Norvegia, il calo del petrolio mette in crisi lo splendido isolamento - Repubblica.it
Norvegia, il calo del petrolio mette in crisi lo splendido isolamento
Per la prima volta, un trimestre in rosso per il Fondo sovrano di Norvegia, il più grande del mondo con 870 miliardi di fondi investiti, grazie ai giacimenti del Mare del Nord: pesa il crollo del greggio e il rallentamento delle economie dei paesi emergenti. Bloccate anche le nuove esplorazioni nell'artico
di LUCA PAGNI
20 agosto 2015
MILANO - Non è ancora la fine del grande sogno di indipendenza economica. Ma qualcosa sta cominciando a incrinarsi anche nello "splendido isolamento" della Norvegia. Lo stato scandinavo che garantisce sanità e istruzione (compresa quella universitaria) praticamente gratuita, con il più alto livello di welfare in Europa ha iniziato a fare i conti con il rallentamento dell'economia globale. Complice il clamoroso crollo del greggio che ha visto calare le sue quotazioni di oltre il 50 per cento in meno di un anno. Ma anche della crisi europea, innescata dalla Grecia, e della brusca frenata delle economie emergenti, partita dal Brasile e allargatasi alla Cina.
Tutto ciò non ha potuto che avere pesanti ripercussioni sulle entrate del Governo di Oslo. La ricchezza della Norvegia (industria della pesca a parte) arriva tutta dai giacimenti di gas e petrolio del mare del Nord. In parte sfruttati direttamente dalla società pubblica Statoil, in parte dati in concessione (anche Eni opera nell'area, come tutte le big oil company). Con i soldi guadagnati dai giacimenti off shore, la Norvegia ha garantito un Pil pro capite pari a 98mila dollari all'anno e ha alimentato il suo fondo sovrano, diventato il più grande del mondo con oltre 870 miliardi di masse da utilizzare per gli investimenti.
Il Fondo ora, però, comincia a guadagnare molto meno di quanto è avvenuto fino allo scorso anno e a raccogliere meno capitali. Per la prima volta in tre anni, il fondo sovrano ha fatto registrare un trimestre in rosso. Il rendimento negativo è dovuto per buona parte al comparto obbligazionario, che rappresenta più di un terzo (34,5%) del portafoglio: secondo i dati della Banca di Norvegia che lo gestisce, nel secondo trimestre ha avuto un rendimento in calo del 2,2%. Le azioni, la parte più consistente (62,8% del portafoglio), hanno registrato un rendimento leggermente negativo dello 0,2%, mentre gli investimenti nel settore immobiliare (2,7% del portafoglio) hanno visto aumentare il loro valore del 2 per cento. Al calo dei rendimenti, si associa la difficoltà nella raccolta di nuovi capitali: nell'ultimo trimestre, lo stato norvegese ha iniettato nel fondo solo 12 miliardi di corone provenienti dai ricavi del settore petrolifero, dopo i 5 miliardi di corone del primo trimestre. Trasferimenti molto lontani dalla media trimestrale che negli ultimi dieci anni è stata di 60 miliardi di corone.
Una ripresa non sarà facile in tempi brevi. La Norvegia, così come molte altre nazioni dell'area artica (e come molte big oil company) avrebbe in programma nuove esplorazioni nelle zone ben oltre il circolo polare. Ma, con i prezzi crollati e le spese da sostenere, le ricerche non sono più vantaggiose. Con una economia così sbilanciata sugli idrocarburi, la Norvegia potrebbe essere costretta a prendere provvedimenti. E, chissà, anche a riconsiderare la decisione (presa dopo un referendum tra la popolazione) che l'ha vista escludersi dall'Unione europea.





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