su posizioni autonomiste erano i riformisti di Critica sociale, legati alla tradizione turatiana, e i massimalisti anticomunisti di Iniziativa socialista, capeggiati da Mario Zagari. La coalizione saragatiana voleva un Partito socialista che “da retroguardia del bolscevismo diventasse avanguardia della democrazia”. A sinistra stava Lelio Basso, risoluto a seguire in tutto e per tutto – anche nel doppio giuoco – i comunisti. Nenni, che era per l’unità d’azione con i comunisti pur senza aderire totalmente alle tesi di Basso, non credeva che la scissione potesse avere conseguenze devastanti. Un giorno Sandro Pertini l’andò a trovare, presenti Ignazio Silone e Fernando Santi, e fu colpito dall’abulia di Nenni. “Il nostro colloquio quasi subito assunse un tono molto violento. Ai miei tentativi di scuoterlo, Nenni rispondeva stancamente, con frasi quasi ironiche, dicendo che dal partito se ne sarebbero andati via quattro gatti: e infatti qualche giorno dopo, in un discorso pubblico, pronunciò la famosa frase dei rami secchi. Gli risposi allora bruscamente che si ingannava in modo grossolano… La discussione assunse un tono così concitato, e tutti e due gesticolavamo a tal punto, che più tardi gli uscieri andarono riferire, erroneamente, che Nenni e io eravamo venuti alle mani.”
Sicuro di sé, Nenni indisse un congresso anticipati del partito, dal 9 al 13 gennaio (1947). Era preparato – senza molto turbamento, forse con una punta di soddisfazione – al distacco degli autonomisti. “Dietro – malignò nel suo diario – ci sono Vaticano e America, con i quali non credo si faccia un Partito socialista, ma si fa però una scissione.” Quando nell’Aula magna dell’Università di Roma, si aprirono i lavori, vari esponenti di Critica sociale sedevano tra i delegati. Mentre Iniziativa socialista aveva deliberato di ignorare il Congresso, i riformisti erano invece, al proposito, molto divisi. Nel pomeriggio stesso del 9 gennaio Matteo Matteotti lesse, a nome degli oppositori, una dichiarazione che invalidava il Congresso. In quelle ore a Palazzo Barberini si radunavano Saragat e i suoi. Il giorno successivo – mentre nel Congresso il fusionista Tolloy proclama spavaldamente “per cinquantamila borghesi che se ne vanno, cinquecentomila nuovi aderenti operai”, e Angelica Balabanoff era subissata di fischi per aver attaccato Lenin e Stalin – veniva tentata in extremis una mediazione. Ne fu protagonista Sandro Pertini, direttore dell’Avanti!, che andò a Palazzo Barberini (lo accolsero, quando arrivò, con applausi fragorosi e grida di “Sandro, Sandro”, perché credevano volesse unirsi ai dissidenti). Pertini, che ostentava disperazioni per le lacerazioni, e minacciava addirittura il suicidio se alla scissione si fosse arrivati, propose un compromesso, respinto dapprima dall’assemblea, poi anche da Saragat, in un lungo faccia a faccia tra i due dirigenti socialisti.
La mattina dell’11 gennaio, Saragat annunciò di persona, al Congresso socialista, la decisione del suo gruppo. L’Italia aveva ormai due partiti socialisti: il PSI (Nenni e i suoi avevano riesumato questa storica sigla, nel timore d’esserne defraudati dai secessionisti) e il PSLI, Partito socialista dei lavoratori italiani. I quattro gatti cui aveva accennato Nenni furono invece, sul piano parlamentare, quasi la metà del partito. Su 115 deputati del PSIUP alla Costituente, 52 si schierarono con il PSLI: tre di essi erano nel governo (il ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Ludovico D’Aragona e i sottosegretari all’Interno e all’Industria e Commercio, Angelo Corsi e Roberto Tremelloni).


I. Montanelli-M. Cervi, L’Italia della Repubblica, Rizzoli, Milano 1985